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martedì 23 giugno 2026

Quello che resta dopo un addio


Non sul margine della strada, né del bosco, né del fiume. Sul margine del vento. 

Così almeno dicevano gli abitanti del villaggio, e nessuno rideva nel dirlo. 

Perché il vento, là, non era aria: era un vicino di casa, un testimone, un vecchio creditore che ogni notte tornava a reclamare qualcosa.

Nella casa viveva Elina. Aveva ventisette anni e un volto che sembrava appartenere a una persona appena tornata da un lungo viaggio, benché non avesse mai lasciato quella valle. 

I suoi occhi avevano il colore delle ceneri quando sotto le ceneri il fuoco non è ancora morto.

Ogni mattina si alzava prima dell’alba. 

Non per lavorare. Per ascoltare.

Apriva la finestra e rimaneva immobile. 

La montagna respirava nel buio. 

Gli alberi sussurravano. Il cielo cambiava pelle. E il vento parlava. Non con parole. 

Con pause. Con esitazioni. Con improvvise violenze. 

Elina aveva imparato a comprendere quel linguaggio.

Una notte il vento le disse qualcosa che non aveva mai detto prima.

Qualcuno sta tornando. Non fu una voce a parlarle. Era certezza che si insinuava.

La ragazza chiuse la finestra e si sedette sul pavimento e si domandò: “Tornando da dove? Chi?”

Non aveva nessuno da aspettare. Sua madre era morta da anni. 

Suo padre era scomparso in mare quando lei era bambina. 

Gli amici erano pochi e tutti vicini.

Eppure il vento non mentiva mai. Per tre giorni la valle sembrò trattenere il respiro. 

Persino il fiume scorreva più lentamente come anche i cani abbaiavano meno.

La sera del quarto giorno comparve uno straniero. Arrivò a piedi.

Indossava un cappotto scuro e portava una piccola valigia.

Aveva gli occhi di chi ha visto troppi orizzonti e non ne possiede nessuno. 

Entrò nella locanda. Chiese una stanza. Nulla di straordinario.

E tuttavia l’intero villaggio cominciò a parlare di lui.

Come se tutti lo aspettassero senza saperlo. Come si aspetta una lettera che non è stata scritta.

Elina lo vide il giorno seguente mentre attraversava la piazza. 

Rimase a guardarlo per un po’. Non era perché bello, ma aveva un’espressione che lei conosceva. 

Quell’espressione che le persone portano dentro di sé in segno di una grande perdita.

L’uomo alzò gli occhi. La guardò. Nessun sorriso. Nessun gesto. Eppure qualcosa passò tra loro.

Una scintilla?

No.

Le scintille uniscono. Quello era un abisso riconosciuto. Si riconobbero come due precipizi che si salutano.

Quella notte Elina non riuscì a dormire. La luna percorreva il pavimento come un animale bianco.

Il vento bussava ai vetri e sembrava voler dire con certezza:

“Tu lo conosci.”

“Come? Quando?” Elina si chiedeva.

Lei frugò nella memoria, ma nulla che potesse riportarle un volto simile.

Eppure il cuore insisteva con la testardaggine delle ferite.

I giorni successivi si incontrarono spesso. Mai per scelta. 

Sempre per caso: vicino al pozzo, sulla strada del bosco, davanti alla chiesa.

Ogni volta si scambiavano poche parole tra molti silenzi.

L’uomo si chiamava Adrian. Diceva di essere nato lontano. Di aver viaggiato per anni. Di non sapere quanto si sarebbe fermato.

«Cosa cerchi?» gli chiese infine Elina.

Lui sorrise: «Hai una domanda migliore?»

Lei rise. Era la prima volta che rideva da settimane: «E quale potrebbe essere?»

Adrian guardò il cielo: «Cosa mi cerca.»

Le parole rimasero sospese. Come uccelli sopra l’acqua.

Da quel giorno cominciarono a frequentarsi. Non erano amanti o non ancora. Forse non lo sarebbero mai stati.

C’era tra loro qualcosa di più inquieto dell’amore. 

Qualcosa che assomigliava al riconoscimento. 

Come se entrambi fossero stati scritti nella stessa pagina e poi strappati in due libri diversi.

Nei loro incontri camminavano lungo il fiume. Attraverso i campi. 

Sotto le stelle. Parlavano poco. Le parole sembravano insufficienti.

Ogni frase era un recipiente troppo piccolo. Ogni silenzio una cattedrale.

Una sera Adrian raccontò la sua storia.

Anni prima aveva amato una donna. L’aveva amata con la ferocia con cui il mare ama la scogliera. Distruggendola. Adorandola. Temendola.

Poi la donna morì. Da allora lui aveva attraversato città e paesi. 

Non per dimenticare. Per continuare a parlare con l’assenza.

«L’assenza risponde?» chiese Elina.

«Sempre.»

«E cosa dice?»

Adrian rimase a lungo senza parlare.

«Dice che nessuno appartiene a nessuno.»

Elina sentì freddo. Non per la sera. 

Per la verità. Perché sapeva che era vero. E odiava che fosse vero.

Passarono le settimane e arrivò l’autunno. Le foglie cadevano come lettere bruciate. I cieli si fecero più bassi. Il vento più severo.

Una notte Elina sognò suo padre. 

Lo vide sulla riva del mare. Non aveva il volto di un morto. 

Aveva il volto di qualcuno che sta partendo.

Al risveglio il vento ululava. La casa tremava. Gli alberi si piegavano.

La tempesta più grande degli ultimi anni stava arrivando. 

