martedì 24 febbraio 2026

Un compleanno importante

23/02/2026 - Compleanno di Domenico


Il compimento del terzo anno di vita rappresenta una tappa di grande rilievo nello sviluppo del bambino, poiché segna il passaggio dalla prima infanzia a una fase di maggiore autonomia, consapevolezza e strutturazione della personalità. Intorno ai tre anni, infatti, si osservano cambiamenti significativi sul piano cognitivo, emotivo, relazionale e comportamentale, che richiedono particolare attenzione da parte degli adulti di riferimento.

Dal punto di vista cognitivo, il bambino sviluppa rapidamente il linguaggio: amplia il vocabolario, formula frasi più complesse e inizia a utilizzare il linguaggio non solo per esprimere bisogni immediati, ma anche per raccontare esperienze, fare domande e immaginare situazioni. Il pensiero diventa più simbolico: il gioco di finzione (fare finta di essere un medico, un genitore, un supereroe) assume un ruolo centrale, poiché attraverso di esso il bambino elabora emozioni, paure e desideri. In questa fase comincia anche a emergere una maggiore capacità di memoria e di comprensione delle regole semplici.

Sul piano emotivo e psicologico, il terzo anno coincide spesso con una fase di forte affermazione dell’identità. Il bambino sperimenta il senso dell’“io” in modo più definito e manifesta il bisogno di autonomia: desidera fare da solo, scegliere, opporsi. È la fase in cui il “no” diventa frequente e talvolta conflittuale. Questo comportamento non va interpretato come semplice disobbedienza, ma come espressione di un processo fondamentale di costruzione dell’individualità. Il bambino sta imparando a distinguersi dall’adulto e a percepirsi come soggetto separato.

Proprio per questo motivo, uno degli aspetti psicologici a cui occorre prestare attenzione è l’equilibrio tra autonomia e contenimento. Da un lato è importante incoraggiare l’iniziativa e l’indipendenza; dall’altro, il bambino ha ancora bisogno di limiti chiari e coerenti che gli offrano sicurezza. Regole troppo rigide possono inibire l’espressione personale, mentre un’eccessiva permissività può generare insicurezza e difficoltà nella regolazione emotiva.

Un altro elemento delicato riguarda la gestione delle emozioni. A tre anni il bambino prova sentimenti intensi, ma non possiede ancora strumenti adeguati per regolarli. Possono manifestarsi scoppi d’ira, frustrazione, gelosia (soprattutto in presenza di fratelli) o paure immaginarie. È fondamentale che l’adulto accolga queste emozioni, le nomini e le contenga, aiutando il bambino a riconoscerle senza sentirsi giudicato o svalutato. L’ascolto empatico favorisce lo sviluppo di una buona autostima e di una futura competenza emotiva.

Sul piano relazionale, il terzo anno segna anche un ampliamento del mondo sociale: il bambino inizia a interagire in modo più strutturato con i coetanei, sperimenta la condivisione e i primi conflitti nel gioco. Imparare a rispettare turni, a condividere oggetti e a negoziare piccoli contrasti rappresenta un passaggio importante verso la socializzazione. Anche in questo ambito, la guida dell’adulto è essenziale per mediare e insegnare modalità adeguate di relazione.

Infine, occorre considerare che ogni bambino ha tempi di sviluppo propri. Confronti eccessivi con altri coetanei possono generare ansia negli adulti e pressioni inutili sul bambino. Ciò che conta è osservare l’andamento globale dello sviluppo, prestando attenzione a eventuali segnali di difficoltà persistenti nel linguaggio, nella comunicazione o nell’interazione sociale, che potrebbero richiedere un approfondimento specialistico.

