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lunedì 8 giugno 2026

Henri Bergson e la durata: perché il tempo che viviamo è diverso da quello dell'orologio



Bergson viene spesso considerato un pensatore astratto, interessato a questioni metafisiche lontane dalla vita concreta. 

In realtà, il suo pensiero offre strumenti sorprendentemente utili per comprendere e trasformare il nostro modo di vivere il tempo quotidiano. 

La sua critica al cosiddetto "tempo spazializzato", cioè alla tendenza a trattare il tempo come una successione di unità identiche e intercambiabili, apre infatti prospettive molto concrete sulla nostra esperienza.

Secondo Bergson, siamo abituati a misurare il tempo come misuriamo lo spazio: lo dividiamo in secondi, minuti, ore, come se fossero segmenti affiancati lungo una linea. 

Questo metodo è certamente utile per organizzare la vita pratica, coordinare appuntamenti o far partire un treno in orario. 

Tuttavia, esso non descrive il modo in cui il tempo viene realmente vissuto dalla coscienza.

Basta riflettere su un semplice ricordo. Quando ripensi a una conversazione avvenuta ieri, quel ricordo non è mai identico a sé stesso. 

È influenzato dal tuo stato d'animo attuale, dalle esperienze che hai vissuto nel frattempo e persino da ricordi più lontani che emergono spontaneamente. 

Il passato non rimane fermo dietro di noi: continua a dialogare con il presente e a trasformarsi insieme ad esso. 

Ogni nuova esperienza modifica il significato di ciò che abbiamo vissuto, così come ogni ricordo influenza il modo in cui percepiamo il presente.

È questa la dimensione che Bergson chiama durata (durée): un flusso continuo e qualitativo nel quale i momenti non si susseguono come blocchi separati, ma si compenetrano e si fondono l'uno nell'altro. Per spiegare questa differenza, il filosofo distingue tra molteplicità quantitativa e molteplicità qualitativa

La prima riguarda gli oggetti che possono essere contati e separati; la seconda riguarda gli stati della coscienza, che si intrecciano e si trasformano reciprocamente.

La durata appartiene a questa seconda dimensione. 

È qualitativa, eterogenea e irriducibile a una semplice somma di istanti. 

Ogni momento possiede una propria tonalità, una propria intensità, una propria qualità vissuta. Inoltre, la durata è cumulativa: il passato non scompare, ma continua a vivere nel presente, modellandolo dall'interno.

Nella vita di tutti i giorni, però, tendiamo a tradurre la nostra esperienza in termini spaziali. 

Parliamo di "risparmiare tempo", "perdere tempo", "guadagnare tempo", come se il tempo fosse un oggetto da accumulare o consumare. 

Queste espressioni sono utili per comunicare, ma diventano problematiche quando finiscono per definire il nostro rapporto con l'esistenza. 

Così iniziamo a valutare ogni esperienza attraverso parametri esterni: una colazione è "troppo lunga", una passeggiata è "poco produttiva", un'attesa è "tempo sprecato". Raramente ci soffermiamo a vivere quei momenti per ciò che sono.

Eppure ogni esperienza possiede una ricchezza che l'orologio non può registrare. I minuti segnati dalle lancette sono identici tra loro; i minuti vissuti dalla coscienza non lo sono mai.

Per avvicinarsi alla nozione di durata, Bergson suggerirebbe di prestare attenzione proprio ai momenti di transizione che abitualmente trascuriamo. 

Può trattarsi di una breve camminata dalla scrivania alla cucina, dell'attesa dell'ascensore o di pochi secondi trascorsi in fila. 

Invece di riempire immediatamente quel tempo con uno smartphone o con l'ansia della prossima attività, prova semplicemente a osservare ciò che accade.

Come percepisci quell'intervallo? 

Ti sembra breve o interminabile? 

Quali ricordi emergono spontaneamente? 

In che modo le aspettative riguardo a ciò che farai dopo influenzano la percezione del presente?

Scoprirai che il tempo vissuto raramente coincide con il tempo misurato. 

