Una delle domande più antiche e affascinanti della filosofia riguarda la natura stessa dell'essere umano: siamo naturalmente egoisti oppure possediamo una spontanea inclinazione alla cooperazione e all'altruismo?
La questione attraversa secoli di riflessione filosofica, psicologica e scientifica e continua ancora oggi a suscitare dibattiti accesi.
In fondo, dalla risposta che diamo a questa domanda dipende il modo in cui interpretiamo la società, la morale, l'educazione e persino il significato delle relazioni umane.
Osservando il comportamento quotidiano delle persone, si potrebbero trovare facilmente argomenti a favore dell'egoismo naturale.
La competizione per il successo, il desiderio di possedere più beni, la ricerca del prestigio sociale e la tendenza a mettere i propri interessi al primo posto sembrano suggerire che l'essere umano sia guidato principalmente dall'amore per se stesso.
Molti episodi della storia, dalle guerre alle lotte per il potere, sembrano confermare questa interpretazione pessimistica della natura umana.
Uno dei più celebri sostenitori di questa visione fu il filosofo inglese Thomas Hobbes.
leggi: l'essere umano è mosso da desideri egoistici
Secondo Hobbes, nello stato di natura gli uomini vivrebbero in una condizione di continua competizione, caratterizzata dalla diffidenza reciproca e dalla lotta per la sopravvivenza.
La sua famosa espressione "homo homini lupus" ("l'uomo è un lupo per l'uomo") descrive una realtà in cui ciascuno cerca di proteggere i propri interessi anche a discapito degli altri. In questa prospettiva, le leggi, lo Stato e le istituzioni sarebbero necessari proprio per contenere l'egoismo naturale degli individui.
Tuttavia, questa non è l'unica interpretazione possibile. Altri pensatori hanno sostenuto che l'essere umano possieda una predisposizione innata alla solidarietà e alla cooperazione.
Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, riteneva che l'uomo fosse originariamente buono e che fossero le strutture sociali, le disuguaglianze e la competizione a corromperne il carattere.
>y;">Secondo Rousseau, la compassione e l'empatia sono qualità naturali che precedono la formazione della società e che permettono agli individui di riconoscere la sofferenza altrui.Se guardiamo alle moderne ricerche scientifiche, scopriamo che la realtà è probabilmente più complessa di quanto immaginassero sia Hobbes sia Rousseau.
Le neuroscienze e la psicologia evoluzionistica mostrano infatti che l'essere umano possiede contemporaneamente tendenze egoistiche e cooperative.
Da un lato, siamo biologicamente programmati per proteggere noi stessi e garantire la nostra sopravvivenza. Dall'altro, la nostra specie si è evoluta grazie alla capacità di collaborare, condividere risorse e costruire legami sociali stabili.
Basta osservare il comportamento dei bambini molto piccoli.
Numerosi studi hanno evidenziato che già nei primi anni di vita emergono spontaneamente comportamenti di aiuto e collaborazione.
I bambini tendono ad aiutare gli adulti in difficoltà, a condividere oggetti e a mostrare forme elementari di empatia.
Questi atteggiamenti sembrano indicare che la predisposizione alla cooperazione non sia soltanto il risultato dell'educazione, ma faccia parte della nostra natura più profonda.
D'altra parte, sarebbe ingenuo negare l'esistenza dell'egoismo.
Ogni essere umano sperimenta quotidianamente desideri, interessi personali e bisogni che spesso entrano in conflitto con quelli degli altri.
La ricerca del benessere individuale non è necessariamente negativa; anzi, rappresenta una componente fondamentale della vita.
Senza una certa attenzione verso se stessi sarebbe difficile sopravvivere, sviluppare le proprie capacità o perseguire i propri obiettivi.
Il problema nasce quando l'attenzione verso se stessi si trasforma in indifferenza nei confronti degli altri. In questo caso l'egoismo smette di essere una semplice strategia di autoconservazione e diventa una forma di chiusura che impoverisce sia l'individuo sia la comunità. Una società composta esclusivamente da individui egoisti sarebbe infatti incapace di generare fiducia, solidarietà e collaborazione durature.
È interessante notare che persino molti comportamenti apparentemente altruistici possono contenere una componente egoistica.
Quando aiutiamo qualcuno, spesso proviamo soddisfazione, gratificazione o un senso di benessere interiore.
Alcuni filosofi hanno quindi sostenuto che l'altruismo puro non esista e che ogni azione umana sia, in ultima analisi, motivata da un interesse personale.
Tuttavia, questa conclusione potrebbe essere troppo radicale. Il fatto che un gesto altruistico produca anche una gratificazione personale non significa necessariamente che sia stato compiuto esclusivamente per interesse.
Forse il vero errore consiste nel pensare egoismo e altruismo come due realtà completamente separate. Nella vita concreta, le due dimensioni si intrecciano continuamente.
Amiamo gli altri e, allo stesso tempo, desideriamo essere amati.
Aiutiamo e desideriamo sentirci utili.
Collaboriamo perché comprendiamo che il benessere collettivo favorisce anche il nostro.
L'essere umano sembra quindi muoversi costantemente tra l'interesse personale e l'apertura verso gli altri.
Da un punto di vista evolutivo, questa combinazione appare perfettamente sensata.
Una specie composta soltanto da individui egoisti difficilmente avrebbe potuto sviluppare comunità stabili e organizzate.
Al contrario, una specie completamente altruista avrebbe rischiato di sacrificare la propria sopravvivenza individuale.
L'evoluzione sembra aver favorito un equilibrio dinamico tra queste due tendenze.
Anche la cultura svolge un ruolo decisivo.
Le società possono incoraggiare la competizione estrema oppure valorizzare la cooperazione e la solidarietà.
Le istituzioni, l'educazione e i modelli culturali influenzano profondamente il modo in cui le predisposizioni naturali vengono espresse.
In altre parole, la natura umana fornisce alcune possibilità di base, ma è il contesto sociale a determinarne in larga misura lo sviluppo.
Forse, allora, la domanda iniziale non dovrebbe essere se l'essere umano sia naturalmente egoista oppure altruista.
Più correttamente dovremmo chiederci quale delle due tendenze scegliamo di coltivare.
Dentro ciascuno di noi convivono infatti impulsi contrastanti: il desiderio di affermare noi stessi e quello di entrare in relazione con gli altri; l'istinto di conservazione e la capacità di sacrificio; la ricerca del vantaggio personale e il bisogno di appartenenza.
La grande sfida della civiltà consiste proprio nel creare le condizioni affinché la cooperazione prevalga sulla competizione distruttiva.
Non perché l'egoismo possa essere eliminato, ma perché esso possa essere integrato in una visione più ampia della vita umana.
In fondo, la nostra esperienza quotidiana mostra che nessuno è veramente autosufficiente.
Viviamo grazie a una rete di relazioni, dipendenze reciproche e collaborazioni che rendono possibile la nostra esistenza.
L'essere umano, quindi, non sembra essere naturalmente egoista nel senso assoluto del termine.
È piuttosto un essere complesso, capace sia di egoismo sia di altruismo, continuamente sospeso tra l'interesse personale e la responsabilità verso gli altri.
Comprendere questa duplice natura significa forse comprendere qualcosa di essenziale su ciò che siamo: creature che cercano il proprio bene, ma che possono realizzarlo pienamente solo all'interno di una comunità di altri esseri umani.
*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo
"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."
