giovedì 5 marzo 2026

Il sonno dell’uomo e il richiamo al risveglio


In un villaggio ai piedi delle montagne del Caucaso viveva un giovane di nome Marco. Era intelligente, curioso, ma inquieto. Sentiva che la vita gli scivolava addosso come acqua tra le dita: lavorava, mangiava, parlava, rideva… ma qualcosa in lui dormiva.

Un giorno arrivò al villaggio un viandante anziano, dagli occhi penetranti e dal passo silenzioso. Non si presentò come maestro, né come santo. Si sedette semplicemente nella piazza e cominciò a osservare la gente.

Marco, infastidito da quello sguardo che sembrava attraversarlo, gli chiese:

- Perché mi guardi così?

L’uomo rispose:

- Non guardo te. Guardo la macchina.

- Quale macchina? Non vedi che sono un uomo?

Il viandante sorrise.

- Tu credi di essere uno. Ma dentro di te parlano molti “io”. Uno vuole lavorare, uno vuole dormire, uno vuole essere ammirato, uno vuole fuggire. Quando uno parla, credi che sia tutto te stesso. Ma un’ora dopo un altro prende il suo posto.

Marco si offese. Eppure, quella notte, si accorse che era vero: aveva promesso di alzarsi all’alba, ma al mattino un altro “io” decise di restare a letto.

Il giorno seguente il viandante portò Marco al mercato.

- Osserva - disse.

La gente contrattava, litigava, rideva, si arrabbiava. Un uomo gridava per un prezzo troppo alto, poi cinque minuti dopo rideva con lo stesso venditore.

- Vedi? - disse il viandante. - Sono mossi come burattini. Una parola li accende, un gesto li spegne. Credono di scegliere, ma reagiscono soltanto.

- E io? - chiese Marco.

- Anche tu. Finché non impari a ricordarti di te stesso.

- Ricordarmi? Io non mi sono mai dimenticato!

- Prova ora - disse l’uomo. - Senti il tuo corpo. Ascolta i rumori. E nello stesso tempo sappi che tu sei qui.

Marco provò. Per un istante sentì il peso dei piedi, l’aria sulla pelle, il brusio del mercato… e insieme una presenza silenziosa dentro di sé. Poi l’esperienza svanì.

- È difficile - ammise.

- È il primo passo - disse il viandante. - Senza questo, l’uomo vive e muore addormentato.

Una sera, seduti accanto al fuoco, il viandante disegnò sulla sabbia una carrozza.

- Il corpo è la carrozza.

Le emozioni sono il cavallo.

La mente è il cocchiere.

E il padrone… è colui che dovrebbe decidere la destinazione.

- E dov’è il padrone? - chiese Marco.

- Dorme dentro la casa. E spesso la carrozza gira senza meta: il cavallo corre dove vuole, il cocchiere si distrae, la carrozza si rovina. Il padrone non sa nemmeno che il viaggio è iniziato.

- Come si sveglia?

- Con sforzo cosciente e sofferenza volontaria.

Marco non capì.

- Sforzo cosciente è fare ciò che hai deciso, anche quando non ti piace.
Sofferenza volontaria è accettare di vedere la verità su te stesso, anche quando ferisce il tuo orgoglio.

Il viandante restò nel villaggio quaranta giorni. Ogni giorno affidava ad Marco piccoli compiti: spaccare legna in silenzio osservando i propri pensieri, ascoltare un insulto senza reagire, danzare seguendo movimenti precisi senza distrarsi.

Marco scoprì quanto fosse meccanico: si arrabbiava senza volerlo, si vantava senza accorgersene, prometteva e dimenticava.

Ma lentamente qualcosa cambiò. Tra un pensiero e l’altro comparivano brevi istanti di presenza. Non erano emozioni forti, ma una calma lucida.

Arrivò il mattino in cui il viandante partì senza salutare.

Marco lo cercò invano. Al suo posto trovò solo un piccolo specchio e un biglietto:

"Non credere. Verifica.  Non dormire. Osserva. Non aspettare un maestro. Svegliati."

Marco guardò il suo riflesso. Per la prima volta non vide solo il suo volto, ma la molteplicità dei suoi “io”. E dietro di essi, come un cielo silenzioso, la possibilità di essere davvero uno.

Da quel giorno continuò a vivere nel villaggio: lavorava, parlava, rideva. Ma ogni tanto, nel mezzo di un gesto qualunque, si ricordava di sé.

