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mercoledì 25 marzo 2026
Irrefrenabile desiderio
La crespa pelle
La luce dentro (Etty Hillesum)
In un tempo dominato dall’incertezza, dalla paura e dalla perdita di senso, la ricerca di una luce interiore diventa essenziale. Questa è la storia di Miriam, una giovane donna che, nel caos del mondo, scopre una verità profonda: la pace non si trova fuori, ma nasce dentro di noi.
La storia di Miriam
Miriam viveva in una città rumorosa, attraversata da crisi continue: economiche, sociali, personali. Ogni giorno si svegliava con un peso sul petto, come se il mondo intero fosse diventato troppo grande da sostenere.
Cercava risposte ovunque: nei libri, nelle persone, nelle notizie. Ma più cercava fuori, più si sentiva vuota dentro.
Un giorno, mentre camminava senza meta in un piccolo parco dimenticato, si fermò accanto a una panchina. Non c’era nulla di speciale, eppure sentì il bisogno di sedersi e restare in silenzio.
All’inizio fu difficile. I pensieri la assalivano: paura del futuro, rabbia, frustrazione. Ma decise di non scappare. Rimase lì.
Passarono minuti, forse ore.
E poi accadde qualcosa di impercettibile: dentro di lei si fece spazio.
Non era felicità. Non era nemmeno serenità. Era qualcosa di più semplice e più profondo: una presenza.
Miriam iniziò a capire che tutto ciò che cercava fuori — sicurezza, amore, senso — non poteva esistere senza essere prima coltivato dentro di sé.
Nei giorni successivi tornò spesso su quella panchina. Non per fuggire dal mondo, ma per incontrarlo in modo diverso.
Quando qualcuno la feriva, invece di reagire subito, si fermava e osservava. Quando sentiva la paura crescere, non la negava: la accoglieva.
Scoprì che dentro di lei esisteva uno spazio che nessuno poteva distruggere. Un luogo dove poteva scegliere, ogni volta, come rispondere alla vita.
E così, mentre il mondo intorno continuava a essere difficile, Miriam cambiò.
Non perché le circostanze fossero migliorate, ma perché aveva smesso di combattere contro tutto e aveva iniziato a prendersi cura del suo mondo interiore.
Il messaggio filosofico
Questa storia riflette una verità profonda: non possiamo controllare tutto ciò che accade fuori, ma possiamo trasformare il modo in cui lo viviamo dentro.
La responsabilità più grande non è cambiare il mondo, ma custodire la propria interiorità.
Coltivare consapevolezza, accettare il dolore senza lasciarsene distruggere, scegliere la compassione anche quando è difficile: questi sono atti rivoluzionari.
Perché questa filosofia è attuale oggi
Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente esposti a stimoli esterni, crisi globali e pressioni sociali. Questo porta spesso a sentirsi impotenti o sopraffatti.
La lezione che emerge da questa storia è chiara:
La pace non è assenza di caos, ma presenza di equilibrio interiore
La libertà nasce dalla consapevolezza
La forza più grande è la capacità di restare umani anche nelle difficoltà
Come applicarla nella vita quotidiana
Ecco alcuni modi pratici per vivere questa filosofia:
1. Fermarsi ogni giorno
Anche solo pochi minuti di silenzio possono aiutarti a riconnetterti con te stesso.
2. Osservare senza giudicare
Impara a guardare le tue emozioni senza respingerle.
3. Coltivare la responsabilità interiore
Non tutto dipende da te, ma il tuo modo di reagire sì.
4. Proteggere il tuo spazio interiore
Non lasciare che il mondo esterno definisca completamente chi sei.
Conclusione
La storia di Miriam ci ricorda che, anche nei momenti più difficili, esiste sempre una possibilità: scegliere come stare dentro la vita.
E forse, è proprio da lì che inizia ogni vero cambiamento.
martedì 24 marzo 2026
Il bambino che perdeva le parole
Le parole sono vive? Possono scappare, nascondersi o annoiarsi?
In questo racconto fantastico scoprirai la storia di un bambino che perdeva le parole… e di ciò che accade quando decide di inseguirle.
🌈 Il bambino che perdeva le parole
C’era una volta, in una città dove i semafori sbadigliavano e le nuvole si fermavano a chiacchierare sui tetti, un bambino di nome Arturo che aveva un problema molto serio: perdeva le parole.
