In una città senza nome, le case
erano tutte uguali e le finestre sempre illuminate. Nessuno sapeva esattamente
chi osservasse, ma tutti si comportavano come se qualcuno lo facesse.
Al centro della città sorgeva la Torre Trasparente. Non aveva guardie visibili né mura minacciose. Eppure, gli abitanti regolavano la propria voce, i propri gesti, perfino i pensieri, come se ogni parola fosse registrata.
Dicevano che, molti anni prima, un filosofo chiamato Michel Foucault fosse passato di lì e avesse sorriso osservando la Torre:
«Non serve la forza quando si possiede lo sguardo».
Nella scuola cittadina, i bambini
imparavano presto a sedersi composti, a parlare uno alla volta, a desiderare ciò
che veniva loro indicato come desiderabile. Non c’erano punizioni severe;
bastava un appunto sul registro, una nota che li classificasse come
“distratti”, “problematici”, “eccellenti”. Quelle parole li seguivano come
ombre, diventando parte della loro identità.
Un giorno, una ragazza di nome Livia trovò un vecchio libro nascosto nella biblioteca polverosa. Non conteneva ordini né divieti, ma domande:
Chi decide cosa è normale?
Chi stabilisce la verità?
Livia iniziò a osservare la città con occhi diversi. Si accorse che la
Torre non era il vero potere: il potere abitava nei corridoi della scuola,
nelle cartelle cliniche dell’ospedale, nei moduli dell’ufficio anagrafe. Era
ovunque, diffuso come l’aria.
Quando Livia smise di abbassare lo
sguardo davanti agli insegnanti, non fu arrestata né punita. Fu convocata per
“colloqui di orientamento”. Le dissero che volevano aiutarla a “ritrovare se
stessa”. Ma lei capì che stavano cercando di ricondurla entro una definizione
accettabile.
Così Livia iniziò un gesto semplice
e radicale: fece domande. Non accusò, non gridò. Chiese perché. Ogni “perché”
incrinava leggermente la superficie liscia della città. Altri cominciarono a
imitarla. Non demolirono la Torre; scoprirono piuttosto che la Torre viveva
dentro di loro.
E quando compresero che il potere
non era solo repressione ma anche produzione - di verità, di identità, di
normalità - iniziarono a produrre nuove narrazioni su se stessi.
La città non crollò. Cambiò
lentamente. Le finestre rimasero illuminate, ma ora gli abitanti sapevano che
lo sguardo non era un destino inevitabile: era una relazione. E come ogni
relazione, poteva essere trasformata.
Col tempo, la città cominciò a
riempirsi di archivi.
Non archivi segreti, ma scaffali
aperti nelle piazze, dove i cittadini annotavano definizioni, regolamenti,
diagnosi, statistiche. Livia propose di leggerli ad alta voce. Non per
distruggerli, ma per mostrarne le crepe.
Scoprirono che ciò che veniva
chiamato “devianza” in un’epoca era stato “originalità” in un’altra. Che alcune
malattie avevano cambiato nome più volte, e che ogni nuovo nome produceva un
nuovo modo di trattare i corpi. Ogni parola lasciava un’impronta concreta: su
chi poteva parlare, su chi doveva tacere, su chi era ritenuto sano o
pericoloso.
Un gruppo di medici si oppose. «La
verità è neutrale», dissero.
Un gruppo di giudici annuì: «La legge è imparziale».
Un gruppo di insegnanti sospirò: «La disciplina è necessaria».
Livia non negò nulla. Fece
un’altra domanda: «Necessaria per chi?».
Fu allora che alcuni iniziarono a
vedere ciò che prima era invisibile: il potere non scendeva solo dall’alto;
circolava. Ogni sguardo, ogni valutazione, ogni voto scolastico era un piccolo
ingranaggio. Non esisteva un tiranno nascosto nella Torre. La Torre era una
rete di relazioni.
Un ragazzo, Davide, confessò di aver sempre desiderato essere classificato “eccellente”. Non per imparare, ma per esistere.
Una donna ammise di aver modellato il proprio corpo secondo
parametri che non aveva mai scelto davvero. Un anziano raccontò di aver
nascosto per anni un pensiero per paura di essere etichettato.
La città comprese che il controllo
più efficace non era quello imposto, ma quello interiorizzato.
Eppure, proprio lì, nacque
qualcosa di inatteso: una nuova pratica di libertà. Non una rivolta rumorosa,
ma un’attenzione diversa verso se stessi. Alcuni iniziarono a scrivere diari
non per confessare colpe, ma per interrogare i propri desideri. Altri fondarono
scuole dove la valutazione era dialogo, non classificazione. I medici
cominciarono a chiedere ai pazienti di raccontare la propria esperienza prima
di assegnare un nome.
Non abolirono il potere - compresero che non si può vivere senza relazioni di potere - ma impararono a
modificarle, a renderle meno opache, meno unilaterali.
La Torre Trasparente rimase al
centro della città. Ma un giorno qualcuno si accorse che le sue finestre erano
vuote. Non perché lo sguardo fosse scomparso, ma perché era diventato
reciproco.
E Livia capì che la libertà non consisteva nell’uscire dalla rete, bensì nel tessere consapevolmente i suoi fili.

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