martedì 31 marzo 2026

Il problema non è fermarsi, è restare soli quando succede

 

Una notte, uscendo con la mia ragazza da una discoteca, la mia auto si bloccò sulla strada di ritorno a casa. Quasi per miracolo, una piccola utilitaria con alla guida Don Tonino Bello si fermò per soccorrerci.

Scese con calma, senza alcuna fretta, come se quella notte fosse fatta apposta per quell’incontro. Aveva lo sguardo sereno, un sorriso leggero che non invadeva, ma accoglieva.

«Problemi?» chiese semplicemente.

Annuii, un po’ imbarazzato. Lui si avvicinò al cofano, lo aprì, e iniziò a guardare dentro come se ne capisse davvero. In realtà, più che aggiustare l’auto, sembrava voler aggiustare il nostro stato d’animo.

«Sapete,» disse mentre richiuse il cofano, «le macchine si fermano. Anche le persone, a volte. Il problema non è fermarsi… è restare soli quando succede.»

Quelle parole, dette così, nella notte, con il mormorio lontano del vento, mi colpirono più di quanto volessi ammettere.

Provò a far ripartire il motore, ma niente. Si fermò, si guardò intorno, ci guardò e con il suo particolare modo di essere, disse:

«Non si riparte così facilmente, eh?» sorrise. «Però possiamo trovare un’altra soluzione.»

Ci propose di accompagnarci lui. Io mi mostrai molto imbarazzato per la sua disponibilità, ma lui con una dolcezza disarmante ci invitò a salire sulla sua auto senza dire altro.

Durante il tragitto non fece prediche, non parlò “da vescovo”. Ci chiese chi eravamo, cosa sognavamo, cosa ci faceva paura. Ascoltava davvero, senza interrompere, senza giudicare.

A un certo punto disse: «Vedete, la cosa più importante nella vita non è evitare i guasti. È diventare persone che si fermano quando vedono qualcun altro in difficoltà.»

Restammo in silenzio.

Arrivati sotto casa, mentre scendevamo, aggiunse: «La pace non è qualcosa di grande e lontano. Comincia così… con una macchina che si ferma per un’altra.»

Ci salutò con una stretta di mano semplice, quasi timida. Poi ripartì nella notte, con la stessa discrezione con cui era arrivato.

Rimasi qualche secondo a guardare i fari allontanarsi.

La mia auto era ancora ferma, ma qualcosa dentro di me si era rimesso in moto.

E capii che, più che aggiustare un motore, quella notte qualcuno aveva acceso una direzione.


Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 


lunedì 30 marzo 2026

L’immortalità dell’anima come possibilità concreta


Il tema dell’immortalità dell’anima è uno dei più affascinanti della filosofia.

Il pensatore rinascimentale Marsilio Ficino, ispirandosi a Platone, ha offerto una visione profonda e spirituale di questo problema.

Ma invece di una spiegazione teorica complessa, possiamo comprenderla meglio attraverso un racconto.


Il problema filosofico: l’anima è immortale?

Da sempre l’uomo si chiede:

  • L’anima sopravvive alla morte del corpo?

  • Esiste qualcosa di eterno in noi?

  • Che senso hanno conoscenza e amore se tutto finisce?

Per Ficino, queste domande non sono solo teoriche, ma riguardano il significato stesso della vita.


Il racconto: il sogno di Lorenzo

Una domanda che inquieta

Lorenzo, giovane studioso del Rinascimento, passava le sue giornate immerso nei libri.
Eppure una domanda lo tormentava:
“La mia anima morirà con il mio corpo?”

Una notte, stremato, si addormentò sulla scrivania.


L’incontro con Ficino

Nel sogno apparve un uomo anziano dal volto sereno: era Marsilio Ficino.

“Perché temi la morte?” chiese.

“Perché temo che tutto finisca,” rispose Lorenzo.


La prima risposta: la conoscenza dell’eterno

Ficino gli pose una domanda:

“Quando pensi a una verità eterna, come la giustizia o i numeri, dove esiste?”

“Nella mente,” rispose Lorenzo.

“Allora,” disse Ficino, "ciò che conosce l’eterno non può essere solo mortale.

👉 L’anima, capace di comprendere verità eterne, deve essere in qualche modo eterna.


