sabato 14 marzo 2026

Dubitando arriviamo alla ricerca, e cercando arriviamo alla verità (Abelardo)

 

Nel silenzio della sua piccola stanza, Luca stava studiando filosofia medievale. Era tardi, quasi mezzanotte, e la luce della lampada da tavolo tremava sui libri sparsi un po’ ovunque. Davanti a lui c’era un libro consumato sulla vita di Pietro Abelardo, il filosofo del XII secolo famoso per la sua logica, le sue polemiche e la tragica storia d’amore con Héloïse d'Argenteuil.

Luca sospirò e parlando a sé stesso, mormorò: «Non capisco davvero cosa volesse dire con tutta questa storia degli universali».

All’improvviso, una folata d’aria attraversò la stanza. Le pagine del libro si mossero da sole. Quando Luca alzò gli occhi, davanti a lui c’era un uomo con una tunica scura, lo sguardo acuto e un’espressione curiosa.

«Mi hai chiamato?» disse l’uomo.

Luca sgranò gli occhi. «Chi… chi sei?»

«Sono Abelardo. O almeno, ciò che resta della mia memoria nel mondo delle idee.»

Luca rimase in silenzio qualche secondo.

«Aspetta… sei Abelardo? Il filosofo medievale?»

«Sì! Sono proprio io.» L’uomo sorrise leggermente. «E tu sembri avere qualche difficoltà con la mia filosofia.»

Luca si riprese dallo shock e si sedette meglio sulla sedia.

«Sì. Sto cercando di capire la questione degli universali. Alcuni filosofi medievali dicevano che le idee generali esistono davvero, altri che sono solo parole. Tu cosa pensavi?»

Abelardo si sedette di fronte a lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Molti prima di me litigavano su questo problema», disse. «Per esempio i realisti sostenevano che concetti come “umanità” o “bontà” esistessero davvero, quasi come entità indipendenti.»

«Tipo idee platoniche?» chiese Luca.

«Esattamente. Una posizione che risale al filosofo greco. Ma altri filosofi dicevano il contrario: che queste cose non esistono affatto, e che sono solo nomi.»

«Ti riferisci ai nominalisti?» Chiese Luca.

Abelardo annuì.

«Io cercai una via diversa. Non pensavo che gli universali fossero cose reali che fluttuano nell’universo. Ma non sono neppure semplici suoni. Sono concetti che nascono nella mente quando osserviamo le somiglianze tra gli individui.»

Luca prese una penna, come se volesse prendere appunti.

«Quindi… quando diciamo “uomo”, non esiste una “umanità” separata?»

«No», rispose Abelardo. «Esistono solo individui: tu, io, le persone che camminano per strada. Ma la nostra mente è capace di riconoscere ciò che hanno in comune.»

«Quindi l’universale è un concetto mentale?» Luca domandò.

«Precisamente.» rispose il filosofo.

Luca rimase pensieroso e poi fece una deduzione: «Quindi la filosofia non è solo speculazione… è anche analisi del linguaggio.»

Gli occhi di Abelardo brillarono.

«Finalmente qualcuno lo dice! Gran parte dei problemi filosofici nascono perché usiamo male le parole.»

Luca rise.

«Questo sembra quasi filosofia moderna.»

«Ogni epoca crede di inventare qualcosa di nuovo», rispose Abelardo con calma. «Ma spesso riscopre idee più antiche.»

Luca sfogliò il libro per cercare ciò che aveva letto: «Ma la tua filosofia morale è ancora più interessante. Ho letto che dicevi che il peccato non è nell’azione, ma nell’intenzione.»

Abelardo annuì lentamente.

«È una delle mie convinzioni più importanti. Per giudicare un’azione bisogna guardare alla coscienza della persona.»

«Puoi fare un esempio?»

«Immagina due persone», disse Abelardo. «Una compie un’azione sbagliata senza sapere che è sbagliata. L’altra fa la stessa cosa sapendo di fare il male.»

«La seconda è più colpevole.»

«Esattamente. Il peccato nasce quando la volontà sceglie ciò che crede essere male.»

Luca si fermò a pensare.

«Quindi la moralità è dentro la mente.»

«Dentro la coscienza», disse Abelardo. «Per questo la riflessione e il dubbio sono fondamentali.»

Luca lo guardò con curiosità.

«Ma nel Medioevo non era pericoloso dire cose del genere?»

Abelardo sorrise amaramente.

«Molto pericoloso. Alcuni dei miei insegnamenti furono condannati. E molti dei miei contemporanei preferivano obbedire piuttosto che pensare.»

«Un problema che esiste ancora oggi», disse Luca.

Per qualche istante rimasero in silenzio.

Poi Luca chiese: «Se potessi dare un consiglio agli studenti di oggi, quale sarebbe?»

Abelardo si alzò e guardò i tanti libri presenti sullo scaffale.

«Non accettate mai un’idea solo perché è antica. Ma neppure rifiutatela solo perché è antica.»

Fece una pausa.

«La verità nasce dal dialogo, dal dubbio e dal confronto. Io stesso insegnavo attraverso domande e contraddizioni.»

Luca chiuse lentamente il quaderno.

«Un po’ come stiamo facendo adesso.»

Abelardo sorrise.