In conclusione, il compimento del terzo anno di vita non è soltanto una tappa anagrafica, ma un momento di profonda trasformazione psicologica. È una fase in cui il bambino costruisce la propria identità, sperimenta autonomia e limiti, impara a gestire emozioni intense e amplia le proprie relazioni. L’atteggiamento dell’adulto — fatto di presenza, coerenza, ascolto e guida affettuosa — svolge un ruolo decisivo nel favorire uno sviluppo equilibrato e sereno.

Il sorprendente pensiero di Bohm



La teoria di David Bohm rappresenta una delle interpretazioni più originali e filosoficamente profonde della meccanica quantistica. Bohm, fisico teorico del Novecento, propose una visione alternativa rispetto all’interpretazione dominante, cercando di restituire alla fisica un’immagine della realtà coerente, continua e oggettiva.

Nel 1952 egli riprese un’idea già formulata da Louis de Broglie, secondo cui le particelle non sono semplici probabilità o entità indefinite fino al momento della misura, ma possiedono sempre una posizione e una traiettoria ben definite. Questa proposta è nota come teoria dell’“onda pilota” o meccanica bohmiana. Secondo Bohm, ogni particella è guidata da un’onda — descritta dalla funzione d’onda quantistica — che ne determina il movimento attraverso un elemento chiamato “potenziale quantistico”. Il comportamento apparentemente casuale osservato negli esperimenti non sarebbe quindi intrinseco alla natura, ma deriverebbe dalla nostra ignoranza delle condizioni iniziali del sistema. In questo senso, la teoria è deterministica.

Tuttavia, essa introduce un aspetto cruciale: la non-località. Il potenziale quantistico può influenzare istantaneamente particelle anche molto distanti tra loro, mostrando che a livello fondamentale la realtà non è composta da oggetti separati e indipendenti. Questo punto si collega ai fenomeni di entanglement e implica che l’universo possieda una struttura profondamente interconnessa.

Da questa prospettiva fisica Bohm sviluppò anche una riflessione più ampia sulla natura della realtà. Egli distinse tra “ordine esplicato” e “ordine implicato”. L’ordine esplicato è il mondo che percepiamo quotidianamente, fatto di oggetti distinti nello spazio e nel tempo. L’ordine implicato, invece, è un livello più profondo della realtà in cui tutto è contenuto in tutto, una dimensione unitaria dalla quale emergono le forme visibili. Ciò che appare separato sarebbe dunque una manifestazione superficiale di un’unica totalità dinamica.

Questa visione olistica portò Bohm a parlare di “olomovimento”, un processo continuo e indivisibile che costituisce il fondamento dell’universo. In tale quadro, anche la distinzione tra mente e materia perde il suo carattere assoluto: entrambe sarebbero aspetti differenti di una stessa realtà sottostante.

La proposta di Bohm si distingue nettamente dall’interpretazione di Copenaghen, associata a Niels Bohr, secondo cui le proprietà fisiche non esistono in modo definito prima della misurazione e la probabilità è un elemento fondamentale e irriducibile della natura. Per Bohm, invece, le proprietà esistono sempre e l’indeterminazione riflette soltanto i limiti della nostra conoscenza.

In sintesi, la teoria di Bohm offre un’immagine della realtà come totalità indivisa, deterministica ma non-locale, in cui ciò che appare frammentato è in realtà l’espressione di un ordine più profondo e unitario. Pur non essendo l’interpretazione dominante nella fisica contemporanea, essa continua a esercitare un forte fascino per la sua coerenza teorica e per le sue implicazioni filosofiche.

 

lunedì 23 febbraio 2026

L’essere umano vive dentro una ferita perenne


Nella città di Vetrosa esisteva una biblioteca costruita interamente in vetro. Le pareti erano trasparenti, il soffitto lasciava filtrare la luce, e persino i pavimenti erano lastre spesse sotto cui si vedevano correre fili elettrici come vene luminose. Gli abitanti ne andavano fieri: dicevano che rappresentava l’epoca nuova, l’epoca in cui tutto era chiaro, dimostrabile, fondato soltanto sulla ragione umana.