Non era colpa sua. Le parole gli cadevano dalle tasche mentre camminava, si infilavano sotto i banchi a scuola, scappavano dalla bocca proprio sul più bello di una frase. Una volta aveva detto:
“Maestra, posso andare in…?”
e la parola “bagno” era scivolata via, rotolando come una biglia sotto la cattedra.
🚌 L’inseguimento della parola “avventura”
Un giorno Arturo decise di inseguire una parola che gli era scappata: “avventura”.
La vide correre lungo il marciapiede, saltare su un autobus senza pagare il biglietto e sedersi accanto a un signore con un cappello troppo grande. Arturo la seguì.
L’autobus lo portò fino all’ultima fermata. C’era solo un cartello:
“Qui finiscono le strade e cominciano le storie.”
🛍️ Il mercato delle parole
Davanti a lui c’era un mercato stranissimo: bancarelle piene di parole!
- Parole lunghe come precipitevolissimevolmente
- Parole corte come eh e oh
- Parole colorate e profumate
- Parole timide nascoste dietro le altre
Una vecchietta con gli occhiali storti gli chiese:
“Cosa cerchi, bambino?”
“Le mie parole,” rispose Arturo. “Le perdo sempre.”
💡 Il segreto delle parole
La vecchietta sorrise:
“Le parole non amano stare in tasca. Si annoiano e scappano. Devi tenerle per mano.”
Arturo non ci aveva mai pensato.
Poi trovò “avventura”, che stava parlando con “coraggio” e “imprevisto”.
“Perché scappi?” le chiese.
“Perché mi usi poco,” rispose la parola. “Le parole vogliono essere dette con il cuore.”
🤝 Una promessa speciale
Arturo allungò la mano:
“Vuoi tornare con me?”
“Solo se mi prometti una cosa: fammi vivere storie vere.”
Arturo promise.
Tornò a casa con “avventura” per mano, insieme a “sorpresa”, “risata” e una piccola “idea” che gli saltò sulla spalla.
🎉 Il finale
E quando la maestra gli chiese:
“Arturo, vuoi dirci cosa hai fatto ieri?”
Lui sorrise:
“Ieri ho avuto un’avventura.”
🔍 Conclusione
Questo racconto ci ricorda che le parole non sono solo strumenti, ma compagne di viaggio. Usarle con fantasia e cuore significa dar loro vita.
lunedì 23 marzo 2026
La fisica immanente: il mistero delle leggi dell’universo (Antonio Zichichi)
Cosa significa davvero che le leggi della fisica esistano?
Sono invenzioni umane o realtà già presenti nell’universo?
In questo racconto ambientato in un osservatorio ai margini di Palermo, esploriamo il concetto di fisica immanente secondo Antonio Zichichi.
Un osservatorio, una lezione fuori dal comune
Nella sala silenziosa di un antico osservatorio ai margini di Palermo, un gruppo di studenti sedeva in cerchio. Il professor Leone tracciava linee invisibili nell’aria, come se stesse disegnando equazioni su una lavagna che solo lui poteva vedere.
«Oggi,» disse, «non parleremo semplicemente di fisica. Parleremo della fisica immanente.»
Gli studenti si scambiarono sguardi curiosi.
Cosa significa “fisica immanente”?
Marta alzò la mano. «Professore, cosa significa esattamente “immanente”?»
Le leggi della natura: scoperte o costruzioni?
«Non proprio,» rispose il professore. «Alcuni vedono le leggi come modelli matematici utili. Zichichi invece sostiene che l’universo possiede un ordine oggettivo, leggibile. La fisica è immanente perché è inscritta nella realtà.»
Il vento fece vibrare le finestre, come se l’osservatorio stesso partecipasse alla discussione.
L’universo come un libro già scritto
«Esattamente. È come se l’universo fosse un libro già scritto. Noi impariamo a leggerlo.»
Il dubbio scientifico: ordine o illusione?
Il silenzio riempì la stanza.
«È qui che il dibattito diventa interessante,» disse Leone. «Il fatto che la matematica funzioni così bene potrebbe essere una prova dell’immanenza delle leggi. Non è un caso, ma una struttura profonda.»
Fisica e metafisica: un confine sottile
«Quindi c’è qualcosa di metafisico?» chiese Luca.
In quel momento la luce tremolò, poi tornò.
«Anche questo ha una causa,» disse il professore. «Che la conosciamo o no, la legge è già lì.»
