mercoledì 7 gennaio 2026

Regole interiorizzate dalla moralità

 


Perché l'applicazione di alcune regole fallisce mentre per altre diventa rigida?

La maggior parte delle regole ha importanza solo quando qualcuno ci osserva. Sappiamo cosa dice la legge. Ne comprendiamo le conseguenze. Spesso possiamo persino convenire che una regola sia ragionevole. Eppure, nel momento in cui l'applicazione si indebolisce o scompare, il comportamento cambia. Ciò che una volta era "proibito" diventa semplicemente "rischioso".

Ma alcune azioni sono diverse. Alcune cose sembrano impossibili anche nella più completa privacy. Non perché temiamo una punizione, ma perché violarle frantumerebbe qualcosa di interiore. La reazione viene prima, la giustificazione dopo. Non calcoliamo. Ci tiriamo indietro.

Questa differenza tra sapere che qualcosa non va fatta e sentire che è impensabile farla, non è una questione di istruzione o intelligenza. È una differenza di profondità del sentimento. Segna il confine tra regole esterne e vincoli interni, tra sistemi che regolano il comportamento e sistemi che plasmano l'identità.

L'esistenza umana opera all'interno di una gerarchia di vincoli interconnessi.

Comprenderne la natura e come ci muoviamo tra di essi è fondamentale per comprendere la società, la moralità e i quadri culturali evoluti.

Possiamo categorizzare queste invarianti in tre livelli, definiti dalla loro origine e dalla loro negoziabilità.  

Vincoli Invarianti rigidi

Questi sono i substrati non negoziabili della realtà. Alcuni derivano dalla fisica e dall'ambiente: la gravità, l'entropia, l'inevitabilità della morte, il bisogno di acqua. Altri derivano dalla nostra architettura biologica e cognitiva: l'attenzione limitata, la vulnerabilità alla paura, l'attrazione per lo status e l'attaccamento. Non possiamo desiderare che questi vincoli scompaiano; possiamo solo comprenderli e adattarci ad essi. Sono il palcoscenico immutabile su cui si svolge il gioco umano.

Vicoli Invarianti flessibili

Questo è il dominio dell'immaginazione e dell'accordo umano. Simuliamo la realtà e plasmiamo l'argilla del nostro mondo sociale in finzioni condivise: leggi, sistemi monetari, lingue e moda. Questi sono invarianti flessibili, espliciti, negoziabili e sempre rivedibili. Consentono un coordinamento su larga scala creando un modello comune e semplificato della realtà. Una valuta può crollare, una legge può essere abrogata; sono potenti ma contingenti.

Vincoli Invarianti Intermedi

Un'invariante che inizialmente era debole ma che, col tempo, diventa naturale all'interno di un gruppo. Ecco la trasformazione alchemica. Alcune invarianti deboli, attraverso rituali, narrazioni, ripetizioni e rinforzi, cessano di essere semplici regole che seguiamo. Diventano interiorizzate, incarnate e sentite. Sono la malta che lega la struttura sociale alla realtà psicologica vissuta.

Il processo è biochimico e neurologico. Una norma sociale "non tradire i tuoi simili" è animata da storie, cementata da rituali pubblici e imposta dagli strumenti affilati della vergogna e dell'onore. Col tempo, rimodella la percezione e l'azione. 

Non pensiamo più semplicemente che sia sbagliato; lo sentiamo nelle viscere come una fitta di colpa, un'ondata di vergogna, un senso di sacra violazione. 

È così che "non devi" diventa "non posso", non per una forza esterna, ma per una costrizione interna.

martedì 6 gennaio 2026

Alcuni Aforismi di Carl Jung


 

Gli insegnamenti di Carl Jung assumono una qualità senza tempo, trascendendo confini e barriere.

Ecco alcuni aforismi:

"Il privilegio di una vita è essere chi sei veramente."


"Non sono quello che mi è successo, sono quello che scelgo di diventare."


"Non possiamo cambiare nulla finché non lo accettiamo. La condanna non libera, opprime."


"Il mondo ti chiederà chi sei, e se non lo sai, te lo dirà."


