Un ragazzo dal cuore spezzato incontra Lucrezio in un dialogo immaginario che trasforma una delusione amorosa in una lezione senza tempo su desiderio, illusioni e libertà interiore.
La pioggia cadeva sottile sui vetri del bar. Matteo fissava il caffè ormai
freddo senza avere il coraggio di bere l'ultimo sorso. Sul tavolo c'era il
telefono, illuminato da una conversazione finita nel modo peggiore possibile:
"Abbiamo bisogno di cose diverse."
Quelle sei parole gli sembravano più pesanti di un macigno.
«Posso sedermi?»
La voce era calma, quasi antica. Matteo alzò lo sguardo.
L'uomo aveva una tunica semplice, i capelli raccolti e uno sguardo
sorprendentemente sereno. Sembrava uscito da un affresco romano e capitato per
errore nel XXI secolo.
«Chi sarebbe lei?»
L'uomo sorrise.
«Mi chiamavano Tito Lucrezio Caro.»
Matteo rise nervosamente.
«Certo. E io sono Giulio Cesare.»
«Lui è passato qualche anno dopo di me.»
Matteo smise di ridere.
C'era qualcosa, in quell'uomo, che rendeva impossibile liquidarlo come uno
scherzo.
«Va bene» disse. «Facciamo finta che lei sia davvero Lucrezio. Che cosa ci
fa qui?»
«Ho visto un giovane che soffriva per amore. È un argomento di cui mi sono
occupato parecchio.»
«Non può capire il mio stato.» disse Matteo scuotendo la testa.
«Prova a spiegarlo.»
Matteo sospirò: «La mia ragazza mi ha lasciato.»
«Quando?»
«Due giorni fa.»
«E da due giorni il mondo ha smesso di esistere.»
Lucrezio osservò il telefono.
«Quante volte hai riletto quei messaggi?»
«Non lo so.»
«Cinquanta?»
«Forse.»
«Cento?»
«Anche.»
«Vedi?»
«Cosa dovrei vedere?»
«Che non stai parlando con lei. Stai parlando con un'immagine.»
Matteo aggrottò la fronte.
«Non è un'immagine. Sono i suoi messaggi.»
«No.»
Lucrezio prese il telefono e lo girò lentamente verso il ragazzo.
«Queste sono parole. La persona che ami non è qui.»
«Lei era perfetta.»
«Davvero?»
«Sì.»
«Russava?»
«A volte.»
«Lasciava i bicchieri nel lavandino?»
Matteo sorrise appena: «sempre.»
«Arrivava in ritardo?»
«Abbastanza.»
«Allora non era perfetta.»
«Lo dice per farmi stare meglio?» domandò Matteo.
«Lo dico perché la realtà è testarda.»
Lucrezio continuò: «Quando ti sei innamorato hai visto una donna.»
«Sì.»
«Poi hai cominciato ad aggiungere qualcosa.»
«Che cosa?»
«La donna che speravi diventasse.»
Matteo rimase in silenzio: «Non è vero.»
«Ne sei sicuro?»
«Sì.»
«Avevi già immaginato i viaggi insieme?»
«Sì.»
«La casa?»
«Sì.»
«I figli?»
Matteo abbassò lo sguardo: «Forse.»
«Ecco.»
«Nel mio tempo» disse Lucrezio «parlavamo di simulacra.»
«Le immagini.»
«Esatto.»
«Ma oggi sappiamo che non funzionano così.» affermò con decisione Matteo.
«Davvero?»
Lucrezio indicò il telefono: «Quante sue fotografie hai salvato?»
«Centinaia.»
«Quante guardi ogni giorno?»
«Troppe.»
«Vedi? I miei simulacra oggi abitano negli smartphone.»
Matteo rise: «Detta così è inquietante.»
«La verità spesso lo è.»
Lucrezio continuò: «La sua immagine continua a raggiungerti.»
«E allora?»
«Ogni volta che la guardi il desiderio ricomincia.»
«Non posso impedirlo.» si giustificò Mateo.
«Però, puoi scegliere di alimentarlo.»
«Nel mio poema» disse Lucrezio «paragono l'amore a una ferita.»
«Sei ottimista!»
«No. Sono realista.»
Lucrezio prese una bustina di zucchero: «Immagina una scintilla.»
La posò sul tavolo. Poi aggiunse altre bustine.
«Ora immagini, ricordi, aspettative.»
Poi aggiunse ancora altre bustine: «Messaggi,
Foto, Le ultime parole.»
Infine costruì una piccola montagna di bustine.
«Adesso dimmi.»
«Che cosa?»
«Il problema è la scintilla o tutto quello che ci hai costruito sopra?»
