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Un percorso dedicato alle grandi domande dell'esistenza, alle relazioni umane e ai racconti che trasformano le idee in esperienza.

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mercoledì 1 luglio 2026

La relazione come origine del significato


Viviamo abitualmente nella convinzione che le cose possiedano un significato proprio, stabile e autonomo. 

Pensiamo che un volto sia bello in sé, che uno sguardo sia seducente per una qualità intrinseca, che un oggetto abbia un valore indipendente dal contesto in cui appare. 

Tuttavia, una riflessione più attenta mostra come nulla di ciò che incontriamo nell'esperienza possa essere compreso in modo isolato. 

Ogni realtà emerge infatti all'interno di una rete di relazioni che la rende intelligibile. 

Non esiste un fenomeno completamente autosufficiente, poiché il suo significato nasce sempre dal rapporto con ciò che lo circonda e lo differenzia.

Leggi: Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri

Lo sguardo costituisce uno degli esempi più eloquenti di questa verità. 

Quando diciamo che lo sguardo di una donna è intenso, affascinante o seducente, attribuiamo a esso una qualità che sembra appartenergli naturalmente. 

In realtà, ciò che percepiamo non è mai una proprietà assoluta dello sguardo stesso. La sua forza espressiva emerge soltanto all'interno di un orizzonte più ampio fatto di confronti, ricordi, aspettative ed esperienze precedenti. 

Uno sguardo appare significativo perché si distingue da altri sguardi possibili; la sua particolarità nasce dalla differenza che lo separa da ciò che non è.

Anche il giudizio negativo segue la stessa logica. 

Definire uno sguardo come freddo, spento o poco gradevole non significa individuare una caratteristica oggettiva contenuta in esso. 

Significa piuttosto collocarlo entro un sistema di confronti che ne determina il valore

Ciò che consideriamo bello o brutto, interessante o insignificante, non esiste come qualità assoluta, ma come effetto di una relazione. 

Ogni percezione è sempre comparativa, poiché il senso nasce dalla differenza.

Questa intuizione conduce a una conseguenza filosofica fondamentale: nulla appare da solo. Ogni fenomeno porta con sé una trama invisibile di riferimenti che ne rende possibile la comprensione. 

Quando osserviamo uno sguardo, non vediamo soltanto ciò che è presente davanti a noi. Vediamo anche l'eco di tutti gli altri sguardi che abbiamo incontrato, le emozioni che abbiamo vissuto, le immagini che conserviamo nella memoria. Il presente non è mai puro presente; è sempre attraversato da una storia che lo sostiene e lo interpreta.

In questo senso, lo sguardo può essere considerato un punto privilegiato di manifestazione del mondo. Esso non si limita a registrare ciò che esiste, ma contribuisce a far emergere il significato delle cose. 

Guardare non significa semplicemente ricevere immagini. Significa organizzare un campo di relazioni, distinguere figure e sfondi, attribuire rilevanza a determinati aspetti dell'esperienza. Lo sguardo è una forza interpretativa prima ancora che percettiva.

leggi: Io e l'altro: Levinas, Ortega y Gassett, Husserl e Tischner in dialogo filosofico

Ogni atto di visione implica infatti una selezione. Quando osserviamo qualcosa, inevitabilmente lasciamo sullo sfondo una moltitudine di altri elementi. Ciò che appare in primo piano acquista significato proprio grazie a ciò che rimane marginale. 

Nessuna figura potrebbe emergere senza uno sfondo che la sostenga. Nessuna presenza potrebbe essere riconosciuta senza l'orizzonte di assenze che la circonda.

Da questa prospettiva, lo sguardo non è soltanto il luogo del visibile. È anche il luogo in cui l'invisibile si manifesta indirettamente. 

Ogni cosa che appare porta con sé qualcosa che sfugge alla piena evidenza. 

Dietro ogni presenza si nasconde un'eccedenza di significato che non può essere completamente esaurita dall'apparire. Vediamo sempre meno di ciò che esiste e, nello stesso tempo, intuiamo sempre più di ciò che vediamo.

