
In una città costruita interamente di specchi viveva un giovane di nome Adriano. Ogni edificio rifletteva la sua immagine da mille angolazioni: a volte appariva forte e sicuro, altre fragile e disperso. Ogni riflesso sembrava raccontare una versione diversa di lui.
Un giorno scoprì che, sotto la città, esisteva
una Torre invisibile. Si diceva che chi fosse salito fino in cima avrebbe visto
il proprio volto “vero”, libero da ogni frammentazione.
Adriano iniziò la salita al primo piano
Qui le persone inseguivano piaceri, passioni, amori, entusiasmi improvvisi. Ogni emozione generava uno specchio nuovo.
Più si desiderava, più l’immagine si moltiplicava.
Adriano si accorse che restando lì il suo volto diventava confuso, indistinto.
Capì che il desiderio lo rendeva molteplice.
Decise di salire al secondo piano
Qui gli abitanti spiegavano ogni loro azione:
“È naturale”, “È umano”, “Non posso farne a meno”.
Adriano notò che ognuno sembrava convinto, ma nessuno era veramente libero.
Le parole coprivano le azioni, ma non le
dominavano.
Salì ancora al terzo piano.
Non c’erano specchi.
Solo una finestra aperta
sul cielo.
Qui comprese che l’unità non nasce dal seguire ogni impulso, ma dal saper dire “no”.
Che essere una persona non significa
assecondare tutto ciò che si è, ma scegliere ciò che si vuole essere.
Guardò fuori: il cielo non aveva riflessi, non
si frammentava. Era uno.
In quel momento sentì che il suo volto non si
moltiplicava più. Non era diventato perfetto, ma aveva trovato un centro.
Scese dalla Torre e tornò nella città degli
Specchi. Gli edifici riflettevano ancora mille immagini, ma ora non lo
spaventavano. Sapeva che quelle erano possibilità, non identità.
Morale della storia
L’essere umano diventa veramente se stesso solo
quando domina ciò che lo disperde.
La moralità consiste nell’unificare la propria interiorità attraverso la
volontà e la responsabilità, non nel lasciarsi trascinare dall’impulso.
La purezza non è assenza di conflitto, ma tensione continua verso un’unità più alta.
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