Come si formano i nostri comportamenti nelle relazioni sociali e sentimentali? Il comportamentismo di John B. Watson invita a osservare non soltanto ciò che proviamo, ma soprattutto ciò che facciamo e ciò che impariamo attraverso l'ambiente. Applicata con cautela ai rapporti umani, questa prospettiva permette di comprendere come affetto, rifiuto, attenzione e abitudini possano influenzare il nostro modo di stare con gli altri.
Che cosa succede quando ci innamoriamo?
Perché ci affezioniamo a una persona, perché cerchiamo la sua presenza e perché, al contrario, possiamo arrivare ad allontanarci da qualcuno che inizialmente ci sembrava importante?
Siamo abituati a cercare le risposte dentro di noi: nei sentimenti, nei ricordi, nella personalità, nei desideri inconsci.
John B. Watson, uno dei principali fondatori del comportamentismo, avrebbe però invitato a osservare la questione da un'altra prospettiva: non partire da ciò che una persona dice di sentire, ma osservare ciò che fa, come reagisce all'ambiente e come determinati comportamenti vengono appresi e modificati.
Watson non costruì una teoria specifica delle relazioni sentimentali. Il suo progetto era molto più ampio: trasformare la psicologia in una disciplina scientifica fondata sullo studio del comportamento osservabile.
Tuttavia, proprio questa impostazione permette di leggere in modo interessante le relazioni umane, mostrando quanto i nostri modi di avvicinarci agli altri, comunicare, evitare, cercare approvazione o reagire al rifiuto possano essere influenzati dall'apprendimento e dall'ambiente.
Dalla mente al comportamento
Nel 1913 Watson pubblicò il celebre articolo Psychology as the Behaviorist Views It, destinato a diventare uno dei testi fondamentali della nascita del comportamentismo.
La sua idea era radicale per l'epoca: la psicologia avrebbe dovuto concentrarsi sul comportamento osservabile, invece di fondarsi principalmente sull'introspezione.
In altre parole, se vogliamo studiare scientificamente una persona, possiamo osservare come reagisce agli stimoli, quali comportamenti mette in atto e quali conseguenze seguono a quei comportamenti.
L'essere umano diventa così, almeno in parte, il risultato della relazione continua tra stimoli, risposte e ambiente.
Questa prospettiva cambia anche il modo di guardare alle relazioni.
Una persona che cerca continuamente conferme dal proprio partner, per esempio, potrebbe non essere semplicemente definita come "insicura".
Possiamo invece domandarci: che cosa succede quando cerca una conferma? Riceve attenzione? Riceve rassicurazioni?
Il comportamento viene quindi seguito da una conseguenza piacevole che può renderne più probabile la ripetizione?
Allo stesso modo, una persona che evita sistematicamente il confronto potrebbe aver imparato che evitare una discussione riduce temporaneamente una situazione spiacevole.
Il comportamentismo sposta dunque l'attenzione dal giudizio sulla persona alla funzione del comportamento.
L'amore come comportamento appreso?
È importante non trasformare Watson in ciò che non fu.
Watson non sostenne semplicemente che "l'amore non esiste" o che ogni sentimento sia una pura illusione.
Il suo programma teorico cercava piuttosto di spiegare scientificamente il comportamento senza fare necessariamente ricorso a stati mentali non direttamente osservabili.
Da questa prospettiva possiamo però porci una domanda interessante: quanto di ciò che chiamiamo amore è anche costituito da comportamenti che abbiamo imparato?
Pensiamo a una relazione sentimentale.
Telefonare alla persona amata, cercarla, abbracciarla, farle un regalo, ascoltarla, scriverle un messaggio, desiderare la sua approvazione e trascorrere del tempo insieme sono tutti comportamenti osservabili.
Dietro questi comportamenti esistono certamente emozioni e significati personali, ma il comportamentista può concentrarsi sul modo in cui questi comportamenti si sviluppano e vengono mantenuti.
Se ogni volta che una persona manifesta affetto riceve affetto in risposta, il comportamento può essere rafforzato.
Se invece ogni tentativo di avvicinamento viene sistematicamente respinto, la persona potrebbe imparare progressivamente a ridurre quei comportamenti.
Questo non significa che l'amore possa essere ridotto a un semplice meccanismo matematico. Significa piuttosto che anche le relazioni sentimentali hanno una storia di apprendimento.
Il ruolo dell'ambiente
Uno degli aspetti più importanti del pensiero di Watson è l'enorme importanza attribuita all'ambiente.
L'individuo non vive isolato. Fin dall'infanzia entra in contatto con persone, regole, premi, punizioni, modelli di comportamento e situazioni emotivamente significative.
