venerdì 4 aprile 2025

L'arroganza: il morbo della stupidità


L'incredibile macchina che è il tuo cervello non sai quanto lontano e velocemente può portarti.

Essere intelligenti significa tenere in perfetta forma i meccanismi che girano nella testa.

Soprattutto significa non concedersi alla stupidità.

Certamente non mancano occasioni e fattori che ci inducono a mettere a riposo la ragione. Colpevoli possono essere i tanti pregiudizi; le emozioni che prendono in ostaggio il buon senso.

Ancora più spesso, la radice del problema è l'arroganza. Pensiamo di conoscere già la risposta giusta, quindi non indaghiamo abbastanza per sapere cosa non sappiamo, e così lasciamo spazio alla stupidità.

Difatti, non essere consapevole della portata della propria ignoranza è un’inclinazione tipa dell’essere umano. Questo vuol significare che pur se sei intelligente, non sei immune al virus dell'arroganza, anzi, ironicamente, diventi più vulnerabile ad essa.

In altre parole, più sei brillante, più sei scarso nel riconoscere i tuoi limiti.

Ciò che spesso ci rende più stupidi di quanto dovremmo essere è pensare di essere più intelligenti di quanto siamo in realtà.

Allora cosa possiamo fare?

Se il problema è l'arroganza, allora la soluzione è l'umiltà.

Purtroppo, questa soluzione sembra banale ma è difficile da applicarla. Sebbene possiamo immaginare i vantaggi a lungo termine che potremmo ottenere, restiamo attaccati al voler essere intelligenti a tutti costi, invece di evitare coerentemente la stupidità.

Il modo per essere più intelligenti è essere consapevoli della propensione umana a essere stupidi e cercare di correggerla. Compito difficile anche perché l’arrogante non sa di esserlo. Egli, nei casi più gravi, è un “distaccato” dalla realtà e vive in un mondo costruito da paure e veti interiori nascosti nel proprio inconscio.

Se vuoi migliorare le tue capacità di pensiero critico devi essere più tollerante con chi si oppone alle tue idee e più scettico con chi afferma di condividerle.

Sarebbe come sei tu fossi più umile con chi non la pensa come te e meno entusiasta verso chi si allinea al tuo pensiero. Insomma, dovresti saperti bilanciare tra due sponde comportamentali che eccedono.

È facile dire che l'umiltà intellettuale ti renderà più intelligente; lo confermano molte persone brillanti.

Sicuramente avrai avuto relazioni con persone che pur occupando posti di rilievo nella società, ti sorprendono per la loro modestia. Queste non assumono toni da sapienti. Non impongono le proprie idee come verità assolute. Il loro linguaggio, pur se forbito, ti arriva semplice, amichevole.

Se vuoi cercare alcuni segnali di arroganza nascosta, osserva il tuo interlocutore. Difficilmente sorride, solo occasionalmente ti guarda negli occhi, e se sta in silenzio ad ascoltarti, non lo fa perché è interessato alle tue parole, ma perché è preso nel riorganizzare il suo pensiero per ribattere le tue idee senza averle comprese e ribadire con più forza quanto ha già detto.

Ovviamente non ispirano simpatia e si illudono di apparire importanti e soprattutto intelligenti.

La conclusione generale è che l'arroganza ci rende più stupidi di quanto dovremmo essere, e una maggiore umiltà è la soluzione. Se stai cercando una regola pratica che ti aiuti a essere meno stupido fidati della tua empatia. In quel momento, essa ti dirà molto di più della reagione.    

giovedì 3 aprile 2025

Newton beffa Einstein


Einstein, Newton e Pascal giocano a nascondino insieme.

È il turno di Einstein di contare, quindi chiude gli occhi e inizia a farlo.

Pascal scappa immediatamente e si nasconde.

Newton, invece, non lo fa.

Invece, disegna con molta calma un quadrato sul terreno, di 1 metro per lato, e lo disegna proprio di fronte al posto in cui Einstein sta contando.

Poi ci mette un passo al centro.

Proprio in quel momento, Einstein arriva a 10, apre gli occhi e individua immediatamente Newton e quindi dice: "Ti ho trovato!"

Newton sorride e dice con calma: 

"Non hai trovato me, hai trovato Newton per metro quadrato. Quindi hai trovato Pascal".

 

Spiegazione (per i non tecnici)

Un newton (N) in un metro quadrato () equivale a un pascal (Pa), ovvero 1 Pa = 1 N/m². 

Il pascal è l'unità di misura della pressione internazionale.

Il newton è un'unità di misura della forza.

