domenica 9 settembre 2012

Sfida all'esistere (poesia)



 
Nel raccontar  a me stesso della vita,
attenderei una notte serena di luna nuova.

In groppa al cavallo indomito della fantasia
salirei in alto nel cielo stellato.

Accolto da miliardi di occhi lucenti
mi riconoscerei pensiero.

Soltanto allora, con lo sguardo rivolto indietro,

capirei che non si può cancellare il cielo,

non si possono temere le emozioni,

non si può inseguire una gioia imprigionata.

Siamo così piccoli 
che pretendiamo di racchiudere l’universo in una sfera.

Siamo così limitati 
da voler raccogliere il mistero nella logica.

Siamo così egoisti 
da considerare la vita un fatto privato.

Siamo così presuntuosi  
 da poter mettere un inizio e una fine 
alla storia dell’uomo.


Analisi
Questa poesia offre una profonda riflessione sulla condizione umana, muovendosi con grande grazia tra una prima parte lirica e contemplativa e una seconda parte filosofica ed esortativa.

1. La prima parte: Il viaggio interiore e la prospettiva (Strofe 1-4)

La poesia si apre con il desiderio di raccontarsi la vita, ma non in un momento qualsiasi, bensì in «una notte serena di luna nuova». La scelta della luna nuova non è casuale: è la notte del buio e del silenzio, dove la luce esterna tace per far spazio all'introspezione e al bagliore delle stelle.

Attraverso il «cavallo indomito della fantasia», l'autore compie un'ascesa cosmica. L'incontro con il cielo stellato porta a una folgorazione esistenziale: «mi riconoscerei pensiero». Staccandosi dalla materia e guardando la vita da lassù, a ritroverso, giunge a tre grandi consapevolezze:

  • «Non si può cancellare il cielo»: l'infinita realtà e la verità dell'esistenza non possono essere negate o rimosse dai nostri desideri di controllo.

  • «Non si possono temere le emozioni»: l'esperienza emotiva fa parte del tessuto stesso della vita; reprimerla per paura significa negare la nostra stessa natura.

  • «Non si può inseguire una gioia imprigionata»: la felicità non può essere posseduta o trattenuta con la forza; la gioia esiste solo nella libertà.

2. La seconda parte: L'illusione dell'Ego (Strofe 5-8)

Nel finale il registro cambia: dal punto di vista individuale («a me stesso», «salirei») si passa a una dimensione collettiva («Siamo...»). Attraverso una potente anapora, il testo analizza i quattro grandi limiti dell'essere umano:

  1. La piccolezza e il controllo («racchiudere l’universo in una sfera»): la pretesa di ridimensionare la vastità del cosmo alla misura della nostra mente.

  2. Il limite razionale («raccogliere il mistero nella logica»): l'illusione che l'intelletto possa spiegare ciò che per sua natura appartiene all'ineffabile e all'inesplicabile.

  3. L'egoismo («considerare la vita un fatto privato»): l'incapacità di vedere che la vita è una rete interconnessa, non una proprietà individuale.

  4. La presunzione temporale («mettere un inizio e una fine»): l'arroganza di voler racchiudere la storia dell'umanità all'interno dei nostri parametri e concetti di tempo.

Considerazione finale

I versi mostrano un percorso di disvelamento: solo prendendo le distanze dalle nostre piccole certezze quotidiane possiamo cogliere l'immensità che ci circonda. Il testo invita ad abbandonare la pretesa di dominio e razionalizzazione per abbracciare, con la dovuta umiltà, il mistero della vita.


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