«Esattamente.»

La lampada sul tavolo tremò di nuovo. Quando Luca abbassò lo sguardo e lo rialzò, il filosofo era scomparso.

Sul tavolo però c’era una frase scritta a matita sul suo quaderno:

“Dubitando arriviamo alla ricerca, e cercando arriviamo alla verità.”

Luca riconobbe subito la citazione.

Era di Abelardo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


venerdì 13 marzo 2026

Inventare nuovi modi di pensare (Richard Rorty)

 

Nella piccola città di mare la biblioteca comunale era un edificio antico, con finestre alte e scaffali che sembravano non finire mai. Luca, il giovane bibliotecario, camminava tra i corridoi con una cura quasi religiosa. Per lui ogni libro conteneva un frammento della verità del mondo, e il suo lavoro consisteva nel mantenerli in ordine, come se stesse custodendo le prove di un grande segreto.

Aveva studiato filosofia all’università e gli piaceva immaginare la conoscenza come una grande mappa: ogni autore aggiungeva un pezzo, e un giorno - pensava - qualcuno avrebbe finalmente completato il disegno.

Un pomeriggio d’autunno entrò una donna anziana. Portava una sciarpa rossa e una borsa piena di appunti. Non sembrava avere fretta.

Si fermava davanti agli scaffali, prendeva un libro, lo apriva a caso, leggeva qualche pagina, poi lo rimetteva a posto e ne sceglieva un altro.

Dopo un po’, Luca non riuscì a trattenersi.

«Posso aiutarla? Sta cercando qualcosa di preciso?»

La donna sorrise.

«Sì» disse. «Nuovi modi di parlare del mondo.»

Luca rimase interdetto.

«Intende… nuove teorie?»

«Non proprio.»

Si sedettero a un tavolo vicino alla finestra. Il mare si vedeva in lontananza, grigio e calmo.

«Come si chiama?» chiese Luca.

«Marta.»

Luca indicò gli scaffali.

«Questi libri contengono conoscenza. Ognuno cerca di spiegare come stanno davvero le cose.»

Marta lo guardò con curiosità.

«Se fosse così semplice» disse «la filosofia sarebbe finita da molto tempo.»

Luca aggrottò la fronte.

«Non capisco.»

Marta prese un romanzo dallo scaffale.

«Questo libro parla dell’amore. Non è una teoria scientifica, ma può cambiare il modo in cui una persona capisce sé stessa.»

Poi prese un libro di scienze.

«Questo parla del movimento delle maree. Non parla dei sentimenti, ma aiuta un pescatore a navigare.»

Li posò uno accanto all’altro.

«Quale dei due descrive meglio la realtà?»

Luca esitò.

«Dipende da cosa vogliamo capire…»

«Esatto» disse Marta.

Passarono alcune settimane. Marta tornò spesso in biblioteca. Non dava mai lunghe lezioni: preferiva fare domande.

Una volta chiese a Luca:

«Secondo te il linguaggio è uno specchio del mondo, o uno strumento?»

Luca non sapeva rispondere subito.

Cominciò però a osservare le persone che entravano in biblioteca.

Un pescatore cercava libri di meteorologia.

Una ragazza prendeva romanzi pieni di storie d’amore.

Un insegnante consultava libri di storia politica.

Tutti parlavano dello stesso mondo, ma con linguaggi completamente diversi.

Una sera Luca disse a Marta:

«Forse i libri non cercano tutti la stessa verità.»

«Forse no» rispose lei.

«Forse sono… strumenti per vivere.»

Marta sorrise.

«Stai arrivando vicino a un’idea importante.»

Prese un quaderno dalla borsa e scrisse un nome: Richard Rorty.

«Questo filosofo sosteneva qualcosa di simile» disse. «Secondo lui la filosofia ha fatto per secoli un errore: pensare che il linguaggio dovesse rappresentare il mondo come uno specchio.»

«E non è così?»

«Non necessariamente. Il linguaggio è più simile a una cassetta degli attrezzi.»

Luca guardò gli scaffali.

«Vuol dire che le teorie non sono vere o false?»

«Vuol dire che alcune sono più utili di altre per certi scopi.»

Fece una pausa.

«Una teoria scientifica può aiutarci a costruire un ponte. Un romanzo può aiutarci a diventare meno crudeli. Una teoria politica può aiutarci a immaginare una società più giusta.»

«Quindi la filosofia…»

«…non scopre l’essenza ultima del mondo» disse Marta. «Piuttosto inventa nuovi modi di parlarne.»

 

Quella notte Luca rimase in biblioteca più a lungo del solito.

Camminava tra gli scaffali come se li vedesse per la prima volta.

La sezione di poesia non era più un luogo “meno serio” della scienza.
La storia non era solo un archivio di fatti, ma un modo di raccontare il passato.
La filosofia non era il tribunale della verità, ma una conversazione infinita.

Ogni libro era un vocabolario possibile. E i vocabolari, capì Luca, non sono eterni. Cambiano con le persone, con le epoche, con i problemi.

Il giorno dopo prese una scala e salì sopra l’ingresso della biblioteca.

Tolse il vecchio cartello: Biblioteca Comunale

E ne appese uno nuovo con su scritto: “Laboratorio di nuovi modi di raccontare il mondo.”