Elina corse verso la locanda. Trovò Adrian che preparava la valigia.

Per un attimo non parlò. Sapeva già. 

Come si sa che una stella è caduta anche senza averla vista.

«Parti?» Non era una domanda.

«Sì.»

«Perché?» Chiese Elina.

«Perché sono arrivato.»

Lei chiuse gli occhi. Paradosso crudele. Arrivare per poter partire. Trovare per poter perdere.

Poi le sfuggì una parola: «Resta.»

Una sola parola. Piccola. Disarmata. Eppure costò più di cento preghiere.

Adrian la guardò. Nel suo sguardo c’era tenerezza, dolore e qualcosa di ancora più difficile da sopportare: la fedeltà a un destino.

«Se restassi, diventerei qualcun altro.»

«E se partissi?»

«Rimarrei me stesso.»

La tempesta colpì le finestre. Il cielo sembrò spezzarsi.

Elina comprese allora che alcune persone non sono fatte per abitare una casa. 

Sono fatte per abitare una ricerca. E la ricerca non dorme. Non mette radici. Non promette, divora.

Lui prese la valigia. Lei non pianse. 

Le lacrime appartengono alle separazioni finite. Quella non sarebbe finita. 

Avrebbe continuato a vivere dentro di lei. Come una seconda ombra. 

Come una seconda voce.

Adrian uscì. La pioggia lo inghiottì.

Per un momento la sua figura rimase visibile sulla strada, poi scomparve.

Elina tornò lentamente verso la casa sul margine del vento. 

La notte sembrava infinita. Eppure non sentiva disperazione. 

Sentiva qualcosa di più vasto. Una tristezza luminosa.

La consapevolezza che ogni incontro autentico contiene già il proprio addio e che proprio per questo brucia. Proprio per questo illumina.

Aprì la finestra. Il vento entrò. Violento. Freddo. Vivo.

«È finita?» chiese.

Il vento rise. O forse era soltanto il rumore delle foglie. Poi rispose nel suo linguaggio di pause e vertigini. Nulla finisce, tutto cambia forma.

Elina rimase lì fino all’alba. Guardando il buio trasformarsi lentamente in luce. 

La valle emergeva dall’ombra: gli alberi, i tetti, il fiume, ogni cosa ritornava a essere visibile. 

Ma non era la stessa. Nemmeno lei lo era.

Perché ci sono persone che attraversano la nostra vita come comete.

Non restano, non appartengono, non promettono eternità. Eppure, nel breve istante del loro passaggio, mostrano il cielo intero.

Quando il sole sorse, Elina sorrise. 

Non perché fosse felice o avesse dimenticato, perché aveva finalmente compreso.

Il cuore non è una casa costruita per trattenere: è una soglia e tutto ciò che amiamo, prima o poi, la attraversa.

Verso di noi. Lontano da noi. Sempre oltre. Sempre acceso.

Passò l’inverno. Non quello dei calendari. Un altro inverno.

Quello che si deposita nelle stanze dopo una partenza. Quello che non conosce stagioni. 

Elina continuò a vivere nella casa sul margine del vento. Tagliava la legna. 

Accendeva il fuoco. 

Portava acqua dal pozzo. 

Compiva gli stessi gesti di sempre. Ma ogni gesto aveva acquistato un’eco. 

Come se una mano invisibile lo ripetesse dopo di lei. 

A volte, mentre apparecchiava la tavola, posava due piatti. Solo per accorgersene un istante dopo. Allora sorrideva e ne toglieva uno.

Altre volte si sorprendeva a parlare ad alta voce. Non a qualcuno. A una possibilità. 

La possibilità che esistesse ancora un ascoltatore oltre la distanza.

Il vento non smetteva di visitarla. Anzi, sembrava più presente, più insistente. 

Come se avesse assunto il compito di custodire ciò che Adrian aveva lasciato dietro di sé.

Una sera di gennaio, mentre la neve cadeva lenta e verticale, Elina trovò qualcosa davanti alla porta.

Una lettera. Nessun nome. Nessun sigillo. Nessuna indicazione. Solo il suo indirizzo. 

Entrò in casa e accese una candela. Aprì la busta. 

Dentro c’era un unico foglio. Poche righe.

"Ho attraversato tre città e due fiumi da quando sono partito. Continuo a credere che la strada non conduca a un luogo ma a una domanda. Tu sei una delle domande che non mi abbandonano."

Nient’altro. Nessuna firma.

Elina rilesse quelle parole decine di volte. 

Poi piegò con cura il foglietto e lo mise vicino al letto. Come si conserva un ricordo.

Da quel giorno cominciarono ad arrivare altre lettere. Irregolari. Imprevedibili. 

A volte una dopo una settimana. 

A volte dopo due mesi.

Mai lunghe. Mai esplicative. Soltanto frammenti, schegge, visioni.

"Oggi ho visto un cavallo bianco correre nella nebbia. Mi è sembrato più reale degli uomini."

"In una città del nord le campane suonavano come se cercassero qualcuno."

"Ogni porto contiene più addii che navi."

Elina non rispondeva. Non perché non volesse. 

Perché non sapeva dove scrivere. 

Le lettere arrivavano senza mittente. 

Come se fossero state consegnate dal vento stesso. E forse era così.

Passarono gli anni. La valle cambiò. Alcuni bambini divennero adulti. 

Alcuni anziani scomparvero. 

Nuove case sorsero vicino al fiume. Ma la casa sul margine del vento rimase uguale.

Una notte d’estate, Elina salì sulla collina più alta. Aveva quasi trent’anni ormai. 

