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In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

venerdì 8 maggio 2026

Perché soffrire? Uno stato da evitare o necessario per crescere?


Nella città di Serenitasia non esistevano tramonti. Non perché il sole non calasse davvero, ma perché nessuno lo vedeva più. 

Sopra la città si estendevano immense cupole fotometriche che regolavano la luce in modo uniforme: niente crepuscoli, niente temporali improvvisi, niente notti troppo scure. 

Gli scienziati del Ministero dell’Armonia avevano dimostrato che gli sbalzi naturali dell’ambiente producevano inquietudine emotiva. 

E l’inquietudine, a Serenitasia, era considerata una forma primitiva di malattia.

Ogni mattina, alle sette esatte, gli altoparlanti diffondevano la stessa frase:

“La serenità è la più alta forma di civiltà.”

La gente sorrideva mentre attraversava le strade pulite e silenziose. Nessuno litigava. Nessuno piangeva in pubblico. Nessuno parlava troppo forte. 

Ai bambini veniva insegnato sin da piccoli a evitare domande “labirintiche”, perché il pensiero eccessivo generava conflitto interiore. E il conflitto interiore era il primo passo verso l’infelicità.

Elia lavorava nel Ministero dell’Armonia Sensoriale, nel reparto di Revisione Letteraria. 

Il suo compito consisteva nel correggere testi antichi destinati agli archivi digitali. 

Romanzi, poesie, saggi filosofici: tutto doveva essere adattato ai parametri psicologici contemporanei.

Le tragedie venivano abbreviate.

Le poesie troppo malinconiche alleggerite.

Le parole “angoscia”, “abisso”, “anima” sostituite con termini più neutri.

Non si parlava mai di censura. Il termine ufficiale era: “ottimizzazione emotiva”.

Per anni Elia non si era posto domande. Come tutti, assumeva quotidianamente l’Armosia, una sostanza distribuita gratuitamente dallo Stato che attenuava ansia, desiderio e aggressività. 

Non rendeva stupidi, anzi: permetteva di lavorare meglio, dormire meglio, vivere meglio.

Almeno in apparenza.

Una sera, mentre riordinava vecchi file corrotti, trovò un documento privo di classificazione. Era un libro incompleto, probabilmente sfuggito alle revisioni ufficiali. 

Le frasi erano dense, irregolari, persino contraddittorie. Ma possedevano qualcosa che Elia non aveva mai sentito: peso.

Vi lesse: “L’uomo che elimina il dolore elimina anche la profondità.”

Rimase immobile.

Continuò a leggere per ore. Quelle pagine parlavano di esseri umani che soffrivano, cercavano, cadevano, pregavano. 

Parlava di solitudine non come di una patologia, ma come di uno spazio necessario per conoscere sé stessi. 

E sosteneva un’idea quasi scandalosa: che la felicità artificiale potesse diventare una forma sofisticata di schiavitù.

Quella notte Elia non bevve l’Armosia.

Dormì male. Ebbe sogni confusi e inquieti. Si svegliò stanco, ma stranamente vivo. 

Per la prima volta dopo anni avvertì il silenzio dentro di sé — non il silenzio anestetizzato della città, ma uno spazio vero, irregolare, pieno di domande.

Nei giorni successivi cominciò a osservare Serenitasia con occhi diversi.

Vide persone incapaci di sostenere una tristezza minima senza ricorrere alle pillole calmanti.

Vide giovani che ridevano continuamente senza sapere davvero perché.

Vide anziani morire serenamente, ma senza aver mai conosciuto il dubbio, la ribellione o l’estasi.

La città aveva abolito il dolore, sì. Ma insieme al dolore aveva eliminato anche tutto ciò che rendeva l’esistenza imprevedibile e profonda.

Un pomeriggio il Direttore del Ministero lo convocò.

L’uomo aveva un volto perfettamente rilassato, quasi immobile.

— Ti stai esponendo a materiali non autorizzati — disse con calma. — Sei inquieto.

— Sto pensando.

— Pensare troppo è pericoloso. La mente umana non è fatta per sostenere un eccesso di coscienza.

Elia abbassò lo sguardo.

— E se fosse proprio la coscienza a renderci umani?

Il Direttore sorrise con una pazienza quasi paterna.

— Gli uomini del passato adoravano la sofferenza perché non sapevano controllarla. 

Noi abbiamo superato quella barbarie. Abbiamo creato un mondo stabile, pacifico, privo di fanatismo e disperazione.

— Ma anche privo di verità — mormorò Elia.

Per la prima volta, il Direttore smise di sorridere.

Quella sera Elia lasciò la città. Camminò oltre le ultime cupole luminose fino a raggiungere una collina immersa nel buio naturale.

E allora vide il tramonto.

Il cielo era violento, irregolare, magnifico. Rosso, oro, ombra. Nulla di armonioso. Nulla di controllato.

Sentì un nodo alla gola.

Forse dolore.

Forse felicità.

Forse entrambe le cose insieme.

E comprese, mentre il sole spariva lentamente dietro l’orizzonte, che gli esseri umani non nascono per vivere in una pace perfetta, ma per attraversare coscientemente la contraddizione della vita.

Dietro di lui, Serenitasia continuava a brillare nel silenzio artificiale delle sue cupole.

Davanti a lui, invece, cominciava finalmente la notte vera.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofiadi Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

                      Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)  

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