martedì 3 marzo 2026

Il dominio di sé non deve spegnere il cuore



Il vento di tramontana soffiava tra le rovine del vecchio monastero, portando con sé un odore di pietra umida e di legna bruciata. Andrea vi saliva ogni inverno, come se quel luogo abbandonato custodisse una risposta che la città non sapeva dargli.

Aveva scoperto, anni prima, i libri di un pensatore controverso del Novecento, Julius Evola. Non lo aveva cercato per politica, né per nostalgia di regimi tramontati, ma per una parola che tornava ossessivamente tra le pagine: “verticalità”. L’idea che l’uomo potesse sottrarsi al flusso caotico del tempo non opponendosi con rabbia, ma elevandosi interiormente.

Tutto era iniziato in una libreria dell’usato, in un pomeriggio di pioggia. Andrea stava attraversando un periodo di inquietudine vaga: carriera in ascesa, stipendio sicuro, relazioni superficiali. Un’esistenza senza scosse, eppure priva di centro.

Tra i volumi impolverati, trovò un libro con una copertina severa. Lo aprì a caso e lesse: “Rimanere in piedi tra le rovine.” 

Quella frase lo colpì come uno schiaffo. Non parlava di ricostruire il mondo, ma di restare saldi quando il mondo crolla.

Nei mesi successivi lesse con voracità. Alcuni passaggi lo affascinavano: l’idea di una Tradizione intesa non come insieme di usanze, ma come asse spirituale; la distinzione tra l’uomo trascinato dagli eventi e l’“uomo differenziato”, capace di non identificarsi con il caos. Altri brani lo respingevano: l’esaltazione di gerarchie rigide, il disprezzo per la modernità nel suo complesso, le ombre storiche che non potevano essere ignorate.

Andrea non voleva diventare un epigono, né un apologeta. Cercava qualcosa che parlasse alla sua crisi personale.

Lavorava in un’agenzia pubblicitaria al centro di Milano. Ogni giorno progettava campagne che promettevano felicità in tre rate, identità in un logo, senso in uno slogan. All’inizio era un gioco creativo; col tempo divenne un teatro dell’assurdo.

Notava come tutto fosse ridotto a superficie: immagini patinate, indignazioni istantanee, entusiasmi programmati. Gli sembrava di vivere in una dimensione interamente “orizzontale”, dove ogni valore valeva quanto il suo contrario, purché vendesse.

Le pagine lette la sera gli offrivano un contrappunto. “Non reagire, ma dominare.” “Non lamentarsi del tempo, ma situarsi oltre di esso.” 

Andrea iniziò a sperimentare piccole discipline: alzarsi prima dell’alba, allenare il corpo con rigore, ridurre il consumo compulsivo di notizie. Non per moralismo, ma per misurare la propria capacità di comando su se stesso.

Si accorse che la libertà interiore non era un’idea romantica, ma una pratica scomoda. Rinunciare all’ultima parola in una discussione. Non cedere all’ironia corrosiva che tanto divertiva i colleghi. Accettare un fallimento senza cercare scuse.

Eppure, più cercava di essere “verticale”, più sentiva il rischio di diventare distante.

Un pomeriggio, durante una riunione tesa, un cliente respinse brutalmente il progetto su cui Andrea aveva lavorato per settimane. Il team reagì con frustrazione e rabbia. Andrea rimase impassibile, annotando in silenzio.

Fu allora che Luca, il collega più giovane, esplose:
Tu guardi tutto dall’alto, come se niente ti toccasse davvero. Non sei forte, sei solo freddo.”

Quelle parole lo seguirono per giorni. Si chiedeva se la sua ricerca di distacco non fosse diventata una corazza. Se la “non-identificazione” non si fosse trasformata in indifferenza.

Nel suo diario scrisse: Il dominio di sé non deve spegnere il cuore. Altrimenti è solo orgoglio mascherato.

Salì al monastero in una mattina di gennaio. Il sentiero era coperto di brina, i rami scricchiolavano sotto il gelo. Seduto tra le colonne spezzate, osservò la pianura immersa nella nebbia.

Ripensò all’espressione “cavalcare la tigre”. Non significava ritrarsi dal mondo, ma attraversarlo senza esserne divorati. Non rifiutare la modernità in blocco, ma non lasciarsene plasmare passivamente.

Capì allora che aveva interpretato la verticalità come isolamento. In realtà, forse, si trattava di presenza intensificata: essere nel mondo senza dissolversi in esso.