Questa dimensione dell'invisibile accompagna ogni esperienza umana. 

Quando incontriamo una persona, non percepiamo soltanto il suo volto o le sue parole. Intuiamo una profondità che va oltre ciò che appare immediatamente. 

Ogni essere umano custodisce una parte di sé che rimane irriducibile alla semplice manifestazione esteriore. Lo sguardo diventa allora il luogo di una tensione continua tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde.

Leggi: La fenomenologia di Husserl

Proprio in questa tensione si radica il fascino dello sguardo umano. 

Uno sguardo è capace di attrarre non perché riveli tutto, ma perché lascia intravedere qualcosa che non si lascia possedere completamente. 

La seduzione nasce dalla presenza di un mistero. 

Se tutto fosse immediatamente evidente, non vi sarebbe alcuno spazio per il desiderio, per la ricerca o per l'interpretazione. 

È l'incompiutezza della manifestazione che alimenta il movimento della conoscenza.

Da qui emerge una dimensione ancora più profonda. Lo sguardo umano sembra orientato verso qualcosa che supera ogni oggetto particolare. 

Dietro ogni esperienza concreta si manifesta il desiderio di una pienezza che non viene mai definitivamente raggiunta. 

Ogni bellezza rimanda a una bellezza ulteriore; ogni verità rinvia a una verità più ampia; ogni presenza sembra custodire il richiamo di un oltre.

Lo sguardo diventa così simbolo della condizione umana stessa. 

leggi: "Dasein": siamo esseri nel mondo (Heidegger)

L'uomo vive nel finito, ma è continuamente aperto all'infinito. 

Abita il mondo delle cose determinate, ma non smette di interrogarsi su ciò che le trascende. 

Ogni esperienza contiene una promessa che va oltre se stessa. 

Ogni apparire suggerisce una profondità che non può essere completamente ridotta all'apparenza.

In questo senso, lo sguardo rappresenta la verità più autentica dell'esistenza. 

Esso mostra che il significato non risiede nelle cose considerate isolatamente, ma nella rete di relazioni che le collega. 

Rivela che il visibile è sempre attraversato dall'invisibile e che ogni presenza custodisce l'eco di un'assenza. 

Attraverso lo sguardo comprendiamo che il mondo non è un insieme di oggetti separati, ma un intreccio vivente di differenze, rinvii e significati.

Forse è proprio questa la grande lezione dello sguardo: insegnarci che nulla esiste da solo e che ogni cosa, nel momento stesso in cui appare, rinvia a qualcosa che la supera. 

Così il visibile diventa la soglia dell'invisibile e il finito si trasforma nel segno discreto di una realtà più vasta, che si lascia intuire senza mai essere completamente posseduta.


*Spunto tratto dai "Frammenti di filosofia" presenti in "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 6 di Fabio Squeo


Approfondisci

Leggi: Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri

Leggi: La fenomenologia di Husserl

leggi: "Dasein": siamo esseri nel mondo (Heidegger)

leggi: Io e l'altro: Levinas, Ortega y Gassett, Husserl e Tischner in dialogo filosofico



"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

sabato 27 giugno 2026

Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri


Nessun essere umano può esistere completamente da solo. 

Fin dalla nascita, la nostra identità si costruisce attraverso il rapporto con gli altri. 

Impariamo a parlare, a pensare, ad amare e persino a conoscere noi stessi grazie alle relazioni che intrecciamo nel corso della vita.

Le relazioni umane rappresentano uno degli aspetti più affascinanti e complessi dell'esperienza umana. 

Attraverso gli altri sperimentiamo la gioia dell'incontro, la profondità dell'amore, il conforto dell'amicizia, ma anche il dolore della separazione, l'incomprensione e il conflitto. 

Ogni relazione ci trasforma, lasciando tracce che contribuiscono a definire ciò che siamo.

Filosofi, psicologi, sociologi e scrittori hanno dedicato intere opere a comprendere il mistero del legame umano. 

