🌿 Benvenuto

Un percorso dedicato alle grandi domande dell'esistenza, alle relazioni umane e ai racconti che trasformano le idee in esperienza.

🏛 Filosofia

Significato della vita, coscienza, spiritualità, libertà e sofferenza.

🤝 Relazioni Umane

Amore, crescita personale, empatia e comunicazione, Amicizia e Legami.

📖 Racconti Filosofici

Storie, dialoghi e allegorie che danno forma alle grandi domande.

Visualizzazione post con etichetta Sofferenza relazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sofferenza relazionale. Mostra tutti i post

martedì 26 maggio 2026

Dolore emotivo: cause, significato e percorso di guarigione


Ci sono ferite che non si vedono. Non sanguinano, non lasciano lividi sulla pelle, eppure fanno male in modo profondo e continuo. Il dolore emotivo è una delle esperienze più intense che un essere umano possa vivere. 

Può nascere da una delusione, dalla perdita di una persona cara, da un tradimento, da parole che colpiscono nel punto più fragile, oppure da un lungo periodo di solitudine e incomprensione.

Spesso tendiamo a minimizzarlo perché non è visibile agli occhi degli altri. Se una persona si rompe una gamba, tutti comprendono immediatamente che ha bisogno di tempo per guarire. 

Ma quando si rompe qualcosa dentro di noi, il mondo continua ad aspettarsi che sorridiamo, lavoriamo, rispondiamo ai messaggi e andiamo avanti come se nulla fosse.

La verità è che il dolore emotivo può essere persino più difficile da affrontare di quello fisico. 

Non esiste una radiografia capace di mostrarlo con chiarezza, e molte persone finiscono per sentirsi sole proprio mentre stanno soffrendo di più.

Da dove nasce il dolore emotivo?

Ogni emozione nasce da un bisogno umano. Quando qualcosa minaccia il nostro equilibrio interiore, il cervello reagisce producendo sofferenza emotiva. Questo succede perché siamo esseri profondamente relazionali: abbiamo bisogno di sentirci amati, accettati, sicuri e compresi.

Il dolore emotivo può avere tante origini:

  • La fine di una relazione importante

  • Un lutto

  • Il rifiuto

  • L’abbandono

  • L’umiliazione

  • Il senso di fallimento

  • La paura del futuro

  • Traumi vissuti nell’infanzia

  • Solitudine prolungata

  • Stress e pressione costante

A volte il dolore arriva all’improvviso, come uno schiaffo. Altre volte cresce lentamente, accumulandosi giorno dopo giorno fino a diventare insopportabile.

Ci sono persone che convivono con una tristezza silenziosa per anni senza riuscire a darle un nome. Continuano a funzionare all’esterno, ma dentro si sentono svuotate.

Il corpo sente ciò che il cuore nasconde

Molti credono che le emozioni restino “solo nella testa”, ma non è così. Il dolore emotivo coinvolge anche il corpo. 

Ansia, insonnia, stanchezza cronica, mal di testa, tensioni muscolari, tachicardia e mancanza di energia possono essere segnali di una sofferenza interiore profonda.

Quando viviamo emozioni intense, il cervello attiva gli stessi circuiti neurologici coinvolti nel dolore fisico. 

Ecco perché certe frasi come “mi si è spezzato il cuore” non sono soltanto metafore: il corpo reagisce davvero alla sofferenza emotiva.

Ignorare questo dolore non lo fa sparire. Al contrario, spesso lo rende più forte. 

Le emozioni represse trovano comunque un modo per emergere: attraverso il corpo, la rabbia, l’isolamento o l’apatia.

Perché facciamo fatica a parlarne?

Viviamo in una società che premia la forza apparente. Fin da piccoli ci insegnano frasi come:
“Non piangere.”
“Devi essere forte.”
“Passerà.”
“Non pensarci.”

