sabato 21 febbraio 2026

Note d'amore tra mare e stelle

 


Il giorno in cui Elena tornò a Portovenere, il mare aveva il colore dei ricordi non ancora perdonati. Un blu profondo, quasi inchiostro, solcato da riflessi d’argento che il sole del tardo pomeriggio faceva brillare come promesse sospese. Non metteva piede in quel borgo da dieci anni.

Dieci anni di città rumorose, di treni presi all’alba, di camere d’albergo anonime e di sogni che avevano il sapore del successo ma non quello della felicità. Dieci anni passati a costruire una carriera da pianista concertista, a suonare nei teatri più importanti, a inchinarsi davanti a platee in piedi. Eppure, ogni volta che le mani si posavano sui tasti, c’era un’ombra tra le note, una mancanza che nessun applauso aveva mai colmato.

Scese dall’auto con lentezza, inspirando l’aria salmastra che le punse le narici. Il vento le sollevò i capelli castani, lunghi fino alla schiena, e per un istante si sentì di nuovo la ragazza di diciannove anni che correva scalza sugli scogli, con il cuore leggero e il futuro spalancato davanti.

Il motivo del suo ritorno era semplice solo in apparenza: la vendita della vecchia casa di famiglia. Dopo la morte della madre, avvenuta due mesi prima, nessuno era rimasto a custodire quei muri impregnati di memorie. Elena aveva evitato quel viaggio finché aveva potuto. Ma i notai, i documenti, le firme… la realtà aveva bussato con insistenza.

Non era solo la casa a spaventarla.

Era lui.

Luca viveva ancora lì. Ne era certa. Il borgo era troppo piccolo perché qualcuno sparisse senza lasciare tracce. E se anche fosse andato via, il suo nome sarebbe rimasto inciso nella pietra di ogni vicolo, nel rumore delle onde contro il molo, nel profumo del basilico che sua nonna coltivava sul balcone.

Elena chiuse il bagagliaio e si incamminò lungo la strada che portava al centro. Ogni passo era un tuffo nel passato.

Luca stava sistemando le reti quando la vide.

All’inizio fu solo una figura in controluce, una donna elegante con un cappotto color crema e un trolley che trascinava sulle pietre del porto. Poi il vento le scostò i capelli dal viso.

Il cuore gli si fermò.

Non era possibile.

Elena.

Il nome gli esplose nel petto come un’onda improvvisa contro gli scogli. Rimase immobile, le mani ancora aggrappate alla rete umida di salsedine. Per un attimo pensò che fosse un’illusione, un ricordo che aveva preso forma per fargli male.

Ma lei si voltò verso il mare. E il suo profilo era inconfondibile.

Gli occhi grandi, scuri, sempre colmi di domande. Le labbra che sapevano sorridere con dolcezza e discutere con fuoco. Il mento leggermente sollevato, come se il mondo dovesse sempre guadagnarsi la sua attenzione.

Erano passati dieci anni. Dieci anni senza toccarla, senza sentirla respirare accanto a sé. Dieci anni passati a convincersi che l’aveva dimenticata. Luca si asciugò le mani sui jeans, il cuore che martellava.

Lei lo vide. Lo riconobbe all’istante. Il tempo si contrasse in un punto infinitesimale tra i loro sguardi.

Elena sentì le ginocchia cedere per un istante. Luca era cambiato. Più maturo, i lineamenti più marcati, la barba corta che incorniciava il viso. Le spalle più larghe, lo sguardo più profondo. Ma quegli occhi… quegli occhi color del mare in tempesta erano gli stessi che l’avevano fatta innamorare.

Si fermarono a pochi metri di distanza. Il mondo attorno sembrò dissolversi.

«Ciao, Elena.»

La sua voce. Grave, calda, un filo roca. La voce che le aveva sussurrato promesse nella notte.

«Ciao, Luca.»

Il suo nome tra le sue labbra fu un brivido. Non si abbracciarono. Non si strinsero la mano. Rimasero lì, sospesi tra ciò che erano stati e ciò che non avevano mai smesso di essere.

«Sei tornata.»

«Sì. Per… la casa.»

Un’ombra attraversò lo sguardo di Luca. Sapeva della morte di sua madre. In un posto come quello, le notizie correvano più veloci del vento.

«Mi dispiace per tua madre.»

Elena annuì. «Grazie.»

Un silenzio carico di tutto ciò che non avevano detto dieci anni prima scese tra loro.

«Resterai molto?» chiese lui.

«Non lo so.»

Era una risposta sincera. Non sapeva quanto sarebbe rimasta. Non sapeva quanto sarebbe riuscita a sopportare.

Luca fece un passo indietro. «Se hai bisogno di qualcosa…»

Elena sollevò lo sguardo su di lui. «Lo so.»

E in quel “lo so” c’era il ricordo di un amore che una volta era stato casa.

Quella notte, Elena non riuscì a dormire.

La vecchia camera era rimasta quasi intatta. Il letto in ferro battuto, la scrivania in legno scuro, la finestra che dava sul mare. Si sedette sul davanzale, le ginocchia al petto, osservando la luna che si rifletteva sull’acqua.

Luca. Il suo nome le bruciava dentro.

Si erano conosciuti a diciassette anni. Lei, figlia della maestra del paese, sempre con un libro sotto il braccio e le dita sporche di inchiostro. Lui, figlio di pescatori, con la pelle dorata dal sole e il sorriso disarmante di chi conosce il valore delle cose semplici. Erano stati opposti e identici.

Si erano innamorati lentamente, come si innamorano i ragazzi che non hanno fretta di crescere. Una carezza rubata dietro la chiesa, una passeggiata al tramonto, un bacio timido che era diventato incendio. Poi era arrivata la scelta.

Il conservatorio a Milano. L’occasione che Elena aveva sempre sognato. E la richiesta implicita che Luca la seguisse, lasciando il mare, la sua famiglia, le sue radici. Luca non l’aveva fatto.

«Non posso abbandonare tutto», le aveva detto quella sera sul molo, con le mani strette attorno alle sue.

«E io non posso rinunciare al mio sogno», aveva risposto lei, le lacrime che le rigavano il viso.

Si erano feriti senza volerlo. Elena aveva scelto di partire. Luca aveva scelto di restare.

E l’amore, così immenso, si era spezzato sotto il peso di due desideri inconciliabili.

O almeno così avevano creduto.

Il giorno dopo, Elena decise di andare al mercato.

Non sapeva perché. Forse per illudersi che tutto fosse normale. Forse per sfidare il destino.

