venerdì 7 agosto 2026

Un filo di polvere sacra. (poesia di Mario Cammarota)


Lassù, tre lustri di vita addietro,

al culmine del palazzo,

mi recavo innanzi

alla scabra,

un poco rugginosa porta della soffitta!

 

Era la mia tana,

il covo segreto della memoria,

la chiesa sconsacrata delle mie più recitate preci...

Chiedevo, al dio proletario delle più inutili cose,

niente di più che essermi guida in quel bric à brac eccentrico,

d'oggetti incoerenti,

che solo il mastice della mia esistenza,

vissuta con concentrazione fitta al particolare,

all'essenza della modellata materia

poteva affratellare...

 

Ecco, la piccola bicicletta delle prime incerte pedalate,

che mia zia paziente

guidava alla voce, io incerto,

pronto già alla caduta,

incubo greve del mio timoroso cuore.

 

E accanto, come un metallico

serpente, sporgeva il capo

il trenino dei miei sognati viaggi, completo di stazione,

atto ai miei solo pensati spostamenti, ancora i preferiti.

 

Poco più in là,

carezzati da un filo di polvere sacra,

gli album dalle mille foto, bibbia di famiglia;

comparivano tutti, i miei cari!

 

I genitori adorati, che più non erano!

I nonni, vestiti a festa (che strane fogge)

in abiti grigiastri che la vecchia pellicola faceva gialli...

 

I cugini, quasi tutti, nell' età più varie,

ora bimbetti, poi già studenti e al fine

come me adulti...

 

In fondo, incastrata tra indefinibili minutaglie,

la vecchia pendola,

innamorata del tempo,

dal tempo delusa, fino a restare gomitolo di molle slabbrate, nel suo ancora grazioso corpo belle époque.

 

Altro non cercavo, nel confuso luogo.

Solo fermar le lacrime,

profano esito al sortire da quel laico e multiforme tempio.


di Mario Cammarota


Analisi

La lirica si configura come un intenso ed evocativo viaggio della memoria, costruito sulla classica ma sempre efficace topica del "ritrovamento" e della soffitta come scrigno del tempo. Attraverso una scrittura al contempo prosastica, ritmica e figurativa, l'autore (o l'autrice) mette in scena una vera e propria liturgia del ricordo.

La soffitta come "Laico e Multiforme Tempio"

Fin dalle prime strofe, lo spazio fisico della soffitta viene trasfigurato attraverso un linguaggio dal forte sapore sacro e profano:

  • La porta è scabra e rugginosa, ma la stanza è definitamente una tana, un covo segreto, una chiesa sconsacrata.
  • Le preghiere (preci) non sono rivolte al divino ortodosso, bensì al «dio proletario delle più inutili cose». È una definizione poetica illuminante: il dio degli oggetti dimenticati, scartati, privi di valore economico ma carichi di valore affettivo.
  • Il poeta attribuisce al proprio vissuto una funzione quasi alchemica: gli oggetti accumulationati sono un bric à brac eccentrico e del tutto incoerente, ma è il «mastice» dell'esistenza del poeta a dare loro un senso e ad affratellarli.


La rassegna delle reliquie infantili

Nelle terzine e strofe centrali la memoria prende la forma di oggetti fisici ben precisi, disposti come reliquie su un altare:

  • La bicicletta: Rappresenta l'infanzia, l'incertezza, il timore del fallimento e della caduta, ma anche la presenza protettiva degli affetti familiari (la zia paziente che guida "alla voce").
  • Il trenino: È il simbolo dell'evasione e della fantasia, ma anche dell'introversione. I viaggi del poeta non sono reali, ma "sognati" e "solo pensati", definiti significativamente come i preferiti.
  • L'album fotografico: Con la sua polvere sacra, diventa la bibbia di famiglia. Qui il tempo mostra il suo volto generazionale: i genitori che non ci sono più, i nonni dalle "strane fogge" ingiallite dalla pellicola, i cugini ritratti nelle varie fasi della vita fino all'età adulta.

La pendola spezzata e l'illusione del tempo

Il culmine simbolico della lirica risiede nella figura della vecchia pendola, definita con una personificazione d'alta scuola poetica:

«Innamorata del tempo, / dal tempo delusa, fino a restare gomitolo di molle slabbrate»

La pendola, uno strumento nato per misurare e scandire il tempo, ne è stata infine distrutta. L'amore per il tempo si trasforma in delusione e decadimento fisico (il corpo belle époque ridotto a un meccanismo inceppato). È la metafora perfetta della condizione umana di fronte all'inesorabile scorrere degli anni.

Chiusura e Registro Stilistico

La conclusione è sobria e contenuta. Il poeta entra nel luogo della memoria non per nostalgia sterile, ma per cercare una risposta emotiva, trovando infine solo il bisogno di trattenerla: «Solo fermar le lacrime». L'uscita dalla soffitta rappresenta il ritorno alla realtà e al presente, dopo essere stati a contatto con un laico e multiforme tempio.

Stile e Lessico: Il tono è elegiaco, con una scelta di vocaboli colti e deliberatamente vintage (lustri, scabra, preci, affratellarli, fogge, minuterie). La sintassi alterna momenti narrativi e distesi a picchi lirici di forte impatto metaforico.

Commento finale 

È una poesia dotata di eccellente musicalità e grande forza visiva. Riesce a rendere universale un'esperienza intima: chiunque legga queste terzine riconosce immediatamente il proprio "bric à brac" di ricordi e quella struggente sensazione di camminare tra i cocci di un tempo che non torna più.


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