La luna era piena. Immensa. 

Sembrava una ferita luminosa nel cielo. Seduta tra l’erba alta, si accorse improvvisamente di qualcosa. 

Non stava più aspettando. 

La scoperta la colpì con la forza di una rivelazione. 

Per anni aveva creduto di vivere nell’attesa. Invece no. Aveva vissuto. Aveva amato i mattini, le piogge, le rondini, i sentieri.

Aveva continuato a respirare, a cambiare, ad esistere.

L’assenza non aveva divorato la vita. Le aveva insegnato una forma diversa della presenza.

Quella notte pianse. Non erano lacrime di dolore. Erano lacrime di riconoscenza. Per tutto ciò che era rimasto. Per tutto ciò che non era andato perduto.

Molti mesi dopo arrivò l’ultima lettera. Più lunga delle altre.

"Se leggerai queste parole, significa che sono molto lontano. Forse più lontano di quanto immaginassi possibile. Ho inseguito strade, città, deserti, mari. Ho cercato il volto nascosto delle cose. Eppure ogni luogo mi ha insegnato la stessa lezione: non esiste un altrove capace di salvarci da noi stessi."

"Credevo di essere un viandante. Forse ero soltanto un uomo incapace di fermarsi."

"Se un giorno tornerò, non sarà per trovare ciò che ho lasciato. Sarà per vedere ciò che il tempo ha creato."

"Se non tornerò, sappi che una parte della mia vita è rimasta nella tua valle. E che non considero questa una perdita."

La lettera terminava lì.

Nessun saluto. Nessuna promessa. Nessun addio.

Elina la piegò lentamente.

 

Poi uscì per una passeggiata. Era quasi sera. L’orizzonte ardeva di rosso.

I campi brillavano come oro consumato dal fuoco. E all’improvviso comprese qualcosa che fino ad allora le era sfuggito.

L’amore non coincide con il possesso. 

Non coincide neppure con la vicinanza. 

Esistono persone che ci accompagnano senza camminare accanto a noi. 

Persone che continuano a trasformarci da una distanza immensa. 

Come le stelle. 

Nessuno può toccarle. 

Eppure illuminano.

Gli anni continuarono a scorrere, dolcemente, inesorabilmente.

Quando Elina compì quarant’anni, la valle la considerava ormai parte del paesaggio. I bambini la salutavano. I viandanti le chiedevano indicazioni.

Gli anziani cercavano la sua compagnia. Era diventata una donna serena.

Non felice in modo rumoroso. Felice come una sorgente. Una felicità che non ha bisogno di essere vista.

Una sera d’autunno il vento tornò a bussare con la forza dei tempi antichi. 

Le finestre vibrarono. 

Le foglie corsero lungo i sentieri. Il cielo si riempì di nuvole rapide.

Elina sorrise. 

Conosceva quel linguaggio. 

Lo aveva atteso per anni.

Aprì la finestra: «Che cosa vuoi dirmi?»

Il vento entrò. Freddo. Potente. Profumato di luoghi lontani. 

E portò con sé una sensazione dimenticata.

La sensazione di un arrivo.

Elina rimase immobile. Ascoltando.

Il cuore improvvisamente si fece giovane.

Poi la donna guardò la strada. a lunga strada che attraversava la valle.

La strada da cui, molti anni prima, era comparso uno straniero con una piccola valigia.

Non vide nessuno. Eppure continuò a guardare. Finché il sole non tramontò.

Finché il cielo diventò viola e le prime stelle apparvero.

Perché aveva finalmente imparato il segreto custodito dal vento.

Che la vita non è fatta di partenze o ritorni, ma di soglie.

E che ogni essere umano è una porta aperta tra ciò che è stato e ciò che ancora non esiste.

Dietro di lei la casa respirava. 

Davanti a lei la notte cresceva. 

E nel mezzo, come una fiamma che nessun inverno aveva saputo spegnere, rimaneva il cuore.

Sempre pronto a perdere.

Sempre pronto ad accogliere.

Sempre pronto, nonostante tutto, ad amare.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

sabato 23 maggio 2026

Gelosia e amore: perché la gelosia nasce dalla paura della perdita



La gelosia è uno dei sentimenti più complessi e contraddittori dell’animo umano. 

Comunemente viene associata all’amore, alla passione e al desiderio esclusivo verso una persona amata. 

Tuttavia, una riflessione più profonda mostra come essa non nasca semplicemente dal desiderio di possedere qualcosa che manca, ma soprattutto dalla paura di perdere ciò che già appartiene alla nostra vita.

In questo senso, la gelosia non è tanto figlia dell’assenza quanto della presenza minacciata. 

È il timore della sottrazione, della frattura, dello smarrimento di qualcosa che è diventato parte integrante del nostro equilibrio interiore.

Quando una persona prova gelosia, raramente teme soltanto la perdita di un oggetto esterno. In realtà, ciò che teme è la destabilizzazione della propria identità. 

- Erich Fromm: Perché Non Devi Trattenere Chi Non Ti Ama Più

Una relazione, un’amicizia, un ruolo professionale o persino una posizione sociale non sono elementi neutrali: col tempo diventano parte della costruzione del sé. 

Essi conferiscono sicurezza, continuità e senso di stabilità. Per questo motivo la possibilità di perderli genera angoscia. 

Non si tratta solo della fine di un legame o della rinuncia a un bene, ma della sensazione di vedere incrinarsi una parte di sé stessi.

La gelosia, dunque, è profondamente legata al bisogno umano di continuità. 