Il ponte tra due mondi

Ficino condusse Lorenzo su una collina simbolica:

  • Da un lato: il mondo materiale (corpi, tempo, morte)

  • Dall’altro: il mondo eterno (verità, perfezione)

“L’anima è un ponte,” spiegò.
Vive nel corpo, ma si eleva verso il divino.


La prova dell’amore

Apparve una persona amata da Lorenzo.

Il sentimento che provò era così profondo da non poter essere ridotto al corpo.

Ficino disse:
👉 “L’amore vero cerca il bello eterno, non ciò che passa.”

Questo desiderio infinito è segno dell’immortalità dell’anima.


Il significato filosofico del racconto

Secondo Marsilio Ficino, l’anima è immortale perché:

1. Conosce verità eterne

L’intelletto umano va oltre il mondo materiale.

2. Desidera l’infinito

L’amore umano tende a qualcosa che non finisce mai.

3. È intermedia tra corpo e spirito

L’anima collega il mondo sensibile e quello divino.


Conclusione

Lorenzo si svegliò all’alba, con una nuova consapevolezza:
la sua anima non apparteneva solo al tempo, ma anche all’eternità.

Per Marsilio Ficino, l’immortalità dell’anima non è solo una teoria, ma una verità che si riflette in ogni atto di conoscenza e amore.


*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

domenica 29 marzo 2026

Il messaggio di Papa Francesco ai giovani: un racconto sulla speranza e il coraggio



Qual è il vero messaggio che Papa Francesco rivolge ai giovani di oggi? In un mondo pieno di incertezze, pressioni sociali e paura del futuro, le sue parole rappresentano un invito forte: non restare spettatori, ma diventare protagonisti della propria vita.

Attraverso questo racconto, scopriamo i valori fondamentali trasmessi alle nuove generazioni: autenticità, speranza, coraggio e amore.


Un racconto per capire il messaggio di Papa Francesco

Nel piccolo quartiere di una città rumorosa viveva Luca, un ragazzo come tanti: zaino pesante, sogni confusi e la costante sensazione di non essere abbastanza.

Ogni mattina attraversava la piazza senza alzare lo sguardo, perso tra aspettative e paure. Finché un giorno si fermò davanti a un gruppo di giovani seduti sui gradini di una chiesa.

“Non dobbiamo avere paura di essere diversi. Il mondo ha bisogno proprio di quello che siamo”, disse una ragazza.

Quelle parole colpirono Luca. Nessuno gli aveva mai detto che non doveva essere perfetto, ma semplicemente sé stesso.

“Ci hanno insegnato a non sbagliare, a non rischiare”, continuò lei. “Ma la vita è fatta per camminare, costruire, amare davvero.”

Da quel momento qualcosa cambiò. Luca iniziò a parlare di più, ad aiutare gli altri, a credere che anche lui potesse fare la differenza.

Un giorno confessò:
“Ho paura di non contare nulla.”

La risposta fu semplice, ma potente:
“Ogni persona conta. Non sei qui per caso. Hai qualcosa di unico da dare.”


Il significato del racconto: i valori per i giovani

Questo racconto racchiude alcuni dei messaggi più importanti che Papa Francesco trasmette ai giovani:

1. Non avere paura di essere te stesso

Essere autentici è più importante che essere perfetti. La diversità è una ricchezza, non un limite.

2. Non restare fermo: sii protagonista

La vita non è fatta per “stare sul divano”, ma per mettersi in gioco e costruire il proprio futuro.

3. Coltiva la speranza

Anche nei momenti difficili, non bisogna perdere la fiducia. La speranza è ciò che permette di andare avanti.

4. Costruisci ponti, non muri

Relazioni, dialogo e solidarietà sono fondamentali per migliorare il mondo.

5. Ogni giovane ha un valore unico

Nessuno è inutile: ognuno ha un ruolo importante e può contribuire al bene comune.


Perché questo messaggio è attuale

Oggi molti giovani si sentono smarriti, sotto pressione o inadeguati. Il messaggio di Papa Francesco è attuale proprio perché invita a:

  • superare la paura del giudizio

  • dare senso alla propria vita

  • impegnarsi per gli altri

  • credere nel proprio valore

È un invito concreto a vivere con coraggio e responsabilità.