Così molte persone imparano a nascondere il proprio dolore invece di ascoltarlo. Mostrare vulnerabilità viene spesso visto come un segno di debolezza, quando in realtà richiede enorme coraggio.

Parlare del proprio dolore emotivo significa ammettere che qualcosa ci ha feriti davvero. E questo può fare paura.

C’è anche chi teme di essere giudicato, non capito o addirittura ignorato. Per questo tante sofferenze restano chiuse nel silenzio.

Accettare il dolore non significa arrendersi

Una delle cose più importanti da comprendere è che reprimere le emozioni non equivale a guarire. 

Fingere di stare bene può funzionare per un po’, ma prima o poi ciò che ignoriamo torna a bussare alla porta.

Accettare il dolore significa riconoscere ciò che proviamo senza vergogna. Significa concedersi il diritto di stare male, senza sentirsi sbagliati per questo.

La guarigione emotiva non è lineare. Ci saranno giorni migliori e altri più difficili. 

Alcune ferite richiedono tempo, pazienza e supporto. Ma ogni emozione ascoltata perde lentamente parte del suo peso.

Cosa può aiutare davvero?

Non esiste una formula magica valida per tutti, ma ci sono piccoli passi che possono fare una grande differenza:

Parlare con qualcuno

Condividere ciò che si prova alleggerisce il peso interiore. A volte basta una persona capace di ascoltare senza giudicare.

Scrivere le proprie emozioni

Mettere nero su bianco ciò che sentiamo aiuta a dare ordine al caos mentale.

Chiedere aiuto professionale

Uno psicologo non serve solo nei momenti estremi. È una guida che può aiutare a comprendere e affrontare il dolore in modo sano.

Rispettare i propri tempi

Non tutti guariscono alla stessa velocità. Confrontarsi con gli altri spesso peggiora la sofferenza.

Prendersi cura del corpo

Dormire, mangiare bene, respirare profondamente e fare movimento influisce anche sulla salute mentale.

Il dolore può trasformarci

Anche se sembra impossibile mentre lo stiamo vivendo, il dolore emotivo può insegnarci molto su noi stessi. 

Le ferite spesso ci costringono a fermarci, a guardarci dentro e a capire cosa conta davvero.

Molte persone, dopo periodi estremamente difficili, scoprono una forza interiore che non pensavano di avere. 

Non perché il dolore sia “bello”, ma perché affrontarlo ci rende più consapevoli, più profondi e spesso anche più empatici verso gli altri.

Chi ha sofferto davvero impara a riconoscere il dolore negli occhi altrui.

Nessuno dovrebbe affrontarlo da solo

La cosa più importante da ricordare è questa: il dolore emotivo è reale. Non è esagerazione, non è debolezza e non è qualcosa di cui vergognarsi.

Tutti, prima o poi, attraversano momenti in cui si sentono persi, fragili o spezzati. Ed è proprio in quei momenti che abbiamo più bisogno di umanità, ascolto e comprensione.

Guarire non significa dimenticare ciò che ci ha feriti. Significa imparare a convivere con quelle esperienze senza lasciare che definiscano completamente chi siamo.

E soprattutto, significa capire che anche nei periodi più bui, chiedere aiuto non è un fallimento. È uno dei più grandi atti di coraggio che una persona possa fare.

domenica 3 maggio 2026

Come trovare speranza nei momenti più difficili della vita


Arturo non seppe mai dire quando aveva iniziato a uscire dal centro della vita. Non ci fu un evento preciso, ma una lenta sottrazione: gli sguardi che prima si fermavano ora scorrevano oltre, le parole che un tempo accendevano le conversazioni cadevano senza eco. 
Non era rifiuto, né ostilità. Era qualcosa di più sottile: come se il mondo continuasse, ma senza più includerlo davvero.

Un tempo, Arturo non pensava a sé come a un corpo. Era slancio, possibilità, futuro. Ora, invece, si scopriva a guardarsi nello specchio e a vedere non tanto un volto invecchiato, ma un volto che non prometteva più nulla. 