L’essere umano tende naturalmente a costruire punti di riferimento stabili che gli permettano di orientarsi nel mondo.

Una persona amata, ad esempio, non rappresenta soltanto un individuo verso cui si prova affetto, ma anche una presenza che organizza la quotidianità, conferma il proprio valore e offre sicurezza emotiva. 

Quando questa presenza appare minacciata, emerge la paura del vuoto. 

La gelosia nasce allora come reazione difensiva: è il tentativo di proteggere non soltanto l’altro, ma anche il proprio equilibrio esistenziale.

- La forza trasformativa dell’amore: tra smarrimento e rinascita

Questa prospettiva permette di comprendere perché la gelosia possa manifestarsi anche in assenza di un amore autentico o passionale. 

Esistono infatti relazioni logorate dall’abitudine, dalla distanza emotiva o dalla mancanza di desiderio, nelle quali però continua a esistere una forte paura della separazione.

A prima vista ciò potrebbe sembrare un paradosso: come si può essere gelosi di qualcuno che non si ama più veramente?

In realtà, la risposta risiede proprio nella funzione che quella persona svolge nella vita dell’individuo. 

Anche quando il sentimento amoroso si è affievolito, la presenza dell’altro può continuare a rappresentare una certezza, una struttura stabile, una componente fondamentale della routine quotidiana.

La convivenza, il tempo condiviso, le abitudini costruite insieme creano infatti una forma di dipendenza reciproca. 

Non necessariamente una dipendenza romantica, ma esistenziale. 

La persona accanto a noi diventa parte del paesaggio abituale della nostra vita: occupa spazi fisici, emotivi e psicologici.

Perdere quella presenza significa dover ridefinire sé stessi, affrontare l’incertezza e ricostruire un equilibrio nuovo. 

È proprio questa prospettiva a generare la gelosia anche nei rapporti apparentemente spenti. 

Non si teme soltanto che l’altro vada via; si teme ciò che la sua assenza provocherebbe dentro di noi.

In questo senso, la gelosia rivela un aspetto profondamente umano: il bisogno di sicurezza.

Ogni conquista, sia affettiva sia sociale, tende a essere percepita come parte del proprio patrimonio identitario. 

Un lavoro ottenuto con sacrificio, un’amicizia consolidata negli anni, una relazione stabile: tutto ciò viene interiorizzato come elemento costitutivo del proprio valore e della propria stabilità. 

La minaccia di perdere una di queste conquiste provoca quindi una reazione emotiva intensa, perché mette in discussione non solo il possesso dell’oggetto, ma anche l’immagine che si ha di sé.

Tuttavia, la gelosia non è necessariamente un sentimento negativo in assoluto. In una certa misura, essa può rivelare l’importanza che attribuiamo alle relazioni e ai legami della nostra vita. 

Il problema nasce quando il bisogno di sicurezza diventa eccessivo e si trasforma in controllo, possessività o paura ossessiva. 

In questi casi, la gelosia smette di essere una semplice emozione e diventa una forza distruttiva, capace di soffocare la libertà dell’altro e di compromettere il rapporto stesso che si vorrebbe proteggere.

La riflessione sulla gelosia conduce quindi a una verità più ampia sulla condizione umana: l’essere umano è fragile perché costruisce sé stesso attraverso i legami.

Nessuno vive in modo completamente autonomo; tutti abbiamo bisogno di relazioni, di conferme e di punti di riferimento. 

Relazioni umane: comprendere sé stessi attraverso gli altri

Quando uno di questi elementi vacilla, sentiamo minacciata la nostra identità.

La gelosia è allora il sintomo di questa fragilità, il segnale del fatto che ciò che possediamo non è mai garantito definitivamente.

Allo stesso tempo, comprendere l’origine profonda della gelosia può aiutare a viverla con maggiore consapevolezza. 

Se riconosciamo che dietro di essa si nasconde spesso la paura della perdita e dell’instabilità, possiamo imparare a distinguere il valore autentico dell’altro dal semplice bisogno di sicurezza personale. 

Una relazione sana non dovrebbe basarsi soltanto sulla necessità reciproca, ma anche sulla libertà e sul riconoscimento dell’altro come individuo autonomo.

In conclusione, la gelosia non nasce principalmente dal desiderio di ciò che manca, ma dalla paura di perdere ciò che si considera parte di sé. 

Essa affonda le sue radici nella vulnerabilità umana, nel bisogno di stabilità e nella difficoltà di accettare il cambiamento. 

Anche quando l’amore si affievolisce, il legame può continuare a essere percepito come indispensabile, perché rappresenta una conquista, una sicurezza, una continuità. 

La gelosia, dunque, rivela non solo il rapporto con l’altro, ma soprattutto il rapporto che ciascuno ha con la propria identità e con la propria paura del vuoto.

 


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 



mercoledì 8 ottobre 2025

Quando il rapporto di coppia non funziona

 

Spesso sento mogli o mariti che rimangono scioccati quando il loro coniuge dice di non voler stare più insieme.

Il dolore di quelle parole è devastante. Molti si chiedono: "Perché un uomo o una donna dovrebbe abbandonare la vita che hanno costruito fino ad allora?".

Questa domanda merita una risposta sincera. La verità è che alla separazione raramente si arriva all'improvviso. Ci sono segnali, ragioni e bisogni insoddisfatti che si accumulano nel tempo. Quando questi elementi vengono ignorati, anche un bravo partner può sentirsi spinto a lasciare la l’altro.