“Ci sono molti gruppi di persone a cui piace distribuire etichette, titoli di lavoro ed etichette. Amano incasellare le persone. Ma poi ci sono quelle anime coraggiose che guardano dentro, si pongono domande, ascoltano il loro intuito e cercano rifugio nel proprio cuore.”


"La scarpa che calza a uno stringe a un altro; non esiste una ricetta per vivere che vada bene a tutti."


“Ci sono milioni di persone che oggi danno consigli, quindi può essere difficile distinguersi dalla massa. Quello che devo ricordare a me stesso è che nessuno sta vivendo la mia vita. Nessuno può capire appieno cosa sto attraversando o di cosa ho bisogno. Devo capirlo da solo.”


"Solo il paradosso si avvicina alla comprensione della pienezza della vita."


"Devo avere anche un lato oscuro se voglio essere completo."


“Più sono luminoso, più grande è l'ombra che proietto, che sia la mia o quella degli altri. La vita contiene sia luce che oscurità, alti e bassi, bene e male. Non c'è modo di evitarlo. È piena di opposti e contraddizioni difficili da comprendere, figuriamoci da accettare.”


"La prima metà della vita è dedicata a formare un ego sano, la seconda metà è guardare dentro di sé e lasciarlo andare."


"Ci incontriamo ripetutamente sotto mille travestimenti sul cammino della vita."


"Mostrami un uomo sano di mente e te lo curerò."


"Sono proprio questi conflitti intensi e la loro conflagrazione che sono necessari per produrre risultati preziosi e duraturi."


"Ciò a cui resisti, persiste"


“Amici miei è saggio nutrire l'anima, altrimenti alleverete draghi e diavoli nel vostro cuore".


lunedì 5 gennaio 2026

“STORIA DI DUE AMICI E DEI DIK DIK” di Pietruccio Montalbetti



Nel cuore fremente della musica italiana degli anni Sessanta e Settanta, Pietruccio Montalbetti ha scritto una pagina fondamentale, con la chitarra e con le parole. 

Nel suo ultimo libro "Storia di due amici e dei Dik Dik" c’è tutto. Nato a Milano nel 1941, Pietruccio ha attraversato il panorama musicale italiano con una sensibilità e una passione che vanno ben oltre il virtuosismo tecnico. Il suo racconto è soprattutto una narrazione del cuore, una testimonianza intima e autentica di quegli anni in cui la musica era un linguaggio universale di emozioni.

Nel libro, l’autore si racconta come chitarrista storico dei Dik Dik, ma anche come uomo che ha vissuto la musica come un’esperienza totalizzante, fatta di sacrifici, speranze e legami profondi. 

Le pagine descrivono l’ambiente delle sale prove, il calore umano dei compagni di viaggio, la tensione delle audizioni, fino all’euforia di vedere le proprie canzoni scalare le classifiche. Ma più di tutto, emerge il racconto di un’amicizia speciale con Lucio Battisti, un rapporto che Pietruccio dipinge con delicatezza e rispetto, ricordando un uomo timido e profondo, con una sensibilità unica.

«Quando lo incontrai in uno studio di registrazione», scrive, «Lucio suonava e cantava le sue prime canzoni, alcune acerbe, altre sorprendenti. Mi chiese un parere e io, con un pizzico di benevolenza, gli dissi che erano belle. Ma una mi colpì davvero: “Se rimani con me”.  Decisi di inciderla nel nostro primo disco, e fu il primo brano a portare ufficialmente la firma di Lucio Battisti». 

Questo momento diventa il simbolo di un’intesa artistica e umana che ha segnato per sempre il percorso di entrambi.

Parallelamente al racconto musicale, Pietruccio intreccia la sua storia personale: la nascita a Milano, la passione per la musica che lo ha spinto a fondare i Dik Dik, e una vita segnata da viaggi in solitaria in luoghi lontani e affascinanti come la Colombia, il Nepal, la Birmania e il Sahara. Questi spostamenti, privi di chitarra ma ricchi di esperienze umane, hanno arricchito il suo sguardo sul mondo, ma il filo conduttore rimane sempre la musica e l’amicizia che ha costruito lungo la strada.