Immuni alla pazzia del mondo


Oggigiorno è difficile non avere la mente fissa a fare soldi, a non scalare una montagna, a non correre una maratona o scrivere un libro o costruire un'azienda. È impossibile ignorare la rivoluzione tecnologica.

Resta comunque difficile è non essere contagiati da ciò che accade intorno a te, non perdere la testa... o la decenza... o il senso di ciò che conta.

Guardati intorno. Lo vedi ovunque. Persone che si sciolgono sugli aerei e nel traffico. I social media che si trasformano in una fogna di rabbia e teorie del complotto. Famiglie estraniate. Il ciclo delle notizie che rimbalza tra crisi e catastrofe. Stanno succedendo cose davvero orribili.

Bisogna rifarsi agli atteggiamenti “stoici” di quelli che vissero gli anni tumultuosi del 146-78 a.C., il periodo che preparò il terreno per la caduta dell’impero di Roma. Il loro motto era: “I venti possono ululare, ma io non sarò spazzato via”.

Il mondo sembra impazzire... e sta cercando di portarti con sé.

Ma ecco il punto: non puoi permetterglielo.

Ricordando Marco Aurelio, che ha affrontò quelli che avrebbero potuto essere tempi ancora più bui dei nostri: una pestilenza devastante che uccise milioni di persone. Un tentativo di colpo di stato da parte di uno dei suoi generali più fidati. L'impero che letteralmente crollava ai margini. Eppure, nei suoi scritti privati, lo vediamo ripetere costantemente a se stesso: “Non lasciare che ti infetti. Non perdere la tua umanità. Non impazzire con la follia. Non importa cosa dica o si faccia, il mio compito è essere buono. Il mio compito è essere smeraldo, il mio colore inalterabile".

Pensa a Montaigne, che si ritira nel suo studio.

Pensa a Stefan Zweig che scopre Montaigne in una cantina come rifugiato dalla Germania nel 1941.

Pensa a Cicerone e Catone che devono lasciare Roma per un po'.

Pensa a Crisippo, che diceva “Il filosofo non può unirsi alla folla e alla plebe”.

Non è che fossero disimpegnati, erano molto impegnati. È che si sforzavano, tuttavia, di non essere consumati dalle passioni che avevano distrutto la loro società. Lincoln dovette trovare un equilibrio molto simile: sapeva che la schiavitù era sbagliata. Sapeva che una buona parte di persone era determinata a distruggere il paese. Capì anche che non poteva permettersi altro che calma, lungimiranza, chiarezza. Non poteva perdere la sua umanità. Non poteva perdere la testa.

 

Quando leggi stupidaggini sui social media; quando qualcuno ti taglia la strada nel traffico; quando le notizie ti fanno bollire il sangue?

Non farti trascinare dalla follia non tua.

Questo non significa che sei indifferente all'ingiustizia, ma che non puoi lasciarti spezzare, non puoi lasciarti disperare, non puoi lasciarti distrarre dal tuo lavoro per la giustizia.

Resta buono. Resta concentrato. Tieni gli occhi puntati sul premio.

Quando le tensioni sono alte, quando la disfunzione politica si riversa in strada, quando rabbia e frustrazione abbondano... Quando disinformazione, estremismo e assurdità assoluta pervadono... Quando crudeltà e cattiveria diventano accettabili...

... non vederlo come un disastro, ma come un'opportunità.

Questo è ciò di cui Marcus scrive nel suo libro (L’ostacolo è la via): "L'ostacolo all'azione fa progredire l'azione. Ciò che si frappone diventa la via".

Questa frase ha ispirato milioni di persone a fare cose straordinarie: imprenditori che si sono rinnovati durante le crisi per costruire aziende fiorenti, atleti che hanno trasformato gli infortuni in straordinari ritorni, artisti che hanno trasformato le difficoltà nel loro miglior lavoro e così via.

Ma sapete di cosa stava realmente parlando Marcus quando ha scritto quelle parole? Non era il successo. Stava parlando di come affrontare il mondo, di come vederlo come un'opportunità di virtù, persino le cose frustranti, deludenti e persino disgustose che accadono.

"In un certo senso", recita il brano completo, "le persone sono la nostra vera occupazione. Il nostro compito è far loro del bene e sopportarle... Le nostre azioni possono essere ostacolate da loro, ma non ci può essere alcun ostacolo alle nostre intenzioni o alle nostre disposizioni. Perché possiamo accomodarci e adattarci. La mente si adatta e converte ai propri scopi l'ostacolo al nostro agire. L'impedimento all'azione fa progredire l'azione. Ciò che si frappone diventa la via".

Il teorico della cospirazione, il membro della famiglia politicamente radicalizzato, lo sconosciuto arrabbiato in cerca di una discussione, le persone pazze e le situazioni pazze sono opportunità per praticare la virtù.