Luca era lì. Stava parlando con un anziano pescatore, ridendo. Il suono di quella risata le attraversò il petto come un raggio di sole dopo la tempesta. Quando la vide, il sorriso si attenuò, ma non scomparve.

«Ti serve qualcosa?» le chiese, avvicinandosi.

«Solo del pane.»

«Vieni.»

La guidò verso il banco del fornaio. Le loro mani si sfiorarono per un istante. Fu come una scossa.

Elena trattenne il respiro.

Luca la guardò, serio. «Elena…»

«Non farlo.»

«Fare cosa?»

«Non guardarmi così.»

«Così come?»

«Come se…»

Come se nulla fosse cambiato. Come se il tempo non avesse scavato ferite.

Luca abbassò lo sguardo. «Non so guardarti in un altro modo.»

Quelle parole si posarono su di lei come una carezza.

I giorni passarono in una danza silenziosa.

Si incontravano per caso, sempre più spesso. Un caffè condiviso. Una passeggiata lungo la scogliera. Una conversazione che iniziava con banalità e finiva con ricordi. Elena scoprì che Luca non si era mai sposato.

«Non ho trovato nessuna che sapesse litigare con me come facevi tu», disse una sera, con un mezzo sorriso.

«Non è una qualità così rara», ribatté lei, ma il cuore le batteva troppo forte.

Luca la osservava come si osserva un orizzonte che si credeva perduto.

Una notte, mentre camminavano lungo il mare, iniziò a piovere. Una pioggia improvvisa, intensa.

Corsero a ripararsi sotto il portico di una casa. Elena era fradicia. I capelli le si erano incollati al viso, il vestito aderiva alla pelle. Luca le scostò una ciocca dalla fronte. Il gesto era semplice. Ma in quell’istante, tutto esplose.

«Non posso far finta che tu sia solo un ricordo», mormorò lui.

Elena lo guardò. «Non lo sei mai stato.»

«Allora perché sei andata via?»

La domanda, dopo dieci anni.

«Perché avevo paura di odiarti», confessò lei, con la voce spezzata. «Se fossi rimasta, avrei finito per rimproverarti ogni occasione persa. E non volevo che il nostro amore diventasse rancore.»

Luca rimase in silenzio.

«E tu?» chiese lei.

«Io avevo paura di perdermi. Il mare è tutto ciò che conosco. Credevo che se l’avessi lasciato, non sarei più stato io.»

Si guardarono, finalmente nudi di verità.

«E adesso?» sussurrò Elena.

Luca le prese il viso tra le mani.

«Adesso so che nessun mare è vasto quanto quello che ho dentro quando ti guardo.»

E la baciò.

Non fu un bacio timido. Fu il bacio di dieci anni trattenuti. Di notti passate a chiedersi “e se?”. Di desideri mai spenti. Elena si aggrappò a lui come se il mondo potesse dissolversi. Il tempo si fermò.

Il mare continuò a infrangersi contro gli scogli, indifferente e eterno.

Quella notte fecero l’amore.

Non fu solo passione. Fu riconoscersi. Ritrovarsi. Perdonarsi.

Le mani di Luca esploravano il corpo di Elena come se stessero rileggendo un libro amato, soffermandosi sulle frasi preferite.

Elena lo toccava con una devozione nuova, come se ogni cicatrice, ogni linea del suo volto raccontasse una storia che voleva imparare a memoria.

Tra le lenzuola, sussurrarono promesse che non avevano il sapore dell’ingenuità adolescenziale, ma della consapevolezza adulta.

«Non voglio perderti di nuovo», disse Luca, con la fronte appoggiata alla sua.

«Allora non farlo», rispose Elena.

Ma la vita non è mai semplice come un desiderio.

Il giorno della firma per la vendita della casa arrivò troppo in fretta. Elena sedeva nello studio del notaio, la penna tra le dita. Bastava un tratto di inchiostro per chiudere un capitolo.

Luca era fuori, ad aspettarla. Avevano parlato di un futuro insieme. Di una possibilità.

«Potrei tornare», aveva detto lei.

«Potrei venire con te», aveva risposto lui.

Ma erano parole sospese.

Elena guardò il documento. Se avesse venduto la casa, avrebbe tagliato l’ultimo legame materiale con quel luogo. Se non l’avesse fatto, avrebbe ammesso a sé stessa che una parte di lei non era mai andata via.

Chiuse gli occhi.

Vide Luca sul molo. Il loro primo bacio. Le mani intrecciate sotto il cielo stellato. Il dolore dell’addio. La gioia del ritrovarsi. Aprì gli occhi. Posò la penna.

«Mi dispiace», disse al notaio. «Non sono pronta a vendere.»

Uscì dallo studio con il cuore in gola.

Luca si alzò di scatto. «Allora?»

Elena lo guardò.

«Allora ho capito che non voglio più scappare.»

«Cosa significa?»

«Significa che non voglio scegliere tra te e i miei sogni. Voglio trovare un modo per avere entrambi.»

Luca la fissò, incredulo.

«Non so ancora come», continuò lei. «Ma so che non posso più vivere con il rimpianto.»

Luca le prese le mani.

«Allora restiamo», disse.

«Restiamo?»

«Restiamo insieme. Ovunque sia.»

Elena sorrise, con le lacrime agli occhi.

«Ti amo», disse, finalmente senza paura.

Luca la baciò in mezzo alla strada, sotto lo sguardo divertito dei passanti.

«Ti ho amata ogni giorno, anche quando non c’eri», confessò lui.

E in quell’abbraccio non c’era più la paura di due ragazzi divisi dai sogni, ma la forza di due adulti che avevano imparato che l’amore non è rinuncia, ma scelta quotidiana.

Passarono mesi. Elena iniziò a organizzare concerti estivi nel borgo, trasformando la piazza in un piccolo teatro sotto le stelle. Luca la aiutava a montare il palco, a sistemare le sedie, a distribuire volantini. La sera del primo concerto, il mare era calmo. Elena si sedette al pianoforte, le luci soffuse, il pubblico in silenzio. Tra la folla, Luca.

Suonò un brano che aveva composto negli anni della lontananza. Una melodia dolce e struggente, piena di attese e ritorni. Quando finì, il silenzio fu totale per un istante. Poi esplose l’applauso.

Ma Elena guardava solo lui. Scese dal palco e gli andò incontro.

«Era per te», sussurrò.

Luca la strinse tra le braccia.

«Allora non ho perso dieci anni», disse. «Li abbiamo trasformati in musica.»

Elena appoggiò la testa sul suo petto, ascoltando il battito del suo cuore.

Non era perfetto. Non era semplice. Ma era vero.