La Tradizione, per lui, non doveva essere nostalgia di forme politiche o sociali tramontate, ma memoria di una possibilità interiore: l’uomo capace di centro, di misura, di orientamento.

Tornato in città, Andrea fece qualcosa di semplice ma nuovo. Convocò Luca per un caffè e gli disse:
Forse hai ragione. Ho confuso il controllo con la distanza.”

Non fu un gesto clamoroso. Nessuna conversione spettacolare. Ma in quell’ammissione sentì una forza diversa: non l’arroganza di chi si sente superiore al proprio tempo, bensì la fermezza di chi sceglie consapevolmente come starvi dentro.

Continuò a lavorare in agenzia, ma con uno sguardo mutato. Ogni progetto divenne un esercizio: restare lucido senza diventare cinico, creativo senza mentire a se stesso. Accettò che la sua epoca fosse frammentata, rumorosa, contraddittoria. Non spettava a lui redimerla.

Gli spettava, però, non affondare.

Ogni inverno tornava al monastero. Non per fuggire, ma per ricordare che la verticalità non è una torre isolata, bensì un filo teso tra terra e cielo. Invisibile agli altri, fragile forse, ma sufficiente a dare forma ai passi quotidiani.

E comprese, infine, che “rimanere in piedi tra le rovine” non significa amare le rovine, né desiderarle. Significa non lasciarsi definire da esse.

lunedì 2 marzo 2026

Lo spirito di San Giuseppe da Copertino

Image

 

C’era una volta, nel sole caldo della Puglia del Seicento, un bambino che venne al mondo in una stalla. Non per scelta, ma per necessità: la casa della sua famiglia era stata sequestrata per debiti. Quel bambino si chiamava Giuseppe Maria Desa, e il paese era Copertino.

Fin da piccolo Giuseppe sembrava diverso dagli altri. Non era veloce a imparare, non capiva subito le lezioni, restava spesso con lo sguardo perso nel vuoto. I compagni lo prendevano in giro e lo chiamavano “Bocca aperta”. Ma dietro quell’aria distratta si nascondeva un cuore acceso da un amore immenso per Dio.

Mentre gli altri ragazzi correvano e giocavano, lui cercava silenzio e preghiera. Sognava di diventare frate, ma non era facile: venne rifiutato più volte. Lo consideravano troppo semplice, poco adatto agli studi. Eppure Giuseppe non si scoraggiava. Bussava, aspettava, pregava. Finché un giorno i Frati Minori Conventuali decisero di accoglierlo almeno come servitore.

Spazzava i corridoi, aiutava in cucina, svolgeva i lavori più umili. E lo faceva con gioia. La sua obbedienza era limpida, la sua fede profonda. Col tempo, contro ogni previsione, fu ammesso agli studi per il sacerdozio. Quando arrivò il momento dell’esame, temeva di non farcela. Ma accadde qualcosa di straordinario: gli venne posta una sola domanda, proprio su un passo del Vangelo che conosceva bene. Rispose con semplicità e fu ordinato sacerdote nel 1628.

Da quel momento la sua vita divenne ancora più sorprendente.

Durante la Messa o mentre pregava davanti a un’immagine della Madonna, Giuseppe entrava in una gioia così intensa da perdere contatto con ciò che lo circondava. I testimoni raccontavano che, preso dall’estasi, si sollevava da terra. All’inizio nessuno voleva crederci. Ma gli episodi si ripeterono. A volte bastava sentire pronunciare il nome di Maria perché il suo corpo si alleggerisse come una piuma.

La notizia si diffuse rapidamente. Curiosi, fedeli, scettici: tutti volevano vedere. Le autorità ecclesiastiche lo interrogarono a lungo, temendo inganni o illusioni. Ma Giuseppe era lo stesso di sempre: umile, confuso per tutta quell’attenzione, desideroso soltanto di pregare in pace. Per evitare clamore, fu trasferito più volte da un convento all’altro.

Negli ultimi anni trovò quiete ad Osimo. Lì trascorse le sue giornate tra preghiera e silenzio, lontano dal rumore del mondo. Morì il 18 settembre 1663, serenamente.

Molto tempo dopo, nel 1767, fu proclamato santo da Papa Clemente XIII.

Oggi è ricordato come il santo che volava, ma soprattutto come il santo della semplicità. È diventato il patrono degli studenti e di chi affronta esami difficili: perché la sua vita insegna che non serve essere brillanti agli occhi del mondo per essere grandi nel cuore di Dio.