Il custode della biblioteca, Elia Morandi, era un uomo silenzioso, con occhi scuri e pazienti. Ogni mattina apriva le porte scorrevoli e osservava gli studenti entrare con passo deciso. Sedevano ai tavoli circolari, discutevano animatamente di logica, etica, scienza. “Non abbiamo bisogno di altro che della nostra mente”, ripetevano. “La verità si costruisce da sé.”

Un giorno arrivò in città un giovane professore, Adriano Valenti, celebre per le sue conferenze sulla libertà del pensiero. Indossava sempre un cappotto grigio e portava con sé una cartella piena di appunti. Iniziò a tenere incontri settimanali nella sala centrale della biblioteca, proprio sotto la cupola di vetro.

Amici,” disse durante la prima conferenza, “l’uomo è la misura di tutte le cose. Non esiste alcun fondamento al di fuori di ciò che possiamo verificare con i nostri sensi e ordinare con la nostra logica. La morale è un contratto sociale. Le leggi della ragione sono strumenti evolutivi. Non dobbiamo appellarci a nulla di invisibile.”

Il pubblico applaudì. Elia, che sistemava libri negli scaffali laterali, ascoltava in silenzio.

Col passare delle settimane, le conferenze si fecero più accese. Adriano sfidava chiunque a dimostrare l’esistenza di un fondamento assoluto. “Se tutto ciò che sappiamo,” diceva, “proviene dall’esperienza, allora ogni pretesa di verità ultima è un’illusione.”

Una sera, al termine di un incontro particolarmente animato, Elia si avvicinò al professore.

“Posso farle una domanda?” chiese con tono gentile.

“Certamente,” rispose Adriano, sorridendo con sicurezza.

“Lei afferma che la logica è uno strumento creato dall’uomo. Che le leggi della ragione sono frutto della nostra evoluzione. Ma mi dica: quando lei argomenta contro un fondamento assoluto, si aspetta che le leggi della logica siano valide solo per lei, o per tutti?”

Adriano inclinò il capo. “Per tutti, naturalmente. Altrimenti il discorso non avrebbe senso.”

“E sono valide solo qui, in questa biblioteca?” continuò Elia. “O anche domani, e in ogni luogo?”

“Ovunque,” rispose il professore, con un filo di impazienza. “La logica è universale.”

Elia annuì lentamente. “Universale, immutabile, vincolante per ogni mente. Non dipende dai nostri desideri. Non cambia se votiamo diversamente.”

“È così che funziona,” disse Adriano.

Il custode lo guardò negli occhi. “Eppure lei sostiene che tutto deriva dall’uomo. Come può qualcosa di universale e immutabile nascere da creature limitate e mutevoli?”

Il professore non rispose subito. Attorno a loro, la biblioteca si era svuotata. La luce della sera tingeva il vetro di arancione.

“È un prodotto collettivo,” replicò infine. “Un consenso stabilizzato.”

Elia sorrise appena. “Se domani l’umanità decidesse che una contraddizione può essere vera, smetterebbe di esserlo? Se votassimo che due più due fa cinque, cambierebbe la realtà?”

Adriano si irrigidì. “No, naturalmente. Sarebbe un errore.”

“Un errore rispetto a cosa?” domandò il custode. “Rispetto a uno standard che non dipende da noi.”

Il silenzio calò tra loro, fragile come il vetro che li circondava.

Nei giorni seguenti, Adriano tornò più volte su quella conversazione. Durante le conferenze, cercò di rafforzare le sue tesi. Parlava di probabilità, di convenzioni linguistiche, di strutture cognitive. Ma ogni volta che affermava una verità universale, percepiva un’incrinatura sottile nel pavimento trasparente sotto i suoi piedi.

Una notte, mentre preparava gli appunti per la lezione successiva, un temporale improvviso si abbatté su Vetrosa. Il vento ululava tra i vicoli, la pioggia batteva violenta contro le pareti della biblioteca. Elia, come sempre, era rimasto fino a tardi.

