Il vento del mare portava odore di
sale e di cenere. Le strade brulicavano di voci, ma sotto quel brusio si
avvertiva qualcosa di più oscuro: un’inquietudine che non apparteneva alle
pietre bianche né alle colonne spezzate dei templi antichi.
Ipazia avanzava lentamente sul
carro, avvolta nel suo mantello chiaro. Non aveva paura. O forse sì — ma era
una paura che non riguardava la morte. Era la paura dell’ignoranza, della città
che si stava spegnendo.
Aveva trascorso la mattina a
discutere di armonie celesti, di numeri che governano i pianeti, di
quell’ordine invisibile che rende il cosmo comprensibile. Ai suoi allievi aveva
parlato come sempre: con voce ferma, senza arroganza, come chi sa che la verità
non appartiene a nessuno.
Ma Alessandria non era più la
città delle domande. Era diventata la città delle accuse.
Un gruppo di uomini sbarrò la strada.
I loro volti erano tesi, accesi da una convinzione che non lasciava spazio al
dubbio. Qualcuno gridò il suo nome. Non come un saluto, ma come una sentenza.
La tirarono giù dal carro.
Ipazia non urlò. Guardò quei volti
uno ad uno, cercando forse un frammento di esitazione. Non trovò che furore.
La trascinarono attraverso le vie
polverose fino all’interno di un edificio sacro. Le colonne, che avrebbero
dovuto custodire la pace, amplificavano il rumore dei passi e delle grida. Il
marmo era freddo sotto i piedi nudi.
Qualcuno la accusò di stregoneria.
Qualcun altro di aver sviato uomini potenti. Di essere pagana. Di essere donna.
Ipazia sollevò lo sguardo verso
l’alto, come se potesse ancora vedere il cielo oltre il soffitto. Aveva
insegnato che l’universo è governato dalla ragione, che tutto obbedisce a leggi
armoniose. E ora, in quel caos, quella fede nella ragione era la sua unica
difesa.
Ma la ragione non parlava più
quella lingua.
I colpi arrivarono rapidi,
crudeli. Frammenti affilati, mani tremanti di rabbia. La folla si mosse come un
unico corpo, cieco e inesorabile. Il marmo si macchiò di rosso.
Quando tutto tacque, restò
soltanto il silenzio pesante delle cose irreparabili.
Fuori, il mare continuava il suo
ritmo eterno. Le onde non conoscevano odio, né fede, né fazioni. Solo il
movimento costante del mondo.
Con Ipazia non morì la filosofia.
Ma quel giorno Alessandria perse qualcosa di fragile e prezioso: il coraggio di
interrogare, di dubitare, di pensare senza paura.
E il vento del porto, passando tra
le rovine, sembrò portare via non soltanto una vita, ma un’epoca intera.

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