E capì che la differenza non era nell’età, ma nella direzione: prima la sua esistenza era apertura, ora era memoria.

Cominciò a osservare gli altri. I giovani, soprattutto. Non li invidiava. Li vedeva. Nei loro gesti c’era qualcosa che andava oltre la bellezza: una coincidenza naturale con il movimento della vita. 

Non si limitavano a esistere; erano attraversati da qualcosa che li proiettava avanti. Nei loro sguardi non c’era peso, nei loro gesti non c’era esitazione. Non portavano ancora il tempo, lo generavano.

Una sera, al parco, vide due ragazzi seduti vicini. Uno sfiorò il volto dell’altro con leggerezza. Arturo comprese che quel gesto non era semplicemente affetto: era segno di un inizio, promessa di qualcosa che ancora non era accaduto. 

Pensò alle proprie mani, agli stessi gesti compiuti anni prima. Ora, se li avesse ripetuti, non avrebbero avuto lo stesso significato. Non sarebbero stati promessa, ma ricordo.

Fu allora che iniziò a ritirarsi. Non per scelta, ma perché restare gli sembrava sempre più innaturale. E la cosa più difficile non fu la perdita delle abitudini, ma quella dello sguardo. 

Nessuno lo guardava più davvero. Non con intenzione. Semplicemente, non lo vedevano. E in quel non essere visto, Arturo avvertì qualcosa di inquietante: come se esistere dipendesse, almeno in parte, dall’essere riconosciuti.

Un funerale gli rese chiaro ciò che intuiva. Ascoltando le parole pronunciate su un uomo morto, capì che non si trattava di descriverlo, ma di mantenerlo. 

La memoria non conservava il passato: lo produceva. Il morto viveva solo finché qualcuno lo ricordava. Era una seconda vita, fragile, dipendente.

Questo lo portò a interrogarsi: cosa resta quando nessuno guarda più? Quando anche la memoria si spegne?

Ne parlò con Elena, che come lui sembrava ormai ai margini. «Forse non usciamo dalla vita» disse lei. «Usciamo da una forma della vita. Quella che ha bisogno di essere vista.»

Quella frase rimase in lui.

Col tempo, Arturo smise di cercare di rientrare. Non si oppose più al processo. Osservò. E lentamente, qualcosa cambiò. La perdita dello sguardo non fu più solo privazione, ma spazio. Uno spazio in cui non era più necessario apparire.

Un giorno, fermo in una strada quasi vuota, accadde qualcosa. Non fu un pensiero, ma una condizione. Non c’era più bisogno di essere qualcuno. Non c’era più tensione verso il riconoscimento. C’era solo presenza.

Per un istante, Arturo non era né dentro né fuori dalla vita. Esisteva  semplicemente.

E quel momento bastò a cambiare tutto.

Capì allora che ciò che aveva temuto — lo svanire — non era la fine, ma il passaggio. La vita non lo stava abbandonando. Stava semplicemente continuando altrove. E lui, nel suo ritirarsi, non usciva dalla vita, ma dalla sua forma visibile.

Un mattino, seduto su una panchina, guardò il mondo senza confrontarsi più con esso. 

I giovani, gli alberi, il vento — tutto appariva senza gerarchia. Non c’era più centro, né margine.

La vita non apparteneva a nessuno.

Non era nei giovani, né nei vecchi.

Era nel suo continuo apparire e scomparire.

E noi, pensò, siamo solo le forme che attraversa. Quando queste forme si consumano, la vita non finisce. Si sposta.

E quando anche la forma si dissolve, non resta il nulla. Resta ciò che non ha mai avuto bisogno di essere visto per esistere.

Arturo si alzò e se ne andò. Non verso qualcosa, ma senza più bisogno di appartenere.


*Spunto tratto dal 2^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

mercoledì 18 febbraio 2026

L'anima serena ha già vinto le sue battaglie



Non c'è niente di più strano di una persona che parla della morte come se fosse un viaggio che non vede l'ora di intraprendere.