E in quell’istante, la macchina diventava uomo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

mercoledì 4 marzo 2026

Gramsci si racconta


Mi chiamo Antonio Gramsci, e la mia vita è stata un dialogo continuo tra fragilità e forza, tra silenzio e pensiero.

Sono nato in Sardegna, in una terra dura, segnata dalla povertà e dall’isolamento. Da bambino ero spesso malato, il mio corpo era debole, ma la mia mente cercava ostinatamente di capire. Vivevo in una famiglia che conosceva le difficoltà: l’arresto di mio padre, le ristrettezze economiche, il senso di esclusione. 

Forse è stato allora che ho iniziato a domandarmi perché la società fosse così ingiusta, perché alcuni nascessero già destinati a comandare e altri a lottare per sopravvivere.

Quando arrivai a Torino per studiare, il mondo mi apparve diverso. Le fabbriche, il rumore delle officine, gli operai che scioperavano: lì vidi la storia in movimento. Mi avvicinai al socialismo, non come a un’astrazione teorica, ma come a una speranza concreta per uomini e donne in carne e ossa.

Eppure qualcosa non mi tornava. Se lo sfruttamento era così evidente, perché non scoppiava ovunque la rivoluzione? Perché molti operai difendevano valori e idee che, in fondo, rafforzavano il sistema che li opprimeva?

Fu allora che iniziai a comprendere che il potere non si regge soltanto sulla forza. Le classi dirigenti non dominano solo con le leggi o con la polizia. Dominano perché riescono a far sembrare naturale il proprio dominio. Attraverso la scuola, la Chiesa, i giornali, la cultura popolare, costruiscono un senso comune che rende l’ordine esistente quasi inevitabile.

Io chiamai tutto questo egemonia: una forma di direzione morale e intellettuale, prima ancora che politica.

Capì allora che la lotta non poteva limitarsi alla conquista dello Stato. C’era un terreno più vasto e più sottile: la società civile. Lì si formano le coscienze, lì si sedimentano le abitudini, lì si trasmettono le idee. Per trasformare davvero la società, occorre costruire una nuova cultura.

Per questo riflettei tanto sul ruolo degli intellettuali. Non sono soltanto professori o artisti. Ogni classe che vuole diventare dirigente deve creare i propri intellettuali “organici”, capaci di dare coerenza e forza alla propria visione del mondo. Anche un operaio che organizza i compagni, che studia, che educa, svolge una funzione intellettuale.

Poi arrivò il fascismo. Fui arrestato dal regime di Benito Mussolini. Durante il processo, il pubblico ministero disse: “Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni.” Volevano spegnere il pensiero.

Ma il carcere divenne il luogo della mia riflessione più profonda. Tra le mura fredde, con la salute che peggiorava, scrissi i miei appunti, che oggi sono raccolti nei Quaderni del carcere. Scrivevo con cautela, usando talvolta un linguaggio velato per evitare la censura. Ma dentro quelle pagine c’era la mia convinzione più forte: la trasformazione in Occidente non può essere un assalto improvviso, come era avvenuto nella Russia rivoluzionaria. Qui lo Stato è protetto da una fitta rete di istituzioni, tradizioni, credenze. È una fortezza complessa.

La rivoluzione, in queste società, deve essere una “guerra di posizione”: lenta, paziente, combattuta nel campo della cultura, dell’educazione, dell’organizzazione.

In carcere meditai anche sul fatto che ogni uomo è un filosofo. Tutti abbiamo una concezione del mondo, anche se frammentaria, contraddittoria. Il compito non è imporre una verità dall’alto, ma aiutare ciascuno a diventare consapevole del proprio pensiero, a renderlo critico e coerente.

Ho vissuto poco, e spesso nel dolore. Ma non ho mai smesso di credere che la cultura sia una forza rivoluzionaria. Non ho impugnato armi: ho impugnato idee. Ho creduto che l’educazione fosse lo strumento più potente per spezzare le catene invisibili del consenso.

Se oggi ripenso alla mia vita, la vedo come un tentativo ostinato di comprendere il legame tra potere e coscienza. Perché il dominio più solido è quello che si insinua nelle menti, e la libertà più autentica nasce quando impariamo a pensare con la nostra testa.

E forse, nonostante tutto, quel cervello non ha mai smesso di funzionare.