Da Aristotele, che definiva l'uomo un "animale sociale", fino ai pensatori contemporanei che riflettono sulle trasformazioni delle relazioni nell'era digitale, emerge una consapevolezza fondamentale: comprendere gli altri significa comprendere meglio anche noi stessi.

Questa sezione del blog è dedicata all'esplorazione delle relazioni umane nelle loro molteplici forme. 

Attraverso riflessioni filosofiche, approfondimenti psicologici e osservazioni sulla vita quotidiana, cercheremo di comprendere i meccanismi che governano i rapporti tra le persone e il loro ruolo nella costruzione di una vita autentica e significativa.

Amore

L'amore è probabilmente l'esperienza relazionale più intensa e trasformativa che l'essere umano possa vivere.

Da sempre l'amore rappresenta una fonte inesauribile di interrogativi. 

Che cosa significa amare davvero? 

Qual è la differenza tra amore e innamoramento? 

È possibile amare senza possedere? 

Come affrontare le delusioni sentimentali e le crisi di coppia?

Da Platone a Kierkegaard, da Erich Fromm alla psicologia contemporanea, molti pensatori hanno cercato di comprendere la natura di questo sentimento che può generare la più grande felicità e il più profondo dolore.

In questa sezione troverai riflessioni dedicate all'amore romantico, alle relazioni affettive, all'intimità, alla fiducia, alla gelosia, alle separazioni e a tutte quelle esperienze che caratterizzano la vita sentimentale di ogni persona.

Crescita personale

Ogni relazione rappresenta uno specchio attraverso cui possiamo osservare noi stessi.

Le difficoltà che incontriamo nei rapporti con gli altri spesso rivelano aspetti profondi della nostra personalità: paure, aspettative, fragilità, desideri e convinzioni che influenzano il nostro modo di vivere.

La crescita personale non consiste semplicemente nel migliorare le proprie capacità o raggiungere determinati obiettivi. 

Significa sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, imparare a riconoscere i propri limiti, coltivare l'autenticità e costruire relazioni più sane e significative.

Questa sezione affronta temi come l'autostima, la maturazione emotiva, la gestione delle emozioni, la resilienza, il cambiamento personale e la ricerca di una maggiore armonia interiore.

La comunicazione: il ponte tra le persone

Ogni relazione si fonda sulla comunicazione.

Le parole che scegliamo, i silenzi che manteniamo, i gesti che compiamo e persino il nostro modo di ascoltare contribuiscono a costruire o a compromettere i rapporti con gli altri.

Molte incomprensioni nascono non da una reale incompatibilità tra le persone, ma dalla difficoltà di esprimere bisogni, emozioni e aspettative in modo chiaro ed empatico.

Comprendere i meccanismi della comunicazione significa imparare a costruire relazioni più autentiche e profonde, fondate sul dialogo e sul rispetto reciproco.

Solitudine e bisogno di appartenenza

L'essere umano vive costantemente una tensione tra due esigenze apparentemente opposte: il bisogno di autonomia e il desiderio di appartenenza.

Da un lato abbiamo bisogno di spazi personali per sviluppare la nostra individualità; dall'altro cerchiamo connessioni significative che ci permettano di sentirci parte di qualcosa di più grande.

La solitudine può essere una condizione dolorosa, ma può anche trasformarsi in un'opportunità di crescita e conoscenza di sé. Comprendere questa dimensione significa imparare a distinguere tra isolamento e capacità di stare bene con sé stessi.

Empatia e comprensione dell'altro

Ogni relazione autentica richiede la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi di un'altra persona.

L'empatia non consiste semplicemente nel condividere le emozioni altrui, ma nel riconoscere la dignità e l'unicità dell'esperienza dell'altro.

In una società sempre più veloce e frammentata, sviluppare empatia rappresenta una delle competenze umane più importanti. Essa costituisce il fondamento dell'amicizia, dell'amore, della cooperazione e della convivenza sociale.

Le relazioni nell'era digitale

Internet e i social network hanno trasformato profondamente il modo in cui gli esseri umani comunicano e costruiscono relazioni.

