
In un villaggio ai piedi delle
montagne del Caucaso viveva un giovane di nome Marco. Era intelligente, curioso,
ma inquieto. Sentiva che la vita gli scivolava addosso come acqua tra le dita:
lavorava, mangiava, parlava, rideva… ma qualcosa in lui dormiva.
Un giorno arrivò al villaggio un
viandante anziano, dagli occhi penetranti e dal passo silenzioso. Non si
presentò come maestro, né come santo. Si sedette semplicemente nella piazza e
cominciò a osservare la gente.
Marco, infastidito da quello
sguardo che sembrava attraversarlo, gli chiese:
- Perché mi guardi così?
L’uomo rispose:
- Non guardo te. Guardo la
macchina.
- Quale macchina? Non vedi che
sono un uomo?
Il viandante sorrise.
- Tu credi di essere uno. Ma
dentro di te parlano molti “io”. Uno vuole lavorare, uno vuole dormire, uno
vuole essere ammirato, uno vuole fuggire. Quando uno parla, credi che sia tutto
te stesso. Ma un’ora dopo un altro prende il suo posto.
Marco si offese. Eppure, quella notte, si accorse che era vero: aveva promesso di alzarsi all’alba, ma al mattino un altro “io” decise di restare a letto.
Il giorno seguente il viandante
portò Marco al mercato.
- Osserva - disse.
La gente contrattava, litigava,
rideva, si arrabbiava. Un uomo gridava per un prezzo troppo alto, poi cinque
minuti dopo rideva con lo stesso venditore.
- Vedi? - disse il viandante. -
Sono mossi come burattini. Una parola li accende, un gesto li spegne. Credono
di scegliere, ma reagiscono soltanto.
- E io? - chiese Marco.
- Anche tu. Finché non impari a
ricordarti di te stesso.
- Ricordarmi? Io non mi sono mai
dimenticato!
- Prova ora - disse l’uomo. -
Senti il tuo corpo. Ascolta i rumori. E nello stesso tempo sappi che tu sei
qui.
Marco provò. Per un istante sentì
il peso dei piedi, l’aria sulla pelle, il brusio del mercato… e insieme una
presenza silenziosa dentro di sé. Poi l’esperienza svanì.
- È difficile - ammise.
- È il primo passo - disse il viandante. - Senza questo, l’uomo vive e muore addormentato.
Una sera, seduti accanto al fuoco,
il viandante disegnò sulla sabbia una carrozza.
- Il corpo è la carrozza.
Le emozioni sono il cavallo.
La mente è il cocchiere.
E il padrone… è colui che dovrebbe
decidere la destinazione.
- E dov’è il padrone? - chiese Marco.
- Dorme dentro la casa. E spesso
la carrozza gira senza meta: il cavallo corre dove vuole, il cocchiere si
distrae, la carrozza si rovina. Il padrone non sa nemmeno che il viaggio è
iniziato.
- Come si sveglia?
- Con sforzo cosciente e
sofferenza volontaria.
Marco non capì.
- Sforzo cosciente è fare ciò che
hai deciso, anche quando non ti piace.
Sofferenza volontaria è accettare di vedere la verità su te stesso, anche
quando ferisce il tuo orgoglio.
Il viandante restò nel villaggio
quaranta giorni. Ogni giorno affidava ad Marco piccoli compiti: spaccare legna
in silenzio osservando i propri pensieri, ascoltare un insulto senza reagire,
danzare seguendo movimenti precisi senza distrarsi.
Marco scoprì quanto fosse
meccanico: si arrabbiava senza volerlo, si vantava senza accorgersene,
prometteva e dimenticava.
Ma lentamente qualcosa cambiò. Tra un pensiero e l’altro comparivano brevi istanti di presenza. Non erano emozioni forti, ma una calma lucida.
Arrivò il mattino in cui il
viandante partì senza salutare.
Marco lo cercò invano. Al suo posto
trovò solo un piccolo specchio e un biglietto:
"Non credere. Verifica. Non dormire. Osserva. Non aspettare un maestro. Svegliati."
Marco guardò il suo riflesso. Per
la prima volta non vide solo il suo volto, ma la molteplicità dei suoi “io”. E
dietro di essi, come un cielo silenzioso, la possibilità di essere davvero uno.
Da quel giorno continuò a vivere
nel villaggio: lavorava, parlava, rideva. Ma ogni tanto, nel mezzo di un gesto
qualunque, si ricordava di sé.
E in quell’istante, la macchina diventava uomo.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
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