Quando Marta tornò qualche giorno dopo lo lesse e rise.

«Allora hai capito.»

«Forse sì» disse Luca.

«E cosa hai capito?»

Luca guardò le persone che entravano: studenti, pensionati, bambini.

«Che il nostro compito non è trovare le parole definitive.»

Fece una pausa.

«Ma continuare a inventarne di migliori.»


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

giovedì 12 marzo 2026

Addormentati nella normalità (Walter Benjamin)

 

La notte era ormai scesa completamente sulla città. Le luci dei tram tagliavano l’aria come scie luminose, mentre i passi delle persone si confondevano con il rumore distante dei motori. Il giovane osservatore continuava a camminare senza una meta precisa, come se la città stessa fosse un libro da leggere pagina dopo pagina.

Pensava ancora alle idee di Walter Benjamin, e più camminava più gli sembrava che quelle idee fossero nascoste ovunque: nei muri, nelle insegne luminose, nelle voci dei passanti.

Entrò in un lungo porticato pieno di negozi. Le persone passeggiavano lentamente, guardando le vetrine come se stessero osservando un museo.

Il giovane capì che stava vivendo l’esperienza del flâneur, la figura amata da Benjamin: l’uomo che cammina nella città senza fretta, osservando tutto.

Il flâneur non è solo un passante. È un testimone. Vede ciò che gli altri non notano: i piccoli dettagli, le contraddizioni della vita moderna, la solitudine nascosta nella folla.

Tra centinaia di persone, ognuno sembrava vivere nel proprio mondo. La città moderna univa gli individui nello spazio, ma spesso li separava nelle loro vite interiori.

Ad un certo punto il giovane si fermò davanti a un edificio antico incastrato tra due palazzi moderni. La facciata era consumata dal tempo, le finestre piccole e irregolari.

Sembrava un frammento di un’altra epoca sopravvissuto per caso.

Benjamin avrebbe detto che la città è come un archivio vivente: ogni strada conserva strati di storia. Il passato non scompare davvero, rimane nascosto sotto il presente come una fotografia sotto un’altra fotografia.

Il giovane sfiorò il muro ruvido. In quel gesto sentì qualcosa di strano: come se il tempo si fosse piegato per un istante. Continuando a camminare arrivò in una piazza dove un gruppo di persone discuteva animatamente. Alcuni parlavano di lavoro, altri di politica, altri ancora di ingiustizie.

Il giovane ricordò un’altra idea di Benjamin: la società cambia quando gli uomini si risvegliano dall’illusione della normalità.

La modernità spesso addormenta le persone con il ritmo del consumo, con le promesse delle merci, con l’idea che il progresso risolverà tutto da solo.

Ma a volte accade qualcosa: una crisi, un evento, una presa di coscienza. In quel momento la storia può aprire una possibilità nuova.

Benjamin chiamava questi momenti “attimi messianici”, piccoli istanti in cui il presente può cambiare direzione.

Quando ormai era quasi mezzanotte, il giovane raggiunse un ponte che attraversava il fiume. L’acqua rifletteva le luci della città come frammenti di vetro.

Guardando quella scena pensò di nuovo all’angelo della storia.

Il progresso aveva costruito palazzi, fabbriche, strade, ma aveva lasciato dietro di sé anche rovine invisibili: vite dimenticate, sogni spezzati, storie che nessuno raccontava più.

Eppure Benjamin credeva che proprio lì, tra quelle rovine, fosse nascosta una possibilità.

La storia non è solo ciò che è stato vinto dai più forti. È anche la memoria di chi è stato dimenticato.

Il giovane rimase a lungo a guardare l’acqua. Poi capì qualcosa.

Forse il vero cambiamento della società non nasce solo dalle grandi rivoluzioni o dalle decisioni dei potenti. Nasce anche da chi osserva, ricorda e racconta; da chi riesce a vedere nelle piccole cose del presente le tracce del passato e le possibilità del futuro.

Riprese a camminare.

La città non era più soltanto un luogo di rumori e luci. Era diventata una costellazione di storie, e ognuna di esse poteva illuminare il cammino verso un mondo diverso.

E mentre il giovane scompariva tra le strade silenziose, la città continuava a respirare lentamente, custodendo tra le sue pietre la promessa di altri risvegli.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


mercoledì 11 marzo 2026

La mente nasconde mancanze dietro una perfetta logica

 

Andrea aveva costruito tutta la sua identità attorno a una convinzione molto semplice: la ragione è il miglior antidoto contro le illusioni umane.  Lo ripeteva spesso agli studenti durante le lezioni di metodologia.

«La mente umana è piena di errori», diceva camminando lentamente davanti alla lavagna. «Ma con il metodo giusto possiamo correggerli.»

Era un uomo ordinato. Pensava in modo ordinato. Viveva in modo ordinato.

La sua scrivania era sempre pulita. I suoi articoli erano sempre strutturati con precisione matematica. Le sue argomentazioni erano lineari, solide, difficili da attaccare.

Gli piaceva credere che la sua mente funzionasse come una macchina ben calibrata.

Per molti anni sembrò davvero così.

Tutto cambiò in un pomeriggio di ottobre quando Il direttore del dipartimento annunciò l’arrivo di un nuovo ricercatore.

