lunedì 23 febbraio 2026

L’essere umano vive dentro una ferita perenne


Nella città di Vetrosa esisteva una biblioteca costruita interamente in vetro. Le pareti erano trasparenti, il soffitto lasciava filtrare la luce, e persino i pavimenti erano lastre spesse sotto cui si vedevano correre fili elettrici come vene luminose. Gli abitanti ne andavano fieri: dicevano che rappresentava l’epoca nuova, l’epoca in cui tutto era chiaro, dimostrabile, fondato soltanto sulla ragione umana.

Il custode della biblioteca, Elia Morandi, era un uomo silenzioso, con occhi scuri e pazienti. Ogni mattina apriva le porte scorrevoli e osservava gli studenti entrare con passo deciso. Sedevano ai tavoli circolari, discutevano animatamente di logica, etica, scienza. “Non abbiamo bisogno di altro che della nostra mente”, ripetevano. “La verità si costruisce da sé.”

Un giorno arrivò in città un giovane professore, Adriano Valenti, celebre per le sue conferenze sulla libertà del pensiero. Indossava sempre un cappotto grigio e portava con sé una cartella piena di appunti. Iniziò a tenere incontri settimanali nella sala centrale della biblioteca, proprio sotto la cupola di vetro.

Amici,” disse durante la prima conferenza, “l’uomo è la misura di tutte le cose. Non esiste alcun fondamento al di fuori di ciò che possiamo verificare con i nostri sensi e ordinare con la nostra logica. La morale è un contratto sociale. Le leggi della ragione sono strumenti evolutivi. Non dobbiamo appellarci a nulla di invisibile.”

Il pubblico applaudì. Elia, che sistemava libri negli scaffali laterali, ascoltava in silenzio.

Col passare delle settimane, le conferenze si fecero più accese. Adriano sfidava chiunque a dimostrare l’esistenza di un fondamento assoluto. “Se tutto ciò che sappiamo,” diceva, “proviene dall’esperienza, allora ogni pretesa di verità ultima è un’illusione.”

Una sera, al termine di un incontro particolarmente animato, Elia si avvicinò al professore.

“Posso farle una domanda?” chiese con tono gentile.

“Certamente,” rispose Adriano, sorridendo con sicurezza.

“Lei afferma che la logica è uno strumento creato dall’uomo. Che le leggi della ragione sono frutto della nostra evoluzione. Ma mi dica: quando lei argomenta contro un fondamento assoluto, si aspetta che le leggi della logica siano valide solo per lei, o per tutti?”

Adriano inclinò il capo. “Per tutti, naturalmente. Altrimenti il discorso non avrebbe senso.”

“E sono valide solo qui, in questa biblioteca?” continuò Elia. “O anche domani, e in ogni luogo?”

“Ovunque,” rispose il professore, con un filo di impazienza. “La logica è universale.”

Elia annuì lentamente. “Universale, immutabile, vincolante per ogni mente. Non dipende dai nostri desideri. Non cambia se votiamo diversamente.”

“È così che funziona,” disse Adriano.

Il custode lo guardò negli occhi. “Eppure lei sostiene che tutto deriva dall’uomo. Come può qualcosa di universale e immutabile nascere da creature limitate e mutevoli?”

Il professore non rispose subito. Attorno a loro, la biblioteca si era svuotata. La luce della sera tingeva il vetro di arancione.

“È un prodotto collettivo,” replicò infine. “Un consenso stabilizzato.”

Elia sorrise appena. “Se domani l’umanità decidesse che una contraddizione può essere vera, smetterebbe di esserlo? Se votassimo che due più due fa cinque, cambierebbe la realtà?”

Adriano si irrigidì. “No, naturalmente. Sarebbe un errore.”

“Un errore rispetto a cosa?” domandò il custode. “Rispetto a uno standard che non dipende da noi.”

Il silenzio calò tra loro, fragile come il vetro che li circondava.

Nei giorni seguenti, Adriano tornò più volte su quella conversazione. Durante le conferenze, cercò di rafforzare le sue tesi. Parlava di probabilità, di convenzioni linguistiche, di strutture cognitive. Ma ogni volta che affermava una verità universale, percepiva un’incrinatura sottile nel pavimento trasparente sotto i suoi piedi.

Una notte, mentre preparava gli appunti per la lezione successiva, un temporale improvviso si abbatté su Vetrosa. Il vento ululava tra i vicoli, la pioggia batteva violenta contro le pareti della biblioteca. Elia, come sempre, era rimasto fino a tardi.