Talvolta trenta secondi sembrano svanire in un istante; altre volte si dilatano fino a sembrare molto più lunghi. 

È proprio in questa differenza che si manifesta la durata.

Può essere utile anche descrivere brevemente l'esperienza vissuta, non concentrandosi sulla sua lunghezza, ma sul suo carattere. 

Non importa tanto trovare le parole perfette quanto imparare a cogliere la qualità di quel momento invece della sua semplice quantità.

Questa riflessione si collega a un altro concetto fondamentale del pensiero bergsoniano: l'élan vital, lo slancio vitale. 

Bergson lo concepisce come la forza creativa che attraversa la vita e la spinge continuamente verso forme nuove e imprevedibili. La realtà non si limita a ripetere schemi già dati: essa inventa, crea, innova.

Per questo motivo il filosofo considera l'evoluzione non come un processo puramente meccanico, ma come un movimento creativo capace di generare novità autentiche. 

La stessa coscienza umana partecipa a questa dinamica. 

Non siamo semplici elaboratori di informazioni né macchine che reagiscono automaticamente agli stimoli. 

Possediamo la capacità di immaginare possibilità nuove, di produrre idee che non erano contenute in modo deterministico nel passato.

La società contemporanea, tuttavia, tende spesso a soffocare questa dimensione creativa. 

Siamo continuamente invitati a ottimizzare il tempo, fissare obiettivi, monitorare risultati e misurare prestazioni. 

Anche la creatività viene frequentemente ridotta a una forma di problem solving: si stabilisce un obiettivo e si individuano i passaggi necessari per raggiungerlo. 

Ma un approccio del genere presuppone che il futuro sia già definito e che il compito dell'individuo sia semplicemente quello di arrivarci nel modo più efficiente possibile.

Per Bergson, invece, la vera creatività nasce quando ci apriamo all'imprevisto e permettiamo all'esperienza di generare possibilità che non erano state pianificate in anticipo.

Da questa prospettiva deriva anche la sua concezione della libertà. 

Essere liberi non significa semplicemente scegliere tra opzioni già disponibili, come se la vita fosse un menù di alternative preconfezionate. 

La libertà autentica consiste nella capacità di creare nuove possibilità attraverso il fluire della nostra esperienza vissuta.

Siamo davvero liberi quando le nostre azioni nascono dall'intera storia che portiamo dentro di noi, dalla ricchezza della nostra durata interiore, e non quando reagiamo meccanicamente a stimoli esterni o seguiamo percorsi già tracciati. 

In questo senso, la filosofia di Bergson non è soltanto una teoria del tempo: è un invito a vivere in modo più consapevole, creativo e autentico il continuo divenire della nostra esistenza.



*Spunto tratto dal 2^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo


"La riflessione è più ricca quando incontra altre riflessioni."

💭 Tu cosa ne pensi? Scrivilo nei commenti.

 

venerdì 6 marzo 2026

Le voci dall'aldilà


 

La casa era immersa nel silenzio. Non un silenzio normale, ma uno di quelli pesanti, che sembrano premere sulle pareti. Andrea era seduto davanti al registratore a bobine su cui era montato il nastro numero 187.

Negli ultimi anni aveva registrato migliaia di nastri. Voci brevi, lampi di parole che emergevano dal rumore statico. Alcuni scienziati lo consideravano un pazzo. Altri, più prudenti, parlavano di fenomeno di voce elettronica. Andrea non cercava più di convincere nessuno. Voleva solo ascoltare.

Sul tavolo c’erano tre microfoni, disposti in triangolo. Una radio sintonizzata tra due frequenze produceva un fruscio continuo. Il registratore girava lentamente.

Lui parlò nel buio: “Se qualcuno può sentirci… rispondete.”

Premette stop. La registrazione era durata solo trenta secondi. Poi iniziò il rituale che ormai conosceva a memoria: riavvolgere, sedersi, ascoltare. Il nastro partì. Fruscio. Crepitii. Rumore bianco. Poi, a circa dodici secondi…

Una voce debolissima: “sì.”