E mentre il mare respirava accanto a loro, compresero che l’amore non è un luogo da cui partire o a cui tornare. È la marea che ti abita dentro. E finché impari a seguirne il ritmo, non ti perdi mai davvero.

Negli anni successivi, la loro storia non fu priva di difficoltà. Ci furono tournée lontane, tempeste improvvise, discussioni accese su scelte da prendere. Ma ogni volta che il mondo sembrava volerli separare, ricordavano quella notte sotto la pioggia, quel bacio carico di dieci anni di silenzio.

Impararono a parlarsi senza paura. Elena capì che i sogni non chiedono sempre di fuggire; a volte chiedono di essere condivisi. Luca comprese che le radici non sono catene, ma punti di partenza.

Si sposarono una sera d’estate, sulla spiaggia, con il mare come testimone e le stelle come benedizione. Elena indossava un abito semplice, leggero come la brezza. Luca era a piedi nudi, i pantaloni arrotolati alle caviglie. Quando si scambiarono le promesse, non parlarono di eternità.

Parlarono di scelta.

«Ti scelgo», disse Elena.

«Ti scelgo», rispose Luca.

E fu in quella scelta, rinnovata ogni giorno, che trovarono il loro per sempre.

Molti anni dopo, seduti sullo stesso molo dove si erano detti addio e poi ritrovati, guardarono il sole tramontare. Elena appoggiò la testa sulla spalla di Luca.

«Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?» chiese.

Luca rifletté.

«No», disse infine. «Perché ogni errore ci ha insegnato quanto siamo disposti a lottare.»

Elena sorrise.

«Allora grazie per avermi lasciata andare.»

«Grazie per essere tornata.»

Il mare si tinse di arancio e poi di viola. Le onde continuarono il loro eterno movimento, avanti e indietro, come il loro amore: a volte lontano, a volte vicino, ma sempre parte dello stesso respiro.

E mentre la notte scendeva su Portovenere, Elena e Luca si strinsero la mano, consapevoli che la vera casa non era un luogo.

Era l’uno nell’altra.

 

venerdì 20 febbraio 2026

Il cuore che combatte il rumore del mondo



Il cuore sussurrò dolcemente nella quiete del mattino: "Puoi farcela, passo dopo passo, un respiro alla volta."

Portava con sé una certezza che la mente faticava ad afferrare. Promesse di chiarezza brillavano nella sua voce gentile. Diceva: "I tuoi problemi si dissolveranno se rimani saldo."

Nuove prospettive attendevano pazientemente al limite dello sforzo. Ma il mondo esterno iniziava già a mormorare. Voci di dubbio filtravano attraverso le crepe nei muri. "Dicono che è troppo difficile, troppo tardi, troppo impossibile", mormoravano.

Il cuore cercò di mantenere la sua forza silenziosa. Ripeteva: "Puoi farcela, abbi fiducia nei tuoi passi."

Ma le ombre della situazione cominciarono ad allungarsi. La pressione si insinuava negli spazi tra un respiro e l'altro. La calma determinazione vacillò sotto il peso. Le routine mattutine portavano echi di incoraggiamento. Piccole vittorie ricordavano al cuore la possibilità: "Ho già affrontato tempeste prima, e le affronterò di nuovo", diceva.

Eppure l'ambiente circostante sussurrava avvertimenti in ogni angolo. Distrazioni e critiche riempivano l'aria incessantemente. Le ambizioni si intrecciavano con i dubbi degli altri. La mente sentiva il richiamo della ritirata, allettante e persistente.

Il cuore cercava di ancorare la concentrazione nel silenzio: "La tua mentalità può rinfrescarsi, ricominciare da capo", insisteva.

L'energia tornava quando lo sforzo si allineava con l'intenzione. La chiarezza emergeva brevemente, come luce nella nebbia. Ma le situazioni cambiavano, trascinando la mente indietro. Ogni sfida esterna sembrava mettere in discussione la determinazione. Il cuore sussurrò di nuovo, più dolcemente ma più persistente.

Momenti di ispirazione divamparono, brevi e luminosi. "Guarda ciò che hai superato, vedi la tua forza", diceva.

La mente sentì una scintilla di coraggio accendersi dentro di sé. Ma le forze esterne premevano con silenziosa persistenza. Apparivano opinioni altrui, obblighi improvvisi e passi falsi. Ogni passo avanti sembrava offuscato dall'esitazione. Eppure, il cuore ricordava: "Sei capace, continua a muoverti".

La lotta divenne un ritmo, un tira e molla. Speranza e dubbio danzavano in un delicato equilibrio.

"Puoi superare tutti gli ostacoli se ti impegni", sussurrò il cuore.

Il mondo imponeva pesi invisibili su spalle fragili. Ogni decisione sembrava aperta a ripensamenti.

Ogni passo era un punto interrogativo travestito. La voce interiore si rifiutava di ritirarsi del tutto.

Il cuore evocava ricordi di trionfi passati. Parlava di una resilienza forgiata nelle difficoltà precedenti.

"Sei riuscito a superare sfide che sembravano impossibili".

La mente si aggrappava a questi frammenti di coraggio, ma le situazioni mettevano alla prova la pazienza con incessante precisione.

Ogni piccola battuta d'arresto diventava un ostacolo ingigantito.

E ancora, il cuore persisteva, sussurrando promesse. Arrivò la sera con ombre che si estendevano per la stanza. "Sono qui, credendo ancora in te", disse il cuore. Una mentalità fresca attendeva pazientemente come l'alba dopo la notte. La mente vacillava sotto il peso del caos esterno. Voci, notizie, responsabilità, pressioni, tutto esigeva attenzione. Le distrazioni sussurravano con familiari toni di paura. Eppure una silenziosa determinazione palpitava, rifiutandosi di spegnersi. Il cuore ricordava che la chiarezza si guadagnava, non si dava. Lo sforzo, non la fortuna, avrebbe rimodellato il paesaggio della mente. "Puoi risolvere i tuoi problemi se rimani paziente", lo esortava.

Ma l'ambiente circostante era persistente, tirava indietro. Le situazioni dipingevano urgenza in ogni angolo della percezione. Ogni distrazione sussurrava: "Ora è troppo tardi, troppo difficile".

Il cuore ribatté: "No, ora è il momento di agire".

La notte calò con le stelle che lampeggiavano pazientemente sopra di noi. La speranza sembrava fragile sotto il peso delle prove quotidiane. La voce del cuore rimaneva un tamburo silenzioso e costante. "Puoi farcela, anche se il progresso sembra invisibile."

Il mondo avanzava con richieste e rumore. Ogni forza esterna sembrava cospirare contro la calma.