Conclusione

Il racconto di Luca ci mostra che anche un piccolo cambiamento interiore può trasformare la realtà. Il messaggio di Papa Francesco ai giovani è chiaro: non lasciare che siano gli altri a decidere chi sei.

Alzati, cammina, sogna e costruisci. Il mondo ha bisogno di te.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

venerdì 27 marzo 2026

Lo sguardo nel tempo della filosofia: Volume 4



Dopo un lungo percorso di scrittura dedicato agli autori della storia della filosofia — dai più noti ai meno esplorati — questo quarto volume rappresenta un passaggio decisivo.

Non si tratta semplicemente della continuazione di un progetto editoriale, ma di un’opera che ha acquisito una propria autonomia. Il testo si sviluppa come un organismo indipendente, in cui il pensiero si libera da schemi rigidi e trova un equilibrio più spontaneo.

Filosofia non lineare: oltre la storia tradizionale

In questo volume viene abbandonata l’idea di una narrazione storica lineare della filosofia.

Il tempo del pensiero filosofico si configura piuttosto come:

  • un insieme di ritorni
  • interruzioni significative
  • anticipazioni inattese

Questa struttura permette di includere anche figure non strettamente filosofiche, riconoscendo che spesso è la vita stessa a generare pensiero.

Autori e attualità: cosa possono dirci oggi

Gli autori presenti non vengono analizzati per le loro conclusioni definitive, ma per la loro capacità di parlare ancora al presente.

Il loro valore si esprime in:

  • apertura del pensiero
  • dialogo con la contemporaneità
  • capacità di generare nuove domande

Questo approccio rende la filosofia uno strumento vivo, non confinato al passato ma attivo nel presente.

Il lettore al centro dell’esperienza filosofica

Questo libro non si limita a trasmettere contenuti, ma invita il lettore a partecipare attivamente.

L’obiettivo è stimolare:

  • un coinvolgimento personale
  • una trasformazione intellettuale
  • una riflessione autentica

Il volume si configura così come uno spazio di attraversamento, una mappa aperta in cui il pensiero incontra la vita.


Conclusione: un invito alla riflessione

L’intento di questo volume è offrire non solo conoscenza, ma anche uno spazio di riflessione autentica.

L’auspicio è che ogni lettore possa trovare, tra queste pagine, un pensiero capace di restare e di accompagnarlo nel tempo.


Disponibile sulla piattaforma di Amazon su questo Link

giovedì 26 marzo 2026

È possibile pensare sempre con la propria testa? (Chiaromonte)


 

Cosa significa restare fedeli alla verità in un mondo pieno di ideologie, slogan e appartenenze?
La riflessione di Nicola Chiaromonte ruota attorno a una domanda semplice ma radicale: è possibile pensare con la propria testa senza cedere alla pressione dei gruppi?

Per capirlo meglio, ecco un racconto che ne incarna la filosofia.


Racconto: l’uomo che aveva smesso di credere alle parole grandi

In una piccola città affacciata su un mare inquieto viveva Andrea, un uomo che aveva smesso di credere alle parole grandi.

Un tempo le amava: libertà, giustizia, verità. Le pronunciava con fervore, come se bastasse dirle per renderle reali. Poi erano arrivati gli anni delle promesse tradite, delle ideologie che chiedevano obbedienza invece che pensiero.

Aveva visto persone intelligenti smettere di pensare pur di appartenere.

Così aveva scelto il silenzio.

Ogni mattina si sedeva al tavolino di un caffè e osservava la piazza. Non giudicava, non interveniva. Guardava. Diceva che era l’unico modo per restare onesti.


L’incontro con chi crede ancora nelle ideologie

Un giorno arrivò in città Luca, un giovane con lo sguardo acceso.

«Perché non dice nulla?» gli chiese.

«Perché tutti parlano già troppo», rispose Andrea.

«Ma bisogna prendere posizione. Altrimenti vincono i peggiori.»

Andrea lo guardò. «Prendere posizione non significa scegliere una bandiera. Significa restare fedeli a ciò che si vede, anche quando è scomodo.»


Il dubbio: il primo passo verso la libertà

Nei giorni seguenti Luca tornò spesso. Parlava di rivoluzioni, programmi, cambiamenti.