Molte persone temono la morte perché, in fondo, non si sentono preparate. Quando non siamo preparati a qualcosa, la paura si manifesta come un messaggero. È come stare al cancello di un viaggio senza biglietto in mano. Certo, ci sono ansia ed esitazione.

Sulla croce, Gesù disse: "È compiuto", segnando il completamento della sua missione.

Quando hai completato il lavoro che ti è stato assegnato, non c'è paura.

Le nostre anime sanno quando qualcosa non è finito. Questa consapevolezza spesso assume il volto della paura.

Una persona profondamente risvegliata trascorre la maggior parte della sua vita lavorando per finire il lavoro per cui è venuta qui. Ascolta la guida interiore che le dice che c'è qualcosa per cui è venuta qui, e le risponde, ancora e ancora.

Attraverso il lavoro sull'ombra, elaborano emozioni e vergogna non elaborate, purificando il corpo astrale in modo che non si aggrappi alle cose di questo mondo. Si arrendono quotidianamente – lasciando andare controllo, reputazione e risultati – così che il sistema nervoso impari a fidarsi dell'Ignoto.

Elaborare i propri traumi e lavorare sul bambino interiore risolve il panico di sopravvivenza insito nel sistema, sostituendolo con una profonda sicurezza interiore.

Eliminano il karma negativo facendo ammenda per sistemare le cose, dicendo la verità senza paura e allineando le proprie azioni a ciò che è giusto, sciogliendo così i legami che altrimenti trascinerebbero le loro anime nella paura.

Il modo in cui servono i loro doni ammorbidisce il loro ego, approfondendo la relazione con il Divino, così che la morte sia vista come un ritorno a casa e l'identità si sposta dal deperibile all'eterno.

I rituali di gratitudine e completamento – benedizioni per la propria vita e quella degli altri, addii come se fosse l'ultima volta e lasciare un'eredità – chiudono i cicli karmici e illuminano il campo dell'anima.

Una persona profondamente risvegliata non teme la morte perché la sua vita è, in sostanza, una prova generale per la morte. Muore un po' ogni giorno. Sottomette i suoi desideri personali ed egoistici e le sue tendenze peccaminose alla vita dello Spirito, finché la morte stessa non sembra naturale.

A poco a poco, il bagaglio interiore viene fatto e si è preparati.

Senza la paura della morte, la vita riacquista il suo potere di ispirare.

Quando sei preparato, il tuo rapporto con la vita e la morte cambia.

Vivi ogni giorno pronto a comparire davanti al tuo Creatore. Cammini con autorità, non per orgoglio ma per pace, e la morte smette di sembrare un dirupo e inizia a sembrare una porta. Sembra meno una scomparsa e più un ritorno a casa.

Ma niente di tutto ciò nega il lato umano.

La paura della morte è profondamente naturale. Ad alcuni di noi è stato insegnato ad aspettarsi punizioni o abbandono, quindi ci aggrappiamo alla vita. E molti non temono di andarsene tanto quanto temono di soffrire, perdere la dignità o lasciare indietro i propri cari. Quella paura è amore travestito. Dice: "Questo è prezioso, non ho finito".

Una persona può essere profondamente sveglia e desiderare ancora un'altra estate, un'altra torta di compleanno, un altro martedì con i nipoti.

Volere più tempo è una storia d'amore.

Quando la vita è pienamente vissuta, quando abbiamo provato la gioia e il dolore, lo stupore e la sofferenza, la paura viene sostituita dalla pace. La pace nasce dalla sensazione che l'amore non è perduto.

I legami che abbiamo con coloro che amiamo continuano, anche se le forme cambiano.

Se la preparazione è l'antidoto alla paura della morte, allora la preparazione è il modo in cui viviamo le nostre giornate ordinarie.