Eppure, la voce interiore ripeteva, incrollabile e vera. La mente faticava ad allinearsi ai sussurri del cuore. Il dubbio appariva travestito da ragione, logica e paura.

"Sei capace di chiarezza", insisteva dolcemente il cuore.

La situazione incalzava con insistenza con le sue priorità. Ogni piano incontrava ostacoli dovuti alle circostanze o alle persone. Eppure il battito della determinazione persisteva con silenziosa insistenza. Il cuore ricordava: "Una nuova prospettiva nasce dalla fiducia."

Arrivò di nuovo il mattino, il ciclo si ripeteva con speranza.

"Puoi farcela, passo dopo passo", disse il cuore.

Energia rinnovata in piccoli gesti e sforzi concentrati, ma il mondo esterno persisteva con continue interruzioni. Compiti, opinioni, sfide, tutto richiedeva a gran voce la mia attenzione. Ogni progresso sembrava un piccolo passo indietro.

Nonostante tutto, il cuore manteneva la fede, incrollabile nel silenzio. Il viaggio divenne una prova di pazienza interiore. "Sei più forte delle circostanze", sussurrò il cuore.

La mentalità si rinnovò lentamente, come un fiume che scavava pietre nel tempo. Le situazioni cercavano di offuscare il cammino con la confusione. Le distrazioni si moltiplicavano, una più persistente dell'altra. Eppure il cuore manteneva un ritmo costante di incoraggiamento.

"Puoi superare, un momento, una scelta alla volta.”

Ogni ostacolo diventava un'opportunità per fidarsi della voce interiore. "Sei capace, anche quando l'ambiente circostante distrae", disse il cuore.

La mente resisteva, attratta dalle abitudini e dalla paura di fallire.

Le situazioni sembravano farsi più alte, più pesanti, più inflessibili. Eppure la determinazione tremolava in ogni scelta silenziosa. Anche le piccole azioni rafforzavano la forza del cuore.

La pazienza divenne uno scudo contro la tempesta esterna. Il tempo scorreva, implacabile e imparziale. Ogni giorno si ripeteva la sfida tra interno ed esterno.

"Troverai chiarezza se persisti", sussurrò il cuore.

Le circostanze mettevano alla prova la risolutezza, rimodellando ripetutamente la fiducia.

La mente oscillava tra speranza e resa. I momenti di quiete ricordavano il potere interiore.

La voce del cuore divenne un ritmo, costante e vero. La speranza sopravviveva in modi sottili e silenziosi. "Sei capace di risolvere i problemi", disse il cuore.

La mente imparò a notare i progressi in mezzo Caos. Le situazioni non sembravano più così imponenti come prima. Le distrazioni persero parte della loro forza persuasiva. Anche i piccoli successi riaccesero la fiamma della fiducia. Il cuore sussurrò: "Puoi farcela, fidati di te stesso".

La resilienza crebbe silenziosamente di fronte alla pressione costante.

"Puoi raggiungere ciò che sembra impossibile", disse il cuore.

La mente iniziò a vedere sentieri prima oscuri. Le situazioni continuarono, ma l'influenza sulla volontà si indebolì. Pazienza e concentrazione divennero alleate nella lotta. Ogni piccolo successo rafforzò la fiducia interiore. Il cuore sorrise silenziosamente alla determinazione persistente.

Anche quando il rumore esterno cercava di soffocare lo sforzo, il cuore persistette, gentile e incrollabile: "Troverai chiarezza, una mentalità rinnovata", promise.

Le sfide divennero gestibili attraverso una silenziosa perseveranza. A volte le situazioni continuavano a tirarmi indietro, sottili e decise. Eppure la fiducia in se stessi divenne più forte della paura. La mente iniziò a rispecchiare la determinazione del cuore. Gli ostacoli non erano più muri, ma trampolini di lancio. "Sei in grado di superarli", disse il cuore.

Ogni passo avanti riaffermava la guida interiore. La mente abbracciò la fiducia e la pazienza come alleati. L'ambiente circostante metteva ancora alla prova la concentrazione, presentava ancora attriti. La perseveranza acquistava più peso della distrazione. Il sussurro del cuore guidava come una bussola nella nebbia. Arrivarono momenti di dubbio, come sempre.

"Puoi raggiungere la chiarezza", sussurrò il cuore.

Le situazioni incalzavano, cercando di affermare l'autorità sulla scelta. La mente ricordò la voce che non vacillava mai. Le piccole vittorie divennero una protezione contro il rumore pervasivo. Le pressioni esterne persero la loro capacità di dominare. Il silenzioso incoraggiamento del cuore plasmò costantemente le decisioni. Il processo divenne una lezione di resilienza e fiducia.

"Supererai, uno sforzo alla volta", disse il cuore.

Le situazioni continuavano a sfidare con svolte inaspettate. Le distrazioni sussurravano bugie sull'impossibilità. La mente si rafforzava a ogni rifiuto di cedere. La voce del cuore non cessò mai, costante e vera. La fede in se stessi divenne uno scudo contro Il caos. Il progresso divenne misurabile, non a balzi, ma con perseveranza. "Puoi raggiungere la tua chiarezza", sussurrò il cuore.

La mentalità iniziò a rinnovarsi, lentamente ma inesorabilmente. Le forze esterne continuarono, ma l'impatto diminuì. Ogni sfida affrontata rafforzò la determinazione interiore. La voce ferma del cuore divenne un fondamento. Anche nel rumore, la verità interiore rimase chiara. La pazienza divenne una superpotenza in un mondo turbolento. "Sei capace", disse il cuore con calma autorevole.

La mente imparò a filtrare le distrazioni con silenzioso discernimento. Le situazioni non dettavano più le maree emotive. Ogni giorno rafforzava l'idea che la forza interiore fosse la cosa più importante. Il sussurro del cuore divenne un mantra di resilienza. "La tua mentalità si rinfrescherà, continua ad avere fiducia in te stesso."

La sera calò, portando in silenzio le prove della giornata. "Puoi farcela", insistette dolcemente il cuore.

Una nuova prospettiva attendeva coloro che persistevano. La mente aveva imparato a riconoscere una guida autentica. L'ambiente circostante non controllava più completamente il cammino. Ogni scelta divenne un passo deliberato verso la chiarezza. La voce del cuore rimase un'ancora costante e gentile. Il ciclo di sforzo, distrazione e guida interiore continuò. "Raggiungerai il tuo obiettivo, non importa cosa ti ostacoli", sussurrò il cuore.

