domenica 16 agosto 2026

Khalil Gibran e l’amore: Il colore del vento, una storia di libertà

 

Quando Samir incontrò Elena, non fu in una piazza affollata, né durante una festa, né in uno di quei luoghi nei quali gli amori sembrano nascere perché tutto intorno è già predisposto alla felicità.

Si incontrarono in una piccola biblioteca affacciata sul mare.

Era una mattina di novembre. Il cielo aveva il colore delle cose che stanno per cambiare e il vento spingeva contro i vetri sottili della sala di lettura. Elena era seduta vicino alla finestra e teneva aperto un libro che non stava leggendo. Ogni tanto sollevava gli occhi verso il mare.

Samir entrò con un quaderno sotto il braccio.

Aveva l'abitudine di scrivere a mano perché sosteneva che le parole, passando attraverso la penna, diventassero più sincere.

La bibliotecaria gli indicò uno scaffale.

«I libri di poesia sono in fondo.»

Samir ringraziò e si avviò.

Passando accanto a Elena, vide che sul tavolo c'era una piccola conchiglia.

«È tua?» domandò.

Elena la guardò.

«No.»

«E allora perché la tieni?»

Lei sorrise.

«Perché qualcuno l'ha lasciata qui. E finché nessuno la reclama, può appartenere al mare e a me contemporaneamente.»

Samir rimase in silenzio.

Poi disse: «È una risposta strana.»

«Le risposte normali sono spesso troppo corte.»

Fu così che cominciò la loro storia.

Non con una dichiarazione d'amore, ma con una conchiglia.

Nei giorni successivi tornarono entrambi in biblioteca. All'inizio non si cercavano apertamente. Elena arrivava prima e sceglieva sempre lo stesso tavolo. Samir entrava più tardi e si sedeva qualche posto più in là.

Poi cominciarono a parlare.

Parlavano di libri, di viaggi che non avevano fatto, di città che avevano attraversato soltanto con la fantasia. Elena amava i dipinti antichi. Samir amava la musica. Lei sosteneva che i colori avessero una voce. Lui era convinto che la musica avesse un colore.

«Qual è il colore del vento?» gli domandò un giorno Elena.

Samir ci pensò.

«Dipende da dove passa.»

«E se passa sul mare?»

«Allora è azzurro.»

«No.»

«Grigio?»

«Nemmeno.»

«Allora dimmelo tu.»

Elena guardò fuori dalla finestra.

«Il vento non ha colore. Prende quello delle cose che attraversa.»

Samir sorrise.

«Allora è come l'amore.»

Elena lo guardò.

Quella fu la prima volta che nessuno dei due trovò qualcosa da dire.

Passarono mesi.

La biblioteca divenne il loro luogo. Si incontravano quasi ogni giorno. Camminavano lungo il mare, parlavano fino a quando il cielo diventava scuro, bevevano caffè in un piccolo bar vicino al porto.

Un pomeriggio Elena prese la mano di Samir.

Non disse nulla.

Lui guardò le loro mani intrecciate.

«Sai che cosa mi fa paura?» disse.

«Che cosa?»

«Che un giorno potremmo abituarci così tanto l'uno all'altra da dimenticare di guardarci.»

Elena strinse la sua mano.

«Allora dovremo ricordarci di guardarci.»

«E se uno dei due cambiasse?»

«Cambieremo entrambi.»

«E se cambiassimo in direzioni diverse?»

Elena rimase in silenzio.

Poi rispose: «Allora dovremo avere abbastanza amore per non trattenerci.»

Samir non dimenticò mai quella frase.

Perché fino ad allora aveva creduto che amare significasse tenere vicino qualcuno. Elena gli stava insegnando qualcosa di diverso: forse amare significava anche accettare che l'altro non fosse nostro.

L'estate arrivò lentamente.

Partirono per qualche giorno in un piccolo paese sulla costa. Dormirono in una casa bianca con le finestre rivolte verso il mare. La sera si sedevano fuori, mentre il vento muoveva le tende.

Una notte Elena disse: «Vorrei rimanere qui per sempre.»

Samir la guardò.

«No.»

Lei sorrise.

«Perché no?»

«Perché le cose belle muoiono quando cerchiamo di fermarle.»

Elena abbassò gli occhi.

«Allora che cosa dobbiamo fare?»

«Viverle.»

«E poi?»

«Lasciarle andare quando sarà il momento.»

Elena appoggiò la testa sulla sua spalla.

«Tu sei capace di amare senza avere paura di perdere?»

Samir rimase a lungo in silenzio.

«No.»

«Nemmeno io.»

«Forse è proprio per questo che ci amiamo.»

Quella notte non promisero nulla.

Né eternità, né fedeltà assoluta, né felicità.

Si promisero soltanto di non mentire.

Fu la promessa più difficile.

Un anno dopo, Elena ricevette una proposta di lavoro in una città lontana. Era l'occasione che aveva aspettato per tutta la vita.

Quando lo disse a Samir, aveva paura.

«Devo partire.»

Lui non chiese: «Per quanto tempo?»

Non disse: «E io?»