Si chiamava Marco e veniva da Milano. Aveva lavorato su modelli teorici innovativi.

Andrea non diede peso a questo nuovo compagno di lavoro. Ogni anno arrivavano giovani ricercatori brillanti. Alcuni duravano poco, altri si adattavano alla routine accademica.

Non c’era motivo di interesse. Poi Marco entrò nella stanza dove Andrea aveva la sua scrivania.

Aveva poco più di trent’anni, parlava con entusiasmo e possedeva quella sicurezza naturale che alcune persone sembrano avere senza sforzo.

Durante il primo seminario presentò un’idea nuova. Non rivoluzionaria, ma elegante.

Andrea fece alcune domande tecniche. Marco rispose con calma, senza esitazioni.

Qualcosa dentro Andrea si mosse: una sensazione minuscola, quasi invisibile, ma come un leggero fastidio.

Quella sera Andrea rilesse le note del seminario.

«Interessante», pensò.

Poi aggiunse mentalmente: «Ma metodologicamente fragile.»

Non era un giudizio ingiusto. Alcuni passaggi erano davvero discutibili.

Andrea si sentì soddisfatto. Aveva analizzato la questione con lucidità. Eppure, senza accorgersene, il suo pensiero non era iniziato dall’analisi. Era iniziato da qualcosa di molto più semplice: da un’impressione istintiva, una sensazione difficile da nominare.

Nei mesi successivi accaddero diverse cose. Marco pubblicò un articolo su una rivista importante che gli valse il ricevimento di un finanziamento. Successivamente fu invitato a una conferenza internazionale. Il dipartimento iniziò a parlarne con entusiasmo.

«È molto promettente.»

«Ha idee fresche.»

«Potrebbe diventare uno dei nomi forti del settore.»

Andrea ascoltava sempre con espressione calma. Dentro di sé però qualcosa si contraeva lentamente: lui non lo chiamava invidia, neanche paura.

La sua mente trovò una parola molto più rispettabile: senso critico.

Andrea iniziò a studiare attentamente i lavori di Marco. Sottolineava frasi. Annotava possibili debolezze. Quando parlava con i colleghi usava sempre un tono equilibrato.

«Il suo lavoro è interessante, certo. Però…»

Seguiva sempre un’osservazione metodologica, una cautela espressiva, una forma di critica ragionevole. Le sue argomentazioni erano ben costruite. Persino convincenti.

Molti colleghi annuivano.

«Andrea ha ragione. Forse stiamo esagerando con l’entusiasmo.»

Andrea non stava mentendo. Tutte le sue osservazioni erano tecnicamente corrette.

Ma non erano nate dove lui credeva. La sua ragione stava lavorando duramente.

Non per cercare la verità, ma per difendere una posizione invisibile dentro di lui.

Una sera di primavera Andrea rimase nel suo ufficio fino a tardi. Fuori il corridoio era silenzioso.

Stava correggendo alcune tesi quando bussarono alla porta. Era Luca, un collega e amico.

«Andrea, posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

Luca esitò un momento.

«Pensi davvero che Marco sia sopravvalutato?»

Andrea aprì la bocca per rispondere. Aveva già la risposta pronta composta da una sequenza ordinata di argomentazioni: limiti metodologici, entusiasmo prematuro, fragilità teorica

Tutto perfettamente logico. Poi successe qualcosa di strano.

Per un attimo Andrea si vide dall’esterno. Vide il suo pensiero come se fosse una macchina.

Prima una sensazione, poi una conclusione. Infine, una serie di ragioni costruite per sostenerla. Il processo apparve improvvisamente chiaro.

La logica non era stata il punto di partenza. Era stata la giustificazione.

Andrea rimase in silenzio qualche secondo. Luca lo guardava aspettando la risposta.

Alla fine Andrea disse soltanto: «È un buon ricercatore.»

Luca annuì e uscì.

Andrea rimase solo. Guardò la lavagna piena di formule.

Per anni aveva creduto che il suo pensiero funzionasse così:

osservazione → analisi → conclusione.

Ma quella sera intravide un altro schema possibile:

sensazione → conclusione → ragioni.

La mente poteva costruire strutture logiche impeccabili per difendere emozioni che non voleva riconoscere.

Andrea provò un leggero brivido. Perché se questo era vero, allora la ragione non era sempre il giudice imparziale: a volte era l’avvocato difensore.

E la cosa più inquietante era un’altra. Quella difesa era così elegante, così coerente, così sofisticata… che chi la costruiva poteva non accorgersene mai.

Andrea spense la luce dell’ufficio. Nel corridoio buio gli sembrò di capire qualcosa di semplice e disturbante allo stesso tempo: la mente umana possiede un talento straordinario:  sa trasformare le proprie paure in argomenti perfettamente razionali.


martedì 10 marzo 2026

Storia di un esorcismo

 

Ricordo ancora quel giorno come se fosse ieri.

Quando portarono quella donna nella stanza dell’esorcismo, pensai che fosse uno dei tanti casi che mi capitava di vedere. Sembrava stanca, pallida, quasi fragile. Ma appena iniziai a pregare, capii subito che non era un caso ordinario.