 

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

martedì 3 marzo 2026

Il dominio di sé non deve spegnere il cuore



Il vento di tramontana soffiava tra le rovine del vecchio monastero, portando con sé un odore di pietra umida e di legna bruciata. Andrea vi saliva ogni inverno, come se quel luogo abbandonato custodisse una risposta che la città non sapeva dargli.

Aveva scoperto, anni prima, i libri di un pensatore controverso del Novecento, Julius Evola. Non lo aveva cercato per politica, né per nostalgia di regimi tramontati, ma per una parola che tornava ossessivamente tra le pagine: “verticalità”. L’idea che l’uomo potesse sottrarsi al flusso caotico del tempo non opponendosi con rabbia, ma elevandosi interiormente.

Tutto era iniziato in una libreria dell’usato, in un pomeriggio di pioggia. Andrea stava attraversando un periodo di inquietudine vaga: carriera in ascesa, stipendio sicuro, relazioni superficiali. Un’esistenza senza scosse, eppure priva di centro.

Tra i volumi impolverati, trovò un libro con una copertina severa. Lo aprì a caso e lesse: “Rimanere in piedi tra le rovine.” 

Quella frase lo colpì come uno schiaffo. Non parlava di ricostruire il mondo, ma di restare saldi quando il mondo crolla.

Nei mesi successivi lesse con voracità. Alcuni passaggi lo affascinavano: l’idea di una Tradizione intesa non come insieme di usanze, ma come asse spirituale; la distinzione tra l’uomo trascinato dagli eventi e l’“uomo differenziato”, capace di non identificarsi con il caos. Altri brani lo respingevano: l’esaltazione di gerarchie rigide, il disprezzo per la modernità nel suo complesso, le ombre storiche che non potevano essere ignorate.

Andrea non voleva diventare un epigono, né un apologeta. Cercava qualcosa che parlasse alla sua crisi personale.

Lavorava in un’agenzia pubblicitaria al centro di Milano. Ogni giorno progettava campagne che promettevano felicità in tre rate, identità in un logo, senso in uno slogan. All’inizio era un gioco creativo; col tempo divenne un teatro dell’assurdo.

Notava come tutto fosse ridotto a superficie: immagini patinate, indignazioni istantanee, entusiasmi programmati. Gli sembrava di vivere in una dimensione interamente “orizzontale”, dove ogni valore valeva quanto il suo contrario, purché vendesse.

Le pagine lette la sera gli offrivano un contrappunto. “Non reagire, ma dominare.” “Non lamentarsi del tempo, ma situarsi oltre di esso.” 

Andrea iniziò a sperimentare piccole discipline: alzarsi prima dell’alba, allenare il corpo con rigore, ridurre il consumo compulsivo di notizie. Non per moralismo, ma per misurare la propria capacità di comando su se stesso.

Si accorse che la libertà interiore non era un’idea romantica, ma una pratica scomoda. Rinunciare all’ultima parola in una discussione. Non cedere all’ironia corrosiva che tanto divertiva i colleghi. Accettare un fallimento senza cercare scuse.

Eppure, più cercava di essere “verticale”, più sentiva il rischio di diventare distante.

Un pomeriggio, durante una riunione tesa, un cliente respinse brutalmente il progetto su cui Andrea aveva lavorato per settimane. Il team reagì con frustrazione e rabbia. Andrea rimase impassibile, annotando in silenzio.

Fu allora che Luca, il collega più giovane, esplose:
Tu guardi tutto dall’alto, come se niente ti toccasse davvero. Non sei forte, sei solo freddo.”

Quelle parole lo seguirono per giorni. Si chiedeva se la sua ricerca di distacco non fosse diventata una corazza. Se la “non-identificazione” non si fosse trasformata in indifferenza.

Nel suo diario scrisse: Il dominio di sé non deve spegnere il cuore. Altrimenti è solo orgoglio mascherato.

Salì al monastero in una mattina di gennaio. Il sentiero era coperto di brina, i rami scricchiolavano sotto il gelo. Seduto tra le colonne spezzate, osservò la pianura immersa nella nebbia.

Ripensò all’espressione “cavalcare la tigre”. Non significava ritrarsi dal mondo, ma attraversarlo senza esserne divorati. Non rifiutare la modernità in blocco, ma non lasciarsene plasmare passivamente.

Capì allora che aveva interpretato la verticalità come isolamento. In realtà, forse, si trattava di presenza intensificata: essere nel mondo senza dissolversi in esso.

La Tradizione, per lui, non doveva essere nostalgia di forme politiche o sociali tramontate, ma memoria di una possibilità interiore: l’uomo capace di centro, di misura, di orientamento.