Andrea ascoltava e poi chiedeva:

  • «Questo lo hai visto davvero?»
  • «Se ti chiedessero di negare un fatto per difendere la tua causa, lo faresti?»

Quelle domande iniziarono a incrinare le sue certezze.


Quando la realtà smentisce le idee

Una sera scoppiò una protesta. La piazza si riempì di urla e slogan.

Luca era lì, trascinato dall’entusiasmo. Poi vide un uomo a terra, colpito da qualcuno che gridava proprio le parole in cui lui credeva.

Si fermò.

Intorno a lui nessuno sembrava vedere davvero. Ognuno vedeva solo ciò che confermava la propria parte.


La lezione: la verità prima delle idee

Il giorno dopo tornò da Andrea.

«Avevano ragione… ma facevano cose sbagliate.»

Andrea annuì. «Succede quando le idee diventano più importanti della realtà.»

«Allora cosa si deve fare?»

«Credere di più a ciò che è vero, anche quando non serve a vincere. Anche quando ti lascia solo.»


Il significato della filosofia di Nicola Chiaromonte

Questo racconto riflette alcuni principi fondamentali del pensiero di Nicola Chiaromonte:

1. La verità concreta conta più delle ideologie

Non bisogna adattare i fatti alle proprie idee, ma il contrario.

2. La coscienza individuale è centrale

Nessuna causa giustifica il tradimento di ciò che sappiamo essere vero.

3. Il dubbio è una forma di libertà

Chi dubita pensa. Chi aderisce ciecamente smette di vedere.

4. Essere soli può essere necessario

La libertà intellettuale spesso implica isolamento.


Conclusione

Alla fine Luca non smise di agire.
Smise solo di farlo per appartenenza.

Iniziò a farlo con attenzione, dubbio e responsabilità.

E forse è proprio questo il cuore della lezione di Chiaromonte:
non scegliere una parte, ma restare fedeli alla realtà — anche quando è scomoda.

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

mercoledì 25 marzo 2026

Irrefrenabile desiderio

 

 
Romantico dolore.
 Dolce nostalgia.
 Vibranti ricordi.

L’essenza della vita si manifesta.

Sono testimone attonito di una nuova primavera.

Strugge il cuor tenero per il breve orizzonte.
Tendere le ali vorrebbe.

La fredda nebbia avvinghia al suolo.
Basso è il cielo.
Lento è il procedere.

Angusto è rimaner solitari,
per emozioni soffocate
per promesse audaci.

Il sole è alto.
L’amor non attende.

La crespa pelle




Restio al lasciar alito,
son solito dimenar la mente.

Sollevo immagini che vanno oltre le nuvole.
Capir non so se sogno o son desto.

L'imbrunir saluta il sol,
un altro dì s'addormenta.

Sferzo il mio destriero,
inseguir il tempo preme.

La crespa pelle non mi colga
prima che quel sogno non diventi preda.

Vessillo sventola per questa vita
che di mistero s'intrisa.   


La luce dentro (Etty Hillesum)



In un tempo dominato dall’incertezza, dalla paura e dalla perdita di senso, la ricerca di una luce interiore diventa essenziale. Questa è la storia di Miriam, una giovane donna che, nel caos del mondo, scopre una verità profonda: la pace non si trova fuori, ma nasce dentro di noi.


La storia di Miriam

Miriam viveva in una città rumorosa, attraversata da crisi continue: economiche, sociali, personali. Ogni giorno si svegliava con un peso sul petto, come se il mondo intero fosse diventato troppo grande da sostenere.

Cercava risposte ovunque: nei libri, nelle persone, nelle notizie. Ma più cercava fuori, più si sentiva vuota dentro.

Un giorno, mentre camminava senza meta in un piccolo parco dimenticato, si fermò accanto a una panchina. Non c’era nulla di speciale, eppure sentì il bisogno di sedersi e restare in silenzio.

All’inizio fu difficile. I pensieri la assalivano: paura del futuro, rabbia, frustrazione. Ma decise di non scappare. Rimase lì.

Passarono minuti, forse ore.

E poi accadde qualcosa di impercettibile: dentro di lei si fece spazio.

Non era felicità. Non era nemmeno serenità. Era qualcosa di più semplice e più profondo: una presenza.

