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Edith Stein (1891-1942) |
Quando si vive una esistenza di amore si comprende meglio la dimensione dell’altro. L’altro diventa una promessa al servizio dell’amore stesso. Questo principio si arricchisce giorno dopo giorno; come se stessimo annaffiando un fiordaliso. È il caso di Edith Stein, una filosofa ebrea promotrice dell’amore verso la dignità della persona.
Edith Stein nasce a Breslavia il 12 ottobre del 1891 e muore il 9 agosto del 1942, nel campo di concentramento Auschwitz-Birkenau. La sua morte è considerata un martirio, motivo per cui fu canonizzata da Papa Wojtyla nel 1998. Le cronache biografiche dicono che sin da bambina mostrava una fluidità discorsiva senza pari. Appassionata di filosofia, a scuola i professori notarono subito le sue doti intellettuali. La sorella la definì “straordinariamente pronta di ingegno”.
Nel 1916 si laurea in filosofia a Friburgo sotto la guida di Edmund Husserl, il padre della fenomenologia. Ma nonostante l’eccellente impegno universitario non otterrà mai una cattedra fissa in università a causa delle discriminazioni razziali imposte dal regime di Hitler. Nel 1933 abbandona le ricerche filosofiche, l’insegnamento, per abbracciare la spiritualità: diventa suora, e assume il nome di Teresa Benedetta della Croce.
Dunque, come nasce la sua filosofia? La filosofia di Edith Stein è un ponte che collega la fenomenologia di Husserl con la sua personale ricerca della verità. In parole più semplici, il suo pensiero nasce dall’incontro tra ragione e la fede. E nonostante il rigore del pensiero fenomenologico, Stein sentiva che in esso qualcosa mancava: la risposta ultima sul senso ultimo della persona. Edmund Husserl, il suo maestro, le ha offerto un metodo rigoroso per descrivere l’esperienza senza però considerare il rapporto “metafisico” tra uomo e Dio. Questo fatto non le andava bene. Secondo lei, la vera conoscenza della persona non è confinabile in un semplice atto razionale, ma si espleta come un incontro con la Verità assoluta, cioè in Dio.
La filosofia, quindi, da sola non basta: occorre aprirsi alla fede. Dunque, Stein si pone questa domanda: Come possiamo comprendere gli altri? tramite l’empatia.
Detto così sarebbe semplicistico e persino un adolescente potrebbe addurlo. Le cose non sono proprio così. Vediamo meglio: Per comprendere bene questo termine dobbiamo avvalerci della lingua tedesca. Nella lingua italiana, di termine ne abbiamo uno solo: “empatia”. La lingua tedesca ne usa due: Ein-sfülhen e Mit-fülhen. Il primo Ein-sfülhen possiamo tradurlo volgarmente come il “mettersi nei panni dell’altro”, tentando di capire l’esperienza di vita dell’altro da una posizione esterna. Io comprendo il dispiacere, i sentimenti di dell’altro, senza necessariamente viverli emotivamente. Il primo stadio resta comunque un punto di “comprensione” che avviene dall’esterno. Il secondo Mit-fülhen possiamo tradurlo con “il provare compassione”. Questo implica un pieno coinvolgimento dei sentimenti e della emotività. Qui i sentimenti dell’io si fondono con quelli del tu per diventare un “sentire con”, un “sentire insieme”. Potremmo etichettare da subito Edith Stein come la filosofa o la mistica dell’empatia. In questo senso l’empatia non è solo un fatto psicologico, ma un vero atto di conoscenza che ci permette di sentire la vita interiore dell’altro e con l’altro. L’empatia diventa partecipazione al mistero di Dio come un comando cristiano di amare il prossimo come se stessi e di riconoscerlo nella sua dignità morale e spirituale.
Stein integra empatia e fede nella maniera in cui concepisce la persona umana: La persona non è solo una entità razionale, ma un essere che vive nella carne, ha un’anima e un legame profondo con Dio. La fede non annulla l’empatia, ma l’approfondisce, la rende esistenzialmente viva nella misericordia. Perché, ad avviso di Stein, solo la fede può rivelare il vero significato di questa relazione a tutto tondo.
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