Una presenza invisibile che governa il mondo
«Una presenza,» concluse Leone, «che non osserviamo direttamente, ma che si manifesta in ogni fenomeno. Dal moto delle stelle… al tremolio di una lampadina.»
Conclusione
Fuori, il cielo notturno si apriva in una distesa di stelle. Per un momento, tutti ebbero la sensazione che non stessero solo osservando l’universo - ma che l’universo stesse rivelando sé stesso.
sabato 21 marzo 2026
Il tempo che si posa sulle cose
C’è, in certe mattine che non promettono nulla, una qualità dell’aria così sottile e così intrisa di memoria che pare quasi di respirare non il presente, ma una stratificazione invisibile di istanti già vissuti.
Mi accadde proprio così, mentre il caffè, lasciato a raffreddarsi sul tavolo, diffondeva un aroma che non era più soltanto suo, ma già trasformato dal pensiero in un richiamo remoto, come se da esso dipendesse l’accesso a una stanza interiore da tempo chiusa.
Non fu un ricordo netto, né una scena precisa a presentarsi; piuttosto una sensazione, una di quelle che, senza avere contorni, impongono tuttavia una verità più forte delle immagini.
Ero di nuovo bambino, o forse non lo ero mai stato tanto chiaramente come in quel momento, perché ciò che ritornava non era la mia figura, ma il modo in cui il tempo allora scorreva - lento, quasi docile, come se ogni attimo potesse essere toccato e trattenuto tra le dita.
Mi vidi seduto accanto a una finestra, che non saprei dire se fosse realmente esistita o se la mia mente l’avesse composta da frammenti di molte altre.
Fuori, un giardino che non era notevole per la sua bellezza, ma per quella discreta familiarità che rende i luoghi indispensabili proprio perché non cercano di esserlo. Ricordo - o credo di ricordare - il suono distante di qualcuno che parlava, forse mia madre, forse nessuno in particolare, e quella voce aveva la stessa consistenza della luce: non si distingueva da ciò che illuminava.
E tuttavia, ciò che più mi colpì, tornando a quella scena, non fu ciò che vi accadeva, ma il fatto stesso che essa potesse riapparire, intatta e insieme mutata, come se il tempo, lungi dal distruggere, avesse lavorato in segreto per preservare ciò che allora non avevo saputo riconoscere.
Fu in quell’istante che compresi - o credetti di comprendere - che la nostra vita non è composta soltanto da ciò che viviamo, ma soprattutto da ciò che, molto più tardi, siamo in grado di rivivere.
Il caffè, ormai freddo, aveva perso ogni attrattiva sensibile, e tuttavia continuavo a sorseggiarlo, non per il suo gusto, ma per prolungare quell’indefinibile passaggio tra presente e passato. Mi sembrava che interrompere quel gesto avrebbe significato chiudere la porta appena socchiusa su quella dimensione in cui tutto, pur essendo trascorso, permane.
Così rimasi, per un tempo che non saprei misurare, sospeso tra ciò che ero e ciò che ero stato, scoprendo con una certa sorpresa che la distanza tra le due cose non è fatta di anni, ma di attenzione.
E che forse, se sapessimo guardare con sufficiente delicatezza anche gli istanti più insignificanti, essi si offrirebbero a noi, un giorno, con la stessa ricchezza con cui oggi ci appare il passato.
Quando infine mi alzai, la stanza non era cambiata, e tuttavia mi sembrò diversa, come se avesse partecipato silenziosamente a quell’esperienza.
E compresi allora che non erano i luoghi a contenere i ricordi, ma i ricordi a trasformare i luoghi, restituendo loro una profondità che, nel presente, sfugge sempre al nostro sguardo troppo frettoloso.
Da quel giorno - se davvero posso parlare di un giorno, e non piuttosto di un continuo riaffiorare - ho imparato a diffidare della semplicità degli attimi, perché in ciascuno di essi si nasconde una complessità che solo il tempo saprà rivelare.
E forse, dopotutto, vivere non è altro che preparare, senza saperlo, la materia dei nostri futuri ricordi.
venerdì 20 marzo 2026
Il principio della ragion sufficiente di Leibniz spiegato con esempi della vita quotidiana
Secondo il filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz, questa idea è sbagliata. Esiste infatti un principio fondamentale della filosofia chiamato principio della ragion sufficiente, secondo cui nulla accade senza una ragione.