Non le domandò di rinunciare.

Le chiese soltanto:

«Sei felice?» Elena aveva gli occhi pieni di lacrime.

«Sì.»

«Allora devi andare.»

«E noi?»

Samir guardò il mare.

«Noi non siamo una stanza dalla quale uno dei due deve uscire per lasciare spazio all'altro.»

Elena pianse.

«Ho paura che la distanza ci cambi.»

«Ci cambierà.»

«E se ci allontanasse?»

«Allora dovremo avere il coraggio di accettarlo.»

«Come puoi dirlo?»

Samir la guardò.

«Perché se ti amo, non posso amare soltanto la parte di te che rimane accanto a me. Devo amare anche quella che parte.»

Elena lo abbracciò.

Partì una settimana dopo.

I primi mesi furono difficili.

Si scrivevano ogni sera. Poi ogni due giorni. Poi sempre meno.

La vita entrò tra loro con la sua pazienza invisibile.

Nuovi amici, nuovi lavori, nuove strade.

Samir continuò a scrivere.

Elena continuò a dipingere.

Per molto tempo entrambi pensarono che il loro amore sarebbe riuscito a sopravvivere semplicemente perché era stato sincero.

Ma la sincerità non sempre basta.

Un inverno Elena tornò nella città della biblioteca.

Entrò da sola.

La bibliotecaria la riconobbe.

«Samir viene ancora qui.»

Elena sorrise.

«Lo so.»

Andò verso il vecchio tavolo vicino alla finestra.

La conchiglia era ancora lì.

La prese.

Per un momento sentì qualcosa stringerle il cuore.

Poi udì una voce alle sue spalle.

«Pensavo che fosse tua.»

Si voltò.

Samir era lì.

Aveva i capelli più lunghi e qualche filo bianco vicino alle tempie.

Elena sorrise.

«La conchiglia?»

«No. La storia.»

Rimasero a guardarsi.

Nessuno dei due sapeva che cosa sarebbe successo dopo.

Non erano più le stesse persone.

Avevano conosciuto la solitudine, il cambiamento, altre città, altre paure. Avevano imparato che l'amore non è una promessa contro il tempo.

«Sei felice?» domandò Samir.

Elena lo guardò.

«Sì.»

«Bene.»

«Tu?»

Samir annuì.

«Sì.»

Rimasero in silenzio.

Poi Elena disse: «Ti ho pensato molte volte.»

«Anch'io.»

«Ma non volevo tornare indietro.»

«Nemmeno io.»

«Allora perché siamo qui?»

Samir guardò la conchiglia che lei teneva tra le dita.

«Forse perché alcune persone non tornano per ricominciare. Tornano per ricordarci chi siamo stati.»

Elena rimase immobile.

Avrebbe potuto chiedergli di seguirla.

Avrebbe potuto chiedergli di ricominciare.

Avrebbe potuto cercare una risposta capace di trasformare il passato in futuro.

Non lo fece.

Si limitò a sorridere.

«Sai qual è il colore del vento?» domandò.

Samir rise.

«Ancora questa domanda?»

«Sì.»

Lui guardò fuori dalla finestra.

Il mare era agitato e il cielo aveva il colore dell'inverno.

«Credo di averlo capito.»

«E qual è?»

Samir prese la conchiglia dalle sue mani e gliela restituì.

«Quello delle cose che attraversa.»

Elena lo guardò.

«E allora il nostro amore che colore ha?»

Samir sorrise.

«Quello di tutto ciò che abbiamo attraversato insieme.»

Uscirono dalla biblioteca.

Camminarono fianco a fianco fino al mare.

Non si presero per mano.

Non ne avevano bisogno.

A volte l'amore più profondo non chiede di possedere il corpo dell'altro, né di assicurarsi il suo domani. Chiede soltanto di riconoscerlo.

Di guardarlo mentre cammina nella propria direzione e di essere felici perché cammina.

Il vento passava tra loro.

Elena chiuse gli occhi.

Samir rimase accanto a lei.

Per un istante sembrò che il tempo non fosse mai passato.

Poi il vento cambiò direzione.

E ognuno riprese la propria strada.

Ma quella sera, tornando a casa, Elena mise la conchiglia sul comodino.

Samir, invece, aprì il suo vecchio quaderno e scrisse:

«Non ti ho perduta quando sei partita. Ti avrei perduta soltanto se avessi cercato di impedirti di andare.

Tu sei stata il vento nella mia vita: non potevo possederti, non potevo fermarti. Potevo soltanto sentire ciò che lasciavi dietro di te.

E adesso so che amare non significa trattenere qualcuno.

Significa avere il coraggio di lasciarlo libero e, nonostante la distanza, continuare a ringraziare la vita per averlo incontrato.»

Chiuse il quaderno.

Fuori dalla finestra il vento passava tra gli alberi.

Samir sorrise.

Finalmente aveva capito.

Il vento non appartiene a nessuno. E proprio per questo, quando ci attraversa, può lasciare dentro di noi qualcosa che rimane per sempre.

 

Racconto ispirato all'idea dell'amore di Kahlil Gibram

 

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