Miriam iniziò a capire che tutto ciò che cercava fuori — sicurezza, amore, senso — non poteva esistere senza essere prima coltivato dentro di sé.

Nei giorni successivi tornò spesso su quella panchina. Non per fuggire dal mondo, ma per incontrarlo in modo diverso.

Quando qualcuno la feriva, invece di reagire subito, si fermava e osservava. Quando sentiva la paura crescere, non la negava: la accoglieva.

Scoprì che dentro di lei esisteva uno spazio che nessuno poteva distruggere. Un luogo dove poteva scegliere, ogni volta, come rispondere alla vita.

E così, mentre il mondo intorno continuava a essere difficile, Miriam cambiò.

Non perché le circostanze fossero migliorate, ma perché aveva smesso di combattere contro tutto e aveva iniziato a prendersi cura del suo mondo interiore.


Il messaggio filosofico

Questa storia riflette una verità profonda: non possiamo controllare tutto ciò che accade fuori, ma possiamo trasformare il modo in cui lo viviamo dentro.

La responsabilità più grande non è cambiare il mondo, ma custodire la propria interiorità.

Coltivare consapevolezza, accettare il dolore senza lasciarsene distruggere, scegliere la compassione anche quando è difficile: questi sono atti rivoluzionari.


Perché questa filosofia è attuale oggi

Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente esposti a stimoli esterni, crisi globali e pressioni sociali. Questo porta spesso a sentirsi impotenti o sopraffatti.

La lezione che emerge da questa storia è chiara:

  • La pace non è assenza di caos, ma presenza di equilibrio interiore

  • La libertà nasce dalla consapevolezza

  • La forza più grande è la capacità di restare umani anche nelle difficoltà


Come applicarla nella vita quotidiana

Ecco alcuni modi pratici per vivere questa filosofia:

1. Fermarsi ogni giorno

Anche solo pochi minuti di silenzio possono aiutarti a riconnetterti con te stesso.

2. Osservare senza giudicare

Impara a guardare le tue emozioni senza respingerle.

3. Coltivare la responsabilità interiore

Non tutto dipende da te, ma il tuo modo di reagire sì.

4. Proteggere il tuo spazio interiore

Non lasciare che il mondo esterno definisca completamente chi sei.


Conclusione

La storia di Miriam ci ricorda che, anche nei momenti più difficili, esiste sempre una possibilità: scegliere come stare dentro la vita.

Non possiamo eliminare il dolore, ma possiamo trasformarlo.
Non possiamo controllare il mondo, ma possiamo prenderci cura della nostra anima.

E forse, è proprio da lì che inizia ogni vero cambiamento.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

martedì 24 marzo 2026

Il bambino che perdeva le parole


Le parole sono vive? Possono scappare, nascondersi o annoiarsi?

In questo racconto fantastico scoprirai la storia di un bambino che perdeva le parole… e di ciò che accade quando decide di inseguirle.


🌈 Il bambino che perdeva le parole

C’era una volta, in una città dove i semafori sbadigliavano e le nuvole si fermavano a chiacchierare sui tetti, un bambino di nome Arturo che aveva un problema molto serio: perdeva le parole.

Non era colpa sua. Le parole gli cadevano dalle tasche mentre camminava, si infilavano sotto i banchi a scuola, scappavano dalla bocca proprio sul più bello di una frase. Una volta aveva detto:

“Maestra, posso andare in…?”

e la parola “bagno” era scivolata via, rotolando come una biglia sotto la cattedra.


🚌 L’inseguimento della parola “avventura”

Un giorno Arturo decise di inseguire una parola che gli era scappata: “avventura”.

La vide correre lungo il marciapiede, saltare su un autobus senza pagare il biglietto e sedersi accanto a un signore con un cappello troppo grande. Arturo la seguì.

L’autobus lo portò fino all’ultima fermata. C’era solo un cartello:

“Qui finiscono le strade e cominciano le storie.”


🛍️ Il mercato delle parole

Davanti a lui c’era un mercato stranissimo: bancarelle piene di parole!

  • Parole lunghe come precipitevolissimevolmente
  • Parole corte come eh e oh
  • Parole colorate e profumate
  • Parole timide nascoste dietro le altre

Una vecchietta con gli occhiali storti gli chiese:

“Cosa cerchi, bambino?”