 

* tratto da "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 4, di Fabio Squeo

 

domenica 1 marzo 2026

La maschera di Luca


In una città costruita tra il mare e le montagne, esisteva una tradizione antica: ogni abitante, al compimento dei sette anni, riceveva una maschera.

Non era scritta in nessuna legge, ma tutti sapevano che senza maschera si era invisibili… o peggio, giudicati.

Le maschere venivano forgiate dagli artigiani della Torre Alta. C’erano maschere d’oro per chi voleva sembrare potente, maschere candide per chi desiderava apparire buono, maschere con sorrisi perfetti per chi temeva di mostrare tristezza.

Col tempo nessuno ricordava più il proprio vero volto.

Luca ricevette una maschera d’argento. Non brillava come l’oro, ma rifletteva tutto ciò che le stava intorno.

“All’argento sta bene l’equilibrio,” gli dissero i suoi genitori.

“Non troppo, non troppo poco.”

All’inizio Luca era orgoglioso. Ma crescendo si accorse che la sua maschera non mostrava ciò che sentiva davvero.

Quando era triste, la maschera sorrideva.

Quando era felice, il sorriso restava identico.

Quando aveva paura, nessuno se ne accorgeva.

Una sera, guardandosi allo specchio, provò a fare una smorfia. La maschera non cambiò.

Fu la prima volta che si sentì solo.

Un giorno di vento forte, mentre attraversava la piazza centrale, Luca inciampò su una pietra. Cadde. La maschera colpì il selciato e si incrinò con un suono secco.

La piazza si fermò.

Le persone si voltavano lentamente.

Qualcuno mormorava. Qualcun altro indicava.

Luca rimase a terra, con il viso scoperto.

Si sentiva nudo. Il cuore batteva forte. Si aspettava rimproveri, risate, disprezzo.

E infatti arrivarono.

— “Che vergogna…”

— “Non si presenta così in pubblico!”

— “Raccoglila subito!”

Ma tra la folla, una bambina si fece avanti. Non portava ancora la maschera: era troppo piccola per riceverla. Lo guardò negli occhi e disse: “Hai un viso che cambia. È bello.”

Nessuno aveva mai detto qualcosa del genere.

Luca avrebbe potuto raccogliere la maschera e fingere che nulla fosse accaduto.

Invece la lasciò a terra.

Si alzò. Tremava. Ma non si coprì.

All’inizio fu difficile. I commercianti non lo guardavano. Gli amici evitavano di sedersi accanto a lui. Alcuni lo accusavano di essere pericoloso.

“Se tutti togliessero la maschera, che caos sarebbe?” dicevano.

Eppure accadde qualcosa di inatteso.

Un uomo anziano, che da anni indossava una maschera severa, un giorno la sollevò per asciugarsi una lacrima. Nessuno l’aveva mai visto piangere.

Una donna, stanca di sorridere mentre era infelice, la tolse per parlare sinceramente con la sorella.

Un ragazzo, che si fingeva forte, la lasciò cadere durante una risata vera, rumorosa, incontrollata.

Le maschere non sparirono in un giorno.

Ma iniziarono a scricchiolare.

Con il tempo, la città scoprì qualcosa che aveva dimenticato: i volti raccontavano storie.

Le rughe parlavano di esperienze.

Le lacrime creavano vicinanza.

I sorrisi spontanei scaldavano più di quelli perfetti.

La piazza non era più elegante come prima. Non tutto era ordinato, non tutto era impeccabile.

Ma era vivo.

E Luca non si sentì più solo.

 -----------------------------------------------------------------------------------------------

Indossare una maschera può proteggerci, ma solo mostrando il nostro vero volto possiamo costruire legami autentici e dare agli altri il coraggio di fare lo stesso.

sabato 28 febbraio 2026

Non serve la forza quando si possiede lo sguardo (Foucault)



In una città senza nome, le case erano tutte uguali e le finestre sempre illuminate. Nessuno sapeva esattamente chi osservasse, ma tutti si comportavano come se qualcuno lo facesse.

Al centro della città sorgeva la Torre Trasparente. Non aveva guardie visibili né mura minacciose. Eppure, gli abitanti regolavano la propria voce, i propri gesti, perfino i pensieri, come se ogni parola fosse registrata. 

Dicevano che, molti anni prima, un filosofo chiamato Michel Foucault fosse passato di lì e avesse sorriso osservando la Torre: 

«Non serve la forza quando si possiede lo sguardo».