Non si tratta di dare la colpa. Si tratta di capire. Se vuoi che il matrimonio sia forte, occorre sapere cosa spinge all’interruzione. Quando si conoscono i motivi, si può agire prima che sia troppo tardi. Vediamo quali sono i motivi più comuni.

Quando l'amore sembra più un dovere che un desiderio

Quando il matrimonio smette di essere amore e inizia a essere un obbligo, un’abitudine. All'inizio, la relazione era piena di passione. Si rideva insieme. Ci si toccava spesso. Si voleva essere vicini. Ma col tempo, la vita quotidiana ha preso il sopravvento. Bollette, figli, stress e impegni hanno sostituito affetto e desiderio.

Quando un partner sente il coniuge più come un coinquilino o un sostentatore che non un partner, un compagno, un complice, il risentimento cresce.

Potrebbe sentirsi inutile come amante, desiderato solo per la sua utilità o per un aiuto in casa.

Il compagno vuole sentirsi scelto, non intrappolato dalle responsabilità. Se si sente invisibile, potrebbe iniziare a chiedersi se conti davvero qualcosa.

Mancanza di rispetto e critiche costanti

Il rispetto è molto importante per chiunque. Molti vi diranno che preferirebbero sentirsi rispettati piuttosto che amati. Perché? Perché il rispetto tocca l'identità profonda della persona. Se un marito o moglie sente costantemente critiche, sarcasmo o paragoni, si sente svalutato, rimpicciolito nella dignità.

Alcune mogli pensano di essere semplicemente "oneste" o di "spingere il marito a fare meglio". Ma a lui sembra che non possa mai essere all'altezza. Col tempo, smette di provarci. E quando smette di provarci, si instaura la distanza. Alla fine, potrebbe decidere che è più facile andarsene piuttosto che continuare a sentirsi un fallimento in casa propria.

Disconnessione emotiva

Alcune persone spesso hanno difficoltà a esprimere le emozioni a parole, ma questo non significa che non abbiano bisogno di connessione. Un partner che si sente emotivamente escluso si allontanerà lentamente. Se i suoi tentativi di aprirsi vengono ignorati o derisi, smetterà di condividere.

Intimità che svanisce o sembra forzata

L'intimità fisica non è l'unica ragione per cui le coppie rimangono stabili, ma è una delle ragioni per cui l’unione va in crisi. Quando il sesso scompare o diventa un peso, può ferire profondamente. Il rifiuto in camera da letto è un fatto personale che va considerato attentamente.

Un marito che continua a sentirsi dire "non stasera" alla fine smette di chiedere. Si sente indesiderato. Quel dolore, se non represso, può trasformarsi in amarezza. E quando l'intimità viene sostituita dal silenzio o dall'evitamento, un uomo può iniziare a credere di non essere più desiderato. Questa convinzione è pericolosa per qualsiasi matrimonio.

Conflitti irrisolti e litigi costanti

Alcuni matrimoni vanno in pezzi non a causa di un evento importante, ma a causa di infinite piccole battaglie. Le continue discussioni logorano entrambi i partner. Se ogni conversazione si trasforma in un litigio, si arriva a pensare che la pace sia impossibile e cominciare a credere che separarsi sia l'unico modo per sfuggire alla tensione.

Sentirsi poco apprezzati

Un altro motivo nascosto per cui il partner se ne va è la mancanza di apprezzamento. Tutti vogliono essere notati per quello che fanno. Che si tratti di sistemare qualcosa in casa, di provvedere alla famiglia o anche di piccole faccende quotidiane, il riconoscimento è importante.

Quando gli sforzi passano inosservati, si potrebbe pensare che nulla di ciò che si fa è abbastanza. Col tempo, quel vuoto cresce. L'apprezzamento è il carburante per un matrimonio funzionante. Senza di esso, tutto diventa difficile.

Quando ci si perde nel matrimonio

Il matrimonio dovrebbe arricchire la persona, non cancellarla. A volte, però, il partner sente di perdersi nel ruolo di marito o moglie, padre o madre. Se si sente controllato, ignorato o privato della propria indipendenza, potrebbe volersi liberare.

Questo accade spesso quando le decisioni sono unilaterali o quando sente che le proprie opinioni non contano. Se sente che la sua identità è svanita, potrebbe cercare di recuperarla andandosene.

Ferite non rimarginate del passato

A volte, il desiderio di andarsene ha poco a che fare le storie correnti. Vecchie ferite, tradimenti passati o sensi di colpa irrisolti possono logorare la coppia. Se non si sa come elaborare questi sentimenti, prima o poi si arriva alla separazione.


Concludendo, il matrimonio non si sgretola da un giorno all'altro. La maggior parte delle coppie desiderano stare insieme. Ciò che ogni partner vuole è sentirsi amato, rispettato, desiderato e apprezzato. Se queste cose mancano per troppo tempo, potrebbe convincersi che andarsene sia l'unica opzione. Ma quando questi bisogni sono soddisfatti, ci sono tutte le ragioni per continuare a stare insieme.

lunedì 1 settembre 2025

Gli impostori dell'amore

 

L’attività dell’amore è amare. 

Il verbo porta con sé il significato di azione. Il suo intendo è fornire cibo all’anima. Esiste ed agisce per il bene di qualcuno che può essere un figlio, un compagno di vita, una qualsiasi persona che in qualche modo, entrando nella sfera dei sentimenti, sia diventata una presenza importante. 

Non pone condizioni alla persona a cui rivolge il bene: sia egli un principe o l’ultimo povero della strada. Ha bisogno della sua partecipazione completa affinché possa dimorare nel cuore; ha bisogno anche di un ambiente dove si respira aria “amorevole”.