Le situazioni cambiarono, ma la determinazione rimase. Ogni piccolo successo rafforzò la fiducia come mattoni in un muro. La mentalità divenne un giardino coltivato con cura. Le distrazioni svanirono sotto la forza della perseveranza. Il cuore sorrise alla crescita a cui assisteva silenziosamente. La speranza non era più fragile, ma resiliente. "Puoi superare ogni ostacolo", disse il cuore.

Le circostanze esterne cercavano ancora di imporre la paura. Ma la fiducia interiore era diventata forza di gravità. Ogni scelta era più in linea con la convinzione che con il dubbio. Persino le battute d'arresto non riuscivano a scuotere la ferma determinazione. Il sussurro del cuore era diventato una luce guida. Lo slancio si costruiva attraverso piccoli passi costanti. "Sei capace", ripeteva il cuore con fermezza.

Le situazioni continuavano per offrire sfide e rumore. La mente rispose con pazienza e azione deliberata. Ogni problema risolto rafforzò la fiducia nella guida interiore. La chiarezza non divenne un sogno lontano, ma un processo. La voce del cuore fu l'ancora in mari turbolenti. L'energia tornò con la consapevolezza del progresso. "Puoi raggiungere la chiarezza", sussurrò il cuore con calma.

Le situazioni erano ancora messe alla prova da pressioni sottili. Ma ogni successo, per quanto piccolo, rafforzò la determinazione. La mente imparò a superare gli ostacoli senza panico. Le distrazioni divennero più facili da accantonare. La guida del cuore divenne un ritmo quotidiano. La perseveranza divenne una seconda natura, la fiducia un istinto. "Chiarirai i tuoi problemi", disse dolcemente il cuore.

Le forze esterne cercarono di riportare indietro la mente. Eppure sforzi e convinzioni ripetuti crearono resistenza. Chiarezza e una mentalità fresca divennero obiettivi raggiungibili. Nemmeno le battute d'arresto riuscirono a vanificare una determinazione costante. Il cuore continuava a sussurrare, paziente e sincero. Ogni mattina rinnovava l'impegno verso la guida interiore.

"Sei in grado di raggiungere il tuo scopo", diceva il cuore.

Le situazioni continuavano, a volte difficili, a volte sottili. La mente aveva imparato a mantenere la concentrazione. Ogni distrazione veniva affrontata con una scelta consapevole. Nuove prospettive emergevano con la dedizione quotidiana. La voce del cuore non vacillava mai nella sua lealtà. La riflessione serale confermava le piccole vittorie della giornata. "Puoi raggiungere chiarezza e crescita", sussurrava il cuore.

La mente aveva iniziato a fidarsi soprattutto di se stessa. Le situazioni mettevano alla prova, ma la resilienza diventava una seconda natura. Le distrazioni perdevano potere su pensieri e decisioni. La voce interiore diventava un'ancora costante. Il cuore sorrideva sommessamente alla perseveranza mantenuta. Col tempo, l'equilibrio si spostò verso la convinzione. "Puoi farcela, sempre", diceva il cuore.

Le pressioni esterne rimanevano, ma non dettavano più le emozioni. Ogni scelta rafforzava la fiducia in se stessi e la sicurezza in se stessi. Una mentalità nuova divenne la ricompensa della perseveranza.

Le situazioni diventarono sfide da superare, non paure a cui arrendersi. Il sussurro del cuore divenne la voce più potente. Perseveranza, fiducia e pazienza si fusero in un ritmo. "Sei capace e ce la farai", disse il cuore.

La mente mantenne la lucidità anche in mezzo al caos. Le distrazioni diminuirono sotto un'attenzione costante. Ogni sforzo si allineava con l'intenzione, creando slancio. Una nuova prospettiva non era più fugace, ma costante. Il sussurro del cuore si era trasformato in una guida risonante. Finalmente, la mente si rifugiò in una tranquilla fiducia. "Hai raggiunto chiarezza, fiducia e determinazione", disse il cuore.

Le situazioni continuavano, ma non controllavano più la direzione. Le distrazioni divennero piccole increspature invece che onde. Ogni problema era stato affrontato con uno sforzo deliberato. Una mentalità nuova emerse pienamente, temperata dalla perseveranza. La voce del cuore, paziente e ferma, aveva trionfato.

giovedì 19 febbraio 2026

Diventa ciò che sei (Nietzsche)

Disponibile su Amazon


Nietzsche ci invita a non allinearci al pensiero comune e a pensare con la nostra testa. Ci invita a vivere la vita senza tentennamenti, e saper discriminare il necessario dal superfluo, scegliere l’azione concreta rispetto a quella frivola. Il sistema sociale non è sempre trasparente nei suoi intendimenti e spinge all’omologazione.

Il superuomo di Nietzsche ci stimola a inventare nuovi linguaggi, a scrivere poesie, a dedicarci alla cultura creativa. Ci chiede di imparare a saper rispondere e confutare le tesi educatamente, ma sempre con coscienza chiara e trasparente. Tutto ciò promette l’inizio di una nuova primavera del pensiero.

Fabio Squeo


Il libro appena pubblicato riporta la grande intuizione filosofica di Nietzsche nella forma di un racconto breve da cui ogni lettore potrà apprezzare la genialità del filosofo tedesco. 

 

* Questo libro può essere richiesto in omaggio in seguito all'acquisto di almeno due volumi della collana "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo. La richiesta può pervenire tramite questo blog oppure scrivendo a squeoing2@libero.it. 

 

mercoledì 18 febbraio 2026

L'anima serena ha già vinto le sue battaglie



Non c'è niente di più strano di una persona che parla della morte come se fosse un viaggio che non vede l'ora di intraprendere.

Molte persone temono la morte perché, in fondo, non si sentono preparate. Quando non siamo preparati a qualcosa, la paura si manifesta come un messaggero. È come stare al cancello di un viaggio senza biglietto in mano. Certo, ci sono ansia ed esitazione.

Sulla croce, Gesù disse: "È compiuto", segnando il completamento della sua missione.

Quando hai completato il lavoro che ti è stato assegnato, non c'è paura.

Le nostre anime sanno quando qualcosa non è finito. Questa consapevolezza spesso assume il volto della paura.

Una persona profondamente risvegliata trascorre la maggior parte della sua vita lavorando per finire il lavoro per cui è venuta qui. Ascolta la guida interiore che le dice che c'è qualcosa per cui è venuta qui, e le risponde, ancora e ancora.

Attraverso il lavoro sull'ombra, elaborano emozioni e vergogna non elaborate, purificando il corpo astrale in modo che non si aggrappi alle cose di questo mondo. Si arrendono quotidianamente – lasciando andare controllo, reputazione e risultati – così che il sistema nervoso impari a fidarsi dell'Ignoto.

