C’è, in certe mattine che non promettono nulla, una qualità dell’aria così sottile e così intrisa di memoria che pare quasi di respirare non il presente, ma una stratificazione invisibile di istanti già vissuti.
Mi accadde proprio così, mentre il caffè, lasciato a raffreddarsi sul tavolo, diffondeva un aroma che non era più soltanto suo, ma già trasformato dal pensiero in un richiamo remoto, come se da esso dipendesse l’accesso a una stanza interiore da tempo chiusa.
Non fu un ricordo netto, né una scena precisa a presentarsi; piuttosto una sensazione, una di quelle che, senza avere contorni, impongono tuttavia una verità più forte delle immagini.
Ero di nuovo bambino, o forse non lo ero mai stato tanto chiaramente come in quel momento, perché ciò che ritornava non era la mia figura, ma il modo in cui il tempo allora scorreva - lento, quasi docile, come se ogni attimo potesse essere toccato e trattenuto tra le dita.
Mi vidi seduto accanto a una finestra, che non saprei dire se fosse realmente esistita o se la mia mente l’avesse composta da frammenti di molte altre.
Fuori, un giardino che non era notevole per la sua bellezza, ma per quella discreta familiarità che rende i luoghi indispensabili proprio perché non cercano di esserlo. Ricordo - o credo di ricordare - il suono distante di qualcuno che parlava, forse mia madre, forse nessuno in particolare, e quella voce aveva la stessa consistenza della luce: non si distingueva da ciò che illuminava.
E tuttavia, ciò che più mi colpì, tornando a quella scena, non fu ciò che vi accadeva, ma il fatto stesso che essa potesse riapparire, intatta e insieme mutata, come se il tempo, lungi dal distruggere, avesse lavorato in segreto per preservare ciò che allora non avevo saputo riconoscere.
Fu in quell’istante che compresi - o credetti di comprendere - che la nostra vita non è composta soltanto da ciò che viviamo, ma soprattutto da ciò che, molto più tardi, siamo in grado di rivivere.
Il caffè, ormai freddo, aveva perso ogni attrattiva sensibile, e tuttavia continuavo a sorseggiarlo, non per il suo gusto, ma per prolungare quell’indefinibile passaggio tra presente e passato. Mi sembrava che interrompere quel gesto avrebbe significato chiudere la porta appena socchiusa su quella dimensione in cui tutto, pur essendo trascorso, permane.
Così rimasi, per un tempo che non saprei misurare, sospeso tra ciò che ero e ciò che ero stato, scoprendo con una certa sorpresa che la distanza tra le due cose non è fatta di anni, ma di attenzione.
E che forse, se sapessimo guardare con sufficiente delicatezza anche gli istanti più insignificanti, essi si offrirebbero a noi, un giorno, con la stessa ricchezza con cui oggi ci appare il passato.
Quando infine mi alzai, la stanza non era cambiata, e tuttavia mi sembrò diversa, come se avesse partecipato silenziosamente a quell’esperienza.
E compresi allora che non erano i luoghi a contenere i ricordi, ma i ricordi a trasformare i luoghi, restituendo loro una profondità che, nel presente, sfugge sempre al nostro sguardo troppo frettoloso.
Da quel giorno - se davvero posso parlare di un giorno, e non piuttosto di un continuo riaffiorare - ho imparato a diffidare della semplicità degli attimi, perché in ciascuno di essi si nasconde una complessità che solo il tempo saprà rivelare.
E forse, dopotutto, vivere non è altro che preparare, senza saperlo, la materia dei nostri futuri ricordi.

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