Nella scuola cittadina, i bambini imparavano presto a sedersi composti, a parlare uno alla volta, a desiderare ciò che veniva loro indicato come desiderabile. Non c’erano punizioni severe; bastava un appunto sul registro, una nota che li classificasse come “distratti”, “problematici”, “eccellenti”. Quelle parole li seguivano come ombre, diventando parte della loro identità.

Un giorno, una ragazza di nome Livia trovò un vecchio libro nascosto nella biblioteca polverosa. Non conteneva ordini né divieti, ma domande: 

Chi decide cosa è normale? 

Chi stabilisce la verità? 

Livia iniziò a osservare la città con occhi diversi. Si accorse che la Torre non era il vero potere: il potere abitava nei corridoi della scuola, nelle cartelle cliniche dell’ospedale, nei moduli dell’ufficio anagrafe. Era ovunque, diffuso come l’aria.

Quando Livia smise di abbassare lo sguardo davanti agli insegnanti, non fu arrestata né punita. Fu convocata per “colloqui di orientamento”. Le dissero che volevano aiutarla a “ritrovare se stessa”. Ma lei capì che stavano cercando di ricondurla entro una definizione accettabile.

Così Livia iniziò un gesto semplice e radicale: fece domande. Non accusò, non gridò. Chiese perché. Ogni “perché” incrinava leggermente la superficie liscia della città. Altri cominciarono a imitarla. Non demolirono la Torre; scoprirono piuttosto che la Torre viveva dentro di loro.

E quando compresero che il potere non era solo repressione ma anche produzione - di verità, di identità, di normalità - iniziarono a produrre nuove narrazioni su se stessi.

La città non crollò. Cambiò lentamente. Le finestre rimasero illuminate, ma ora gli abitanti sapevano che lo sguardo non era un destino inevitabile: era una relazione. E come ogni relazione, poteva essere trasformata.

Col tempo, la città cominciò a riempirsi di archivi.

Non archivi segreti, ma scaffali aperti nelle piazze, dove i cittadini annotavano definizioni, regolamenti, diagnosi, statistiche. Livia propose di leggerli ad alta voce. Non per distruggerli, ma per mostrarne le crepe.

Scoprirono che ciò che veniva chiamato “devianza” in un’epoca era stato “originalità” in un’altra. Che alcune malattie avevano cambiato nome più volte, e che ogni nuovo nome produceva un nuovo modo di trattare i corpi. Ogni parola lasciava un’impronta concreta: su chi poteva parlare, su chi doveva tacere, su chi era ritenuto sano o pericoloso.

Un gruppo di medici si oppose. «La verità è neutrale», dissero.
Un gruppo di giudici annuì: «La legge è imparziale».
Un gruppo di insegnanti sospirò: «La disciplina è necessaria».

Livia non negò nulla. Fece un’altra domanda: «Necessaria per chi?».

Fu allora che alcuni iniziarono a vedere ciò che prima era invisibile: il potere non scendeva solo dall’alto; circolava. Ogni sguardo, ogni valutazione, ogni voto scolastico era un piccolo ingranaggio. Non esisteva un tiranno nascosto nella Torre. La Torre era una rete di relazioni.

Un ragazzo, Davide, confessò di aver sempre desiderato essere classificato “eccellente”. Non per imparare, ma per esistere. 

Una donna ammise di aver modellato il proprio corpo secondo parametri che non aveva mai scelto davvero. Un anziano raccontò di aver nascosto per anni un pensiero per paura di essere etichettato.

La città comprese che il controllo più efficace non era quello imposto, ma quello interiorizzato.

Eppure, proprio lì, nacque qualcosa di inatteso: una nuova pratica di libertà. Non una rivolta rumorosa, ma un’attenzione diversa verso se stessi. Alcuni iniziarono a scrivere diari non per confessare colpe, ma per interrogare i propri desideri. Altri fondarono scuole dove la valutazione era dialogo, non classificazione. I medici cominciarono a chiedere ai pazienti di raccontare la propria esperienza prima di assegnare un nome.

Non abolirono il potere - compresero che non si può vivere senza relazioni di potere - ma impararono a modificarle, a renderle meno opache, meno unilaterali.

La Torre Trasparente rimase al centro della città. Ma un giorno qualcuno si accorse che le sue finestre erano vuote. Non perché lo sguardo fosse scomparso, ma perché era diventato reciproco.

E Livia capì che la libertà non consisteva nell’uscire dalla rete, bensì nel tessere consapevolmente i suoi fili.

Post più letti nell'ultimo anno