Mai come oggi è stato così semplice entrare in contatto con altre persone. Tuttavia, questa apparente vicinanza non sempre si traduce in relazioni più profonde o soddisfacenti.

La tecnologia offre nuove opportunità di connessione, ma pone anche interrogativi importanti sulla qualità dei rapporti umani, sulla solitudine contemporanea e sul significato dell'incontro autentico.

Un viaggio alla scoperta dell'altro

Le relazioni umane rappresentano uno dei laboratori più importanti della nostra esistenza. Attraverso gli altri impariamo chi siamo, scopriamo i nostri limiti, mettiamo alla prova le nostre convinzioni e sperimentiamo la possibilità della trasformazione.

L'amore, l'amicizia, la comunicazione, la crescita personale e la ricerca di comprensione reciproca non sono temi separati, ma aspetti differenti di una stessa avventura: il tentativo di costruire legami significativi in un mondo complesso e in continuo cambiamento.

Le riflessioni raccolte in questa sezione vogliono offrire strumenti per comprendere meglio sé stessi e gli altri, nella convinzione che una vita ricca di relazioni autentiche sia una delle forme più profonde di realizzazione umana.


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mercoledì 24 giugno 2026

I piccoli gesti che cambiano la vita


Nel piccolo paese di San Lorenzo c’era un ospedale antico, con muri color crema e finestre alte che lasciavano entrare il sole del mattino. 

Dietro l’edificio si estendeva un giardino che un tempo era stato bellissimo, ma che negli ultimi anni era stato quasi dimenticato. 

Le rose crescevano senza ordine, le aiuole erano invase dalle erbacce e il vecchio sentiero di pietra era coperto di muschio.

In quell’ospedale lavorava Anna, una ragazza di ventidue anni che aveva appena terminato gli studi da infermiera. 

Era intelligente, preparata e piena di entusiasmo. 

Tuttavia, aveva anche un desiderio che custodiva nel cuore: voleva essere riconosciuta da tutti come la migliore.

Ogni volta che aiutava un paziente, sperava che qualcuno la notasse. Quando sistemava una medicazione difficile o rassicurava una persona spaventata, si immaginava i complimenti dei medici e gli applausi dei colleghi.

Un giorno il direttore annunciò una novità.

«Tra qualche mese verrà assegnato un premio al membro del personale che avrà dato il contributo più significativo all’ospedale.»

La notizia si diffuse rapidamente. 

Molti iniziarono a impegnarsi ancora di più, ma Anna fu quella che prese la cosa più seriamente.

«Questa è la mia occasione» pensò.

Nello stesso reparto lavorava anche una donna anziana di nome Teresa. 

Non era un medico né un’infermiera. 

Si occupava di piccoli servizi: portava i pasti, cambiava i fiori nelle stanze e aiutava chiunque avesse bisogno di una mano.

Nessuno parlava quasi mai di lei.

Quando Anna passava accanto a Teresa, la vedeva sempre indaffarata in qualche attività semplice.

«Non capisco come fai a essere sempre serena» disse un giorno. «Ti vendo intenta in lavori che pochi notano.»

Teresa sorrise: «Forse proprio per questo posso dedicarmi meglio.»

Anna non comprese quelle parole.

Passarono le settimane. Anna lavorava senza sosta. Era efficiente, veloce e competente. Eppure, più cercava di distinguersi, più diventava nervosa.

Se qualcuno riceveva un complimento, provava fastidio. Se un collega veniva ringraziato da un paziente, sentiva una punta di gelosia.

Una sera arrivò in reparto un anziano signore chiamato Carlo. 

Era malato e molto solo. 

Non riceveva visite e parlava poco.

Anna gli forniva tutte le cure necessarie, ma spesso aveva fretta.

«Come si sente oggi?» chiedeva.

«Un po’ meglio.»

«Bene, tornerò più tardi.»

E subito passava ad altro.

Teresa invece si fermava. 

Gli aggiustava il cuscino. 

Gli raccontava qualche episodio divertente. 

