Un dialogo immaginario per comprendere la Psicologia Individuale di Alfred Adler.
Immaginiamo uno studio viennese degli anni Venti. La stanza è semplice, lontana dall'atmosfera solenne che spesso associamo agli studi degli psicoanalisti. Di fronte ad Alfred Adler siede un uomo di circa quarant'anni. Lo chiameremo Karl.
Karl non è venuto perché abbia un problema preciso. O almeno così pensa.
Dice di sentirsi continuamente inadeguato.
Al lavoro teme di non essere abbastanza bravo. Con gli amici ha l'impressione di avere sempre qualcosa in meno. Quando incontra una persona brillante, ricca o sicura di sé, immediatamente si sente piccolo.
E quando qualcuno lo critica, anche soltanto leggermente, reagisce male.
«Dottor Adler», dice dopo qualche minuto di silenzio, «io credo di avere un problema con me stesso.»
Adler lo guarda senza interromperlo.
«Che cosa significa, per lei, avere un problema con se stesso?»
Karl abbassa gli occhi.
«Significa che non mi sento mai all'altezza.»
Adler sorride appena.
«Bene. Cominciamo proprio da qui.»
«Sentirsi inferiori non significa essere inferiori»
«Lei pensa che il sentimento di inferiorità sia una malattia?»
Karl riflette.
«Forse sì.»
«Io direi invece che è una delle esperienze più comuni dell'essere umano.»
Questa è una delle prime idee attraverso cui Adler si distanzia dalla concezione dell'individuo come semplice teatro di forze inconsce.
Per lui il sentimento di inferiorità non è necessariamente patologico.
Nasce dalla stessa condizione umana: il bambino è piccolo, dipende dagli adulti, non sa fare ciò che fanno loro e deve imparare continuamente.
Il confronto con ciò che ancora non sa fare genera un'esperienzadi insufficienza.
«Quindi», domanda Karl, «essere insicuri è normale?»
«In una certa misura, sì. Ma attenzione: il sentimento di inferiorità può avere anche una funzione positiva.»
«Positiva?»
«Certamente. Se lei si accorge di non saper fare qualcosa, può cercare di imparare. Se si sente debole, può cercare di diventare più competente. Se comprende di non conoscere una materia, può studiarla.»
Adler si ferma.
«Il problema non è sentirsi inferiori. Il problema nasce quando quel sentimento diventa così forte da convincerla che lei è inferiore.»
Karl annuisce lentamente.
«Quindi c'è una differenza tra “non sono ancora capace” e “non valgo nulla”.»
«Esattamente.»
È una distinzione fondamentale.
Per Adler, il sentimento di inferiorità può diventare il punto di partenza di una spinta verso la crescita.
Il cosiddetto complesso di inferiorità, invece, implica una condizione più rigida: l'individuo interpreta se stesso attraverso una convinzione persistente di inadeguatezza.
«E allora perché cerco continuamente di dimostrare qualcosa?»
Karl sembra agitarsi.
«Ma se è così, perché io passo la vita a cercare di dimostrare agli altri che valgo?»
Adler risponde con una domanda:
«A chi vuole dimostrarlo?»
«A tutti.»
«E soprattutto?»
Karl rimane in silenzio.
«Forse a me stesso.»
Adler annuisce.
Qui entra in gioco un altro concetto centrale della Psicologia Individuale: la spinta verso la superiorità.
Non bisogna intendere questa espressione semplicemente come desiderio di dominare gli altri.
Adler la considera soprattutto come una tendenza dell'individuo a superare i propri limiti, a diventare più competente, più sicuro, più capace.
L'essere umano non vuole semplicemente restare ciò che è: tende verso una condizione che considera migliore.
«Ma io», obietta Karl, «voglio essere migliore degli altri.»
«Ecco il punto. C'è una differenza tra voler diventare migliore di ciò che si è e voler essere migliore degli altri.»
Karl ascolta.
«Nel primo caso lei cresce. Nel secondo rischia di costruire la propria autostima sulla sconfitta altrui.»
La ricerca della superiorità può quindi assumere una direzione sana oppure diventare una forma di compensazione esasperata.
Quanto più l'individuo si sente piccolo e insicuro, tanto più può costruire obiettivi grandiosi per dimostrare il proprio valore.
«Forse tutta la mia vita è stata una compensazione»
Karl racconta allora la propria infanzia.
Era un bambino fragile. Il fratello maggiore era considerato intelligente e brillante. Lui, invece, era spesso malato e aveva difficoltà a scuola.
«Mi sembrava che mio fratello fosse quello capace di tutto. Io ero quello che doveva rincorrerlo.»
Adler lo interrompe dolcemente:
«E che cosa ha deciso, allora, di diventare?»