Coloro che si sono preparati – che hanno amato onestamente, perdonato liberamente, imparato le loro lezioni e offerto i loro doni – non si aggrappano alla vita. Guardano avanti, non come a una fuga, ma come a un ritorno a casa. Confidano che la stessa intelligenza che ci ha portato qui ci accompagnerà quando sarà il momento di andare.

sabato 14 febbraio 2026

Quando la solitudine è una scelta



Si racconta la storia di uno studente delle superiori di nome Andrea che sceglie di stare da solo perché vede la vita sociale piena di ipocrisia. Crede che la giovinezza sia piena di bugie. Ai suoi occhi, le persone sembrano costruire illusioni emotive legate a vaghe fantasie metafisiche. 

Andrea guarda sempre le cose con realismo, anche quando indispone. Si rifiuta di mentire a sé stesso solo per far sembrare il mondo che lo circonda meno falso. Tuttavia, questo modo di pensare fa sì che gli altri lo fraintendano e si allontanino da lui. Senza rendersene conto, dice spesso cose che feriscono gli altri, pur essendo onesto. Per questo motivo, la sua vita si riempie di solitudine. Alla fine, accetta quella solitudine.

Un giorno, un'insegnante gli chiese il motivo su cui era radicata la sua convinzione asociale. Ecco cosa a rispose:

"Odio le brave ragazze. Se mi salutano, resto indifferente. Se mi rispondono ai messaggi, il cuore mi batte all'impazzata. Il giorno in cui una mi chiama, so che guarderò la cronologia delle chiamate e sorriderò. Ma so che è solo gentilezza. Chiunque sia gentile con me è gentile anche con gli altri. Ma mi ritrovo sempre sul punto di dimenticarlo. Se la verità è crudele, allora le bugie devono essere gentili. Ecco perché la gentilezza è una bugia. Ho rinunciato ad aspettarmela sempre, a confonderla sempre e persino a sperarla. Chi ha lavorato duramente per stare da solo non cade nello stesso inganno due volte. Sono un veterano delle sconfitte. Ecco perché odierò sempre le brave ragazze."

Andrea odia le "brave ragazze". Per lui, si comportano semplicemente come sempre e questa gentilezza è ciò che le rende apprezzate dagli altri. Secondo lui, si arriva a capire troppo tardi che la gentilezza non è qualcosa di speciale. Essere gentili con una persona significa anche essere gentili con gli altri. Andrea le vede come se stessero semplicemente recitando la parte della gentilezza, attraendo gli altri con una falsa sincerità.

Proprio come dice Sartre, "L'inferno sono gli altri", spesso siamo intrappolati da come gli altri ci vedono e ci giudicano. Quando le ragazze si comportano con gentilezza, in un certo senso ti giudicano come qualcuno che merita aiuto. Lei si pone come un'Aiutante e l'Altro come qualcuno che ha bisogno di aiuto. Andrea odia la ragazza gentile perché ha la sensazione che gli tolga la libertà e lasci dietro di sé una ferita che continua a ferire.

Nel mondo sociale, le persone spesso indossano maschere per nascondere la loro vera personalità. Si nascondono da una realtà che non può essere messa in scena. Mentono per diventare parte della società. Come individui, gli esseri umani tendono a essere plasmati da ciò che li circonda. Come gruppo, plasmano altri individui per creare un "accordo". Questo accordo si basa su emozioni false, perché gli esseri umani tendono a evitare il dolore e a cercare la felicità.

Le relazioni umane sono essenzialmente temporanee. Sono facili da formare e altrettanto facili da rompere. Ciò che si costruisce con le emozioni può dissolversi quando le emozioni svaniscono o cambiano. Costruire una relazione è come accendere una candela. Aspetti che si sciolga o che il vento ne spenga la fiamma. Quindi, per Andrea, il tipo di relazione che le persone normalmente accettano e quella piena di bugie e legata da illusioni emotive, non è qualcosa di veramente autentico.