Con uno stile diretto e sincero, Pietruccio racconta anche le difficoltà di quegli anni, le notti senza un soldo, i produttori che sembravano più avversari che alleati, e la fatica di mantenere vivi i sogni in un mondo in continuo cambiamento. La presenza della sua famiglia, in particolare di sua madre, che lo sosteneva con amore durante le prove, è un’altra testimonianza di umanità che rende il racconto ancora più vero e sentito.

Storia di due amici e dei Dik Dik è una narrazione che emoziona perché parla di amicizia, di fiducia e di passioni vissute con intensità. È la storia di un uomo che ha fatto della musica la sua vita, e che con la sua voce ci invita a riscoprire il valore delle relazioni umane e dei ricordi che ci costruiscono.

È autore dei libri: Sognando la California, scalando il Kilimangiaro (2011), Io e Lucio Battisti (2013), Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età (2014), I ragazzi della via Stendhal (2017), Il mistero della bicicletta abbandonata (2021).


https://www.facebook.com/pietruccio.montalbetti.7

La certezza che l'anima non può scomparire dopo la morte



L’anima esiste per necessità ontologica secondo Marsilio Ficino, un filosofo, umanista, e astrologo italiano, fra i più influenti del primo Rinascimento italiano.

Secondo Aristotele, esistono quattro tipi di cause: efficiente, finale, materiale e formale. Applicate all'uomo, la causa efficiente è la Natura, la causa finale è la felicità, la causa materiale è il corpo e la causa formale è l'anima. 

Come sottolinea Marsilio Ficino: "I fisici [coloro che indagano o riflettono sulla Natura] enumerano quattro cause: efficiente, finale, materiale e formale. La causa efficiente dell'uomo è la Natura universale e l'uomo; la causa finale è la felicità umana; la causa materiale è il corpo e quella formale è l'anima".

Nei testi antichi il concetto di anima è dato da anima o ψυχή (psyché) nel senso aristotelico di principio animico, forza vitale, che si divide in anima vegetativa, animale e razionale. Se qualcosa esiste senza causa, si dice che esiste di per sé. Solo Dio è senza causa, quindi solo Dio esiste di per sé. 

D'altra parte, il corpo ha bisogno di tutte e quattro le cause, a causa della sua natura passiva, spesso simboleggiata dall'immagine di un recipiente o di una coppa (patera, κράτηρ [kráter]) pronta a ricevere. Allora la materia esiste "omnino per alia", in modo assoluto attraverso altre cose.

Dio e la Materia sono, quindi, due estremi opposti in termini causali: mentre Dio è senza causa, la Materia ha bisogno di tutte queste cose. Quindi, deve esserci qualcosa tra Dio e la Materia, qualcosa che non è né per sé né omnino per alia. 

Questo essere intermedio è l'anima. 

Infatti, come scrive Marsilio Ficino: "La terza essenza, sebbene indipendente dalla materia – fatta tuttavia lontana da Dio e vicina alla materia –, in qualche modo tende a essa [cioè alla materia], e a causa di tale tendenza, è chiamata anima. Ciononostante, non dipende dalla materia".

Ecco come Fabio Squeo spiega il pensiero di Ficino nel suo libro: 

Dentro di noi c’è qualcosa di più grande: l’anima. Prendiamocene cura, nutriamola di verità, di bellezza, di poesia e di gentilezza. Alleniamo la nostra anima a riconoscere le cose belle e buone, perché la vita ci mette davanti a mille illusioni, mille luci che abbagliano ma non riscaldano. 

Non è sufficiente guardare: bisogna imparare a distinguere ciò che eleva l’anima da ciò che la intristisce o demoralizza. Impariamo ad amare non solo le persone, ma la bellezza, i piccoli gesti fatti col cuore. 

Perché amare significa scegliere ciò che ha valore, ciò che è degno di essere custodito dentro di noi, come semi che crescono nella nostra anima. E chissà - aggiungerebbe Ficino con dolcezza e ironia - se un giorno, quando il corpo non ci sarà più, potremo portare con noi questi semi, queste testimonianze di amore, davanti a Dio. 

Forse allora, in quell’incontro eterno, vedremo che ciò che abbiamo amato davvero non è mai andato perduto, ma ha continuato a vivere insieme a noi.” - tratto da “Lo sguardo nel tempo della filosofia”, vol. 3.

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