Un fulmine colpì la cupola di vetro.

Il boato risuonò come un colpo di cannone. Le lastre superiori si incrinarono, crepe sottili che si ramificavano come ragnatele luminose. Gli studenti, accorsi per studiare, gridarono. Alcuni cercarono riparo sotto i tavoli, altri corsero verso l’uscita.

Adriano rimase immobile al centro della sala, lo sguardo fisso sulle fratture che attraversavano la trasparenza perfetta del soffitto.

“È solo materia,” mormorò tra sé. “Solo eventi fisici.”

Un secondo fulmine colpì, più vicino. Una lastra si staccò e si frantumò al suolo in mille pezzi scintillanti.

Elia si avvicinò al professore e gli afferrò il braccio. “Dobbiamo uscire.”

“Non c’è alcun significato in questo,” disse Adriano, con voce tremante. “È solo caos.”

“Eppure,” rispose il custode mentre lo trascinava verso l’uscita, “lei si aspetta che il mondo segua leggi coerenti. Che il vetro cada verso il basso e non verso l’alto. Che il fulmine non si trasformi in farfalle. Vive come se l’universo fosse ordinato.”

Raggiunsero la strada sotto la pioggia battente. Dietro di loro, la biblioteca continuava a creparsi.

Nei giorni successivi, Vetrosa fu scossa dall’evento. Molti iniziarono a chiedersi se la biblioteca di vetro fosse davvero il simbolo giusto. Trasparente, sì. Ma fragile.

Adriano non tenne conferenze per una settimana. Rimase chiuso nel suo appartamento, circondato dai libri. Rileggeva i propri appunti e si accorgeva di qualcosa che prima non aveva visto: ogni sua argomentazione presupponeva ciò che negava. Per confutare un fondamento assoluto, doveva utilizzare leggi logiche assolute. Per dichiarare che la morale era un contratto, doveva appellarsi a un senso di giustizia che trascendeva i contratti stessi.

Una sera bussò alla porta di Elia.

“Ho bisogno di parlare,” disse, con un’umiltà nuova nella voce.

Sedettero al tavolo della cucina, una lampada a olio tra loro.

“Se non esiste un fondamento ultimo,” iniziò Adriano, “allora anche le mie critiche non hanno alcuna pretesa universale. Sono solo preferenze.”

Elia annuì. “E lei non vive come se fossero solo preferenze. Quando condanna un’ingiustizia, non sta dicendo ‘non mi piace’. Sta dicendo  che è sbagliata’, anche se tutti la approvassero.”

Il professore abbassò lo sguardo. “Ho costruito una biblioteca di vetro nel mio pensiero. Trasparente, elegante… ma incrinata. Ho preso in prestito l’idea di ordine, di verità, di moralità, e ho negato la fonte da cui provengono.”

Il custode sorrise con dolcezza. “La ragione è un dono prezioso. Ma non si regge da sola. Come la luce: illumina tutto, ma non è la sorgente di sé stessa.”

Adriano rimase in silenzio a lungo. Poi, quasi sussurrando, disse: “Se la logica è davvero universale e immutabile, deve riflettere qualcosa di più grande della nostra mente. Se la morale è vincolante, deve avere un legislatore che non cambia con le mode.”

Fuori, la tempesta era cessata. Le stelle brillavano limpide sopra la città.

Qualche mese dopo, la biblioteca fu ricostruita. Non più interamente di vetro. Le nuove pareti erano solide, con fondamenta profonde. Le finestre restavano ampie, ma non pretendevano di sostenere l’intero edificio.

Adriano tornò a parlare sotto la cupola restaurata. Ma il tono era diverso.

“La ragione,” disse agli studenti, “non è un’isola autosufficiente. Quando la usiamo per negare ogni fondamento ultimo, stiamo segando il ramo su cui siamo seduti. Le leggi della logica, l’ordine della natura, il senso del bene e del male: tutto questo richiede una base che non dipenda da noi. Senza di essa, le nostre parole sono solo suoni nel vento.”

Gli studenti ascoltavano in silenzio. Elia, in fondo alla sala, osservava con occhi sereni.

La morale che Adriano aveva imparato non era un semplice slogan, ma una trasformazione: non si può usare la ragione per distruggere il fondamento che rende possibile la ragione stessa. Chi nega la base ultima della verità, della logica e della morale, finisce per presupporla in ogni argomento.

E così Vetrosa comprese che la vera forza non sta nella trasparenza fragile che si regge da sola, ma nelle fondamenta invisibili che sostengono tutto.

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