La sua solitudine di Andrea nasce da traumi passati, dalla dipendenza dagli altri e dall'esperienza di sperare solo di essere delusi. Per questo motivo, egli si trasforma in un "cattivo", sacrificandosi come soluzione. Preferirebbe essere odiato piuttosto che sperato. Preferirebbe essere solo piuttosto che essere tradito. 

La scelta di Andrea è esistenziale. È pronto ad accettare le conseguenze delle sue decisioni e ad assumersi la responsabilità delle sue azioni. La sua solitudine non è oggetto di pietà, ma una scelta dettata dalla responsabilità di chi sceglie per le scelte che fa.

giovedì 5 febbraio 2026

La noia di vivere per sempre



La morte è il grande vincolo a tutto ciò che facciamo. Non leggerete mai tutti i libri che volete o scriverete tutte le storie che avete in testa. Dovete scegliere come trascorrere il vostro tempo indeterminato su questa Terra. Questo grande vincolo vi obbliga a concentrarvi, a curare la vostra attenzione e le vostre attività.

La verità universale della morte è il motivo per cui è importante per tutti impegnarci a vivere il presente, a sviluppare la consapevolezza. 

Il passato è già passato e il futuro è incerto.

Nel film "Vivere per sempre", una famiglia diventa immortale per sbaglio e trascorre la vita vagando in giro cercando di non farsi notare e, allo stesso tempo, di impedire a chiunque altro di bere dal ruscello che ha donato loro l'immortalità.

Come società, siamo ossessionati dalla giovinezza. Quasi tutto il nostro intrattenimento e la nostra cultura popolare sono rivolti ai giovani o alla nostalgia che gli anziani provano per il tempo in cui la cultura si prendeva cura di loro nella loro giovinezza.

Avere solo una quantità limitata di tempo ogni giorno e nella nostra vita è un vincolo che la nostra cultura sostiene ci impedisca di essere felici. Se solo avessimo più tempo, potremmo fare molto di più. Tutto, dal benessere alla produttività, è spesso finalizzato a sfuggire ai vincoli del tempo.

Dovremmo essere più produttivi con il nostro tempo limitato per guadagnare di più. 

Dovremmo guardare l'orologio per non rimanere senza tempo. 

Raramente ci fermiamo a chiederci cosa significhi sfruttare al meglio la nostra vita. 

Occorre solo essere umani, vivere una vita profondamente umana.

Bisognerebbe fare cose che aiutino gli altri e che riempiano di gioia i momenti di vita. Non dovremmo cercare di riempire la giornata pensando come arricchirci.

Sebbene tendiamo a considerare i vincoli come fattori negativi, la maggior parte della grande arte è plasmata dai vincoli. 

I vincoli stimolano la creatività.

I vincoli di una vita finita ci permettono di provare maggiore appagamento e gioia. 

È la consapevolezza della morte che rende la vita degna di essere vissuta ora.

Sapere che abbiamo solo un certo tempo tra l'alba e il tramonto ogni giorno, ci costringe a fare scelte sagge su come impiegare quel tempo. Ciò dà la forza di vivere al meglio ogni istante di vita.

La consapevolezza della morte imminente non limita ciò che possiamo fare nella vita; ci incoraggia a non procrastinare le cose che riteniamo più importanti.

Gli antichi stoici dicevano spesso: "ricorda che morirai". 

Esisteva persino una ricca tradizione di creare opere d'arte e oggetti da portare con sé, che ricordavano visceralmente la propria fine.

La bellezza di una vita finita è che la vita diventa qualcosa da vivere e assaporare, non semplicemente da sopportare.

mercoledì 17 settembre 2025

Il dolore non è solo un dato da misurare


 

Il dolore non è solo un dato da misurare o una variabile da trattare: è l’apertura di una comunicazione incarnata che chiama una risposta relazionale. Quando la medicina riduce la sofferenza a un sintomo misurabile, confrontabile, perde la possibilità non solo di curare meglio, ma soprattutto di riconoscere la persona come individuo. Il termine stesso individuo individua e rivela la posta in gioco: in-dividuum, ciò che non si può dividere. L’essere umano non è una somma algebrica di parametri clinici, organici, funzionali, né tanto meno un insieme di dati scomponibili e isolabili. 