Un fulmine colpì la cupola di vetro.

Il boato risuonò come un colpo di cannone. Le lastre superiori si incrinarono, crepe sottili che si ramificavano come ragnatele luminose. Gli studenti, accorsi per studiare, gridarono. Alcuni cercarono riparo sotto i tavoli, altri corsero verso l’uscita.

Adriano rimase immobile al centro della sala, lo sguardo fisso sulle fratture che attraversavano la trasparenza perfetta del soffitto.

“È solo materia,” mormorò tra sé. “Solo eventi fisici.”

Un secondo fulmine colpì, più vicino. Una lastra si staccò e si frantumò al suolo in mille pezzi scintillanti.

Elia si avvicinò al professore e gli afferrò il braccio. “Dobbiamo uscire.”

“Non c’è alcun significato in questo,” disse Adriano, con voce tremante. “È solo caos.”

“Eppure,” rispose il custode mentre lo trascinava verso l’uscita, “lei si aspetta che il mondo segua leggi coerenti. Che il vetro cada verso il basso e non verso l’alto. Che il fulmine non si trasformi in farfalle. Vive come se l’universo fosse ordinato.”

Raggiunsero la strada sotto la pioggia battente. Dietro di loro, la biblioteca continuava a creparsi.

Nei giorni successivi, Vetrosa fu scossa dall’evento. Molti iniziarono a chiedersi se la biblioteca di vetro fosse davvero il simbolo giusto. Trasparente, sì. Ma fragile.

Adriano non tenne conferenze per una settimana. Rimase chiuso nel suo appartamento, circondato dai libri. Rileggeva i propri appunti e si accorgeva di qualcosa che prima non aveva visto: ogni sua argomentazione presupponeva ciò che negava. Per confutare un fondamento assoluto, doveva utilizzare leggi logiche assolute. Per dichiarare che la morale era un contratto, doveva appellarsi a un senso di giustizia che trascendeva i contratti stessi.

Una sera bussò alla porta di Elia.

“Ho bisogno di parlare,” disse, con un’umiltà nuova nella voce.

Sedettero al tavolo della cucina, una lampada a olio tra loro.

“Se non esiste un fondamento ultimo,” iniziò Adriano, “allora anche le mie critiche non hanno alcuna pretesa universale. Sono solo preferenze.”

Elia annuì. “E lei non vive come se fossero solo preferenze. Quando condanna un’ingiustizia, non sta dicendo ‘non mi piace’. Sta dicendo  che è sbagliata’, anche se tutti la approvassero.”

Il professore abbassò lo sguardo. “Ho costruito una biblioteca di vetro nel mio pensiero. Trasparente, elegante… ma incrinata. Ho preso in prestito l’idea di ordine, di verità, di moralità, e ho negato la fonte da cui provengono.”

Il custode sorrise con dolcezza. “La ragione è un dono prezioso. Ma non si regge da sola. Come la luce: illumina tutto, ma non è la sorgente di sé stessa.”

Adriano rimase in silenzio a lungo. Poi, quasi sussurrando, disse: “Se la logica è davvero universale e immutabile, deve riflettere qualcosa di più grande della nostra mente. Se la morale è vincolante, deve avere un legislatore che non cambia con le mode.”

Fuori, la tempesta era cessata. Le stelle brillavano limpide sopra la città.

Qualche mese dopo, la biblioteca fu ricostruita. Non più interamente di vetro. Le nuove pareti erano solide, con fondamenta profonde. Le finestre restavano ampie, ma non pretendevano di sostenere l’intero edificio.

Adriano tornò a parlare sotto la cupola restaurata. Ma il tono era diverso.

