Nella redazione del quotidiano, le luci al neon tremavano come insetti intrappolati in un acquario.
Era quasi mezzanotte quando
Luca Anselmi, cronista culturale da appena tre anni, ricevette una telefonata
senza numero.
«Se vuole capire davvero cosa sta succedendo, venga al
Bar Sole. Subito.»
La linea cadde.
Luca sospirò.
Da settimane lavorava a un’inchiesta sulla diffusione di video sintetici, influencer generati dall’intelligenza artificiale e campagne politiche costruite interamente su simulazioni emotive.
Ogni volta che credeva di avere trovato un fatto autentico, scopriva che era stato manipolato, replicato, amplificato.
La realtà sembrava evaporare.
Il Bar Sole era quasi vuoto. In fondo alla sala, accanto a uno specchio annerito dal tempo, sedeva un uomo anziano in cappotto scuro.
Il volto era magro, gli occhi chiarissimi.
«Lei è Luca Anselmi?»
«Sì… e lei?»
L’uomo accennò un sorriso ironico.
«Diciamo che sono qualcuno che aveva previsto una
certa evoluzione.»
Luca rimase immobile. Conosceva quel viso dalle
fotografie universitarie.
«Sto incontrando Jean Baudrillard?»
«ammetto di esserlo.»
Il cameriere posò due caffè senza che nessuno li
avesse ordinati.
Baudrillard guardò lo schermo del telefono di Luca
illuminarsi di notifiche.
«Vede? È già lì che comincia il problema.»
«I social?»
«No. L’idea che ciò che appare sullo schermo abbia più
consistenza del mondo che la circonda.»
Luca registrò mentalmente la frase.
«Sto lavorando proprio su questo. Deepfake, propaganda
digitale, realtà aumentata…»
«Lei continua a usare la parola “realtà” come se fosse
ancora il centro della questione.» Baudrillard si sporse in avanti. «Ma
l’iperrealtà nasce quando la copia non imita più il reale: lo sostituisce.»
Fuori dal locale, la pioggia trasformava i fari delle
automobili in scie liquide.
«Pensi a una guerra trasmessa in diretta,» continuò il filosofo. «Milioni di persone la vivono attraverso immagini selezionate, musiche drammatiche, grafica spettacolare.
Dopo qualche giorno, l’evento
mediatico conta più delle vittime reali. La guerra diventa il suo racconto.»
«Ma i fatti esistono comunque.»
«Esistono?»
La domanda cadde pesante.
Baudrillard prese una bustina di zucchero e la girò
lentamente tra le dita.
«Lei crede che l’informazione serva a mostrare il
mondo. In realtà spesso serve a produrne una versione consumabile. La gente non
vuole il vero. Vuole qualcosa che sembri vero abbastanza da emozionarla.»
Luca abbassò lo sguardo sul telefono.
Un video appena
pubblicato mostrava un politico in lacrime durante un’intervista. Migliaia di
commenti. Condivisioni furiose.
«È autentico?» chiese.
Baudrillard rise piano.
«La domanda ormai è irrilevante. Se produce effetti
reali, allora funzionerà come reale.»
Per un momento il giornalista sentì un brivido. Ripensò ai propri articoli: titoli costruiti per attirare click, immagini scelte non per accuratezza ma per impatto emotivo.
Anche lui partecipava alla
macchina.
«Quindi non c’è più differenza tra vero e falso?»
«Oh, la differenza esiste ancora. Ma non è più
importante.» Baudrillard indicò lo specchio alle sue spalle.
«L’iperrealtà è uno specchio che riflette altri
specchi. A forza di guardare riflessi, dimentichiamo che ci fosse un volto
originario.»
Nel locale entrò una ragazza che si fermò accanto al
bancone per scattare fotografie al proprio cocktail. Non lo bevve nemmeno. Dopo
pochi secondi uscì.
Baudrillard la seguì con lo sguardo.
«Ha visto? L’esperienza non serve più a vivere
qualcosa, ma a produrre la sua immagine.»
«E cosa dovrei fare io?» domandò Luca. «Smettere di
scrivere?»
«No.» Il filosofo sorrise malinconicamente. «Ma impari
a diffidare della seduzione delle immagini. Ogni sistema di simulazione
desidera una cosa soltanto: che nessuno faccia più domande.»
La corrente elettrica vacillò. Per un istante il
locale piombò nel buio.
Quando la luce tornò, la sedia di Baudrillard era
vuota.
Sul tavolo restava solo la bustina di zucchero. Sopra,
una frase scritta a penna:
“Un simulacro non è una semplice copia della realtà: è
un’immagine che, col tempo, prende il posto dell’originale fino a farci
dimenticare che esistesse davvero.”
Luca uscì dal caffè confuso. La città sembrava diversa. I maxi-schermi pubblicitari riflettevano volti perfetti, sorrisi sintetici, felicità prefabbricate.
Ovunque persone filmavano sé stesse mentre
camminavano, mangiavano, ridevano.
Per la prima volta non vide una metropoli.
Vide una gigantesca scenografia che recitava la parte della realtà.

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