La città respirava lentamente dopo la pioggia. Le strade lucide sembravano vene aperte nella notte, e dalle finestre socchiuse uscivano odori di caffè, pane caldo e musica lontana.
Dario camminava senza fretta lungo il fiume, con le
mani nelle tasche del cappotto e il cuore occupato da quella malinconia che
arriva quando si desidera qualcosa che ancora non ha un nome.
Aveva trentadue anni e viveva da solo in un appartamento pieno di libri, piante troppo grandi e lettere mai spedite. Scriveva poesie che non mostrava a nessuno.
Diceva che le parole erano come conchiglie: alcune custodiscono il mare, altre soltanto il rumore del vento.
Passeggiava quando dall’esterno vide una donna assorta nella lettura in una
libreria vicino alla stazione.
Lei era seduta con un libro aperto sulle ginocchia e una matita tra i capelli. Non era soltanto bella.
Era luminosa nel modo in cui lo sono certe
cose semplici: il pane appena spezzato, il sole d’inverno, una finestra aperta
all’alba.
Dario si fermò senza rendersene conto.
La donna alzò gli occhi e sorrise appena.
«Hai intenzione di restare lì molto a lungo?» chiese.
La sua voce aveva qualcosa di caldo e ironico, come il vino rosso bevuto
lentamente.
Dario abbassò lo sguardo, quasi imbarazzato.
«Scusa. È che sembravi parte del posto.»
«E questo è un complimento?»
«Credo di sì.»
Lei rise piano. Una risata breve, ma sufficiente a cambiare l’aria intorno.
Non passò molto tempo prima che vide i due giovani iniziassero a parlare come
se si conoscessero da molto tempo.
Lei era Clara.
Parlarono per un’ora intera senza accorgersi del tempo. Di libri, di viaggi mai fatti, del mare.
Clara raccontò di essere cresciuta in una città costiera dove il vento entrava nelle case e faceva tremare le tende come vele.
Dario le
disse che da bambino credeva che l’amore fosse una forma di febbre.
«E adesso?» domandò lei.
«Adesso penso sia una fame.»
Clara lo guardò in silenzio, come se quella frase avesse toccato qualcosa
di nascosto dentro di lei.
Da quel giorno iniziarono a frequentarsi.
Camminavano molto. Attraversavano la città senza meta, entrando nei bar solo per scaldarsi le mani.
A volte parlavano fino a tardi, altre volte
tacevano. Ma i loro silenzi non erano vuoti. Erano pieni di presenza, come le
notti estive prima di un temporale.
Dario si accorse presto di amare il modo in cui Clara osservava le cose.
Guardava il mondo come se ogni dettaglio meritasse salvezza: una foglia caduta
nel caffè, un vecchio che leggeva il giornale al sole, una tazza sbeccata.
Una sera andarono al mare.
Era febbraio e la spiaggia era deserta. Le onde si rompevano lente sulla riva, lasciando schiuma bianca sulla sabbia scura.
Clara si tolse le scarpe e
camminò vicino all’acqua.
«Vieni,» disse.
Dario la seguì.
Il vento era freddo, ma lei sembrava non sentirlo. Aveva i capelli sciolti
e gli occhi pieni di quella luce che precede le confessioni.
«Sai cosa penso?» mormorò.
«Cosa?»
«Che ci sono persone che arrivano nella tua vita come la pioggia. E altre
che arrivano come il mare.»
«E io cosa sono?»
Clara sorrise lentamente.
«Tu sei il mare quando entra di notte nelle case dei pescatori.»
Dario non seppe rispondere.
La baciò.
Fu un bacio lento, profondo, quasi triste. Come se entrambi sapessero che
l’amore più vero porta sempre con sé una piccola ombra di perdita.
Da quel momento si amarono con la fame degli esseri che hanno aspettato
troppo tempo.
Facevano l’amore con le finestre aperte, lasciando entrare il rumore della città e della pioggia. Clara gli sfiorava il petto come se stesse leggendo una lingua antica.
Dario imparò il corpo di lei come si impara una poesia:
lentamente, tornando ogni volta sugli stessi versi.
Le diceva: «Quando ti guardo ho l’impressione che il mondo abbia finalmente
smesso di mentire.»
E Clara chiudeva gli occhi, perché certe parole fanno male anche quando
sono dolci.
Passarono mesi.
L’estate arrivò improvvisa, piena di luce e di temporali. Ma insieme al caldo arrivò anche qualcosa di fragile.
Clara cominciò a diventare distante. A
volte spariva per giorni interi. Tornava con il volto stanco e un silenzio
difficile da attraversare.
Una notte, mentre erano sdraiati sul divano del soggiorno, Dario le chiese:
«Da cosa stai scappando?»
Clara rimase immobile.
Poi disse:
«Da niente.»
«Non è vero.»
Lei si alzò lentamente e andò alla finestra.
«Ho paura dell’amore.»
Dario sorrise amaramente.
«Tutti hanno paura dell’amore.»
«No. Tu no.»
Lui la guardò a lungo.
Aveva ragione.
Dario non aveva paura di amare. Aveva paura soltanto della fine.
Clara invece sembrava abitata dalla convinzione che ogni felicità fosse
temporanea. Come certi uccelli che non si posano mai davvero sulla terra.
Qualche settimana dopo, partì.
Lasciò un biglietto sul tavolo della cucina.
“Non cercarmi. Se restassi, finirei per spezzare qualcosa che adesso è
ancora vivo.”
Dario rimase seduto per ore con quel foglio tra le mani.
Fuori, settembre cadeva lentamente sulle finestre.
Per mesi continuò a camminare da solo lungo il fiume. Tornò nella libreria
dove l’aveva incontrata. Andò al mare in inverno. Aspettò.
Ma l’amore non sempre ritorna nella forma in cui lo abbiamo conosciuto.
Passò un anno. Poi un altro.
Una sera d’autunno, mentre sistemava vecchi libri, trovò una lettera
infilata tra le pagine di una raccolta di poesie.
Era di Clara.
La carta profumava ancora di sale.
“Amarti è stato come entrare nell’oceano di notte. Bellissimo e terribile.
Tu mi hai insegnato che esistono uomini capaci di amare senza possedere. E io
ti ho amato più di quanto abbia saputo restare.
A volte penso ancora a quella spiaggia d’inverno. Al tuo modo di guardarmi
come se fossi casa.
Se un giorno sentirai il vento aprire le finestre nel cuore della notte,
pensa a me.
Io sarò lì.”
Dario chiuse gli occhi.
Fuori pioveva lentamente.
E per la prima volta comprese che alcuni amori non finiscono davvero.
Cambiano forma. Restano nel corpo come il mare resta dentro le conchiglie: invisibile, ma eterno nel suo rumore.

Nessun commento:
Posta un commento
Esprimi il tuo pensiero