Elaborare i propri traumi e lavorare sul bambino interiore risolve il panico di sopravvivenza insito nel sistema, sostituendolo con una profonda sicurezza interiore.

Eliminano il karma negativo facendo ammenda per sistemare le cose, dicendo la verità senza paura e allineando le proprie azioni a ciò che è giusto, sciogliendo così i legami che altrimenti trascinerebbero le loro anime nella paura.

Il modo in cui servono i loro doni ammorbidisce il loro ego, approfondendo la relazione con il Divino, così che la morte sia vista come un ritorno a casa e l'identità si sposta dal deperibile all'eterno.

I rituali di gratitudine e completamento – benedizioni per la propria vita e quella degli altri, addii come se fosse l'ultima volta e lasciare un'eredità – chiudono i cicli karmici e illuminano il campo dell'anima.

Una persona profondamente risvegliata non teme la morte perché la sua vita è, in sostanza, una prova generale per la morte. Muore un po' ogni giorno. Sottomette i suoi desideri personali ed egoistici e le sue tendenze peccaminose alla vita dello Spirito, finché la morte stessa non sembra naturale.

A poco a poco, il bagaglio interiore viene fatto e si è preparati.

Senza la paura della morte, la vita riacquista il suo potere di ispirare.

Quando sei preparato, il tuo rapporto con la vita e la morte cambia.

Vivi ogni giorno pronto a comparire davanti al tuo Creatore. Cammini con autorità, non per orgoglio ma per pace, e la morte smette di sembrare un dirupo e inizia a sembrare una porta. Sembra meno una scomparsa e più un ritorno a casa.

Ma niente di tutto ciò nega il lato umano.

La paura della morte è profondamente naturale. Ad alcuni di noi è stato insegnato ad aspettarsi punizioni o abbandono, quindi ci aggrappiamo alla vita. E molti non temono di andarsene tanto quanto temono di soffrire, perdere la dignità o lasciare indietro i propri cari. Quella paura è amore travestito. Dice: "Questo è prezioso, non ho finito".

Una persona può essere profondamente sveglia e desiderare ancora un'altra estate, un'altra torta di compleanno, un altro martedì con i nipoti.

Volere più tempo è una storia d'amore.

Quando la vita è pienamente vissuta, quando abbiamo provato la gioia e il dolore, lo stupore e la sofferenza, la paura viene sostituita dalla pace. La pace nasce dalla sensazione che l'amore non è perduto.

I legami che abbiamo con coloro che amiamo continuano, anche se le forme cambiano.

Se la preparazione è l'antidoto alla paura della morte, allora la preparazione è il modo in cui viviamo le nostre giornate ordinarie.

Coloro che si sono preparati – che hanno amato onestamente, perdonato liberamente, imparato le loro lezioni e offerto i loro doni – non si aggrappano alla vita. Guardano avanti, non come a una fuga, ma come a un ritorno a casa. Confidano che la stessa intelligenza che ci ha portato qui ci accompagnerà quando sarà il momento di andare.

martedì 17 febbraio 2026

SE LA VITA FOSSE FACILE (poesia)



E tra giorni brevi e notti infinite

ho cercato l’essenza del vivere:

immobile in certi gesti,

atroce valanga nei sentimenti.


E’ come stare in stazione:

partenze e arrivi da salutare

ogni giorno un viaggio da fare…


Il finestrino del treno

accarezza vite smarrite

e le spinge oltre un sogno.


Palpita un cespuglio di malinconie;

un sorriso scuote la testa,

afferra pensieri, nuvole, impronte della gente.


Se la vita fosse facile

non riempirebbe vagoni affollati:

starebbe in equilibrio sui binari della Storia

per scrivere il futuro alla prossima fermata.

 

di Giovanna Sgherza

Lo Yogacara: Un modello di coscienza



Lo Yogacara, insieme al Madhyamaka, è una delle due principali tradizioni filosofiche del Buddhismo Mahāyāna sviluppatesi in India. Lo Yogacara ebbe influenza ben oltre l'India, plasmando il pensiero buddista in luoghi come Cina, Giappone, Corea e Tibet.

Il termine Yogacara può essere suddiviso in due parti: yoga ("disciplina", spesso inteso come meditazione o coltivazione mentale) e ācāra ("pratica"). 

Pertanto, il termine si riferisce a un percorso di allenamento piuttosto che a una teoria puramente teorica. Anche quando i testi dello Yogacara sembrano astratti, mirano a spiegare come la sofferenza sia prodotta dalle abitudini mentali e come queste possano essere modificate per raggiungere la liberazione.

Lo Yogacara è anche conosciuto come Vijñānavāda ("dottrina della coscienza"), ciò suggerisce che la cosa più importante non è "il mondo in sé", ma piuttosto il modo in cui la coscienza plasma l'esperienza, creando un senso di sé e degli oggetti.

Un chiaro punto di accesso allo Yogacara è il suo modello della mente, che si basa su antichi resoconti buddhisti di sei tipi di coscienza per presentarne un modello di otto. Oltre alle cinque coscienze sensoriali e alla coscienza mentale, aggiunge la "coscienza afflitta" (kliṣṭamanas) e la "coscienza deposito" (ālayavijñāna).

L'ālayavijñāna è descritta come portatrice di semi karmici (bīja) e tendenze latenti (vāsanā), che in seguito si manifestano come esperienza. Questo permette alla scuola Yogacara di spiegare la continuità senza postulare un sé permanente. Questa continuità sostiene il flusso della rinascita nel "ciclo dell'esistenza" (saṃsāra), pur mantenendo la comprensione che esso è momentaneo e mutevole, piuttosto che eterno.

"Solo mente" e il sentiero

Il tema della "sola mente" è spesso interpretato come l'idea che nulla esista al di fuori della mente. Tuttavia, molte discussioni Yogacara possono essere intese come un'analisi di come la mente crei un mondo diviso in soggetto e oggetto, e poi si affezioni a tale divisione. Le argomentazioni Yogacara affrontano il solipsismo spiegando l'esperienza condivisa attraverso modelli karmici condivisi. Ciò consente a diversi flussi di coscienza di produrre mondi simili.

Questo si collega a un'altra struttura Yogacara: la dottrina trisvabhāva ("delle tre nature"). Questa dottrina spiega come l'esperienza possa essere erroneamente interpretata come un mondo di cose e sé fissi, e come questa errata interpretazione cessi quando la struttura soggetto-oggetto non è più percepita come fondamentalmente reale.