A volte restava semplicemente in silenzio accanto a lui.

«Perché perdi così tanto tempo?» chiese Anna.

«Non lo perdo.»

«Ma ci sono tante cose da fare.»

«Anche ascoltare è una cosa da fare.»

Anna scosse la testa nel senso di mostrare il suo disaccordo.

Una domenica pomeriggio scoppiò un forte temporale. Il vento piegava gli alberi del giardino e la pioggia cadeva come una cascata.

Nel caos di quella giornata, il sistema elettrico dell’ospedale ebbe un guasto. 

Per alcune ore il personale dovette affrontare molte difficoltà.

Tutti correvano da una parte all’altra. Anna cercava di coordinare le emergenze.

Quando finalmente la situazione tornò sotto controllo, era esausta.

Fu allora che si accorse di una cosa. 

Nel corridoio più lontano, quasi nascosta, Teresa stava tranquillizzando una bambina che piangeva per la paura del temporale. 

Le teneva la mano e le raccontava una storia.

Più avanti, aiutava un paziente a mangiare. Poco dopo accompagnava una signora anziana a telefonare ai figli. Nessuno sembrava notarla.

Eppure, ovunque passasse, lasciava pace.

Quella notte Anna non riuscì a dormire. Continuava a pensare a ciò che aveva visto.

«Io faccio tante cose importanti» rifletteva. «Eppure spesso le persone restano spaventate o tristi. Teresa invece compie gesti semplicissimi e tutti si sentono meglio.»

I giorni successivi iniziarono a suscitare in lei nuove domande.

Un mattino trovò Teresa nel vecchio giardino dietro l’ospedale.

La donna stava togliendo le erbacce da un’aiuola.

«Perché te ne occupi?» domandò Anna.

«Perché i pazienti guardano fuori dalle finestre e notano il giardino poco curato»

Teresa si fermò e osservò una rosa appena sbocciata.

«Vedi questo fiore?»

«Sì.»

«Non si preoccupa di essere ammirato. Fiorisce e basta.»

Anna rimase in silenzio.

«Sai» continuò Teresa, «molte persone credono che il valore di una vita dipenda da quanto viene vista. Io penso invece che dipenda da quanto amore contiene.»

Quelle parole colpirono Anna più di qualsiasi lezione universitaria.

Nei giorni successivi cominciò a cambiare. Iniziò a fermarsi qualche minuto in più accanto ai pazienti. 

Ascoltava le loro paure. Ricordava i nomi dei loro familiari. 

Portava un bicchiere d’acqua senza aspettare che qualcuno glielo chiedesse. 

Quando un collega aveva bisogno di aiuto, si offriva senza pensare ai meriti.

Scoprì una cosa sorprendente. Più smetteva di cercare riconoscimenti, più lavorava con gioia.

Un pomeriggio Carlo, il paziente anziano, la chiamò vicino al letto.

«Posso dirle una cosa?»

«Certo.»

«Quando sono arrivato qui avevo paura. Ora mi sento meno solo.»

Anna sorrise. Per la prima volta non pensò al premio. Pensò soltanto alla felicità di quell’uomo.

Arrivò infine il giorno della premiazione. Il personale si riunì nella sala principale. 

Molti si aspettavano che il riconoscimento andasse a un medico famoso o a un’infermiera particolarmente brillante.

Il direttore salì sul palco.

«Quest’anno abbiamo deciso di premiare una persona che raramente appare al centro dell’attenzione.»

Nella sala scese il silenzio.

«Una persona che ha insegnato a tutti noi che la grandezza non consiste nell’essere serviti, ma nel servire.»

Poi pronunciò il nome di Teresa.

L’applauso fu lunghissimo. Teresa arrossì e si alzò lentamente.

«Vorrei dire soltanto una cosa» disse. «Ogni persona che incontriamo porta dentro una sofferenza che spesso non vediamo. Se riusciamo ad alleviarla anche un poco, abbiamo già fatto qualcosa di importante.»

Mentre tutti applaudivano, Anna sentì una profonda emozione.