Spesso è accompagnato maldestramente dalla passione per la quale facilmente gli addebitano la follia, ma che gli è indispensabile per muovere la volontà a dispetto della razionalità. 

Quando l’amore è in azione utilizza le emozioni per trasferire la gioia, il sorriso per aprire la strada e rompere la diffidenza. Crea empatia, fiducia per superare timori, circospezioni. Appena giunge in un cuore nuovo, inizia a rivoluzionarlo; lo libera dalle paure, elimina tensioni e comincia a coprire d’oblio i risentimenti. 

Gli interessa stabilire un clima interiore sereno prima di produrre del bene. Spesso l’odio, coltivato dalla cattiveria, costruisce mura invalicabili per cui il suo compito diventa arduo e gli occorre tanto tempo per demolire le sofisticate fortezze egoistiche.

Esistono figure che si spacciano per Amore. Si chiamano Interesse, Desiderio, Piacere, Sesso. Questi impostori hanno credito nei pensieri degli uomini perché assomigliano molto alle forme originali che sono proprie dell’amore e lo aiutano nel suo compito, ma quando ci riferiamo agli impostori, questi sosia fanno molto danno. 

Per queste controfigure è facile fingere anche se sono maldestri nelle imitazioni. 

L’unico modo per smascherarli consiste nell’individuarli sapendo che girano da soli nelle anime degli sfortunati e si muovono in un sottofondo di egoismi. Per fortuna hanno vita breve; dopo aver combinato un po’ di guai scompaiono e lasciano i protagonisti delusi, rammaricati. Se dovessero confrontare con gli originali si coprirebbero di meschinità e tenderebbero subito a dileguarsi.


*brano tratto dal mio libro "Amore" pubblicato nel 2023.

mercoledì 27 agosto 2025

L'amore incondizionato

 

Quando il termine "amore incondizionato" è diventato di uso comune, ha segnato un cambiamento nel modo in cui concepiamo l'amore stesso. Una madre ama il suo neonato senza riserve, e l'amore romantico, nelle sue prime fasi di infatuazione, può far sembrare la persona amata perfetta. 

Ma era una novità credere che un amore senza riserve, che perdonasse e accettasse completamente, potesse esistere tra due persone nella vita di tutti i giorni – in altre parole, che fosse coinvolta una dimensione spirituale. 

Ciò significa che amare sé stessi incondizionatamente deve provenire da un livello superiore. Guardandoci allo specchio, tutti noi vediamo troppi difetti e ricordiamo troppe ferite e fallimenti passati per amare noi stessi incondizionatamente.

Esiste un percorso verso l'amore incondizionato, come per qualsiasi aspirazione spirituale. Questo percorso, si sviluppa in tre fasi.

Fase Iniziale: vi vedete come persone che desiderano e hanno bisogno di amore, di solito più di quanto ricevete. Vi sentite insicuri di essere amabili, ma il vostro ego è lì per sostenervi (o meno). Ami gli altri principalmente in base a quanto ti amano o in base al tuo senso del romanticismo, alla tua sessualità e alla tua compatibilità. Le relazioni implicano una negoziazione costante tra ciò che desideri e ciò che desidera il tuo partner. Le parole che si applicano all'amore includono le seguenti: passione, attaccamento, dipendenza, fusione, romanticismo, bisogno reciproco, simpatia e compatibilità.

Fase Intermedia: Quando aspiri a un tipo di amore più elevato, l'ego e il bisogno iniziano a contare molto meno. Senti che l'amore può essere una forza guaritrice che lega tutti. Puoi amare qualcun altro senza aver bisogno di nulla da lui. Questo amore inizia a essere meno personale e legato. La tua consapevolezza si espande e ti senti meno insicuro. L'amore diventa più maturo e pacifico. 

Le relazioni implicano apprezzamento reciproco; ci sono meno conflitti tra due personalità difensive. Le parole che si applicano all'amore includono le seguenti: idealista, calmo, altruista, generoso, empatico, indulgente e accogliente.

Fase Ultima: Quando tutti i limiti vengono superati, l'amore diventa incondizionato. Senti che emerge da una fonte spirituale dentro di te. Questa è più di una semplice sensazione: hai attinto a un aspetto universale dell'Essere. Non hai più un interesse personale per le persone che ami. Ora è possibile provare pura compassione e un senso di appartenenza alla famiglia umana. Le relazioni non comportano lotte o conflitti tra bisogni e desideri. L'amore diventa uno stato di appagamento autosufficiente. Le parole che si applicano all'amore includono le seguenti: beatitudine, trascendenza, santità, luminosità, estasi e sconfinamento.

Come si può notare, il termine "incondizionato" non dovrebbe essere usato alla leggera. Si tratta di un processo che raggiunge un obiettivo elevato, mentre allo stesso tempo si intravedono sprazzi di beatitudine e gioia lungo il cammino.

Come per tutte le aspirazioni spirituali, quando sono reali, l'amore incondizionato è naturale. Lo si può percepire nell'innocenza di un bambino o nella vista di un tramonto sublime. La sfida è aggrapparsi a questi momenti passeggeri, trasformandoli in uno stato permanente. 

Eppure ogni passo del viaggio vale la pena sforzarsi a compierlo, proprio come se si procedesse verso la guarigione da una subdola malattia.

venerdì 18 luglio 2025

L'importanza della parola detta

 

La lingua è una delle parti più importanti della nostra vita. È liscia, morbida e facile da usare: non ha ossa né spigoli vivi. 