La famiglia rappresenta uno dei primi ambienti nei quali impariamo come comportarci con gli altri.
Un bambino può imparare che manifestare affetto porta vicinanza e attenzione. Un altro può imparare che mostrare emozioni genera rifiuto o imbarazzo. Un altro ancora può sperimentare che ottenere attenzione richiede determinati comportamenti.
Questi apprendimenti possono contribuire alla formazione di modalità relazionali che successivamente ritroveremo nelle amicizie e nei rapporti sentimentali.
È importante, tuttavia, non stabilire automaticamente un rapporto deterministico tra esperienza infantile e comportamento adulto.
La psicologia contemporanea considera le relazioni umane molto più complesse di quanto lasciasse intendere il comportamentismo classico.
Il valore della prospettiva di Watson sta soprattutto nell'aver posto con forza la domanda: quali comportamenti impariamo attraverso l'esperienza?
Ricompensa e attenzione nelle relazioni
Uno dei concetti più intuitivi per comprendere le relazioni attraverso una prospettiva comportamentale è quello del rinforzo.
Immaginiamo una coppia.
Una persona manda frequentemente messaggi al partner. Il partner risponde rapidamente, manifesta affetto e dedica attenzione.
Il comportamento di scrivere messaggi viene seguito da una conseguenza piacevole.
È quindi possibile che il comportamento si ripeta.
Ma immaginiamo la situazione opposta. Ogni messaggio riceve una risposta fredda oppure nessuna risposta. Con il tempo, la persona potrebbe ridurre la frequenza dei messaggi.
Il meccanismo può essere ancora più evidente nei rapporti sociali.
Un individuo racconta una battuta e gli altri ridono. La reazione positiva può aumentare la probabilità che continui a utilizzare quel tipo di comportamento.
Una persona esprime un'opinione e viene derisa. Potrebbe progressivamente smettere di esprimersi in pubblico.
Il comportamento, in questa prospettiva, non appare più come qualcosa di completamente spontaneo e immutabile.
È anche il risultato di una continua interazione con le conseguenze prodotte dall'ambiente.
Perché continuiamo a cercare qualcuno che ci fa soffrire?
La prospettiva comportamentale può essere particolarmente interessante quando osserviamo alcuni comportamenti apparentemente contraddittori.
Perché una persona continua a cercare qualcuno che spesso la rifiuta?
Una possibile spiegazione comportamentale riguarda la variabilità delle conseguenze.
Se una persona viene ignorata dieci volte, ma all'undicesima riceve improvvisamente una grande quantità di attenzione e affetto, quella ricompensa può assumere un'importanza particolare.
Non sarebbe corretto attribuire direttamente questo specifico concetto a Watson nella forma in cui oggi viene studiato, perché la ricerca successiva sul condizionamento e sul rinforzo sviluppò questi principi soprattutto attraverso altri autori, in particolare B. F. Skinner.
Tuttavia, la prospettiva comportamentale permette di comprendere una cosa importante: le conseguenze di un comportamento possono influenzare la probabilità che quel comportamento venga ripetuto.
Applicata alle relazioni, questa idea aiuta a osservare i meccanismi concreti di un rapporto senza necessariamente ricorrere a giudizi morali.
leggi: comunicazioni silenziose
La paura del rifiuto
Watson dedicò particolare attenzione anche alle risposte emotive apprese.
Il celebre esperimento del piccolo Albert, realizzato nel 1920 insieme a Rosalie Rayner, divenne famoso per aver mostrato come una risposta di paura potesse essere condizionata attraverso l'associazione tra stimoli.
L'esperimento è oggi considerato problematico dal punto di vista etico e metodologico e non dovrebbe essere interpretato come un modello sperimentale da riprodurre.
Il suo significato storico, però, è importante.
L'idea generale era che alcune risposte emotive potessero essere influenzate dall'apprendimento associativo.
Trasportando con cautela questo concetto nella vita sociale, possiamo comprendere come una situazione inizialmente neutra possa diventare associata a un'esperienza negativa.
Una persona che viene umiliata durante una dichiarazione d'amore, per esempio, potrebbe successivamente provare ansia in situazioni simili.
Non significa che il suo futuro sia determinato da quell'esperienza. Significa che l'esperienza può contribuire a modificare le sue successive risposte comportamentali.
Relazioni sociali e abitudini
La prospettiva di Watson è utile anche per comprendere la forza delle abitudini.
Molte relazioni funzionano attraverso comportamenti ripetuti: salutarsi ogni mattina, telefonarsi la sera, condividere determinati momenti della giornata, incontrare sempre le stesse persone, frequentare gli stessi luoghi.