Quando lo Yogacara descrive una profonda trasformazione della base dell'esperienza, vengono spesso utilizzati il ​​termine āśraya ("base" o "sostegno") e la sua trasformazione. Nella tradizione discussa da Xuanzang, questo concetto è legato a una pratica che integra la triplice saggezza dell'apprendimento (śruta, spesso attraverso l'ascolto o lo studio), del ragionamento o della riflessione (cintā) e della coltivazione o coltivazione meditativa (bhāvanā).

In definitiva, lo Yogacara è una tradizione che si interroga sul perché l'esperienza ordinaria produca desiderio, ansia e conflitto. Secondo questa tradizione, la sofferenza è legata alla costruzione mentale, in particolare alla continua creazione dei concetti di "io" e "mio", e questa costruzione può essere analizzata e smantellata.

Per questo motivo, lo Yogacara si concentra sulle mappe della coscienza e su precise distinzioni nella cognizione. L'obiettivo non è creare un sistema fine a se stesso, ma piuttosto stabilire un percorso in cui la comprensione porti a cambiamenti nella percezione e nel comportamento.

In quest'ottica, il concetto di "sola mente" (cittamātra) funge da strumento di pratica piuttosto che da affermazione della realtà. Sposta l'attenzione dal perseguire oggetti all'esaminare le condizioni che li rendono solidi e irresistibili. Yogacara invita i praticanti a sperimentare questo cambiamento attraverso lo studio e la riflessione, per poi confermarlo attraverso bhāvanā, la coltivazione sostenuta.

lunedì 16 febbraio 2026

La vita non aspetta che ci sentiamo pronti



La vita non aspetta che ci sentiamo pronti. Continua a muoversi. Riscrive i piani da un giorno all'altro. Prende, dà e affida responsabilità, dolori e decisioni nelle nostre mani quando ci sentiamo meno attrezzati per affrontarli.

Il momento giusto non arriva mai da solo. La vita è piena di sorprese: alcune meravigliose, altre devastanti, altre ancora che ci cambiano per sempre. Il "momento giusto" non è qualcosa che incontriamo per caso. È qualcosa che scegliamo, spesso nell'incertezza. E anche se abbiamo paura, anche se siamo insicuri, anche se potremmo fallire, è sempre meglio provare che non fare nulla.

Ci sono stati periodi in cui tutto sembrava rallentare fino a fermarsi. Non si riesce a stare al passo con la persona che si è. Le cose che un tempo si amavano, cominciavano a pesare, e persino svegliarsi sembra una fatica. Ci si sente in colpa per aver bisogno di riposo, vergognati per essere rimasti indietro, temendo che fermarsi significasse aver già fallito.

Rallentare non è la stessa cosa che essere distrutti. A volte la vita ci tira indietro, non per punirci, ma per insegnarci un modo diverso di procedere. Ricominciare non è sempre promettente o entusiasmante. 

A volte sembra riscrivere i piani nel cuore della notte, abbandonare qualcosa per cui una volta si pregava, o ammettere finalmente di non potercela fare da soli. Eppure, conta. Perché ricominciare non significa partire a mani vuote. Porti con te le tue esperienze, le tue cicatrici e le lezioni che ti hanno plasmato.

Il progresso non sempre significa inseguire un sogno o raggiungere qualcosa di monumentale. A volte, basta semplicemente alzarsi dal letto, inviare un'e-mail o scegliere di restare quando andarsene sembra più facile. E questo è importante. Perché ci sono giorni in cui sopravvivere richiede ogni briciolo di forza. Se non ti sei arreso, se sei ancora qui, allora stai facendo più di quanto pensi.

Il coraggio spesso arriva in silenzio. A volte significa riprovare dopo una caduta, inviare un'altra candidatura dopo un rifiuto, condividere il proprio lavoro dopo essere stati trascurati o aprire il proprio cuore dopo essere stati feriti. 

Spesso, è solo un piccolo passo, fatto con mani tremanti. E anche se sembra imperfetto, anche se inciampi, anche se non sembra abbastanza, è sempre meglio provare che non fare nulla.

La vita è imprevedibile. Cambierà il tuo percorso senza preavviso, chiuderà porte che non eri pronto a perdere e aprirà porte che hai paura di attraversare. Aspettare la certezza ti terrà solo bloccato. Quindi vai avanti comunque. Anche senza risposte. Anche senza fiducia. Anche se hai paura.

Fallo con paura. Fallo in modo incerto. Fallo in modo imperfetto, ma comunque non desistere.

Non devi avere il coraggio dell’eroe, devi solo riprovare. 

Un giorno ripenserai alle notti in cui hai pianto, ai momenti in cui hai esitato, alle volte in cui hai quasi rinunciato, e capirai che non ti hanno spezzato. 

Ti hanno costruito.

domenica 15 febbraio 2026

Es lo mismo? Quando dire no diventa necessario

 https://youtu.be/d6orn00d1y8?si=HjJyS1zySmva1ACn


Storie che smascherano l’inganno della normalità nel nuovo libro “Es lo mismo?“ di Angel Luis Galzerano

Il 16 febbraio segna l’arrivo di "Es lo mismo?", il nuovo lavoro di Angel Luis Galzerano,un’opera che interroga il presente e chiama il lettore a una presa di posizione. Un titolo che è già domanda e dichiarazione d’intenti, capace di attraversare storie, epoche e coscienze con uno sguardo libero e lucido.

"Es lo mismo?" (Davvero è lo stesso?) è un insieme di storie personali dell’autore, di personaggi contemporanei e non, che hanno saputo mantenere integra la propria identità, che hanno lottato per le proprie idee, rispondendo con il loro agire che NO es lo mismo. Nel mondo attuale, soffocato, manipolato, oppresso dal materialismo e l’individualismo, questi racconti sono un incoraggiamento a lasciare aperte le porte al sogno, all’immaginazione e all’utopia. Laddove prevale la distrazione di massa e il contenitore è più importante del contenuto, questi esempi, concreti e reali, ci ricordano che è importante far sentire la voce del nostro pensiero, nonostante questo grigio e assordante silenzio.


“Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”.  (Proverbio)


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Note d’autore


Angel Luis Galzerano nasce a Montevideo, in Uruguay, e vive da anni in Franciacorta, in provincia di Brescia, dove svolge la sua attività di chitarrista, cantautore, compositore e insegnante di chitarra. Artista dalla forte vocazione interculturale, ha fatto della contaminazione il tratto distintivo del proprio linguaggio espressivo, partendo dalla musica d’autore latino-americana, ha progressivamente intrecciato tradizioni e sonorità diverse fino ad approdare alla world music.