Appoggiai il crocifisso sul tavolo e iniziai con le preghiere del rituale.
La donna teneva gli occhi chiusi. Silenzio.

Poi accadde.

Le sue palpebre si spalancarono di colpo. Non era più lo sguardo di una persona. Era uno sguardo carico di odio, qualcosa che non avevo mai visto in un essere umano.

«Nel nome di Gesù Cristo, dimmi chi sei», dissi con calma.

All’inizio solo un ringhio.

Poi la voce uscì dalla sua bocca, ma non era la sua voce. Era bassa, cavernosa, quasi animalesca e disse: «Non sono solo.»

La stanza si fece improvvisamente pesante. Chi era con me smise di respirare per un istante.

Continuai: «Quanti siete?»

La donna iniziò a ridere. Non una risata normale. Era una risata spezzata, come se provenisse da più gole contemporaneamente.

Poi disse:

«Tanti… troppi per te, prete!»

Alzai il crocifisso.

La reazione fu immediata.

La donna urlò e il suo corpo si irrigidì come una corda tesa. Le mani si contorsero in posizioni innaturali. I suoi occhi fissavano il crocifisso con un odio indescrivibile.

«Ti brucia?» chiesi.

Un’altra voce rispose. Questa volta diversa dalla prima che arrancò: «Ci brucia, sì!»

Poi ripetette: “Hai capito? Ho detto Ci!”

Era in quel momento che compresi la gravità del caso.

Continuai il rito. Pregavo, comandavo, invocavo il nome di Cristo e della Madonna.

La donna improvvisamente si piegò all’indietro con una forza incredibile. Quattro uomini cercavano di tenerla ferma. Una persona così esile non avrebbe mai potuto avere quella forza.

Poi accadde qualcosa che mi fece gelare il sangue.

La donna parlò in latino.

Non qualche parola. Frasi complete. Perfette.

Lei non aveva mai studiato latino.

Uno degli spiriti gridò: «Non usciremo! Lei è nostra!»

Mi avvicinai di più e senza esitare, proclamai:

«Nel nome di Gesù Cristo vi comando: dite il vostro nome.»

Silenzio.

Poi un sussurro.

«Siamo… una legione.»

In quel momento compresi che la liberazione non sarebbe arrivata in un giorno.
E infatti ci vollero mesi.

Seduta dopo seduta. Preghiere, urla, resistenze. A volte sembrava peggiorare. Altre volte sembrava che qualcosa cedesse.

Finché un giorno, durante l’ennesimo esorcismo, successe l’imprevisto.

Stavo recitando una preghiera alla Madonna quando la donna lanciò un urlo terribile. Un urlo che sembrava uscire da più bocche.

Poi cadde a terra.

Silenzio.

Per qualche secondo nessuno si mosse.

Pensai: è finita?

La donna aprì gli occhi lentamente. Questa volta erano i suoi occhi.

Mi guardò confusa e disse con voce debole:

«Padre… perché sono qui?»

Non ricordava nulla.

E io capii che, finalmente, se n’erano andati.

lunedì 9 marzo 2026

Due modi di intendere il potere


 

È mattina inoltrata in un bar moderno. Il locale è pieno di persone con laptop aperti, tazze di cappuccino e telefoni sul tavolo. Fuori il traffico scorre incessante. In un angolo, quasi fuori dal tempo, siedono due figure insolite: Marco Aurelio e Niccolò Machiavelli. Davanti a loro due caffè espresso appena serviti.

Marco Aurelio osserva a lungo la sala, come se stesse studiando un fenomeno curioso della natura umana. Gli occhi passano da un tavolo all’altro: persone che parlano poco tra loro ma molto con gli schermi.

«È un luogo interessante,» dice infine con voce calma. «Così pieno di gente e allo stesso tempo così solitario. Ognuno sembra abitare nel proprio piccolo mondo.»

Machiavelli segue il suo sguardo e sorride leggermente.

«Gli uomini sono sempre stati così, anche se con strumenti diversi. Un tempo discutevano nelle piazze e nelle corti; ora lo fanno attraverso quei piccoli oggetti luminosi. Cambiano i mezzi, non le passioni.»

Marco Aurelio annuisce lentamente.

«Le passioni… sì. Sono ciò che spesso rende difficile agli uomini vivere secondo ragione. Nel mio tempo scrivevo a me stesso che bisogna imparare a dominare i propri impulsi. Un uomo che non governa sé stesso non può davvero governare nulla.»

Machiavelli prende un sorso di caffè.

«Questa è una visione nobile, imperatore. Ma temo che nella politica reale non basti. Io ho osservato i governi, le repubbliche, i principati: chi esercita il potere deve fare i conti con uomini che non sono guidati dalla ragione, ma dall’ambizione, dalla paura e dall’interesse.»

Marco Aurelio non sembra contrariato; al contrario, appare pensieroso.

«Non lo nego. Anche a Roma ho visto tradimenti, avidità e rivalità. Ma se chi governa si lascia guidare dalle stesse passioni, allora non diventa forse parte del problema?»

Machiavelli inclina leggermente la testa.

«Dipende da come le usa. Io non dico che il governante debba essere crudele per natura. Dico che deve essere pronto a esserlo quando necessario. La politica non è il luogo della purezza morale; è il luogo dell’efficacia.»