“Le mie parole,” rispose Arturo. “Le perdo sempre.”


💡 Il segreto delle parole

La vecchietta sorrise:

“Le parole non amano stare in tasca. Si annoiano e scappano. Devi tenerle per mano.”

Arturo non ci aveva mai pensato.

Poi trovò “avventura”, che stava parlando con “coraggio” e “imprevisto”.

“Perché scappi?” le chiese.

“Perché mi usi poco,” rispose la parola. “Le parole vogliono essere dette con il cuore.”


🤝 Una promessa speciale

Arturo allungò la mano:

“Vuoi tornare con me?”

“Solo se mi prometti una cosa: fammi vivere storie vere.”

Arturo promise.

Tornò a casa con “avventura” per mano, insieme a “sorpresa”, “risata” e una piccola “idea” che gli saltò sulla spalla.


🎉 Il finale

Da quel giorno Arturo non perse più le parole.
O meglio, qualcuna ogni tanto scappava ancora… ma solo per vivere una storia e poi tornare.

E quando la maestra gli chiese:

“Arturo, vuoi dirci cosa hai fatto ieri?”

Lui sorrise:

“Ieri ho avuto un’avventura.”


🔍 Conclusione

Questo racconto ci ricorda che le parole non sono solo strumenti, ma compagne di viaggio. Usarle con fantasia e cuore significa dar loro vita.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

lunedì 23 marzo 2026

La fisica immanente: il mistero delle leggi dell’universo (Antonio Zichichi)


Cosa significa davvero che le leggi della fisica esistano? 

Sono invenzioni umane o realtà già presenti nell’universo? 

In questo racconto ambientato in un osservatorio ai margini di Palermo, esploriamo il concetto di fisica immanente secondo Antonio Zichichi.

Un osservatorio, una lezione fuori dal comune

Nella sala silenziosa di un antico osservatorio ai margini di Palermo, un gruppo di studenti sedeva in cerchio. Il professor Leone tracciava linee invisibili nell’aria, come se stesse disegnando equazioni su una lavagna che solo lui poteva vedere.

«Oggi,» disse, «non parleremo semplicemente di fisica. Parleremo della fisica immanente.»

Gli studenti si scambiarono sguardi curiosi.

Cosa significa “fisica immanente”?

Marta alzò la mano. «Professore, cosa significa esattamente “immanente”?»

Leone sorrise.
«Significa che le leggi della natura non sono solo descrizioni esterne del mondo, ma fanno parte della realtà stessa. Per Zichichi, la fisica non è un’invenzione dell’uomo: è la scoperta di qualcosa che esiste indipendentemente da noi.»

Le leggi della natura: scoperte o costruzioni?

Luca, il più scettico, intervenne:
«Ma non è quello che tutti i fisici pensano?»

«Non proprio,» rispose il professore. «Alcuni vedono le leggi come modelli matematici utili. Zichichi invece sostiene che l’universo possiede un ordine oggettivo, leggibile. La fisica è immanente perché è inscritta nella realtà.»

Il vento fece vibrare le finestre, come se l’osservatorio stesso partecipasse alla discussione.

L’universo come un libro già scritto

Marta si sporse in avanti.
«Quindi quando scriviamo un’equazione… stiamo rivelando qualcosa?»

«Esattamente. È come se l’universo fosse un libro già scritto. Noi impariamo a leggerlo.»

Il dubbio scientifico: ordine o illusione?

Luca però non era convinto.
«E se fossimo noi a proiettare ordine sul caos?»

Il silenzio riempì la stanza.

«È qui che il dibattito diventa interessante,» disse Leone. «Il fatto che la matematica funzioni così bene potrebbe essere una prova dell’immanenza delle leggi. Non è un caso, ma una struttura profonda.»

Fisica e metafisica: un confine sottile

«Quindi c’è qualcosa di metafisico?» chiese Luca.

Leone annuì.
«Per alcuni sì. Ma la vera domanda è: perché l’universo è comprensibile?»

In quel momento la luce tremolò, poi tornò.

«Anche questo ha una causa,» disse il professore. «Che la conosciamo o no, la legge è già lì.»

Una presenza invisibile che governa il mondo

Marta sorrise.
«Quindi la fisica immanente è come una presenza invisibile?»