Sono occasioni per mostrare coraggio rimanendo fermi nei tuoi principi,

Per dimostrare giustizia trattandoli equamente nonostante la loro ingiustizia nei tuoi confronti.

Per esercitare la temperanza controllando le tue emozioni quando cercano di provocarti.

Per insistere su ciò che è giusto.

Per lottare per il cambiamento dove puoi.

Per impegnarti dove possono fare una differenza positiva.

È facile? Ovviamente no.

Non controlliamo ciò che fanno gli altri. Non controlliamo il ciclo delle notizie o il clima politico o il livello generale di sanità mentale nel mondo.

Ciò che controlliamo siamo noi stessi. Controlliamo se lasciamo che i momenti brutti ci trasformino in persone cattive. Controlliamo se manteniamo la nostra umanità quando gli altri stanno perdendo la loro. Controlliamo se portiamo il fuoco o ci uniamo all'oscurità.

I venti possono ululare, ma non dobbiamo essere spazzati via.

Il mondo può impazzire, ma dobbiamo rimanere sani di mente.

Questo è il nostro lavoro. Questa è la nostra vera occupazione. Questa è la cosa più importante in questi tempi folli.

mercoledì 2 aprile 2025

I benefici della pazienza

Jalal al-Din Rumi (1207-1273)

 

In un piccolo paese, viveva un vecchio saggio di nome Pietro. La gente cercava i suoi consigli per ogni questione: dai conflitti personali alle dispute della comunità. Un giorno, un giovane, furioso per un tradimento, irruppe nella casa di Pietro.

"Sono stato offeso! Come posso restare calmo quando l'ingiustizia brucia dentro di me?" Urlò.

Pietro sorrise, versò del tè caldo in una tazza, la riempì fino all'orlo e gli ordinò: "Attraversa la stanza senza versare una goccia".

Il giovane si concentrò intensamente sulla tazza e camminò con passi lenti e decisi. Quando arrivò dall'altra parte, sospirò di sollievo per non aver versato una sola goccia.

Pietro chiese quindi: "A cosa stavi pensando mentre camminavi?"

"Al tè, ovviamente! Non volevo versarlo!", rispose il giovane.

Pietro annuì. "Rifletti, caro amico, la vita è come quella tazza di tè. Se ti concentri sulle distrazioni, sul rumore, sulla rabbia, sull'ingiustizia, inciamperai. Ma se rimani concentrato su ciò che conta davvero, niente ti scuoterà".

Il giovane se ne andò con una nuova prospettiva. Anni dopo, divenne un grande leader, noto per la sua saggezza e la sua incrollabile pazienza. Nessuno seppe mai se avesse mai più rovesciato il tè.

La pazienza è la chiave sempre utile per risolvere molte situazioni apparentemente difficili da sbrogliare.

Ci sono luminosi esempi di personalità che hanno costruito la loro grandezza con la pazienza.

Mahatma Gandhi, il leader del movimento per l'indipendenza dell'India, affrontò difficoltà inimmaginabili: percosse, prigionia, persino tentativi di assassinio. Ma non lasciò mai che la rabbia dettasse le sue azioni. Invece, abbracciò la pazienza come strategia.

Uno degli esempi più famosi fu la Marcia del sale del 1930. Invece di reagire violentemente all'oppressione britannica, Gandhi camminò per 240 miglia fino al Mar Arabico per produrre sale, sfidando le leggi britanniche. La sua pazienza e resilienza hanno ispirato milioni di persone, dimostrando che la resistenza e l'autocontrollo possono smantellare un impero.

Ben Franklin non è nato genio o statista, ma si è costruito da solo. Ha praticato la pazienza non solo nei rapporti con le persone, ma anche nella crescita personale. Franklin ha creato un elenco di 13 virtù che desiderava padroneggiare, una delle quali era la tranquillità: "Non essere turbato dalle sciocchezze o dagli incidenti comuni o inevitabili".

Ha capito che l'impazienza e l'imprudenza portano a decisioni sbagliate. Raffinandosi costantemente nel tempo, è diventato una delle figure più influenti della storia.

Lincoln ha affrontato tragedie personali, tradimenti politici e la devastazione della guerra civile, eppure è rimasto straordinariamente paziente. Un esempio famoso è il suo approccio nel trattare con il suo gabinetto, molti dei quali dubitavano apertamente di lui. Invece di reagire con frustrazione, Lincoln scrisse lettere in cui esprimeva la sua rabbia, ma non le inviò mai. Ciò gli consentì di elaborare le sue emozioni senza agire in modo avventato.