In questo articolo vedremo questo concetto attraverso una breve storia ambientata nel mondo di oggi, per capire davvero cosa significa.
Una storia moderna: Leibniz alla fermata della metro
In una sera qualunque, in una città moderna piena di luci e notifiche, Marco stava fissando il suo telefono con aria frustrata.
“Ma che sfortuna!” borbottò. “Perché proprio oggi la metro è in ritardo, il telefono si scarica e ho perso anche il portafoglio? Doveva succedere tutto!”
“Sfortuna,
dici?”
Marco si
voltò di scatto. Accanto a lui, seduto con estrema calma sulla panchina della
fermata, c’era un uomo vestito in modo elegante ma fuori dal tempo: parrucca
ordinata, abito d’altri secoli, sguardo brillante.
“Chi… chi è
lei?”
“Sono
Gottfried Wilhelm Leibniz,” rispose l’uomo con un lieve inchino. “E credo che
tu abbia appena toccato una questione molto interessante.”
Marco
sbuffò. “Guardi, non ho tempo per scherzi. La mia giornata è un disastro e senza
un motivo.”
“Al
contrario,” disse Leibniz, sorridendo. “Ogni cosa ha un motivo. È ciò che io
chiamo il principio della ragion sufficiente: nulla accade senza che ci
sia una spiegazione del perché sia così e non altrimenti.”
Marco
incrociò le braccia. “Quindi mi sta dicendo che anche questa giornata terribile
ha una spiegazione?”
“Esattamente.
E possiamo trovarla insieme.”
Leibniz
indicò il tabellone della metro.
“Perché la
metro è in ritardo?”
“Boh… forse
un guasto?”
“E il
guasto?” incalzò Leibniz.
“Magari
mancata manutenzione… o un problema tecnico.”
“E quello?”
Marco iniziò a riflettere. “Beh… potrebbe dipendere da decisioni di gestione, fondi, organizzazione…”
Leibniz annuì soddisfatto. “Vedi? Che ci sono dei motivi e tu ne hai individuato una catena di ragioni.”
“E il tuo telefono scarico?” continuò.
“Quello è
colpa mia,” ammise Marco. “Non l’ho caricato stanotte.”
“Perché?”
“Ero stanco…
sono rimasto sveglio fino a tardi.”
“Che cosa ti
ha costretto a ritardare di dormire?”
Marco
sospirò. “Avevo lavoro da finire… e poi ho perso tempo sui social.”
Leibniz
sorrise. “Ancora una volta: una rete di cause, decisioni, circostanze. Nulla è
privo di spiegazione.”
“E il
portafoglio?” disse infine Leibniz.
Marco si
irrigidì. “Quello sì che è pura sfortuna.”
“Ripercorri
la tua giornata.”
Marco chiuse gli occhi. “Sono entrato al bar… ho pagato… poi ho preso il telefono… forse l’ho lasciato sul bancone.”
“Dunque,” concluse Leibniz, “non è sparito nel nulla. C’è una spiegazione: una distrazione, un gesto, una sequenza precisa di eventi.”
Marco rimase in silenzio per un momento.
“Quindi lei dice che… tutto ha una ragione? Anche le cose che sembrano assurde?”
“Esattamente,”
rispose Leibniz. “A volte la ragione è evidente, altre volte nascosta. Ma
esiste sempre. Nulla accade senza che ci sia una risposta alla domanda:
‘Perché?’”
“E se non riusciamo a trovarla?” chiese Marco.
“Non significa che non esista,” disse con calma. “Significa solo che non abbiamo ancora guardato abbastanza a fondo.”
La metro arrivò finalmente.
Marco salì,
poi si voltò verso la panchina.
“Ehi…
grazie. Forse la mia giornata non è così casuale come pensavo.”
Ma Leibniz
non c’era più.
Sul sedile
accanto a lui, però, Marco notò qualcosa: il suo portafoglio.
Lo prese,
stupito.
Poi sorrise.
“Sa di mistero, ma forse… anche questo ha una spiegazione.”
Conclusione
La prossima volta che penserai “è successo senza motivo”, fermati un attimo.
Forse, come direbbe Leibniz, la spiegazione c’è già — devi solo scoprirla.
E magari, proprio come nella storia…
…ti accorgerai che anche ciò che sembrava casuale, in realtà, non lo è affatto.