Capì che il premio più grande non era una targa o un riconoscimento pubblico. 

Era la possibilità di fare del bene.

Quella sera tornò nel giardino dietro l’ospedale. Le rose erano più ordinate e il sentiero era tornato visibile. 

Si sedette su una panchina e osservò il tramonto. Ripensò a tutto ciò che aveva imparato.

La vera grandezza non nasce dal desiderio di essere ammirati, ma dalla capacità di amare anche nei gesti più piccoli. Nasce dal servire con semplicità e umiltà.

Da allora Anna continuò a essere un’ottima infermiera, ma non inseguì più gli applausi. Preferì concentrarsi sulle persone. 

E scoprì che proprio lì, nei piccoli gesti quotidiani, nelle attenzioni che quasi nessuno vedeva, si nascondeva la forma più autentica della felicità.

Perché il bene più grande non è brillare davanti agli altri, ma illuminare la vita di qualcuno senza aspettarsi nulla in cambio. 


*Consiglio per la lettura "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 5 di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

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martedì 2 giugno 2026

Nessuno voleva occuparsi di lui: la lezione di umanità

 

Mi chiamo Teresa, e ormai gli anni sono tanti. 

Le mani che un tempo lavoravano svelte tra le corsie dell'ospedale oggi tremano leggermente, e la memoria a volte si perde tra le pieghe del tempo. 

Eppure ci sono ricordi che non sbiadiscono. Rimangono vivi, come se fossero accaduti ieri. Uno di questi riguarda suor Maria Bertilla.

Allora lavoravo all'ospedale di Treviso. 

Erano anni difficili. La guerra aveva lasciato ferite profonde e il dolore sembrava abitare ogni stanza.

I malati arrivavano continuamente: soldati feriti, contadini consumati dalla fatica, donne indebolite dalla miseria, anziani abbandonati a sé stessi. 

Non c'erano abbastanza medicine, non c'era abbastanza personale, e spesso non c'era nemmeno il tempo per una parola gentile.

Ricordo bene una mattina d'inverno. Faceva freddo e una nebbia fitta avvolgeva la città. 

Le finestre dell'ospedale erano appannate e nei corridoi si sentiva l'odore pungente dei disinfettanti mescolato a quello delle stufe a carbone.

In uno dei reparti era stato ricoverato un uomo anziano proveniente da un piccolo paese della campagna vicentina. 

Nessuno conosceva bene la sua storia. 

Sapevamo soltanto che viveva da solo e che era stato trovato in condizioni molto gravi. 

Era debole, malnutrito e affetto da una malattia che lo consumava lentamente. 

Non riceveva visite. Nessuno chiedeva sue notizie.

Molti provavano compassione per lui, ma le urgenze erano tante e inevitabilmente l'attenzione si concentrava sui casi più gravi. 

L'uomo passava intere giornate in silenzio, con lo sguardo perso verso il soffitto.

Una mattina lo sentii lamentarsi. Non erano grida. Era qualcosa di più triste. Sembrava il lamento sommesso di chi non si aspetta più nulla.

Fu allora che arrivò suor Maria Bertilla.

Non fece nulla di straordinario, almeno all'apparenza.

Si avvicinò lentamente al letto. Lo salutò con dolcezza. 

Gli sistemò la coperta che era scivolata a terra. 

Gli pulì il viso con un panno umido e gli parlò come si parla a una persona cara.

Osservavo questa scena da lontano.

L'uomo, che da giorni non rivolgeva parola a nessuno, la guardò negli occhi.

«Suora», disse con voce debole, «perché si occupa di me?»

Non dimenticherò mai la risposta.

Maria Bertilla sorrise: «Perché lei ha bisogno.»

Lo disse con una semplicità assoluta, come se non ci fosse nulla da spiegare. 

Nessuna predica. 

Nessun discorso sulla carità. 

Nessuna frase solenne. Solo quelle quattro parole.

“Perché lei ha bisogno.”

Nei giorni successivi continuò a prendersi cura di lui. 

Quando terminava il lavoro più urgente tornava al suo letto. 

