E' buio e c’è silenzio.
Un acre odore intriso di vita e di morte
avvolge corpi allineati
nel riposo notturno.
Ho freddo e non dormo.
Guardo il mio pezzo di muro
e dalle crepe attendo un alito vitale.
E' buio.
Un rantolo di dolore
rompe la quiete.
Qualcuno piange sommessamente.
Ancora più di un abbraccio materno,
i respiri ci scaldano l’un l’altro.
E’ ancora buio e c’è silenzio.
Con occhi semichiusi, abbandono il misero giaciglio;
i piedi raggelano negli zoccoli di legno.
Incombe la sirena e appaiono fioche luci.
Oggi è il mio compleanno:
l’età è scritta sul lampione dell’edificio.
Ma fuori del Block 24
io sono soltanto un guscio vuoto
che sopravvive all’ombra di un filo spinato.
Giovanna Sgherza
Commento
1. La percezione sensoriale dell'orrore
- L'olfatto: "Un acre odore intriso di vita e di morte" cattura immediatamente la drammatica promiscuità del Lager, dove la malattia, il sudore, la malattia e la decomposizione si mescolano al disperato attaccamento alla vita di chi ancora respira.
- Il tatto e il freddo: Il freddo non è solo un fenomeno meteorologico, ma un sintomo di degradazione. Si avverte nell'attesa dell'alito di vento dalle crepe, nei "piedi che raggelano negli zoccoli di legno" (elemento iconografico classico e doloroso della divisa del deportato).
- L'udito: Il silenzio apparente è squarciato da suoni minimi ma terribili: un "rantolo di dolore", un pianto sommesso, fino al suono tirannico della "sirena", che segna l'inizio di una nuova giornata di sofferenza.
2. L'umanità residua: la fratellanza nel dolore
«Ancora più di un abbraccio materno, / i respiri ci scaldano l’un l’altro.»
3. La de-umanizzazione e la perdita d'identità
- Il compleanno: Il ricordo del giorno della propria nascita fa da contraltare all'azzeramento dell'identità. L'età non è più un traguardo anagrafico o un motivo di festa, ma una cifra numerica proiettata o incisa freddamente sulle strutture del campo ("l’età è scritta sul lampione dell’edificio").
- Il "guscio vuoto": Il verso finale sintetizza la condizione dell'olocausto descritta da testimoni come Primo Levi: la riduzione dell'essere umano a pura forma corporea svuotata dell'anima, un involucro che "sopravvive all’ombra di un filo spinato".

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