Andrea rimase immobile. Non era la prima volta che succedeva. Ma ogni volta il suo corpo reagiva allo stesso modo: pelle d’oca, respiro corto, cuore accelerato.

Segnò il minuto nel suo quaderno. Ma la registrazione non era finita.

Al secondo 21 comparve un’altra voce più veloce, più distorta: “Ascolta meglio.”

Andrea si avvicinò al registratore. Non ricordava di aver mai sentito quella frase prima.

Riascoltò: “Ascolta meglio.”

Un brivido gli percorse la schiena.

Continuò. Fruscio. Rumore. Poi, al secondo 28, successe qualcosa di diverso. Non era una parola. Era un coro. Come decine di voci sovrapposte, troppo rapide per essere comprese. Andrea fermò il   nastro. La stanza sembrava improvvisamente più fredda. Guardò la bobina girare lentamente mentre si fermava. Per qualche motivo, ebbe la sensazione improvvisa che le voci non fossero casuali.

Due settimane dopo Il nastro 187 non era rimasto un caso isolato. Le registrazioni successive erano cambiate. Le voci erano diventate più lunghe, più chiare, più… dirette.

Una notte Andrea fece una domanda diversa: “Chi siete?”

Quando riascoltò il nastro, la risposta arrivò quasi subito: “Apri.”

Lui corrugò la fronte.

“Apri cosa?” disse ad alta voce, anche se il registratore non stava registrando.

Riavvolse e ascoltò ancora: “Apri.”

Solo quella parola. Quella notte dormì poco.

Col passare dei giorni, le registrazioni iniziarono a contenere qualcosa di nuovo.

Non solo parole, anche conversazioni spezzate e veloci. Come se provenissero da una stanza lontana. Una notte, mentre analizzava un nastro, sentì chiaramente due voci parlare tra loro.

“Lui ascolta.” Disse la prima.

“Sì.” Rispose la seconda.

“Può aprire.” Ribadì la prima.

Andrea smise di respirare per qualche secondo.

Non stavano parlando a lui; stavano parlando di lui. Era tardi. Forse le tre del mattino.

Andrea preparò un’ultima sessione. Stavolta la stanza era completamente buia.

Il registratore iniziò a girare: “Se siete davvero lì… ditemi cosa volete.”

Trenta secondi e poi stop. Riavvolse. Play di nuovo. Fruscio.

Poi, quasi subito, una frase chiarissima, troppo chiara: “Abbiamo bisogno di più spazio.”

Raudive sentì il cuore battere forte. La registrazione continuò.

Una seconda voce: “Lui non capisce.”

Poi una terza: “Presto capirà.”

Andrea allungò la mano per fermare il registratore, ma il nastro continuò a scorrere. Anche se il motore era spento. Il suono diventò più forte. Centinaia di voci sovrapposte, come se ci fosse un’enorme folla dietro una porta chiusa. Poi tutte insieme dissero una sola parola: “Apri.”

La bobina si fermò di colpo. Il silenzio tornò nella stanza.

Andrea rimase immobile per diversi minuti. Poi guardò lentamente il registratore, il microfono, la radio, Il nastro. E per la prima volta da quando aveva iniziato i suoi esperimenti, ebbe un pensiero che lo terrorizzò. Forse il registratore era il mezzo attraverso il quale i defunti cercavano di comunicare.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

lunedì 5 gennaio 2026

La certezza che l'anima non può scomparire dopo la morte



L’anima esiste per necessità ontologica secondo Marsilio Ficino, un filosofo, umanista, e astrologo italiano, fra i più influenti del primo Rinascimento italiano.

Secondo Aristotele, esistono quattro tipi di cause: efficiente, finale, materiale e formale. Applicate all'uomo, la causa efficiente è la Natura, la causa finale è la felicità, la causa materiale è il corpo e la causa formale è l'anima. 

Come sottolinea Marsilio Ficino: "I fisici [coloro che indagano o riflettono sulla Natura] enumerano quattro cause: efficiente, finale, materiale e formale. La causa efficiente dell'uomo è la Natura universale e l'uomo; la causa finale è la felicità umana; la causa materiale è il corpo e quella formale è l'anima".