Marco Aurelio sorride con una calma quasi paterna.

«Eppure la vera efficacia, credo, nasce dall’esempio. Un sovrano giusto può ispirare i suoi cittadini. Non tutti lo seguiranno, certo, ma alcuni sì. E questi pochi possono cambiare il carattere di una città.»

Machiavelli tamburella le dita sul tavolo.

«Forse. Ma permettimi una domanda: se un sovrano virtuoso perde il potere a causa di uomini meno virtuosi, a che serve la sua moralità?»

Marco Aurelio non risponde subito. Guarda la strada attraverso la vetrina, dove persone attraversano distrattamente il semaforo.

«La virtù non serve solo a conservare il potere,» dice infine. «Serve a conservare l’anima. Un uomo può perdere il trono e restare integro; può mantenere il potere e perdere sé stesso.»

Machiavelli ride piano.

«Questa è una risposta da filosofo, non da uomo di stato.»

«Forse,» concede Marco Aurelio. «Ma io ho cercato di essere entrambe le cose.»

Il barista passa tra i tavoli, portando altre tazze. Intorno a loro il rumore cresce: conversazioni, cucchiaini che tintinnano, musica di sottofondo.

Machiavelli guarda quella scena con interesse.

«Guarda questo luogo,» dice. «È quasi una piccola città. C’è chi lavora, chi complotta, chi seduce, chi si annoia. Se tu dovessi governare questo bar, cosa faresti?»

Marco Aurelio sorride divertito dalla domanda.

«Prima cercherei di capire cosa rende ciascuno inquieto. Molte azioni degli uomini nascono da una mente disturbata.»

«Io invece,» replica Machiavelli, «cercherei di capire chi qui ha più influenza sugli altri. Perché chi controlla pochi uomini influenti, spesso controlla tutti.»

Marco Aurelio ride leggermente.

«Vedi? Tu osservi le strutture del potere; io la struttura dell’animo.»

«Ed entrambe sono necessarie,» ammette Machiavelli. «Ma quando entrano in conflitto, la politica sceglie quasi sempre il potere.»

Marco Aurelio incrocia le mani sul tavolo.

«Forse il problema è che gli uomini credono che il potere sia lo scopo.»

«E non lo è?» chiede Machiavelli.

«No. È uno strumento. Come una spada: utile, ma pericolosa se diventa l’unica cosa che si sa usare.»

Machiavelli resta in silenzio per qualche secondo.

«Sai,» dice infine, «se avessi scritto Il Principe dopo questa conversazione, forse avrei aggiunto un capitolo.»

Marco Aurelio lo guarda incuriosito.

«Su cosa?»

«Su un principe capace di governare sé stesso prima degli altri. Non perché sia moralmente superiore… ma perché questo lo rende più difficile da manipolare.»

Marco Aurelio annuisce.

«Allora non siamo così lontani.»

Machiavelli solleva la tazzina.

«Tu speri che gli uomini possano diventare migliori.»

Marco Aurelio prende la sua.

«E tu insegni come governarli quando non lo sono.»

Le due tazzine si toccano con un leggero tintinnio.

«Forse,» conclude Machiavelli, «la politica migliore nasce quando il filosofo e il realista riescono a sedersi allo stesso tavolo.»

Marco Aurelio sorride.

«Magari in un bar come questo.»

Fuori la città continua a muoversi, indifferente a quell’insolito incontro tra uno stoico imperatore e il più lucido osservatore della politica moderna.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


domenica 8 marzo 2026

Accettarsi per crescere



Andrea era seduto su una panchina nel parco, con lo sguardo perso tra gli alberi. Era una giornata tranquilla, ma dentro di lui c’era molta confusione. Da qualche tempo si sentiva insoddisfatto: studiava, usciva con gli amici, faceva tutto quello che “doveva” fare, eppure aveva la sensazione di non essere davvero sé stesso.

Mentre pensava, arrivò Luca, un suo vecchio amico.

«Ehi Andrea! Posso sedermi?»

«Certo.»

Luca si sedette accanto a lui e, dopo qualche secondo di silenzio, gli chiese con tono calmo: «Sembri pensieroso. Cosa ti passa per la testa?»

Andrea sospirò. «Non lo so… è come se stessi vivendo la vita che gli altri si aspettano da me. I miei genitori vogliono che continui l’università, i professori si aspettano certi risultati… ma io non so nemmeno cosa voglio davvero.»

Luca non lo interruppe. Rimase in silenzio, ascoltando con attenzione.

«A volte penso che dovrei essere diverso» continuò Andrea. «Più deciso, più sicuro…»

Luca annuì lentamente. «Quindi senti che c’è una specie di distanza tra quello che sei e quello che pensi di dover essere.»

Andrea lo guardò sorpreso. «Sì… esatto. È proprio così.»

Luca sorrise leggermente. «Sai, tempo fa ho letto qualcosa su uno psicologo, Carl Rogers. Diceva che ognuno di noi ha dentro una tendenza naturale a crescere e a diventare sé stesso. Però spesso la blocchiamo perché cerchiamo di soddisfare le aspettative degli altri.»

Andrea rimase in silenzio per un momento. «Quindi non c’è qualcosa di “sbagliato” in me?»

