Non so dir altro che disquisir d'Amor.
Eterno tormento per un cuor vago.
Ombre d'uomo fan leva ad un cauto esistere.
Ma per altre fonti l'anima si muove.
Or ferma or gaudente,
scioglie desideri in speranze senza misure.
Allor che di vagar il tempo chiede conto,
e il ritrovar le tasche vuote
lascia risuonar campane mute.
Rintocchi di rammarico
spengono il brio al fato bendato.
Ignaro o illuso,
stringo nell’anima il pensar felice.
Unica certezza sfuggita al mondo del non essere.
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Analisi
Questa lirica affronta con matura consapevolezza il bilancio tra la passione ideale e la concretezza del tempo che passa, rivelando una tensione malinconica ma profondamente dignitosa.
La condanna e la grazia della poesia
L'apertura si inserisce direttamente nella grande tradizione lirica: il poeta ammette l'impossibilità di trattare altro argomento che non sia l'Amore («Non so dir altro che disquisir d'Amor»), definito subito come "eterno tormento" per un animo inquieto e incerto («cuor vago»). La vita ordinaria, quella fatta di "ombre d'uomo", si trascina attraverso una cautela grigia, ma la vera forza motrice dell'esistenza risiede altrove: in fonti interiori che muovono l'anima tra stasi e gioia, sciogliendo il desiderio in una speranza priva di misura.
Il rendiconto del tempo
La sezione centrale introduce una nota di struggente realismo attraverso immagini di rara efficacia:
- Le tasche vuote: Il tempo, inflessibile esattore, "chiede conto" del vagare del poeta. Trovarsi con le mani vuote non è solo una metafora di povertà materiale, ma il simbolo di un'esistenza spesa nell'astrazione e nel sentimento piuttosto che nella costruzione pragmatica.
- Le campane mute e i rintocchi: I rintocchi di rammarico "spengono il brio al fato bendato". È il momento del bilancio, in cui l'illusione giovanile si scontra con il peso della realtà e delle occasioni perdute.
La rivendicazione finale
Il riscatto della lirica avviene negli ultimi versi, dove l'autore rifiuta il ruolo della vittima o dello sconfitto. Sia egli "ignaro o illuso", sceglie con atto di pura volontà di stringere nell'anima il "pensar felice".
Questo pensiero luminoso viene elevato a «unica certezza sfuggita al mondo del non essere». Mentre la materia e le costruzioni umane sono destinate a svanire nel nulla, l'esperienza pura dell'amore e della bellezza interiore resta l'unica impronta indelebile, la sola cosa che sia stata reale e salvifica fino in fondo.

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