L’essere umano è una totalità sorprendentemente irriducibile che comprende corpo, psiche, storia, relazioni, universo ermeneutico e simbolico. Quando la medicina “divide” per analizzare, guadagna certamente precisione e rigore tecnico ma rischia di perdere l’orizzonte della complessità umana. Con ciò non voglio dire che la divisione analitica debba passare in secondo ordine o essere svalutata. 

Al contrario, essa rimane uno strumento necessario: senza la capacità di distinguere, classificare, misurare, la medicina non sarebbe in grado di offrire diagnosi tecnicamente affidabili né di sviluppare terapie risolutive efficaci. L’analisi è ciò che consente di oggettivare il fenomeno, di renderlo comunicabile, di confrontarlo con protocolli condivisi.

Il problema nasce quando questa prospettiva diventa “esclusività”. Nel senso che l’approccio analitico non si limita più a essere uno strumento tecnico di conoscenza, ma pretende di esaurire l’intera verità della sofferenza del paziente. In questo modo, ciò che è solo un frammento di laboratorio viene dichiaratamente assunto come il tutto di una totalità ben diversa e lontana dalla complessità umana di cui si parlava. 

La prospettiva analitica, dunque, deve restare “aperta”, mai assoluta. Deve riconoscere i suoi limiti e accettare che i dati oggettivi non dicono mai tutto. Solo in questo modo l’analisi ritrova la sua funzione originaria: non sostituirsi alla persona, ma mettersi al servizio della sua cura e apertura comunicativa.

 Fabio squeo

martedì 19 agosto 2025

Elaborare il dolore

 

A volte siamo troppo umani, ci lasciamo prendere da un’infinita tristezza e in casi estremi anche da rabbia e violenza, perdendo cuore e ragione, in situazioni che meriterebbero una migliore gestione delle emozioni, ma che finiscono per portare altri dispiaceri. 

Ne abbiamo prova dalle notizie che scorrono in TV: coppie che si separano in tragedia, atti insensati negli ospedali, reazioni spropositate in diversi ambiti sociali. In questi casi, sembrerebbe che reagire forsennatamente sia causato da un virus che colpisce l’anima e che attanaglia sentimenti, nati puri e poi trasformati in ossessioni.

Dolore, tristezza e lutto sono emozioni che accompagnano il cuore infranto, che si tratti di una relazione, della perdita di una persona cara o di una profonda delusione da parte di qualcuno da cui meno te l'aspetti; Il dolore può far annegare in un oceano di lacrime o può spingere a commettere atti sconsiderati senza quasi rendersene conto.

Va bene concedersi di provare le emozioni che accompagnano la rottura di una relazione sentimentale o la perdita di una persona cara, perché è bene lasciarsi elaborare il dolore, piuttosto che cercare di reprimerlo o sforzarsi di soffocarlo.

È quasi sempre bene prendersi del tempo per elaborare il lutto e, se possibile, piangere per alleviare le emozioni oppure contare sul conforto delle persone care.

Occorre tenere in mente che la guarigione richiede tempo, bisogna essere pazienti con sé stessi e non farsi pressione per superare il trauma emotivo in fretta. 

Con il tempo, il supporto e la cura di sé, il cuore spezzato guarirà in men che non si dica. Inoltre, è da tener conto che non si è mai soli nel proprio dolore e che tante altre persone hanno attraversato la medesima situazione di sconforto e alla fine, ne sono uscite più forti. 

Occorre, quindi, fidarsi che i giorni migliori arriveranno.

Gli Articoli più APPREZZATI nel mese

Se ti è Piaciuto l'articolo, scrivimi. Ti risponderò.

Nome

Email *

Messaggio *