Nei testi antichi il concetto di anima è dato da anima o ψυχή (psyché) nel senso aristotelico di principio animico, forza vitale, che si divide in anima vegetativa, animale e razionale. Se qualcosa esiste senza causa, si dice che esiste di per sé. Solo Dio è senza causa, quindi solo Dio esiste di per sé. 

D'altra parte, il corpo ha bisogno di tutte e quattro le cause, a causa della sua natura passiva, spesso simboleggiata dall'immagine di un recipiente o di una coppa (patera, κράτηρ [kráter]) pronta a ricevere. Allora la materia esiste "omnino per alia", in modo assoluto attraverso altre cose.

Dio e la Materia sono, quindi, due estremi opposti in termini causali: mentre Dio è senza causa, la Materia ha bisogno di tutte queste cose. Quindi, deve esserci qualcosa tra Dio e la Materia, qualcosa che non è né per sé né omnino per alia. 

Questo essere intermedio è l'anima. 

Infatti, come scrive Marsilio Ficino: "La terza essenza, sebbene indipendente dalla materia – fatta tuttavia lontana da Dio e vicina alla materia –, in qualche modo tende a essa [cioè alla materia], e a causa di tale tendenza, è chiamata anima. Ciononostante, non dipende dalla materia".

Ecco come Fabio Squeo spiega il pensiero di Ficino nel suo libro: 

Dentro di noi c’è qualcosa di più grande: l’anima. Prendiamocene cura, nutriamola di verità, di bellezza, di poesia e di gentilezza. Alleniamo la nostra anima a riconoscere le cose belle e buone, perché la vita ci mette davanti a mille illusioni, mille luci che abbagliano ma non riscaldano. 

Non è sufficiente guardare: bisogna imparare a distinguere ciò che eleva l’anima da ciò che la intristisce o demoralizza. Impariamo ad amare non solo le persone, ma la bellezza, i piccoli gesti fatti col cuore. 

Perché amare significa scegliere ciò che ha valore, ciò che è degno di essere custodito dentro di noi, come semi che crescono nella nostra anima. E chissà - aggiungerebbe Ficino con dolcezza e ironia - se un giorno, quando il corpo non ci sarà più, potremo portare con noi questi semi, queste testimonianze di amore, davanti a Dio. 

Forse allora, in quell’incontro eterno, vedremo che ciò che abbiamo amato davvero non è mai andato perduto, ma ha continuato a vivere insieme a noi.” - tratto da “Lo sguardo nel tempo della filosofia”, vol. 3.

martedì 18 febbraio 2025

Un viaggio oltre la realtà

 

Non ricordo come ero giunto in quel luogo, ma era così fantasticamente caldo e rassicurante, che credevo di esserci già stato e non avevo nessuna paura. Solitamente sono dubbioso e come attento osservatore dell’anima umana, trovo sempre nei miei simili qualcosa di straordinario.

In quel luogo, nulla mi sfiorava. Ero così tranquillo che, come Dante nella Divina Commedia, ero fuori dal contesto. Diversamente da Dante, però, non avevo accompagnatore, ma una parte di me stesso era staccata, come un palloncino legato con lo spago alla mano di un bambino.

Il viaggio che dovevo compiere, mi appariva piacevole e incantato nel tempo. Riconoscevo molta gente, tra loro c’erano molti amici e colleghi di lavoro. Non avevo nessun modo di apparire a loro, però, erano in grado di sentirmi e rispondere alle mie domande. Loro non sapevano di comunicare con me, erano certi di parlare liberamente alla propria coscienza.

Il mio primo incontro avviene con un ex-collega. A rivederlo mostro tutta la mia gioia nel ritrovarlo. Noto subito che appare isolato nel suo mondo, ma testardamente gli chiedo:

“Andrea, non sai come mi fa piacere ritrovarti! Dimmi, come conduci la tua vita, sei felice?”.