Matteo osservò il mucchio.
«Forse tutto il resto.»
«Esatto.»
«Sa una cosa?» Matteo si rivolse a Lucrezio quasi per sorprenderlo.
«Dimmi.»
«Il mio psicologo dice una cosa simile.»
«Come si chiama?»
«Freud.»
Lucrezio sorrise: «L'ho incontrato poco fa.»
Matteo spalancò gli occhi: «Sta scherzando.»
«Più o meno.» Rispose beffardamente Lucrezio.
«E cosa avrebbe detto Freud?»
«Che spesso amiamo anche ciò che l'altro rappresenta.»
Matteo annuì lentamente: «Quindi avevate ragione tutti e due.»
«No proprio. Avevamo due mappe diverse.»
«C'è una cosa che mi dà fastidio.» precisò Matteo.
«Quale?»
«Sembra che lei voglia ridurre tutto a un meccanismo.»
Lucrezio scosse la testa: «Assolutamente no.»
«Allora perché parla sempre di immagini?»
«Perché il dolore non nasce dall'amore.»
«Come sarebbe?» domandò con sorpresa Matteo.
«Nasce quando pretendiamo che ciò che amiamo cancelli la nostra fragilità.»
Matteo rimase immobile.
«Ripeta. Voglio sentirlo meglio.»
«Sei triste perché lei è andata via.»
«Sì.»
«Ed è naturale.»
«Sì.»
«Ma una parte della tua sofferenza nasce da un'altra convinzione.»
«Quale?»
«Che senza di lei tu sia incompleto.»
Fuori aveva smesso di piovere. La strada rifletteva le luci della sera.
Lucrezio indicando alcune persone passare, disse: «Vedi quella coppia?»
«Sì.»
«Forse dureranno tutta la vita.»
«Lo spero.»
«Forse si lasceranno.»
«Anche.»
«La natura non garantisce nessuna delle due cose.»
«È deprimente.»
«No. È liberatorio.»
«Perché?»
«Perché smetti di chiedere alla realtà promesse che non può fare.»
«Quindi dovrei smettere di amare?»
«Non ho mai detto questo.»
«Allora cosa dovrei fare?»
Lucrezio prese finalmente il caffè di Matteo: «Posso?»
«Ormai è freddo.»
Lo sorseggiò e poi disse: «Anche il caffè cambia.»
«Che esempio terribile.»
«Però. funziona.»
«Continui.» disse Matteo.
«Prima si ama.»
«Poi?»
«Si desidera.»
«Poi?»
«Si gode dell'incontro.»
«E se finisce?»
«Soffri.»
Matteo lo guardò sorpreso:«Soffrire va bene?»
«Certo.»
«Pensavo che lei volesse eliminare il dolore.»
«No. Voglio eliminare la schiavitù.»
«Posso farle una domanda?»
«Certamente.»
«Come faccio a sapere se amo davvero una persona?»
Lucrezio rimase qualche secondo in silenzio.
Poi disse: «Prova a immaginare questa scena. La persona che ami cambia, Invecchia.
Ha giornate storte. Che ne è dell'immagine che avevi costruito su quella
persona?»
Matteo non rispose.
«Se continui a vedere lei e non soltanto il personaggio che avevi
immaginato, allora il tuo amore sta diventando più vero.»
Matteo annuì.
Poi domandò: «E se non ci riesco?»
«Allora non sei un mostro. Sei semplicemente un essere umano.»
Lucrezio si alzò con premura: «Devo andare.»
«Dove?»
«Nel luogo da cui vengono i poeti quando qualcuno ha bisogno di loro.»
«Posso rivederla?»
«Apri il quarto libro del De rerum natura.»
«Non prometto di capirlo.»
«Nemmeno io capivo sempre me stesso.»
Si incamminò verso l'uscita.
Poi si voltò un'ultima volta.
«Matteo.»
«Sì?»
«Cancella qualche fotografia.»
«Per dimenticarla?»
«No. Per fare spazio alla persona reale che incontrerai un giorno.»
Quando la porta si chiuse, Matteo rimase solo.
Guardò il telefono.
Per la prima volta dopo due giorni non aprì la chat.
Alzò invece gli occhi verso la finestra.
La città era la stessa.
La pioggia aveva lasciato il posto a un'aria limpida.
Capì allora che forse Lucrezio non gli aveva insegnato a smettere di amare.
Gli aveva insegnato qualcosa di più difficile.
Amare senza trasformare l'altro nella prigione delle proprie illusioni.
Ed era una lezione vecchia di duemila anni che, stranamente, sembrava scritta proprio per quella sera.
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