Karl sorride amaramente.
«Il migliore.»
«E ci è riuscito?»
«Ho studiato moltissimo. Sono diventato dirigente. Guadagno bene. Gli altri mi considerano una persona di successo.»
«E lei?»
Karl non risponde.
«Io», dice infine, «continuo a sentirmi quello stesso bambino.»
Adler annuisce.
Questa è la logica della compensazione.
Una difficoltà, reale o percepita, può spingere l'individuo a sviluppare capacità che gli consentano di superarla. Ma la compensazione può diventare anche una sovracompensazione: più forte è il sentimento di insufficienza, più ambizioso può diventare l'obiettivo personale.
«Lei non ha semplicemente cercato il successo», osserva Adler. «Ha cercato nel successo la prova che non era più quel bambino che si sentiva debole.»
Karl sembra colpito.
«Quindi non faccio le cose soltanto per quello che sembrano.»
«Esatto. Dobbiamo chiederci verso quale meta si dirige la sua vita.»
«Non siamo prigionieri del passato»
Karl protesta:
«Ma se tutto questo nasce dalla mia infanzia, significa che sono condannato a ripetere la mia storia?»
Adler scuote la testa.
«No. E qui c'è una differenza importante.»
Per Adler il passato conta, ma non determina meccanicamente il presente.
L'individuo organizza la propria esperienza secondo un orientamento, uno stile di vita, costruito molto presto e influenzato dalle esperienze familiari e sociali. Ma questa organizzazione non è una condanna irrevocabile.
Ciò che interessa Adler è soprattutto capire come la persona interpreta la propria esperienza e quale direzione sta seguendo.
«Due bambini possono vivere una situazione simile», spiega, «e costruire due modi completamente diversi di affrontare il mondo.»
Questo è uno degli aspetti più moderni della prospettiva adleriana: l'individuo non viene considerato soltanto come il risultato passivo della propria storia.
Adler attribuisce importanza alla capacità creativa della persona, alla possibilità di interpretare la propria esperienza e orientare diversamente la propria vita.
«Lei non vive per il passato. Vive verso qualcosa»
Adler prende un foglio.
«Immagini di essere in una città sconosciuta. Per capire perché sta camminando in una certa direzione, non basta sapere da quale strada è arrivato. Devo anche sapere dove vuole andare.»
Karl guarda il foglio.
«Quindi lei pensa che il comportamento abbia una direzione?»
«Esattamente.»
Questa è la dimensione finalistica della psicologia di Adler.
Il comportamento umano non viene spiegato soltanto attraverso le cause passate: bisogna comprendere anche gli obiettivi, spesso non completamente consapevoli, verso cui l'individuo si muove.
Adler parla di finalità fittizia o fictional finalism: una rappresentazione del futuro, un ideale che può orientare il comportamento anche se non corrisponde a qualcosa di realmente raggiungibile.
Karl comprende improvvisamente.
«Forse io vivo come se dovessi finalmente arrivare a un punto in cui nessuno potrà più criticarmi.»
Adler sorride.
«E quel punto esiste?»
«No.»
«Allora continuerà a correre.»
«C'è qualcosa che lei dimentica: gli altri»
Karl sembra perplesso.
«Ma io sono venuto qui per parlare di me. Perché continua a parlare degli altri?»
«Perché nessun essere umano vive fuori dalla società.»
Qui Adler introduce probabilmente il concetto più caratteristico della sua psicologia: il sentimento sociale, o Gemeinschaftsgefühl, cioè la capacità di sentirsi parte della comunità e di orientare la propria vita anche verso il bene degli altri.
«Lei vuole essere importante», continua Adler. «Non c'è nulla di strano. Ma la domanda è: importante per chi e per che cosa?»
«Non capisco.»
«Può cercare importanza conquistando gli altri, oppure contribuendo a qualcosa che li riguarda.»
Karl riflette.
«Quindi una persona può smettere di chiedersi continuamente “quanto valgo?” e cominciare a chiedersi “che cosa posso dare?”»
«Esattamente.»
Per Adler, la salute psicologica non coincide semplicemente con l'autosufficienza.
L'individuo equilibrato sviluppa un senso di appartenenza e la capacità di contribuire alla vita collettiva.
La ricerca della propria realizzazione diventa così inseparabile dalla relazione con gli altri.
«Forse non devo diventare superiore»
Karl appare finalmente più rilassato.
«Dunque la soluzione è smettere di voler essere il migliore?»
Adler sorride.
«Non necessariamente. Lei può desiderare di migliorare. Ma deve chiedersi per quale scopo.»
«E se voglio diventare bravo nel mio lavoro?»
«Benissimo.»
«Se voglio avere successo?»
