Nel centro storico di una città, dove le strade
sembravano sempre uguali a sé stesse, viveva Giacomo, un orologiaio che aveva
smesso di aggiustare gli orologi. Li teneva ancora in bottega, allineati sugli
scaffali, ma non li apriva più. Diceva che non aveva senso riparare ciò che
continuava comunque a scorrere.
Un tempo era stato diverso. Ogni ticchettio era per
lui una promessa, ogni ingranaggio un segreto da comprendere. Poi, lentamente,
qualcosa si era incrinato. Non nei meccanismi, ma in lui. Aveva cominciato a
sentire il tempo come un peso, non più come un movimento. Così aveva smesso.
Le persone entravano ancora, portando orologi fermi,
ma uscivano con le stesse lancette immobili.
Giacomo non mentiva: “Non è l’orologio che si è
fermato,” diceva, “è il meccanismo interno che ha qualche problema.”
Un pomeriggio entrò una donna. Teneva tra le mani un
piccolo orologio da tasca, consumato ai bordi.
Lo posò sul banco disse: “Vedi perché non va?”
Giacomo lo prese, lo aprì. Dentro, gli ingranaggi
erano intatti.
“Non è rotto,” disse.
“Lo so,” rispose la donna. “Ma comunque non va.”
Giacomo la fissò in viso e domandò: “E cosa dovrebbe
fare?”
“Dovrebbe andare avanti.” Risposte come se avesse detto una ovvietà.
Quella risposta lo colpì più di quanto volesse
ammettere. Rimase in silenzio, osservando le lancette ferme.
“Perché vuoi che vada avanti?” chiese con un velo di ironia.
La donna esitò e poi rispose: “Perché altrimenti
sembra che tutto sia già finito.”
Quelle parole, sottese da un significato filosofico, aprirono
uno spazio di riflessione inatteso nella mente di Giacomo. Non era il
meccanismo a essere in gioco, ma qualcosa di più sottile.
Prese l’orologio e lo avvicinò all’orecchio, cercando
di sentire il pur minimo ticchettio e continuò a dire: “E se non esistesse un
‘avanti’ già pronto? Se non fosse un luogo dove le lancette devono arrivare?”
La donna aggrottò la fronte. “Allora perché devono muoversi?”
Giacomo non rispose subito. Guardò la luce entrare
dalla finestra, posarsi sul banco, scivolare piano verso il pavimento. Non
c’era nessun posto dove quella luce stesse andando. Eppure avanzava.
“Forse,” disse infine, “devono muoversi perché non possono fare altro.”
Prese un piccolo attrezzo e toccò appena il
meccanismo. Non per ripararlo, ma per metterlo in moto. Le lancette tremarono,
poi iniziarono a scorrere.
La donna sorrise: “Adesso funziona.”
Giacomo scosse la testa. “No. Adesso vive.”
La donna lo guardò senza capire del tutto, ma non era importante. Prese l’orologio, lo strinse forte al petto e ringraziò.
Quando uscì, il negozio sembrò diverso. Non perché
qualcosa fosse cambiato fuori, ma perché dentro Giacomo si era riaperto un
varco.
Si sedette e prese un altro orologio. Poi un altro
ancora. Non li aggiustava davvero. Li rimetteva in movimento.
Capì allora che il tempo non era ciò che gli orologi
misuravano. Non era una linea già stesa, né un contenitore che attendeva
eventi. Era quel gesto stesso: il rimettere in moto, il passare da fermo a
vivo.
Ogni ticchettio non segnava un punto verso cui andare,
ma un continuo oltrepassare ciò che era appena stato.
Giacomo appoggiò una mano sul petto. Sentì il battito
del cuore. Non era diverso da quegli ingranaggi: non indicava un futuro già
esistente, lo generava.
Per anni aveva creduto di essere rimasto fermo. Ma ora
comprendeva: non si era fermato il tempo, si era chiuso lui. Aveva smesso di
avanzare, di aprirsi a ciò che non era ancora.
E quella era stata la vera immobilità.
Si alzò, aprì la porta della bottega e lasciò entrare
l’aria della sera. Non sapeva cosa sarebbe accaduto dopo. Ma per la prima volta
da tempo, quella incertezza non gli sembrava un vuoto, ma un movimento.
E finché qualcosa in lui continuava a muoversi, non nulla
poteva finire.

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