Cos’è il principio della ragion sufficiente
Il principio della ragion sufficiente afferma che:
Per ogni fatto, evento o verità, esiste sempre una spiegazione del perché sia così e non altrimenti.
Anche quando qualcosa sembra casuale o privo di senso, in realtà esiste una catena di cause e motivazioni che lo rende comprensibile.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
giovedì 19 marzo 2026
Identità, coscienza e ricerca di senso (Vergilio Ferreira)
C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui il ritorno smette di essere un semplice gesto fisico e diventa un’esperienza filosofica. Tornare nei luoghi dell’infanzia, rivedere gli oggetti familiari, respirare odori dimenticati: tutto questo sembra promettere una riconciliazione con ciò che siamo stati. Ma è davvero possibile tornare?
Immaginiamo Duarte, un uomo che rientra nel suo villaggio natale dopo molti anni. Il paesaggio è immutato, le case sono le stesse, persino il silenzio sembra identico. Eppure qualcosa è irrimediabilmente diverso: lui. Questo scarto tra permanenza del mondo e trasformazione dell’individuo apre una frattura fondamentale. Il ritorno, allora, non è mai un recupero, ma una presa di coscienza.
Qui emerge un nodo centrale del pensiero esistenziale: l’identità non è qualcosa di fisso, ma un processo. Duarte, davanti allo specchio della casa d’infanzia, non cerca il proprio volto — quello è evidente — ma qualcosa che sfugge alla visione immediata. Cerca sé stesso come coscienza.
“Esistere non è vivere. È sapere di vivere.”
Questa intuizione segna un passaggio decisivo. Non basta essere al mondo: ciò che definisce l’umano è la consapevolezza della propria esistenza. Tuttavia, questa consapevolezza non è pacifica. Al contrario, introduce una distanza tra ciò che siamo e ciò che sappiamo di essere. In questa distanza nasce l’inquietudine, ma anche la possibilità di interrogarsi.
La casa d’infanzia diventa così un luogo simbolico: non più rifugio, ma spazio di confronto. Ogni oggetto richiama un passato che non può essere recuperato, ma solo reinterpretato. Il tempo non si lascia attraversare all’indietro; può solo essere pensato.
E allora, che cosa resta?
Resta la ricerca. Non come tentativo di trovare una risposta definitiva, ma come esperienza stessa del senso. Forse il significato della vita non è qualcosa di dato, ma qualcosa che accade nel momento in cui lo si cerca. Non una meta, ma un movimento.
Quando Duarte esce di casa, la nebbia si sta dissolvendo. Non perché il mondo sia cambiato, ma perché è cambiato il suo modo di guardarlo. È qui, forse, che si compie il vero ritorno: non verso un luogo, ma verso una nuova forma di consapevolezza.
Conclusione
Il ritorno impossibile ci insegna che l’identità non è un punto d’arrivo, ma una tensione continua tra essere e coscienza. In questa tensione si gioca l’esperienza umana più autentica: quella di cercare, senza garanzie, un senso che non è mai definitivo, ma sempre in divenire.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
mercoledì 18 marzo 2026
Epicuro incontra un adolescente di oggi: una lezione sulla felicità
Nel cortile di un liceo moderno, tra notifiche continue e conversazioni frammentate, Luca siede da solo su una panchina. Scorre il telefono senza attenzione, con quella sensazione familiare di inquietudine che molti giovani conoscono bene: aspettative alte, confronto costante, paura di non essere mai abbastanza.
Accanto a lui si siede un uomo dall’aria calma, quasi fuori dal tempo.
«Ti vedo inquieto», dice.
Il peso dei desideri
Luca, inizialmente diffidente, ammette ciò che lo tormenta: il bisogno di riuscire, di piacere, di essere all’altezza. L’uomo ascolta e poi risponde con semplicità:
«Ti hanno insegnato a desiderare troppo.»
Qui emerge il cuore della filosofia epicurea: non tutti i desideri sono uguali. Alcuni sono naturali e necessari — come il bisogno di nutrimento, sicurezza e amicizia sincera. Altri, invece, sono indotti e inutili: fama, approvazione continua, confronto sociale.
Il problema non è desiderare, ma desiderare male.
La trappola della società contemporanea
Osservando gli altri studenti intenti a scattare foto e condividere momenti, l’uomo sottolinea una dinamica profondamente attuale:
«Credono che la felicità sia essere visti. Ma la felicità vera è essere in pace.»
