C'è un momento nella vita di ciascuno di noi in cui ci accorgiamo che il baricentro dell'esistenza si sta spostando.
Iniziamo al centro della scena, immersi in un flusso che sembra sostenere ogni nostro passo, e finiamo, inevitabilmente, verso il margine. È una parabola sottile ma inesorabile.
Finché il corpo è giovane e la mente è proiettata in avanti, l'individuo non deve sforzarsi per trovare il proprio posto nel mondo: vi appartiene di diritto. È guardato, desiderato, cercato.
La sua sola presenza è una promessa di futuro.
Ma cosa succede quando quella carica naturale comincia a dissiparsi?
Quando l'energia declina e il corpo smette di essere il simbolo di ciò che deve ancora venire, il modo in cui veniamo percepiti dagli altri — e persino da noi stessi — subisce una scossa profonda.
Nella società dei viventi, mostrare i segni del tempo equivale a mostrare una carta d'imbarco per un viaggio in uscita dal futuro.
Chi non genera più, chi non rinnova, chi non porta con sé il segno della crescita, viene pian piano messo in disparte.
E la cosa più spaventosa è che questo isolamento non nasce quasi mai dalla cattiveria o dalla crudeltà degli altri, ma da un meccanismo molto più antico e impersonale: la vita attrae la vita.
La natura riconosce e festeggia soltanto ciò che continua a fiorire.
Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer aveva descritto questa forza sotterranea chiamandola Volontà di vivere. Per Schopenhauer, sotto la superficie della nostra quotidianità si muove un’energia cieca e potente, un impulso cosmico che usa gli individui come semplici veicoli. Finché siamo giovani e pieni di energie, questa forza ci attraversa e ci fa sentire invincibili; ma non appena non serviamo più al disegno generale del rinnovamento, la vita si ritrae da noi senza troppi riguardi.
leggi: la vita è sofferenza (secondo Schopenhauer)
Chi vive la fase del tramonto si trova così ad affrontare una doppia ferita: da un lato perde la forza fisica e biologica, dall'altro perde lo sguardo del mondo. E perdere lo sguardo altrui, in una società umana, significa sfumare verso l'invisibilità.
La nostra identità si regge da sempre sugli occhi di chi ci circonda.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel lo spiegava chiaramente quando parlava della necessità del "riconoscimento": noi diventiamo pienamente consapevoli di noi stessi solo quando un'altra persona ci guarda e ci riconosce come suoi pari.
Se lo sguardo degli altri si spegne, non si tratta solo di una sconfitta sociale, ma di una vera e propria erosione dell'essere. Iniziamo a scomparire.
È a questo punto che entra in gioco la memoria, che si rivela per quello che è veramente: una forma straordinaria di resistenza umana.
Quando la biologia ci abbandona, l'uomo inventa il ricordo per trattenere ciò che altrimenti andrebbe perduto.
I vivi ricordano chi non c'è più o chi è rimasto indietro, offrendo loro una sorta di "vita di seconda serie", una sopravvivenza fatta di simboli, racconti e affetti.
Il filosofo Henri Bergson diceva che la nostra coscienza non funziona come un orologio che misura secondi tutti uguali, ma è un flusso continuo in cui il passato non muore mai davvero: resta dentro di noi, impastato con il presente.
Eppure, anche questa seconda vita ha un prezzo. La memoria non è un fenomeno autonomo, ma dipende interamente da chi è rimasto in piedi.
Ricordiamo gli altri non solo per generosità, ma anche per proteggere noi stessi dal terrore del nulla. La memoria è un'opera d'arte creata dai vivi, con le regole dei vivi e per il conforto dei vivi.
Ecco perché la nostra cultura è da sempre un'ininterrotta celebrazione dei vincenti, dei giovani, dei forti, degli artisti capaci di spostare i confini, degli atleti al culmine della forma.
Non stiamo solo ammirando la singola persona: stiamo celebrando la potenza della vita che canta sé stessa attraverso di loro.
Al contrario, la debolezza e la vecchiaia ci mettono a disagio non perché siano "sbagliate" da un punto di vista morale, ma perché ci ricordano che il flusso si sta interrompendo.
Pensiamo all'effetto che ci fa vedere due giovani che si scambiano un gesto d'amore: è una scena che trasmette un'immediata sensazione di armonia, perché in essa vediamo la vita che si rispecchia nella sua massima energia.
Quando gli stessi gesti appartengono a due corpi segnati dal tempo, l'emozione cambia natura.
Non c'è nulla di scandaloso sul piano etico, ma la nostra percezione registra una variazione di tono: non vediamo più la forza fresca del desiderio, ma la sua eco, la sua memoria.
È la vita che non sta più promettendo un domani, ma sta ricordando un ieri.
La giovinezza ci affascina così tanto perché è il tempo del "possibile". Martin Heidegger diceva che l'essere umano è definito soprattutto dalle sue possibilità, dalla sua capacità di progettarsi nel futuro.
I corpi giovani sono attraenti perché sono come pagine bianche su cui tutto può ancora essere scritto. I corpi anziani, invece, sono libri già stampati, carichi del peso di una storia ormai compiuta.
La storia è sacra, certo, ma è anche un bagaglio pesante, e una società orientata al progresso preferisce sempre ciò che deve ancora sbocciare rispetto a ciò che è già stato vissuto.
Qui si rivela il paradosso più profondo e forse più difficile da accettare: per continuare a fluire, la vita deve far spazio, e quindi deve lasciar morire.
Non lo fa per odio, ma per pura necessità logica e biologica. Ogni forma nuova ha bisogno che la forma precedente tramonti; ogni generazione cammina sulle fondamenta gettate da chi l'ha preceduta.
Friedrich Nietzsche usava il concetto di Volontà di potenza per spiegare proprio questo: la realtà è un continuo superamento di sé stessi, un processo in cui la forza si rinnova continuamente distruggendo le vecchie strutture per crearne di nuove.
La vita, vista nella sua totalità, non è né buona né cattiva. Non ama, non odia, non ha preferenze e non porta rancore. È un'onda immensa, indifferente alle singole gocce che la compongono.
La percepiamo come spietata solo quando la guardiamo dalla nostra prospettiva individuale, spaventati di perdere il nostro posto al centro del palcoscenico.
Ma la vera saggezza filosofica sta forse nel fare un piccolo passo indietro. Nel capire che non siamo i padroni di questa corrente, ma solo le sue forme temporanee.
E che accettare il ritmo del nostro tramonto non significa arrendersi, ma riconoscere di aver fatto parte di un disegno meraviglioso e molto più grande di noi, dove anche il nostro passaggio è servito a far spazio al prossimo sbocciare della vita.
*Consiglio per la lettura: "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
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