“La ragione,” disse agli studenti, “non è un’isola autosufficiente. Quando la usiamo per negare ogni fondamento ultimo, stiamo segando il ramo su cui siamo seduti. Le leggi della logica, l’ordine della natura, il senso del bene e del male: tutto questo richiede una base che non dipenda da noi. Senza di essa, le nostre parole sono solo suoni nel vento.”

Gli studenti ascoltavano in silenzio. Elia, in fondo alla sala, osservava con occhi sereni.

La morale che Adriano aveva imparato non era un semplice slogan, ma una trasformazione: non si può usare la ragione per distruggere il fondamento che rende possibile la ragione stessa. Chi nega la base ultima della verità, della logica e della morale, finisce per presupporla in ogni argomento.

E così Vetrosa comprese che la vera forza non sta nella trasparenza fragile che si regge da sola, ma nelle fondamenta invisibili che sostengono tutto.

domenica 22 febbraio 2026

Il coraggio di Ipazia d'Alessandria


Il 415 è l’anno della morte della matematica, astronoma e filosofa pagana Ipazia di Alessandria, uccisa da una folla di cristiani esaltati fomentati da Cirillo, patriarca della città. Questo tragico fatto segnò il tramonto della cultura pagana nel mondo antico.


Il vento del mare portava odore di sale e di cenere. Le strade brulicavano di voci, ma sotto quel brusio si avvertiva qualcosa di più oscuro: un’inquietudine che non apparteneva alle pietre bianche né alle colonne spezzate dei templi antichi.

Ipazia avanzava lentamente sul carro, avvolta nel suo mantello chiaro. Non aveva paura. O forse sì — ma era una paura che non riguardava la morte. Era la paura dell’ignoranza, della città che si stava spegnendo.

Aveva trascorso la mattina a discutere di armonie celesti, di numeri che governano i pianeti, di quell’ordine invisibile che rende il cosmo comprensibile. Ai suoi allievi aveva parlato come sempre: con voce ferma, senza arroganza, come chi sa che la verità non appartiene a nessuno.

Ma Alessandria non era più la città delle domande. Era diventata la città delle accuse.

Un gruppo di uomini sbarrò la strada. I loro volti erano tesi, accesi da una convinzione che non lasciava spazio al dubbio. Qualcuno gridò il suo nome. Non come un saluto, ma come una sentenza.

La tirarono giù dal carro.

Ipazia non urlò. Guardò quei volti uno ad uno, cercando forse un frammento di esitazione. Non trovò che furore.

La trascinarono attraverso le vie polverose fino all’interno di un edificio sacro. Le colonne, che avrebbero dovuto custodire la pace, amplificavano il rumore dei passi e delle grida. Il marmo era freddo sotto i piedi nudi.

Qualcuno la accusò di stregoneria. Qualcun altro di aver sviato uomini potenti. Di essere pagana. Di essere donna.

Ipazia sollevò lo sguardo verso l’alto, come se potesse ancora vedere il cielo oltre il soffitto. Aveva insegnato che l’universo è governato dalla ragione, che tutto obbedisce a leggi armoniose. E ora, in quel caos, quella fede nella ragione era la sua unica difesa.

Ma la ragione non parlava più quella lingua.

I colpi arrivarono rapidi, crudeli. Frammenti affilati, mani tremanti di rabbia. La folla si mosse come un unico corpo, cieco e inesorabile. Il marmo si macchiò di rosso.

Quando tutto tacque, restò soltanto il silenzio pesante delle cose irreparabili.

Fuori, il mare continuava il suo ritmo eterno. Le onde non conoscevano odio, né fede, né fazioni. Solo il movimento costante del mondo.

Con Ipazia non morì la filosofia. Ma quel giorno Alessandria perse qualcosa di fragile e prezioso: il coraggio di interrogare, di dubitare, di pensare senza paura.

E il vento del porto, passando tra le rovine, sembrò portare via non soltanto una vita, ma un’epoca intera.

 

Post più letti nell'ultimo anno