venerdì 20 luglio 2012

Tristezza, malattia contagiosa




Vorrei soffermarmi con te su un particolare atteggiamento dell’essere umano in generale. 

Le nostre limitazioni, le nostre paure intervengono pesantemente sulla qualità della vita a causa di un dettame insito nell’istinto che va oltre l’uomo stesso e lo rende molto simile ad ogni essere vivente sul nostro pianeta. 

Si tratta dell’istinto di sopravvivenza che prescinde da qualunque legge “umana” regolatrice delle relazioni sociali. 

Qualora una minaccia dovesse presentarsi alla consapevolezza, qualunque essere vivente utilizza tutti i sistemi a sua disposizione per proteggersi e  scongiurare il pericolo. 

Le tecniche di “sopravvivenza” sono diverse e commisurate con la specie. 

Nel caso di umani, si deve tener conto di una doppia consapevolezza. 

La prima è riferibile al corpo come componente fisico, staccato dalla psicologia ed estraneo alla razionalità. 

Il corpo quando si sente minacciato mette in opera l’esperienza accumulata nella vita corrente e, forse, anche in quelle precedenti. 

Esso, essendo privo di razionalità, applica la tecnica con la sola condizione che in passato una modalità simile di reagire ha prodotto ottimi risultati, a prescindere della precisione mediante la quale esso decide la similitudine degli eventi.

Per esempio, immagina di ferirti ad una mano. Il processo di guarigione scatta con una serie di attività che interessano la biologia. 

Queste attività assumono una grinta funzionale legata al contenuto di una guida operativa che il corpo ha formato con gli anni trascorsi.

Nella giovane età la guida attinge dal carattere ereditario della persona, mentre con l’età adulta, tale guida è contaminata dall’esperienza individuale. 

Ovviamente, il processo di guarigione è più veloce ed efficiente se meno notizie disturbatrici e cause di inefficienza ci sono nella guida. 

La guida, utilizzata dal corpo, è in continuo aggiornamento fino dal primo istante di vita. Essa registra anche le convinzioni provenienti dal secondo livello di consapevolezza. 

Frasi come “Ormai sono diventata vecchia”, vengono codificate in simboli che rallentano il processo di guarigione. 

Altri esempi sono: “Sono abituata al dolore”, “Ho perso la speranza”, “E’ impossibile che possa verificarsi!”, “Mi sono rassegnata”, “Non ho più vent’anni”, e così l'elenco potrebbe continuare.

Il corpo memorizza questi segnali provenienti dal livello superiore e si adegua per tenerne conto come verità assolute da attendere.     

Ripetere continuamente nel dirsi “vecchio” significa far partire quel processo di convincimento che giungerà al corpo sotto forma di dettame. 

In questo caso, esso produrrà stimoli per cui i movimenti si rallenteranno, la pelle tenderà ad aggrinzirsi, i dolori reumatici si instaureranno, la vista si accorcerà, l’udito diminuirà, l’appetito scomparirà e, per effetto cascata, tutto procederà verso la definizione del “vecchio”, come era stato anticipato dal desiderio di livello superiore.

Naturalmente, il processo è favorito dalla psicologia che ordina alle parti del corpo a disporsi in accordo con il significato e l’idea che esterniamo.

Se ci lamentiamo, è impossibile non manifestare posizioni corporali di disappunto e di tristezza. 

La testa china e il tono di voce basso si accorda benissimo con la tristezza e la sconfitta. Addirittura la depressione suggerisce l’immobilità tipica del corpo morto. 

Mentre la corsa, il canto, il sorriso sono caratteri del corpo vivo, appartenente a chi mostra gioia, felicità, entusiasmo per la vita. 

Il fatto importante da capire a fondo, è che questi stati sono comandati da convinzioni che non hanno nessun legame col giudizio oggettivo di “vero” o “falso”. 

In altre parole, indipendentemente se il merito della convinzione è vero o è falso, il corpo agisce in relazione al suo contenuto. 

Se tentassimo di mentire sul giudizio della nostra convinzione, daremmo segnali contrastanti al corpo che, per nostra fortuna, insistendo con questa incongruenza, lo faremmo propendere a favore dei segnali mentitori provenienti dal secondo livello. 

In questo senso, essere tristi per abitudine è una maledizione, poiché oltre a far danni a noi stessi, si epande per imitazione su chi ci sta vicino, esattamente come una malattia contagiosa.

Posta un commento