Eppure, il suo impatto può essere enorme, sia in senso costruttivo che distruttivo.

Può creare legami meravigliosi e, allo stesso tempo, rompere o cancellare relazioni profonde. 

Ecco perché è fondamentale usarla con consapevolezza e saggezza.

Pensa prima di parlare. Prima di esprimere tutto ciò che provi, fermati un attimo. 

Una volta che un pensiero ti viene in mente, concediti un momento di riflessione. 

Scegli con cura le parole, perché le parole possono guarire o ferire profondamente.

Una parola una volta pronunciata non può essere ritirata

Se usata in modo sbagliato, guarire dal suo effetto può essere molto difficile. 

Le parole sono spesso più affilate delle armi.

Quando sono arrabbiate, molte persone dimenticano di usare parole gentili o rispettose. 

Se qualcuno, ad esempio un dipendente, arriva in ritardo, non urlare immediatamente. Prenditi un momento. 

Se non riesci a controllare la tua rabbia, rimani in silenzio. 

Prima riconosci i suoi sforzi, poi esprimi con gentilezza la tua preoccupazione. 

Questo approccio fa sentire gli altri rispettati e più propensi ad accettare il tuo messaggio.

Sii gentile e rispettoso anche quando sei arrabbiato, non perdere mai il rispetto. 

Usa un linguaggio educato. 

Evita il sarcasmo o le osservazioni offensive. Riconosci il punto di vista dell'altra persona.

Dai agli altri la possibilità di spiegarsi. Sii paziente.

L'ascolto è importante

Quando ascolti veramente, fai sentire gli altri ascoltati e apprezzati. E quando si sentono apprezzati, sono più propensi ad ascoltarti e ad apprezzarti a loro volta.

Rispetta le differenze. Le persone possono avere prospettive diverse. 

Non etichettare tutto come successo o fallimento. 

Dai tempo e modo agli altri per esprimere i loro pensieri. Condividi le tue opinioni senza ferire, ma con rispetto e comprensione.

Non possiamo mai prevedere veramente l'impatto delle nostre parole, perché la mente e il cuore di ogni persona sono diversi”.

Le parole plasmano la nostra identità. Le tue parole non solo costruiscono o distruggono le relazioni, ma costruiscono anche te stesso. Parla sempre in modo positivo. 

Le parole hanno il potere di elevare la tua personalità e la tua influenza.

Hai mai pensato a quanto sia meravigliosa la posizione della nostra lingua?

È protetta all'interno dai denti affilati. 

Se chiudi i denti, non puoi parlare. I denti possono ferire la lingua, eppure è la lingua che dà forma alle parole ed esprime tutto. 

Non è incredibile?

Le nostre parole sono come l'acqua: essenziali per la vita, ma anche capaci di distruggere se non controllate. Usale per nutrire, non per inondare o danneggiare.

La parola non solo ci aiuta a mantenere le relazioni con gli altri, ma plasma anche la nostra vita. 

Le parole positive possono guidarci verso una vita serena e significativa. 

La parola ha il potere di costruire la pace interiore e creare legami profondi e duraturi con gli altri.

Non è facile, ma è importante fare del proprio meglio. 

Ogni giorno è un'occasione per crescere, parlare meglio e vivere meglio.

Lascia che le parole siano fonte di pace, rispetto e positività, per te stesso e per chi ti circonda.



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giovedì 10 aprile 2025

Impegnati ad amare

 

"L'amore è composto da un'unica anima che abita due corpi", scrisse Aristotele.

È una bella frase, vero? Forse un po' spirituale, considerando la realtà della routine quotidiana dell'amore, e forse privo di sfumature. Nel senso che condividere un'anima non significa che due persone follemente innamorate la vedano sempre allo stesso modo.

"L'amore è come un rubinetto", cantava Billie Holiday, "si apre e si chiude".

Non molto romantica ma suggerisce un’idea che mi induce ad una metafora: “il vero amore è simile a una stufa a gas. Possiamo girare la manopola e chiedere più gas finché la temperatura si alza fino al punto di non sopportazione e occorre semplicemente lasciarla raffreddarla mentre affrontiamo tutto ciò che la vita ci riserva".

Sì, anche l'amore è doloroso, come ci ha ricordato Nazareth:

L'amore ferisce, l'amore lascia cicatrici.

L'amore ferisce e segna qualsiasi cuore non abbastanza duro o forte per sopportare molto dolore.

Gli psicologi moderni stanno ancora cercando di definire l'amore, spesso descrivendolo in termini più pratici rispetto agli antichi filosofi. Negli anni '70, lo psicologo sociale Zick Rubin sosteneva che l'amore consistesse in una lunga lista di fattori, tra cui attaccamento, cura, intimità, ammirazione, rispetto e altro ancora. Rubin cercò di misurare l'amore empiricamente, creando una scala di valutazione basata sulle risposte a una dozzina di domande. Tutto questo toglie un po' di fascino, no?

Poi, negli anni '80, lo psicologo Robert Sternberg ridusse l'amore a tre componenti: intimità, passione e impegno. Introdusse il concetto di responsabilità, riconoscendo che l'amore non dura senza un certo sforzo.

Cercò di “studiare” l’amore utilizzando gli strumenti della scienza.

In definitiva, la chiave dell'amore romantico si trova nell’abbracciare, prendersi cura e sostenere una persona di cui si è innamorati, qualunque cosa accada, nonostante tutti gli ostacoli che si incontrano lungo il cammino dell'unione, e anche quando a volte si aprono enormi abissi, come è inevitabile che accada.