«Secondo Rogers, no» rispose Luca. «Il punto è accettarsi. Quando una persona si sente ascoltata davvero, senza essere giudicata, riesce piano piano a capire meglio chi è.»

Andrea rifletté su quelle parole.

«Quindi non devo per forza avere tutte le risposte subito?» chiese.

«No. Rogers parlava di autenticità» spiegò Luca. «Essere autentici significa permettersi di esplorare quello che si sente davvero. Non quello che “dovremmo” sentire.»

Andrea si appoggiò allo schienale della panchina e guardò il cielo.

«È strano» disse. «Solo parlarne mi fa sentire più leggero.»

Luca sorrise. «Forse perché qualcuno ti sta semplicemente ascoltando.»

Andrea annuì. In quel momento capì qualcosa di importante: non doveva diventare la persona perfetta che immaginavano gli altri. Doveva solo iniziare a conoscersi davvero.

E mentre il sole iniziava a scendere dietro gli alberi, Andrea sentì nascere dentro di sé una nuova sensazione: la possibilità di diventare, poco alla volta, la versione più autentica di sé stesso.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


sabato 7 marzo 2026

Non avere fretta di trovare risposte definitive



Era un pomeriggio silenzioso nello studio dell’università. Le finestre lasciavano entrare una luce chiara che cadeva sui tavoli coperti di libri: Platone, Plotino, i padri della Chiesa, filosofi moderni. In mezzo a quella piccola biblioteca sedeva Delia, immersa nei suoi appunti. Non aveva l’aria di chi difende un sistema filosofico già costruito; piuttosto sembrava qualcuno che stesse ancora cercando, come se il pensiero fosse un cammino mai concluso.

Un giovane studioso era venuto a incontrarla. Aveva letto alcuni dei suoi saggi e voleva capire meglio il filo che attraversava il suo pensiero. Dopo qualche momento di esitazione, le rivolse una domanda semplice ma impegnativa: quale fosse, in fondo, il cuore della sua filosofia.

Delia sorrise leggermente, come se la domanda le fosse familiare ma non del tutto risolvibile.

«Se dovessi dirlo in poche parole,» iniziò lentamente, «direi che la filosofia non è un sistema chiuso. La storia del pensiero umano è troppo ricca per essere rinchiusa in una sola dottrina.»

Indicò con lo sguardo gli scaffali attorno a loro.

«Qui ci sono secoli di riflessione: i greci, i pensatori cristiani, i filosofi moderni. Ognuno di loro ha colto qualcosa di vero. Ma nessuno ha posseduto la verità intera.»

Il giovane rimase in silenzio. Lei continuò.

Secondo Delia, il filosofo non dovrebbe cercare di erigere una fortezza teorica dentro la quale difendere la propria dottrina contro tutte le altre. Il suo compito è piuttosto quello di mettere in relazione le idee, di ascoltare le voci del passato e farle dialogare tra loro. La filosofia nasce proprio da questo incontro: dalla tensione tra prospettive diverse.

«Quando un pensiero diventa troppo sicuro di sé,» disse, «si trasforma facilmente in dogma. E quando diventa dogma, smette di essere filosofia.»

Il giovane osservò che una visione del genere poteva sembrare vicina al relativismo. Se ogni tradizione coglie solo una parte della verità, allora forse nessuna verità è davvero possibile.

Ma Delia scosse la testa.

«Non è così. La verità esiste, ma noi la vediamo solo in parte. L’intelligenza umana è limitata. Ogni sistema filosofico illumina un lato della realtà, ma non tutta la realtà. Per questo la filosofia deve restare aperta.»

Parlava con la calma di chi non ha bisogno di convincere con forza, ma solo di mostrare una prospettiva. La conversazione si spostò poi sui suoi studi dedicati all’antichità e al Medioevo. Il giovane le chiese perché tornasse così spesso a quei periodi.

Delia prese un libro di Platone dal tavolo e lo sfogliò lentamente.

«Perché lì le grandi domande sono state poste con una chiarezza straordinaria,» disse. «Che cos’è il bene? Che cos’è l’anima? Che cosa rende giusta una vita?»

Chiuse il libro.

«La modernità pensa spesso di aver superato queste domande. Ma non è vero. Continuiamo a viverle, anche se le formuliamo in modi diversi.»

Parlarono poi di etica. Qui la sua voce cambiò leggermente tono, diventando più intensa. Per lei la morale non nasce semplicemente da regole astratte. Nasce dal rapporto tra gli esseri umani. Nessuno vive veramente da solo: ogni azione tocca gli altri, modifica il mondo comune.

«La coscienza morale,» spiegò, «nasce quando comprendiamo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri.»

Per questo, secondo lei, la filosofia non può rimanere indifferente alla sofferenza e all’ingiustizia. Il pensiero ha anche un compito morale: difendere la dignità della persona, opporsi alla violenza e a ogni forma di dominio che riduca l’essere umano a strumento.

Il sole stava ormai scendendo dietro le finestre quando la conversazione volgeva al termine. Il giovane studioso, prima di andare via, le fece un’ultima domanda: cosa dovrebbe fare chi decide di dedicarsi alla filosofia?

Delia rimase qualche istante in silenzio.