Il mio amico tarda a rispondermi, come se fosse molto preso dalle sue idee e faticasse a staccarsi per confezionarmi una risposta.

Infine, mi dice:

“Luigi, sono molto impegnato a educare i miei figli e a dare esempio di integrità morale nella società. Spendo la mia vita facendo mille sacrifici, per sostenere quei valori morali che vedo sempre più incerti”.

Curioso, come al solito, riprendo:

“Ma Andrea, come hai maturato queste tue convinzioni?”.

“Luigi, prima di noi Gesù e poi tutto il cristianesimo con suoi Santi, ci ha lasciato fulgidi esempi”.

Non contento di una risposta banale, insisto:

“Intendevo chiederti, quale è stato il meccanismo, in base al quale, è scattata la convinzione che ha mosso tutte le scelte della tua vita”.

Improvvisamente, Andrea scompare nella sua coscienza e non comunica più. Mi dispiace per l’interruzione, ma non mi perdo d’animo e proseguo cercando di individuare qualcun altro.

Non mi ci volle troppo tempo per scorgere un amico di vecchia data.

Diversamente da come lo ricordavo, appariva triste, quindi fu automatico rivolgergli la domanda:

“Ciao Michele, se io non avessi ancora in mente il tuo viso, avrei avuto difficoltà a riconoscerti. Mi sembri molto triste, non va bene la tua vita?”.

Michele non mi risponde con le parole, ma il suo sguardo è eloquente.

Egli non vuole rattristarmi e frena le umane lacrime trasformandole in goccioline brillanti che orbitano intorno ai suoi occhi.

No, non pensate che piangesse, era solo sudore, ancora affiorante per una vita consumata prendendo tutto ciò che gli capitava e lasciando a dopo i sacrifici. Non so dirvi se ha fatto bene, perché la sua vita è finita troppo presto.

In quel luogo, pienissimo di persone, volevo restarci per sempre, in modo di aver tutto il tempo necessario per parlare con ognuno di loro, ma la tensione di quel palloncino sulla mano, mi ricordava che ero un ospite e prima o poi, dovevo abbandonarlo. Cercai di avvicinarmi a una figura famigliare. Con mia grande sorpresa riconobbi mio padre.

“Papà!”, esclamai.

“Eri di poche parole, allora! Dimmi che pensi di me, sei felice per i risultati ottenuti da tuo figlio?”.

Le mie parole erano bagnate di lacrime e il mio cuore attendeva quelle sue, che cercavo e non avevo mai sentito pronunciate dalla sua bocca.

Avrebbe voluto non rispondermi per non influire sui ricordi coperti da un alone irreale, ma dovette farlo per non indurre altro dolore.

“Caro, sono felice per te, ma le mie parole, ora, hanno altri significati. Io ero ai miei tempi, quello che sei tu nel tuo. Ho usato i mezzi del mio tempo. Essi erano rozzi, approssimati, condizionati e guidati da verità sempre mutevoli. Tutto ciò che ho fatto, era quello che avrei potuto costruire e mostrare, compreso volerti bene a modo mio”.

Avrei voluto prolungare il colloquio per porre tante domande, ma capii che avrei forzato la sua volontà. La paura di interpretare le parole e tradurle in idee senza contesto, mi fece desistere. Sarebbe come individuare un oggetto dai rumori provocati da un battitore.

Mi rattristo nel pensare un mondo senza un Dio creatore e direttore dell’universo, dove l’amore, come polvere di stelle, si posa ovunque.

Questo Dio, più di qualche pensatore non lo vuole.

Vi ricordo di Giordano Bruno, allevato nella cristianità per poi rivoltarsi contro completamente, è stato un convinto assertore di un mondo opaco, cieco a qualunque sentimento nobile, guidato soltanto dall’assoluta necessità.

Inoltre, ci redarguisce dicendo di non illuderci di poterci riferire o riportare Dio nel nostro mondo, perché, se pur esistesse, rinnegherebbe se stesso, a causa della nostra finitezza rispetto al suo indefinibile, infinito essere.