Gli portava qualcosa da mangiare quando riusciva a procurarselo. 

Gli leggeva qualche pagina di un libro di preghiere. A volte rimaneva semplicemente seduta accanto a lui in silenzio.

Era questo che mi colpiva.

Molti aiutano gli altri quando possono fare qualcosa di importante. 

Lei invece sembrava capire che anche il semplice restare accanto a una persona possiede un valore immenso.

Un pomeriggio entrai nella stanza e li trovai a parlare.

L'anziano stava raccontando episodi della propria giovinezza. 

Parlava della campagna, degli animali, delle stagioni, dei raccolti. 

Aveva gli occhi lucidi. Da settimane non lo vedevo così.

Maria Bertilla lo ascoltava con attenzione sincera.

Non fingeva interesse, né mostrava fretta.

Sembrava che per lei quel racconto fosse importante quanto qualsiasi altra occupazione dell'ospedale.

In quel momento compresi qualcosa che allora non avrei saputo esprimere con le parole che oggi conosco.

Compresi che la cura non consiste soltanto nel guarire.

Noi pensavamo che il nostro compito fosse combattere la malattia. 

Certamente era importante. 

Ma Maria Bertilla sembrava vedere qualcosa di più profondo.

Vedeva la persona.

Là dove molti vedevano un malato, lei vedeva un uomo.

Là dove molti vedevano una cartella clinica, lei vedeva una storia.

Là dove molti vedevano un corpo che si spegneva, lei vedeva una dignità che non poteva essere perduta.

Qualche settimana dopo le condizioni dell'anziano peggiorarono rapidamente. 

Era evidente che non sarebbe guarito.

Ricordo ancora una sera.

La luce del tramonto entrava dalla finestra e colorava la stanza di un tenue riflesso dorato.

Maria Bertilla era seduta accanto al letto.

L'uomo respirava con fatica.

Le teneva la mano.

Non parlavano.

Non ce n'era bisogno.

In quel silenzio vi era una forma di comunicazione più profonda delle parole.

Quando l'uomo morì, Maria Bertilla rimase per qualche istante in raccoglimento.

Poi sistemò le lenzuola con la stessa cura che aveva avuto durante la sua malattia.

Non c'era alcuna teatralità nei suoi gesti.

Non cercava di apparire buona.

Non sembrava nemmeno rendersi conto di fare qualcosa di speciale.

Era semplicemente fedele a un modo di stare accanto agli altri.

Molti anni sono passati da allora.

Ho visto medici straordinari, infermieri competenti e persone generose.

Ma raramente ho incontrato qualcuno capace di guardare gli altri come faceva lei.

Quando si parla di Maria Bertilla, spesso si ricordano la sua umiltà, la sua santità, la sua dedizione.

Tutto questo è vero.

Eppure, se qualcuno mi chiedesse quale fosse la sua qualità più grande, risponderei senza esitazione: la capacità di accorgersi delle persone.

Può sembrare poco.

In realtà è una delle cose più difficili del mondo.

Accorgersi davvero di qualcuno significa interrompere il proprio cammino, sospendere i propri pensieri, mettere da parte il proprio interesse e riconoscere che davanti a noi c'è una vita che chiede ascolto.

Maria Bertilla possedeva questo dono in modo straordinario.

Ancora oggi, ripensando a quell'anziano dimenticato da tutti, mi sorprendo.

Non perché fosse un miracolo, neanche per il gesto clamoroso.

Mi sorprendo perché ho visto una donna trasformare la fragilità di un altro essere umano in un motivo di vicinanza.

Ho visto una persona sola sentirsi nuovamente riconosciuta.

Ho visto qualcuno morire senza essere abbandonato.

E credo che sia proprio questo il motivo per cui tanti, dopo la sua morte, iniziarono a parlare della sua santità.

Non perché avesse compiuto imprese eccezionali.

Ma perché riusciva a fare una cosa che noi, troppo spesso, trascuriamo: rendere visibile l'umanità nascosta di chi soffre.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

 

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