La sua pazienza si estese anche alla leadership. Capì che un cambiamento affrettato avrebbe potuto ritorcersi contro, quindi affrontò con attenzione la delicata questione della schiavitù, aspettando il momento giusto per emanare la Proclamazione di emancipazione. La sua pazienza non era passività, era moderazione strategica.

Rumi, poeta e filosofo persiano del XIII secolo, aveva una profonda comprensione della pazienza.

Scrisse: "Cerca di non resistere ai cambiamenti che ti capitano. Invece, lascia che la vita viva attraverso di te. E non preoccuparti che la tua vita si capovolga. Come fai a sapere che il lato a cui sei abituato è migliore di quello che verrà?"

La pazienza, secondo Rumi, non riguarda solo l'attesa, ma la fiducia. Quando le cose vanno in pezzi, potrebbe non essere distruzione ma trasformazione. I momenti più difficili spesso portano alla crescita più profonda.

Concludendo, la pazienza è una forza silenziosa, spesso sottovalutata ma immensamente potente. È la differenza tra reagire e rispondere, tra fallimento e successo, tra caos e pace.

martedì 1 aprile 2025

Il “Bello” come forma di buon auspicio (Sartre)

Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoire

 

Jean-Paul Sartre è stato uno dei filosofi francesi più influenti di tutti i tempi. Figura di spicco della filosofia esistenzialista a cui si riferiscono molti episodi singolari della sua vita.

Si racconta che pur avendo vinto il premio Nobel 1964 in letteratura, si rifiutò di ritirarlo, giustificandosi così: “Nessun uomo merita di essere consacrato da vivo”.

Ma non fu l’unico premio a rifiutare, tra altri riconoscimenti, non accettò la “Legion d’onore”, la più alta onorificenza dello Stato Francese, e perfino di entrare a far parte del prestigiosissimo Collège de France.

Il pensiero di Sartre abbraccia un ampio campo di indagine, difficile da ricondurre ad un’unica corrente filosofica. Sebbene la sua vita si sia svolta in un preciso periodo storico, egli si impone come pensatore sempre attuale.
Nella sua vita frequentò anche gli ambienti psicoanalitici, entrando in contatto, tra gli altri, con Jacques Lacan. 

Si riporta perfino di una sua “singolare” conversazione con Lacan, nella quale Sartre raccontò della propria angoscia (grande tema della sua ricerca letteraria e filosofica) e di un sogno. Lacan rimase molto “perplesso” davanti a Sartre e lo invitò ad intraprendere un’analisi psicoanalitica.

Data la sua grande attività intellettuale e politica, Sartre viaggiò in lungo e in largo. Tuttavia, il filosofo non riusa mai a superare la paura di viaggiare in aereo.

Sartre racconta: “Ho preso l’aereo cento volte senza abituarmici. Di tanto in tanto la paura si risveglia – soprattutto quando i miei compagni di viaggio sono brutti quanto me; ma basta che ne facciano parte una bella ragazza o un bel ragazzo o una deliziosa coppia di innamorati e la paura svanisce; la bruttezza è una profezia; c’è in essa un certo estremismo che vuole portare la negazione sino all’orrore. Il Bello appare indistruttibile; la sua immagine sacra ci protegge; finché resterà tra noi la catastrofe non accadrà.”
La fobia di Sartre trova nel “Bello” un limite, un elemento capace di neutralizzare l’angoscia dovuta all’emergere dell’assenza di controllo davanti al rischio catastrofico, senza soluzione, dell’incidente aereo.
In questo passaggio autobiografico Sartre evoca uno degli scopi fondamentali che il “Bello2 permette di ottenere nel suo rapporto con il Reale della vita: disinnescare la sua emersione traumatica, evitare il suo imporsi distruttivo.

Per questo, Sartre aveva inventato una sorta di rituale, cercando, nella fila dei passeggeri, quel “Bello” che avrebbe potuto rispondere alla sua angoscia, agendo da buon auspicio per il volo.

Possiamo cogliere in questa dimensione del “Bello” una chiara marca difensiva, tale da ridurre l’esperienza estetica ad una sorta di funzione ordinatrice e riparatrice simbolica. Se c’è Bello, c’è protezione, c’è ordine e salvezza.

Lo stesso Freud aveva sottolineato come, ad un occhio maschile, la bellezza femminile potesse avere un valore fallico; nella bellezza delle donne, indica Freud, l’uomo troverebbe un velo capace di “annullare” l’angoscia di castrazione. Ecco ancora un certo uso della bellezza, come “velo”, limite che impedisce il contatto traumatico con la realtà.

In ogni forma idealizzata, spiritualizzata, disincarnata di bellezza possiamo vedere un processo simile: l’evitamento del dato corporeo come protezione dalla mortalità della carne.

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