«Non c'è nulla di male.»
«Se voglio essere riconosciuto?»
«È umano.»
Adler posa la penna.
«Il problema nasce quando il suo valore dipende continuamente dal confronto con gli altri.»
Questa distinzione permette di comprendere un punto decisivo della teoria adleriana: la superiorità non deve significare dominio.
La crescita personale può diventare socialmente utile quando è collegata alla cooperazione, alla responsabilità e al sentimento di appartenenza.
«E adesso cosa devo fare?»
Karl sembra aspettarsi una prescrizione.
«Devo cambiare il mio passato?»
«No.»
«Devo smettere di sentirmi inferiore?»
«Non necessariamente.»
«Devo diventare più sicuro?»
«Non è questo il punto.»
«Allora che cosa devo fare?»
Adler lo guarda.
«Cominci a chiedersi quale idea di se stesso sta cercando continuamente di dimostrare.»
Karl rimane in silenzio.
«E poi», continua Adler, «si domandi se il suo obiettivo la avvicina agli altri o la allontana da loro.»
«Tutto qui?»
«No. Ma è un buon inizio.»
La terapia adleriana mira infatti a incoraggiare la persona, individuare le convinzioni e gli schemi che orientano il suo stile di vita e favorire una direzione più cooperativa e socialmente utile.
L'incoraggiamento ha un ruolo centrale: non serve semplicemente a rassicurare, ma a permettere all'individuo di affrontare ciò che prima evitava.
Karl si alza.
Prima di uscire, si volta.
«Dottor Adler, posso farle un'ultima domanda?»
«Certamente.»
«Secondo lei, io sono davvero inferiore?»
Adler sorride.
«Risponda lei.»
Karl pensa per qualche secondo.
«Forse sono semplicemente un uomo che ha passato troppo tempo a cercare una prova del proprio valore.»
«E forse», risponde Adler, «adesso può smettere di cercarla.»
Karl esce dallo studio.
Per la prima volta, non ha l'impressione di dover diventare qualcuno.
Ha soltanto l'impressione di poter cominciare a vivere diversamente.
La lezione di Adler: dall'inferiorità alla possibilità
La forza della Psicologia Individuale di Adler sta proprio in questo rovesciamento di prospettiva.
Il sentimento di inferiorità non viene interpretato soltanto come un difetto da eliminare. Può essere il punto da cui nasce il desiderio di crescere.
Il problema emerge quando la persona trasforma quel sentimento in una convinzione rigida: non valgo, non sono capace, gli altri sono migliori di me.
Da questa convinzione può nascere una continua corsa alla compensazione: più mi sento piccolo, più devo dimostrare di essere grande.
Adler suggerisce però una terza possibilità. Non bisogna né arrendersi all'inferiorità né trasformare la vita in una gara permanente.
Si può cercare la propria realizzazione attraverso la relazione con gli altri.
È qui che il concetto di interesse sociale diventa decisivo.
La domanda fondamentale non è più:
«Come posso dimostrare di essere superiore?»
ma:
«Come posso diventare una persona capace di partecipare, cooperare e contribuire?»
In questa prospettiva, la maturità psicologica non consiste nell'eliminare ogni sentimento di debolezza. Consiste nel non lasciare che quel sentimento stabilisca il valore della nostra esistenza.
Forse è proprio questo il messaggio più attuale di Adler: non siamo obbligati a trasformare ogni nostra fragilità in una gara con gli altri.
Possiamo trasformarla in una ragione per crescere.
E, soprattutto, in una ragione per avvicinarci agli altri.
Continua il viaggio tra le grandi menti
Fonti per approfondire
Alfred Adler, The Practice and Theory of Individual Psychology — una delle opere fondamentali per comprendere i concetti di sentimento di inferiorità, compensazione, finalità e stile di vita.
Alfred Adler, The Individual Psychology of Alfred Adler: A Systematic Presentation in Selections from His Writings — raccolta di testi utile per approfondire direttamente il pensiero dell'autore.
Alfred Adler, Understanding Human Nature — testo divulgativo attraverso cui Adler presenta molti dei principi della Psicologia Individuale.
North American Society for Adlerian Psychology (NASAP) — materiali introduttivi sulla vita e sui concetti fondamentali di Adler.
Adler Graduate School, “Alfred Adler: Theory and Application” — sintesi dei principali concetti adleriani e della loro applicazione psicoterapeutica.
NCBI Bookshelf, “Adlerian Therapy” — panoramica contemporanea della teoria e della terapia adleriana, con particolare attenzione a sentimento di inferiorità, stile di vita, finalismo e interesse sociale.
Treccani, voce “Alfred Adler” — per il profilo biografico e bibliografico dello psicologo viennese.

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