sabato 28 febbraio 2026

Non serve la forza quando si possiede lo sguardo (Foucault)



In una città senza nome, le case erano tutte uguali e le finestre sempre illuminate. Nessuno sapeva esattamente chi osservasse, ma tutti si comportavano come se qualcuno lo facesse.

Al centro della città sorgeva la Torre Trasparente. Non aveva guardie visibili né mura minacciose. Eppure, gli abitanti regolavano la propria voce, i propri gesti, perfino i pensieri, come se ogni parola fosse registrata. 

Dicevano che, molti anni prima, un filosofo chiamato Michel Foucault fosse passato di lì e avesse sorriso osservando la Torre: 

«Non serve la forza quando si possiede lo sguardo».

Nella scuola cittadina, i bambini imparavano presto a sedersi composti, a parlare uno alla volta, a desiderare ciò che veniva loro indicato come desiderabile. Non c’erano punizioni severe; bastava un appunto sul registro, una nota che li classificasse come “distratti”, “problematici”, “eccellenti”. Quelle parole li seguivano come ombre, diventando parte della loro identità.

Un giorno, una ragazza di nome Livia trovò un vecchio libro nascosto nella biblioteca polverosa. Non conteneva ordini né divieti, ma domande: 

Chi decide cosa è normale? 

Chi stabilisce la verità? 

Livia iniziò a osservare la città con occhi diversi. Si accorse che la Torre non era il vero potere: il potere abitava nei corridoi della scuola, nelle cartelle cliniche dell’ospedale, nei moduli dell’ufficio anagrafe. Era ovunque, diffuso come l’aria.

Quando Livia smise di abbassare lo sguardo davanti agli insegnanti, non fu arrestata né punita. Fu convocata per “colloqui di orientamento”. Le dissero che volevano aiutarla a “ritrovare se stessa”. Ma lei capì che stavano cercando di ricondurla entro una definizione accettabile.

Così Livia iniziò un gesto semplice e radicale: fece domande. Non accusò, non gridò. Chiese perché. Ogni “perché” incrinava leggermente la superficie liscia della città. Altri cominciarono a imitarla. Non demolirono la Torre; scoprirono piuttosto che la Torre viveva dentro di loro.

E quando compresero che il potere non era solo repressione ma anche produzione - di verità, di identità, di normalità - iniziarono a produrre nuove narrazioni su se stessi.

La città non crollò. Cambiò lentamente. Le finestre rimasero illuminate, ma ora gli abitanti sapevano che lo sguardo non era un destino inevitabile: era una relazione. E come ogni relazione, poteva essere trasformata.

Col tempo, la città cominciò a riempirsi di archivi.

Non archivi segreti, ma scaffali aperti nelle piazze, dove i cittadini annotavano definizioni, regolamenti, diagnosi, statistiche. Livia propose di leggerli ad alta voce. Non per distruggerli, ma per mostrarne le crepe.

Scoprirono che ciò che veniva chiamato “devianza” in un’epoca era stato “originalità” in un’altra. Che alcune malattie avevano cambiato nome più volte, e che ogni nuovo nome produceva un nuovo modo di trattare i corpi. Ogni parola lasciava un’impronta concreta: su chi poteva parlare, su chi doveva tacere, su chi era ritenuto sano o pericoloso.

Un gruppo di medici si oppose. «La verità è neutrale», dissero.
Un gruppo di giudici annuì: «La legge è imparziale».
Un gruppo di insegnanti sospirò: «La disciplina è necessaria».

Livia non negò nulla. Fece un’altra domanda: «Necessaria per chi?».

Fu allora che alcuni iniziarono a vedere ciò che prima era invisibile: il potere non scendeva solo dall’alto; circolava. Ogni sguardo, ogni valutazione, ogni voto scolastico era un piccolo ingranaggio. Non esisteva un tiranno nascosto nella Torre. La Torre era una rete di relazioni.

Un ragazzo, Davide, confessò di aver sempre desiderato essere classificato “eccellente”. Non per imparare, ma per esistere. 

Una donna ammise di aver modellato il proprio corpo secondo parametri che non aveva mai scelto davvero. Un anziano raccontò di aver nascosto per anni un pensiero per paura di essere etichettato.

La città comprese che il controllo più efficace non era quello imposto, ma quello interiorizzato.

Eppure, proprio lì, nacque qualcosa di inatteso: una nuova pratica di libertà. Non una rivolta rumorosa, ma un’attenzione diversa verso se stessi. Alcuni iniziarono a scrivere diari non per confessare colpe, ma per interrogare i propri desideri. Altri fondarono scuole dove la valutazione era dialogo, non classificazione. I medici cominciarono a chiedere ai pazienti di raccontare la propria esperienza prima di assegnare un nome.

Non abolirono il potere - compresero che non si può vivere senza relazioni di potere - ma impararono a modificarle, a renderle meno opache, meno unilaterali.

La Torre Trasparente rimase al centro della città. Ma un giorno qualcuno si accorse che le sue finestre erano vuote. Non perché lo sguardo fosse scomparso, ma perché era diventato reciproco.

E Livia capì che la libertà non consisteva nell’uscire dalla rete, bensì nel tessere consapevolmente i suoi fili.

Nessun commento:

Posta un commento

Esprimi il tuo pensiero

Post più letti nell'ultimo anno