Di peggio ci ha detto Nietzsche, affermando che esiste soltanto uno scontro eterno tra forze che mirano solo ad affermare se stesse. Il pendolare degli opposti ci illude sulla vittoria del bene sul male, o sulla vittoria dell’armonia sulla contraddizione. Anche la direzione dello spazio e del tempo è un’illusione. Per Nietzsche, noi siamo semplici pagliuzze trasportate da un vento capriccioso, che sbattono contro di tutto, assumendo ciecamente la realtà della circostanza. Solo un bilancio di forze può determinare e dare il senso al prossimo spostamento.

Dicendoci che “Dio è morto”, ci rende consapevoli che siamo soli e non siamo che casuali, infinitesime forze di un universo in evoluzione per se stesso.

Vivere e morire sono verbi senza significato, a cui nessuno nell’universo darebbe importanza.

Nel mondo fantastico che continuavo a esplorare, un uomo mi rivolse la parola e mi domandò:

“Dimmi amico, che cosa stai cercando? Perché sei così convinto che troverai le risposte che cerchi? Il mondo in cui vivi non appaga i tuoi bisogni?”.

Rimasi interdetto per pochi secondi, prima di cogliere la fermezza e l’irruenza del mio interlocutore. Il piacere di avere un confronto emotivo con questa persona, fece sì che potessi rispondere:

“Ti ringrazio per le domande che mi poni e approfitterò della tua disponibilità per conoscere le tue idee.

Sono nel momento della vita dove le riflessioni si trasformano in atti di piacere. La consapevolezza di pensare è un inno alla natura di uomo. La razionalità e la naturale predisposizione di credere che tutto proceda secondo un fine, conducono inevitabilmente, a esplorare ogni sapere.

Ma, come succede a un ricercatore, l’ultima scoperta è sempre la più importante e rivoluzionaria, nonostante, di lì a poco, diventi corollario alla prossima.

Non so che cosa io sto cercando, ma certamente mi piace.

Sono convinto di trovare verità, per lo stesso motivo per cui esisto. Io sono parte del mondo in cui vivo ed è questo mondo che tra i suoi bisogni fa emergere la necessità di interrogarsi e conoscere”.

In seguito a queste mie parole, l’amico commentò:

“Sono convinto che gli argini di un fiume siano logici e necessari per il suo fluire, come i paraocchi ai cavalli per non spaventarli e farli procedere decisi lungo il loro cammino. All’uomo è stata fornita la ragione per illudersi e i sentimenti per addolcire le pene derivanti dalla consapevolezza dei suoi limiti.

Il cammino di vita miscela le esperienze e produce il pensiero, motore di ogni atto.

Se vuoi fermare le tue ricerche, hai bisogno di credere ed essere convinto a prescindere, poiché il perché, chiaro e deciso, deve albergare dentro di te.

Questa condizione dell’essere si può chiamare Fede.

Se invece, vuoi continuamente agitarti nel dubbio e sentirti sempre vivo, allora continua a leggere, esplorare, imparare e riflettere.

Ti scoprirai filosofo!

Un filosofo arabo, Averroè, disse che la fede è per le anime semplici, la filosofia per le persone colte.

Con un po’ di presunzione, mi espongo nell’affermare che Tommaso d’Aquino subì il trauma della verità assoluta quando fu folgorato dalla sua ispirazione prima di morire.

Il 6 dicembre del 1273, durante una messa, fu colpito da qualcosa che lo sconvolse profondamente. Da quel momento in poi non scrisse più nulla. Confessò al suo segretario, Reginaldo da Piperino, le seguenti parole: “Promettimi, in nome del Dio vivo e onnipotente e della tua fedeltà al nostro ordine, dell'amore che nutri per me, che non rivelerai mai, finché sarò vivo, ciò che ti dirò. Tutto ciò che ho scritto è come paglia per me in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato [...]. L'unica cosa che ora desidero è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore possa presto porre termine anche alla mia vita”.