Queste azioni possono diventare parte della struttura quotidiana della relazione.
Quando una relazione termina, non scompare soltanto una persona. Vengono interrotte anche numerose abitudini comportamentali.
Questo può aiutare a comprendere perché una separazione possa essere difficile anche quando una persona razionalmente sa che il rapporto non funzionava.
L'ambiente quotidiano è cambiato.
Non c'è più il messaggio della sera, la telefonata, il percorso condiviso, il rituale del fine settimana.
Da un punto di vista comportamentale, la persona deve quindi anche riorganizzare il proprio repertorio di comportamenti.
Possiamo cambiare il nostro comportamento?
Qui emerge forse l'aspetto più interessante dell'approccio comportamentista.
Se alcuni comportamenti vengono appresi, allora possono, almeno in parte, essere modificati attraverso nuove esperienze.
Una persona che tende sempre a interrompere gli altri può imparare ad ascoltare.
Chi evita sistematicamente una conversazione difficile può imparare gradualmente ad affrontarla.
Chi cerca continuamente approvazione può imparare modalità differenti di interazione.
Non si tratta di "programmare" l'essere umano come una macchina.
Il comportamento umano è molto più complesso e comprende dimensioni cognitive, emotive, sociali e culturali che il comportamentismo classico non esaurisce.
Ma Watson ci lascia una domanda ancora attuale: quanto del nostro modo di comportarci con gli altri è realmente scelto e quanto è stato appreso attraverso la nostra storia personale?
Watson e le relazioni nell'epoca digitale
La domanda diventa ancora più interessante nell'epoca dei social network.
Un "mi piace", una risposta a un messaggio, una visualizzazione, una notifica o un commento possono diventare conseguenze capaci di influenzare il comportamento.
Pubblico una fotografia e ricevo attenzione: potrei essere portato a pubblicarne un'altra.
Scrivo a una persona e ricevo immediatamente una risposta: potrei cercarla nuovamente.
Pubblico qualcosa e non ottengo reazioni: potrei modificare il mio comportamento.
Senza trasformare Watson in un teorico dei social media, il suo approccio ci offre quindi uno strumento concettuale interessante per osservare la nostra vita digitale.
Anche online, infatti, comportamenti e conseguenze si susseguono continuamente.
Oltre Watson
Il comportamentismo classico non è oggi sufficiente per spiegare da solo la complessità delle relazioni umane.
L'amore non è soltanto comportamento. È anche memoria, interpretazione, desiderio, identità, cultura, linguaggio, emozione e costruzione del significato.
La psicologia contemporanea integra molte prospettive differenti.
Tuttavia, Watson ha avuto il merito storico di porre una questione fondamentale: se vogliamo comprendere l'essere umano, dobbiamo osservare anche ciò che fa e il modo in cui l'ambiente contribuisce a modellare le sue risposte.
Applicata alle relazioni, questa prospettiva può diventare uno strumento di consapevolezza.
Possiamo chiederci non soltanto "Perché sono fatto così?", ma anche:
"Che cosa ho imparato a fare nelle relazioni?"
"Quali comportamenti vengono rinforzati dalle persone che frequento?"
"Quali comportamenti evito perché in passato hanno prodotto conseguenze negative?"
"Quali abitudini relazionali sto ripetendo senza rendermene conto?"
Sono domande che trasformano la relazione da qualcosa che semplicemente "ci accade" in un processo nel quale ambiente, esperienza e comportamento interagiscono continuamente.
Forse è proprio questa la lezione più interessante che possiamo ricavare dal comportamentismo di Watson: non siamo soltanto ciò che sentiamo di essere. Siamo anche, almeno in parte, la storia dei comportamenti che abbiamo imparato, delle conseguenze che abbiamo incontrato e delle risposte che abbiamo costruito nel rapporto con gli altri.
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Bibliografia
- Watson, J. B. (1913), Psychology as the Behaviorist Views It, Psychological Review, 20(2), 158–177.
- Watson, J. B. (1914), Behavior: An Introduction to Comparative Psychology, New York, Henry Holt.
- Watson, J. B. (1919), Psychology from the Standpoint of a Behaviorist, Philadelphia, J. B. Lippincott.
- Watson, J. B. (1924), Behaviorism, New York, W. W. Norton.
- Watson, J. B., Rayner, R. (1920), Conditioned Emotional Reactions, Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1–14.
- Skinner, B. F. (1953), Science and Human Behavior, New York, Macmillan.
- Herrnstein, R. J., Boring, E. G. (a cura di) (1965), A Source Book in the History of Psychology, Cambridge, Harvard University Press.

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