«Prima di tutto,» disse infine, «non avere fretta di trovare risposte definitive.»

Secondo lei la filosofia richiede pazienza e coraggio: la pazienza di leggere tradizioni diverse e il coraggio di mettere in discussione le proprie certezze. Il pensiero cresce proprio nel confronto tra idee diverse.

Quando il giovane lasciò lo studio, le luci della sera iniziavano ad accendersi nei corridoi dell’università. Dietro di lui, nella stanza piena di libri, Delia era già tornata ai suoi appunti.

La filosofia, per lei, non era mai stata il possesso della verità. Era qualcosa di più vivo e più difficile: una ricerca continua, un dialogo che attraversa i secoli, un cammino in cui l’essere umano continua a interrogare sé stesso e il mondo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


venerdì 6 marzo 2026

Le voci dall'aldilà


 

La casa era immersa nel silenzio. Non un silenzio normale, ma uno di quelli pesanti, che sembrano premere sulle pareti. Andrea era seduto davanti al registratore a bobine su cui era montato il nastro numero 187.

Negli ultimi anni aveva registrato migliaia di nastri. Voci brevi, lampi di parole che emergevano dal rumore statico. Alcuni scienziati lo consideravano un pazzo. Altri, più prudenti, parlavano di fenomeno di voce elettronica. Andrea non cercava più di convincere nessuno. Voleva solo ascoltare.

Sul tavolo c’erano tre microfoni, disposti in triangolo. Una radio sintonizzata tra due frequenze produceva un fruscio continuo. Il registratore girava lentamente.

Lui parlò nel buio: “Se qualcuno può sentirci… rispondete.”

Premette stop. La registrazione era durata solo trenta secondi. Poi iniziò il rituale che ormai conosceva a memoria: riavvolgere, sedersi, ascoltare. Il nastro partì. Fruscio. Crepitii. Rumore bianco. Poi, a circa dodici secondi…

Una voce debolissima: “sì.”

Andrea rimase immobile. Non era la prima volta che succedeva. Ma ogni volta il suo corpo reagiva allo stesso modo: pelle d’oca, respiro corto, cuore accelerato.

Segnò il minuto nel suo quaderno. Ma la registrazione non era finita.

Al secondo 21 comparve un’altra voce più veloce, più distorta: “Ascolta meglio.”

Andrea si avvicinò al registratore. Non ricordava di aver mai sentito quella frase prima.

Riascoltò: “Ascolta meglio.”

Un brivido gli percorse la schiena.

Continuò. Fruscio. Rumore. Poi, al secondo 28, successe qualcosa di diverso. Non era una parola. Era un coro. Come decine di voci sovrapposte, troppo rapide per essere comprese. Andrea fermò il   nastro. La stanza sembrava improvvisamente più fredda. Guardò la bobina girare lentamente mentre si fermava. Per qualche motivo, ebbe la sensazione improvvisa che le voci non fossero casuali.

Due settimane dopo Il nastro 187 non era rimasto un caso isolato. Le registrazioni successive erano cambiate. Le voci erano diventate più lunghe, più chiare, più… dirette.

Una notte Andrea fece una domanda diversa: “Chi siete?”

Quando riascoltò il nastro, la risposta arrivò quasi subito: “Apri.”

Lui corrugò la fronte.

“Apri cosa?” disse ad alta voce, anche se il registratore non stava registrando.

Riavvolse e ascoltò ancora: “Apri.”

Solo quella parola. Quella notte dormì poco.

Col passare dei giorni, le registrazioni iniziarono a contenere qualcosa di nuovo.

Non solo parole, anche conversazioni spezzate e veloci. Come se provenissero da una stanza lontana. Una notte, mentre analizzava un nastro, sentì chiaramente due voci parlare tra loro.

“Lui ascolta.” Disse la prima.

“Sì.” Rispose la seconda.

“Può aprire.” Ribadì la prima.

Andrea smise di respirare per qualche secondo.

Non stavano parlando a lui; stavano parlando di lui. Era tardi. Forse le tre del mattino.

Andrea preparò un’ultima sessione. Stavolta la stanza era completamente buia.

Il registratore iniziò a girare: “Se siete davvero lì… ditemi cosa volete.”

Trenta secondi e poi stop. Riavvolse. Play di nuovo. Fruscio.

Poi, quasi subito, una frase chiarissima, troppo chiara: “Abbiamo bisogno di più spazio.”

Raudive sentì il cuore battere forte. La registrazione continuò.

Una seconda voce: “Lui non capisce.”

Poi una terza: “Presto capirà.”

Andrea allungò la mano per fermare il registratore, ma il nastro continuò a scorrere. Anche se il motore era spento. Il suono diventò più forte. Centinaia di voci sovrapposte, come se ci fosse un’enorme folla dietro una porta chiusa. Poi tutte insieme dissero una sola parola: “Apri.”

La bobina si fermò di colpo. Il silenzio tornò nella stanza.

Andrea rimase immobile per diversi minuti. Poi guardò lentamente il registratore, il microfono, la radio, Il nastro. E per la prima volta da quando aveva iniziato i suoi esperimenti, ebbe un pensiero che lo terrorizzò. Forse il registratore era il mezzo attraverso il quale i defunti cercavano di comunicare.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

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