Passeggiare nel mondo della fantasia è un altro vivere, trascorri momenti unici, completamente dedicati a te stesso. La gioia è aria che respiri. In questo mondo, sei in compagnia con l’anima dell’universo, a cui presto tornerai, perché senti di farne parte. La tua vita è solo un’effimera apparizione in questo mondo, è l’ombra di una verità, è il confine con l’infinito. Tieni stretto i tuoi pensieri, ascolta il pulsare del tuo cuore, allarga lentamente i tuoi polmoni e apprezzerai ogni attimo della tua vita. Nascerà inevitabilmente l’amore per ogni vita intorno a te. Cullerà in te il desiderio di gridare fuori con tutta la forza che vuoi bene al mondo, che non sei solo, perché ognuno intorno a te, è come te, e vorrebbe strapparsi dal viso la maschera dell’apparenza.

Mentre ero preso nei miei pensieri, una donna allinea il suo sguardo ai miei occhi. Vi confesso che la mia anima subì un ruzzolone, al punto che passando dal cuore, sembrava volesse uscire attraverso il respiro. Faticai a ricacciarla giù, ingurgitando tanta aria quanta quella di un boccone di pane.

La sua bellezza era senza confronti!

Si senza confronti, perché ogni donna ha la sua bellezza e solo chi sa guardarla riesce a cogliere la sua unicità.

Siamo portati quasi sempre, a giudicare per confronto, ma è come essere costretti a buttar via la parte migliore di ogni cosa.

Ricordando i rudimenti di algebra, capirete che il valore assoluto di una grandezza è sempre molto maggiore della differenza con un riferimento.

Per esempio, se confrontate e giudicate due valori 100 e 104, la differenza è 4, per cui potreste scegliere 104 solo per il 3,8% del suo valore assoluto (104), tralasciando l’altro termine a valore 100.

La donna che mi guardava, ignara per ciò che mi stava succedendo, si rivolse verso di me esclamando:

“Luigi, ma non mi riconosci?”.

Incredulo, per il tipo di domanda, pensai subito a uno scambio di persona. Non potevo aver dimenticato un viso così bello, se pur l’avessi incontrata prima.

“Mi dispiace deluderti, ma forse non sono la persona che intendi”.

La donna si affrettò a rispondermi:

“No Luigi, sei proprio tu. Giocavamo insieme da piccoli. Quante gare di velocità mi hai fatto vincere!”.

Queste ultime parole rievocarono in me le magiche scene della prima giovinezza. La mia mente, immediatamente, si riempì di suoni d’allegria, di odori delle giornate primaverili trascorse per strade e campagne che oggi non ci sono più.

Tanto tempo fa non esistevano nella nostra vita semplice, pub, pizzerie e discoteche, si usava riunirci e giocare all’aperto facendo della voce e della corsa l’aspetto più evidente di essere felici.

Tra i miei amici c’era una ragazza che tranquillamente si confondeva tra noi maschietti. La sua femminilità si limitava solo al timbro della voce e alla necessità di rientrare a casa prima di noi ragazzi.

Questa irrequieta ragazza, dotata di sana e semplice irruenza, ha condizionato già d’allora, il mio modo di intendere le donne.

Sono convinto che la differenza tra uomo e donna sia da ricercare solo nell’aspetto fisico e non esiste nessun altro particolare che permette di risalire a una proprietà riconducibile esclusivamente alle donne o agli uomini.

La natura, di cui uomini e donne fanno parte, ha solo messo il fiocco alla donna, come per esempio, ha tolto la criniera alla leonessa o ha messo le grandi antlers (corna) agli alci.

Queste differenze, ha dovuto farle per favorire la procreazione e quindi definire un’intercapedine sensoriale necessaria per i ruoli di maschio e femmina. Dall’interno dell’anima, però, non ha potuto farci nulla, per cui ci sono donne e uomini cattivi, da intendere come prodotti di un’infelice evoluzione psicologica che sfocia in una formazione caratteriale fortemente variegata.

L’8 marzo, non dovremmo festeggiare solo le donne, ma loro insieme agli uomini, affinché si accorgano entrambi di essere due valori diversi, estremamente complessi e affascinati.

 

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