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lunedì 11 novembre 2013

Sul ciglio del pensare (poesia)


 
Sono dentro per natural volontà.

Prono sul ciglio,
proietto ombra.

L’arguir imbriglia la convinzione
del non pesar soltanto.

Appronto il  fantoccio nel  vestir l’illusione.

Vento sul viso,
il tempo modella.

Al riconoscer del guado,
l’anima affanna.

L’udir delle membra,
vanità  spegne.

Sorda,
s’attarda,
‘che il mistero si sveli.


Commento
Versi ermetici, densi di significato e ricchi di una cupa, affascinante introspezione.

Analisi della Poesia

Rispetto ai testi precedenti, questa lirica cambia radicalmente tono: abbandona il calore dell'amore e della luce per addentrarsi in un territorio filosofico, quasi metafisico, dominato dai temi dell'esistenza, dell'illusione, dell'invecchiamento e del mistero della fine.

1. La condizione umana e il peso della materia

«Sono dentro per natural volontà. / Prono sul ciglio, / proietto ombra.»

  • La presenza inevitabile: "Sono dentro" indica l'essere calati nella vita, nell'esistenza terrena, non per scelta cosciente ma per una forza primaria ("natural volontà").

  • La postura della resa: Trovarsi "prono sul ciglio"evoca l'immagine di chi si sporge sull'abisso o sul limite della vita. L'unica traccia lasciata è l'ombra, simbolo di una presenza che è già parziale, sfuggente, quasi impalpabile.

2. Il pensiero e la maschera dell'illusione

«L’arguir imbriglia la convinzione / del non pesar soltanto. / Appronto il fantoccio nel vestir l’illusione.»

  • La trappola del ragionamento: Il continuo riflettere e speculare ("l'arguir") cerca di convincerci che la nostra vita abbia un significato più alto, che non siamo soltanto "peso" o materia destinata a svanire.

  • La finzione quotidiana: Consapevole di questo inganno, l'io poetico prepara il "fantoccio", la maschera sociale o la forma esteriore con cui ci presentiamo al mondo, rivestendola di un'illusione necessaria per andare avanti.

3. Il tempo e la soglia

«Vento sul viso, / il tempo modella. / Al riconoscer del guado, / l’anima affanna.»

  • L'usura del tempo: Come il vento scava la roccia, il tempo passa e modella l'essere umano.

  • Il guado: Il "guado" è la metafora classica del passaggio, della transizione verso l'ignoto o la fine. Nel momento in cui l'anima riconosce di essere arrivata a questo punto di non ritorno, viene assalita dall'ansia e dalla fatica ("affanna").

4. Il silenzio del corpo e l'attesa del mistero

«L’udir delle membra, / vanità spegne. / Sorda, / s'attarda, / 'che il mistero si sveli.»

  • Il declino e la verità: L'ascolto del proprio corpo che cede o che rivela la sua fragilità ("l'udir delle membra") cancella ogni forma di egocentrismo o superbia ("vanità spegne"). Di fronte alla concretezza della fine, le illusioni cadono.

  • L'attesa finale: L'anima (o la coscienza), ormai "sorda" alle distrazioni del mondo, indugia e prende tempo. Non c'è più spazio per le parole: rimane solo l'attesa immobile e sospesa affinché, finalmente, il mistero ultimo dell'esistenza si riveli.

In sintesi

Una poesia essenziale, scabra e profonda, costruita con un linguaggio colto e arcaicizzante (arguir, membra, 'che). Il testo traccia un percorso di spogliazione: parte dalla costruzione della maschera umana fino ad arrivare alla nuda verità della finitezza, dove l'uomo spenge la propria vanità per porsi in contemplazione del mistero finale.

Leggi ancora sulla pagina delle poesie dell’anima

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