In un’epoca dominata dalla visibilità e dal riconoscimento sociale, il pensiero epicureo invita a un ribaltamento radicale: la felicità non è esterna, ma interiore. Non dipende dagli altri, ma dalla qualità dei nostri desideri e dalla nostra capacità di limitarli.
La gestione della paura
Luca confessa un’altra emozione centrale: la paura di sbagliare.
La risposta è tanto semplice quanto profonda:
«Temi ciò che spesso non dipende da te.»
Molte delle nostre ansie nascono da illusioni: il giudizio degli altri, il futuro incerto, il fallimento. Epicuro insegna che la serenità nasce distinguendo ciò che possiamo controllare da ciò che non possiamo.
Un esercizio quotidiano può essere questo:
Questo desiderio è necessario?
Questa preoccupazione è sotto il mio controllo?
Questa scelta mi avvicina alla serenità o mi allontana?
La riscoperta della semplicità
Alla domanda finale — «E se resto solo?» — l’uomo offre una risposta che riassume l’intera etica epicurea:
«Se impari a stare bene con poco, non sarai mai davvero solo.»
La felicità non è accumulo, ma sottrazione. Non è intensità, ma equilibrio. Non è rumore, ma quiete.
Conclusione
Quando la campanella suona, l’uomo scompare. Ma lascia a Luca — e a noi — qualcosa di più duraturo: un modo diverso di guardare la vita.
Forse la felicità non è qualcosa da inseguire, ma qualcosa da alleggerire.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
martedì 17 marzo 2026
Pensare: costruire ponti temporanei tra esperienza e struttura (Kaila)

Nel
silenzio di una biblioteca affacciata sul mare del Nord, un giovane studente di
nome Arturo trovò un quaderno dimenticato. La copertina era semplice, quasi
anonima, ma all’interno le pagine erano fitte di riflessioni firmate da Eino
Kaila.
Il
giovane iniziò a leggere.
La
sintesi del saggio anticipava la storia di un uomo che osservava il mondo come
se fosse fatto di due strati sovrapposti.
Si
raccontava di un pescatore usciva ogni mattina in mare: vedeva le onde, sentiva
il vento, percepiva il freddo. Ciò che l’uomo viveva non era il mondo in sé,
bensì la realtà davanti ai suoi occhi, così come appare alla sua esperienza.
Arturo
si fermò. Non era solo una storia: era un invito a distinguere tra realtà e
percezione.
Nelle
pagine successive, il racconto cambiava. Compariva una città in cui gli
abitanti cercavano disperatamente certezze assolute. Costruivano torri di idee,
sistemi perfetti, teorie che pretendevano di spiegare tutto. Ma ogni torre,
prima o poi, crollava.
Un
personaggio misterioso – forse Kaila stesso – diceva:
“Le nostre conoscenze non sono verità eterne,
ma modelli che funzionano… finché le vediamo funzionare.”
Arturo
capì che quella non era una critica distruttiva, ma un richiamo alla modestia
del sapere. Era il cuore dell’empirismo logico di Kaila: la scienza come
strumento, non come dogma.
Più
avanti, la storia diventava più intima.
Un
bambino chiedeva al padre: “Perché sento emozioni che non riesco a spiegare?”
Il
padre rispondeva: “Perché non tutto ciò che è reale è riducibile a parole e numeri.
Ma possiamo comunque cercare di comprenderlo.”
Qui
Kaila sembrava muoversi tra due mondi: quello della scienza rigorosa e quello
della vita interiore. Non li opponeva, ma li teneva in tensione, come due poli
necessari.
L’ultima
pagina era la più breve.
Descriveva
lo stesso pescatore dell’inizio, ormai anziano. Seduto sulla riva, guardava il
mare senza più cercare di dominarlo o spiegarlo completamente.
Aveva
imparato tre cose che la realtà è più complessa di qualsiasi teoria, che la
conoscenza è sempre provvisoria, che comprendere significa anche accettare i
limiti della comprensione.
Sotto,
una sola frase: “Pensare è costruire
ponti tra esperienza e struttura, sapendo che nessun ponte è definitivo.”
Arturo
chiuse il quaderno. Non aveva trovato risposte definitive, ma qualcosa di più
prezioso: un modo di guardare il mondo.
E
mentre usciva dalla biblioteca, il mare gli sembrò diverso - non più un enigma
da risolvere, ma una realtà da esplorare, con rigore… e con umiltà.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
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