«Una presenza,» concluse Leone, «che non osserviamo direttamente, ma che si manifesta in ogni fenomeno. Dal moto delle stelle… al tremolio di una lampadina.»

Conclusione

Fuori, il cielo notturno si apriva in una distesa di stelle. Per un momento, tutti ebbero la sensazione che non stessero solo osservando l’universo - ma che l’universo stesse rivelando sé stesso.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

sabato 21 marzo 2026

Il tempo che si posa sulle cose


C’è, in certe mattine che non promettono nulla, una qualità dell’aria così sottile e così intrisa di memoria che pare quasi di respirare non il presente, ma una stratificazione invisibile di istanti già vissuti. 

Mi accadde proprio così, mentre il caffè, lasciato a raffreddarsi sul tavolo, diffondeva un aroma che non era più soltanto suo, ma già trasformato dal pensiero in un richiamo remoto, come se da esso dipendesse l’accesso a una stanza interiore da tempo chiusa.

Non fu un ricordo netto, né una scena precisa a presentarsi; piuttosto una sensazione, una di quelle che, senza avere contorni, impongono tuttavia una verità più forte delle immagini. 

 Ero di nuovo bambino, o forse non lo ero mai stato tanto chiaramente come in quel momento, perché ciò che ritornava non era la mia figura, ma il modo in cui il tempo allora scorreva - lento, quasi docile, come se ogni attimo potesse essere toccato e trattenuto tra le dita.

Mi vidi seduto accanto a una finestra, che non saprei dire se fosse realmente esistita o se la mia mente l’avesse composta da frammenti di molte altre. 

Fuori, un giardino che non era notevole per la sua bellezza, ma per quella discreta familiarità che rende i luoghi indispensabili proprio perché non cercano di esserlo. Ricordo - o credo di ricordare - il suono distante di qualcuno che parlava, forse mia madre, forse nessuno in particolare, e quella voce aveva la stessa consistenza della luce: non si distingueva da ciò che illuminava.

E tuttavia, ciò che più mi colpì, tornando a quella scena, non fu ciò che vi accadeva, ma il fatto stesso che essa potesse riapparire, intatta e insieme mutata, come se il tempo, lungi dal distruggere, avesse lavorato in segreto per preservare ciò che allora non avevo saputo riconoscere. 

Fu in quell’istante che compresi - o credetti di comprendere - che la nostra vita non è composta soltanto da ciò che viviamo, ma soprattutto da ciò che, molto più tardi, siamo in grado di rivivere.

Il caffè, ormai freddo, aveva perso ogni attrattiva sensibile, e tuttavia continuavo a sorseggiarlo, non per il suo gusto, ma per prolungare quell’indefinibile passaggio tra presente e passato. Mi sembrava che interrompere quel gesto avrebbe significato chiudere la porta appena socchiusa su quella dimensione in cui tutto, pur essendo trascorso, permane.

Così rimasi, per un tempo che non saprei misurare, sospeso tra ciò che ero e ciò che ero stato, scoprendo con una certa sorpresa che la distanza tra le due cose non è fatta di anni, ma di attenzione. 

E che forse, se sapessimo guardare con sufficiente delicatezza anche gli istanti più insignificanti, essi si offrirebbero a noi, un giorno, con la stessa ricchezza con cui oggi ci appare il passato.

Quando infine mi alzai, la stanza non era cambiata, e tuttavia mi sembrò diversa, come se avesse partecipato silenziosamente a quell’esperienza. 

E compresi allora che non erano i luoghi a contenere i ricordi, ma i ricordi a trasformare i luoghi, restituendo loro una profondità che, nel presente, sfugge sempre al nostro sguardo troppo frettoloso.

Da quel giorno - se davvero posso parlare di un giorno, e non piuttosto di un continuo riaffiorare - ho imparato a diffidare della semplicità degli attimi, perché in ciascuno di essi si nasconde una complessità che solo il tempo saprà rivelare.

E forse, dopotutto, vivere non è altro che preparare, senza saperlo, la materia dei nostri futuri ricordi.

 

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

venerdì 20 marzo 2026

Il principio della ragion sufficiente di Leibniz spiegato con esempi della vita quotidiana


Ti è mai capitato di pensare: “È solo sfortuna.” oppure “Non c’è alcuna spiegazione.”