domenica 22 febbraio 2026

Il coraggio di Ipazia d'Alessandria


Il 415 è l’anno della morte della matematica, astronoma e filosofa pagana Ipazia di Alessandria, uccisa da una folla di cristiani esaltati fomentati da Cirillo, patriarca della città. Questo tragico fatto segnò il tramonto della cultura pagana nel mondo antico.


Il vento del mare portava odore di sale e di cenere. Le strade brulicavano di voci, ma sotto quel brusio si avvertiva qualcosa di più oscuro: un’inquietudine che non apparteneva alle pietre bianche né alle colonne spezzate dei templi antichi.

Ipazia avanzava lentamente sul carro, avvolta nel suo mantello chiaro. Non aveva paura. O forse sì — ma era una paura che non riguardava la morte. Era la paura dell’ignoranza, della città che si stava spegnendo.

Aveva trascorso la mattina a discutere di armonie celesti, di numeri che governano i pianeti, di quell’ordine invisibile che rende il cosmo comprensibile. Ai suoi allievi aveva parlato come sempre: con voce ferma, senza arroganza, come chi sa che la verità non appartiene a nessuno.

Ma Alessandria non era più la città delle domande. Era diventata la città delle accuse.

Un gruppo di uomini sbarrò la strada. I loro volti erano tesi, accesi da una convinzione che non lasciava spazio al dubbio. Qualcuno gridò il suo nome. Non come un saluto, ma come una sentenza.

La tirarono giù dal carro.

Ipazia non urlò. Guardò quei volti uno ad uno, cercando forse un frammento di esitazione. Non trovò che furore.

La trascinarono attraverso le vie polverose fino all’interno di un edificio sacro. Le colonne, che avrebbero dovuto custodire la pace, amplificavano il rumore dei passi e delle grida. Il marmo era freddo sotto i piedi nudi.

Qualcuno la accusò di stregoneria. Qualcun altro di aver sviato uomini potenti. Di essere pagana. Di essere donna.

Ipazia sollevò lo sguardo verso l’alto, come se potesse ancora vedere il cielo oltre il soffitto. Aveva insegnato che l’universo è governato dalla ragione, che tutto obbedisce a leggi armoniose. E ora, in quel caos, quella fede nella ragione era la sua unica difesa.

Ma la ragione non parlava più quella lingua.

I colpi arrivarono rapidi, crudeli. Frammenti affilati, mani tremanti di rabbia. La folla si mosse come un unico corpo, cieco e inesorabile. Il marmo si macchiò di rosso.

Quando tutto tacque, restò soltanto il silenzio pesante delle cose irreparabili.

Fuori, il mare continuava il suo ritmo eterno. Le onde non conoscevano odio, né fede, né fazioni. Solo il movimento costante del mondo.

Con Ipazia non morì la filosofia. Ma quel giorno Alessandria perse qualcosa di fragile e prezioso: il coraggio di interrogare, di dubitare, di pensare senza paura.

E il vento del porto, passando tra le rovine, sembrò portare via non soltanto una vita, ma un’epoca intera.

 

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