La cosa divertente è che, quando lo fai, l'amore cresce. Ti prendi cura di una persona perché la ami. La ami perché ti prendi cura di lei. Se i sentimenti sono reciproci, allora è magia!

Ma i maghi ti diranno che c'è della scienza dietro la loro magia. Il risultato finale potrebbe sembrare magico, ma c'è molto lavoro dietro per renderlo tale.

Oltre la magia, oltre le riflessioni di filosofi, poeti, c'è in realtà molta scienza dietro l'amore romantico. Fisher, autrice e ricercatrice, è un'esperta dell'evoluzione della sessualità umana e del matrimonio. Descrive l'evoluzione dell'amore tra due persone come un processo che si svolge in tre fasi:

Lussuria: Desiderio sessuale di base, la materia prima della procreazione e dell'evoluzione. Il testosterone e gli estrogeni dominano.

Attrazione: Puoi essere attratto da qualcuno che desideri ardentemente, e viceversa, ma l'uno può esistere anche senza l'altro, spiega Fisher. La dopamina e la noradrenalina entrano in gioco durante il sesso, ma anche quando si è con qualcuno che si ama al di fuori di una relazione sentimentale.

Attaccamento: il cervello rilascia vasopressina e ossitocina (a volte chiamata l'ormone delle coccole), segnali di relazioni più profonde e durature che non dipendono dalla lussuria o dall'attrazione, sebbene tutti e tre gli elementi possano coesistere.

Anche l'amore è universale. La ricerca di Fisher rileva che i sentimenti che associamo all'essere innamorati – cose come infatuazione, passione, forte attrazione romantica – sono pressoché identici indipendentemente da età, orientamento sessuale, ricchezza, religione e praticamente qualsiasi altro gruppo demografico o caratteristica che si possa immaginare. Il suo studio della storia, risalente a migliaia di anni fa, rileva che poco è cambiato.

"Chiamalo come vuoi, uomini e donne di ogni epoca e cultura sono stati stregati, turbati e disorientati da questo potere irresistibile", ha scritto nel suo libro del 2005, "Perché amiamo". "Essere innamorati è universale per l'umanità; fa parte della natura umana. Inoltre, questa magia colpisce ognuno di noi più o meno allo stesso modo".

Nonostante tutti i discorsi pieni di sentimento e di anima di poeti e filosofi, è chiaro che l'amore è radicato nel cervello, dove i nostri intensi sentimenti per un'altra persona innescano il rilascio di quelle sostanze chimiche che ci fanno sentire bene. Ed è lì che iniziamo a vedere chiaramente i diversi tipi di amore.

Si amano i propri figli; si ama il proprio cane, ma non nello stesso modo in cui si ama la propria moglie/marito, ovviamente. 

Le molteplici definizioni dell'amore derivano dal fatto che proviamo ed esprimiamo molti tipi diversi di amore.

I grandi pensatori hanno trascorso migliaia di anni cercando di spiegare se l'amore sia qualcosa di puramente emotivo – il che implica che abbiamo poco controllo su di esso – o più una scelta che possiamo fare. Spesso può sembrare la prima opzione. Ma persino Aristotele (e anche Platone) avevano iniziato a pensare all'amore come a qualcosa di più di un sentimento. Vedevano l'amore come un legame tra due persone che si ammirano a vicenda e scelgono di sostenersi a vicenda nel tempo.

"Mentre i sentimenti che accompagnano l'amore potrebbero essere fuori dal nostro controllo, il modo in cui amiamo qualcuno è ampiamente sotto il nostro controllo", ha scritto Edith Gwendolyn Nally, professoressa associata di filosofia all'Università del Missouri.

"Proprio come imparare a suonare uno strumento, puoi anche migliorare nell'amare con pazienza, concentrazione e disciplina", ha spiegato Nally.

Essere e rimanere innamorati, secondo lei, implica abilità come ascoltare attentamente ed essere presenti, non distratti e distanti. "Se migliori in queste abilità, puoi migliorare nell'amare".

Altri hanno descritto l'amore romantico con un linguaggio ancora più accademico, riducendolo alla motivazione più fondamentale.

"La magia dell'amore esiste per realizzare l'obiettivo schiettamente pratico dell'evoluzione di trasmettere i propri geni alle generazioni future, piuttosto che per portare alla felicità o persino a una percezione accurata della realtà", secondo un trio di psicologi che descrive l'amore come un contratto di locazione di un appartamento. Le persone firmano contratti di locazione a lungo termine, dice l'analogia, perché è -fastidioso e costoso- trovare l'appartamento perfetto.

Cercare il partner ideale richiede molte risorse ed è impegnativo", scrivono. "Per risolvere il problema dell'impegno e trasmettere con successo i propri geni, è generalmente meglio non inseguire all'infinito la perfezione, ma piuttosto impegnarsi con un partner sufficientemente buono."

Quando la vita è stressante, come lo è per molti a San Valentino, il vero amore può essere rivelato semplicemente da quanto una coppia va d'accordo, da come gestisce i conflitti quando sorgono e riesce a evitare di litigare per sciocchezze.

Possiamo imparare ad ascoltare in modo più genuino. Possiamo imparare ad avere e mostrare più compassione. Possiamo imparare a gestire meglio i conflitti. Possiamo accogliere e apprezzare l'intimità, esprimere passione in ogni occasione e impegnarci pienamente. 

In conclusione, possiamo fare tutte queste cose meglio, e quando falliamo, possiamo imparare a chiedere scusa e a farlo sul serio.

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