Dagli anni Novanta a oggi ha dato vita a numerosi progetti musicali, tra cui "Angel Galzerano Quartet", "Canto Libre", "Pangea", "Angel Galzerano Trio", pubblicando diverse raccolte di brani originali. Parallelamente ha composto colonne sonore per opere teatrali e documentari Rai. Tra i lavori discografici più recenti si segnalano "Viaggio imperfetto" (2020) ed "Essenza" (2024).

Accanto alla musica, Galzerano porta avanti un’intensa attività didattica nell’ambito scolastico, dove realizza progetti interculturali e concerti didattici, utilizzando la musica come strumento di dialogo tra culture e generazioni.

È anche autore di narrativa. Nel 2010 pubblica "Di qui e d’altrove", raccolta di scritti dedicati alle storie degli emigranti italiani in Sud America, presentata all’Università La Sapienza di Roma e in numerose città italiane come spettacolo letterario-musicale. Per Gilgamesh Edizioni ha poi pubblicato "Cronache sentimentali di un italiano a metà" (2014), "Storie lunghe una canzone" (2016), "Naufraghi" (2019), "Isole comprese" (2023) e "Es lo mismo?" (Davvero è lo stesso?) (2026): racconti spesso autobiografici, che attraversano mondi, identità e culture diverse, presentati anche in contesti culturali come il MUDEC di Milano, nello Spazio delle Culture.

La sua produzione artistica confluisce inoltre in progetti performativi che uniscono musica e parola, come il Book-Concert, concerto letterario in cui l’autore intreccia letture e accompagnamento musicale, e Alma Latina, concerto per voce e strumenti (chitarra, charango, ukulele) che conduce il pubblico in un viaggio musicale attraverso i paesi dell’America Latina, dall’Argentina al Messico, arricchito da brevi narrazioni introduttive. In queste forme ibride Galzerano racconta la sua terra, i viaggi, gli incontri, i personaggi e i luoghi lontani in cui la realtà tende al sogno, tra memoria, avventura, musica ed eroi quotidiani.

angelluisgalzerano@gmail.com

https://www.youtube.com/@angelgalzerano/videos


Editore: Gilgamesh Edizioni

Formato: 13,5 x 20,8

Prezzo: Euro 15,00

Pubblicazione: 16/02/2026

ISBN : 978-88-6867-830-2 



Ufficio Stampa a cura di LC Comunicazione tel. 3337695979

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sabato 14 febbraio 2026

Quando la solitudine è una scelta



Si racconta la storia di uno studente delle superiori di nome Andrea che sceglie di stare da solo perché vede la vita sociale piena di ipocrisia. Crede che la giovinezza sia piena di bugie. Ai suoi occhi, le persone sembrano costruire illusioni emotive legate a vaghe fantasie metafisiche. 

Andrea guarda sempre le cose con realismo, anche quando indispone. Si rifiuta di mentire a sé stesso solo per far sembrare il mondo che lo circonda meno falso. Tuttavia, questo modo di pensare fa sì che gli altri lo fraintendano e si allontanino da lui. Senza rendersene conto, dice spesso cose che feriscono gli altri, pur essendo onesto. Per questo motivo, la sua vita si riempie di solitudine. Alla fine, accetta quella solitudine.

Un giorno, un'insegnante gli chiese il motivo su cui era radicata la sua convinzione asociale. Ecco cosa a rispose:

"Odio le brave ragazze. Se mi salutano, resto indifferente. Se mi rispondono ai messaggi, il cuore mi batte all'impazzata. Il giorno in cui una mi chiama, so che guarderò la cronologia delle chiamate e sorriderò. Ma so che è solo gentilezza. Chiunque sia gentile con me è gentile anche con gli altri. Ma mi ritrovo sempre sul punto di dimenticarlo. Se la verità è crudele, allora le bugie devono essere gentili. Ecco perché la gentilezza è una bugia. Ho rinunciato ad aspettarmela sempre, a confonderla sempre e persino a sperarla. Chi ha lavorato duramente per stare da solo non cade nello stesso inganno due volte. Sono un veterano delle sconfitte. Ecco perché odierò sempre le brave ragazze."

Andrea odia le "brave ragazze". Per lui, si comportano semplicemente come sempre e questa gentilezza è ciò che le rende apprezzate dagli altri. Secondo lui, si arriva a capire troppo tardi che la gentilezza non è qualcosa di speciale. Essere gentili con una persona significa anche essere gentili con gli altri. Andrea le vede come se stessero semplicemente recitando la parte della gentilezza, attraendo gli altri con una falsa sincerità.

Proprio come dice Sartre, "L'inferno sono gli altri", spesso siamo intrappolati da come gli altri ci vedono e ci giudicano. Quando le ragazze si comportano con gentilezza, in un certo senso ti giudicano come qualcuno che merita aiuto. Lei si pone come un'Aiutante e l'Altro come qualcuno che ha bisogno di aiuto. Andrea odia la ragazza gentile perché ha la sensazione che gli tolga la libertà e lasci dietro di sé una ferita che continua a ferire.

Nel mondo sociale, le persone spesso indossano maschere per nascondere la loro vera personalità. Si nascondono da una realtà che non può essere messa in scena. Mentono per diventare parte della società. Come individui, gli esseri umani tendono a essere plasmati da ciò che li circonda. Come gruppo, plasmano altri individui per creare un "accordo". Questo accordo si basa su emozioni false, perché gli esseri umani tendono a evitare il dolore e a cercare la felicità.

Le relazioni umane sono essenzialmente temporanee. Sono facili da formare e altrettanto facili da rompere. Ciò che si costruisce con le emozioni può dissolversi quando le emozioni svaniscono o cambiano. Costruire una relazione è come accendere una candela. Aspetti che si sciolga o che il vento ne spenga la fiamma. Quindi, per Andrea, il tipo di relazione che le persone normalmente accettano e quella piena di bugie e legata da illusioni emotive, non è qualcosa di veramente autentico.

La sua solitudine di Andrea nasce da traumi passati, dalla dipendenza dagli altri e dall'esperienza di sperare solo di essere delusi. Per questo motivo, egli si trasforma in un "cattivo", sacrificandosi come soluzione. Preferirebbe essere odiato piuttosto che sperato. Preferirebbe essere solo piuttosto che essere tradito. 

La scelta di Andrea è esistenziale. È pronto ad accettare le conseguenze delle sue decisioni e ad assumersi la responsabilità delle sue azioni. La sua solitudine non è oggetto di pietà, ma una scelta dettata dalla responsabilità di chi sceglie per le scelte che fa.

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