Tornato in città, Andrea fece qualcosa di semplice ma nuovo. Convocò Luca per un caffè e gli disse:
Forse hai ragione. Ho confuso il controllo con la distanza.”

Non fu un gesto clamoroso. Nessuna conversione spettacolare. Ma in quell’ammissione sentì una forza diversa: non l’arroganza di chi si sente superiore al proprio tempo, bensì la fermezza di chi sceglie consapevolmente come starvi dentro.

Continuò a lavorare in agenzia, ma con uno sguardo mutato. Ogni progetto divenne un esercizio: restare lucido senza diventare cinico, creativo senza mentire a se stesso. Accettò che la sua epoca fosse frammentata, rumorosa, contraddittoria. Non spettava a lui redimerla.

Gli spettava, però, non affondare.

Ogni inverno tornava al monastero. Non per fuggire, ma per ricordare che la verticalità non è una torre isolata, bensì un filo teso tra terra e cielo. Invisibile agli altri, fragile forse, ma sufficiente a dare forma ai passi quotidiani.

E comprese, infine, che “rimanere in piedi tra le rovine” non significa amare le rovine, né desiderarle. Significa non lasciarsi definire da esse.

lunedì 2 marzo 2026

Lo spirito di San Giuseppe da Copertino

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C’era una volta, nel sole caldo della Puglia del Seicento, un bambino che venne al mondo in una stalla. Non per scelta, ma per necessità: la casa della sua famiglia era stata sequestrata per debiti. Quel bambino si chiamava Giuseppe Maria Desa, e il paese era Copertino.

Fin da piccolo Giuseppe sembrava diverso dagli altri. Non era veloce a imparare, non capiva subito le lezioni, restava spesso con lo sguardo perso nel vuoto. I compagni lo prendevano in giro e lo chiamavano “Bocca aperta”. Ma dietro quell’aria distratta si nascondeva un cuore acceso da un amore immenso per Dio.

Mentre gli altri ragazzi correvano e giocavano, lui cercava silenzio e preghiera. Sognava di diventare frate, ma non era facile: venne rifiutato più volte. Lo consideravano troppo semplice, poco adatto agli studi. Eppure Giuseppe non si scoraggiava. Bussava, aspettava, pregava. Finché un giorno i Frati Minori Conventuali decisero di accoglierlo almeno come servitore.

Spazzava i corridoi, aiutava in cucina, svolgeva i lavori più umili. E lo faceva con gioia. La sua obbedienza era limpida, la sua fede profonda. Col tempo, contro ogni previsione, fu ammesso agli studi per il sacerdozio. Quando arrivò il momento dell’esame, temeva di non farcela. Ma accadde qualcosa di straordinario: gli venne posta una sola domanda, proprio su un passo del Vangelo che conosceva bene. Rispose con semplicità e fu ordinato sacerdote nel 1628.

Da quel momento la sua vita divenne ancora più sorprendente.

Durante la Messa o mentre pregava davanti a un’immagine della Madonna, Giuseppe entrava in una gioia così intensa da perdere contatto con ciò che lo circondava. I testimoni raccontavano che, preso dall’estasi, si sollevava da terra. All’inizio nessuno voleva crederci. Ma gli episodi si ripeterono. A volte bastava sentire pronunciare il nome di Maria perché il suo corpo si alleggerisse come una piuma.

La notizia si diffuse rapidamente. Curiosi, fedeli, scettici: tutti volevano vedere. Le autorità ecclesiastiche lo interrogarono a lungo, temendo inganni o illusioni. Ma Giuseppe era lo stesso di sempre: umile, confuso per tutta quell’attenzione, desideroso soltanto di pregare in pace. Per evitare clamore, fu trasferito più volte da un convento all’altro.

Negli ultimi anni trovò quiete ad Osimo. Lì trascorse le sue giornate tra preghiera e silenzio, lontano dal rumore del mondo. Morì il 18 settembre 1663, serenamente.

Molto tempo dopo, nel 1767, fu proclamato santo da Papa Clemente XIII.

Oggi è ricordato come il santo che volava, ma soprattutto come il santo della semplicità. È diventato il patrono degli studenti e di chi affronta esami difficili: perché la sua vita insegna che non serve essere brillanti agli occhi del mondo per essere grandi nel cuore di Dio.

 

* tratto da "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 4, di Fabio Squeo

 

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