Una notte, uscendo con la mia ragazza da una discoteca, la mia auto si bloccò sulla strada di ritorno a casa. Quasi per miracolo, una piccola utilitaria con alla guida Don Tonino Bello si fermò per soccorrerci.
Scese con calma, senza alcuna fretta, come se quella notte fosse fatta apposta per quell’incontro. Aveva lo sguardo sereno, un sorriso leggero che non invadeva, ma accoglieva.
«Problemi?» chiese semplicemente.
Annuii, un po’ imbarazzato. Lui si avvicinò al cofano, lo aprì, e iniziò a guardare dentro come se ne capisse davvero. In realtà, più che aggiustare l’auto, sembrava voler aggiustare il nostro stato d’animo.
«Sapete,» disse mentre richiuse il cofano, «le macchine si fermano. Anche le persone, a volte. Il problema non è fermarsi… è restare soli quando succede.»
Quelle parole, dette così, nella notte, con il mormorio lontano del vento, mi colpirono più di quanto volessi ammettere.
Provò a far ripartire il motore, ma niente. Si fermò, si
guardò intorno, ci guardò e con il suo particolare modo di essere, disse:
«Non si riparte così facilmente, eh?» sorrise. «Però possiamo trovare un’altra soluzione.»
Ci propose di accompagnarci lui. Io mi mostrai molto imbarazzato per la sua disponibilità, ma lui con una dolcezza disarmante ci invitò a salire sulla sua auto senza dire altro.
Durante il tragitto non fece prediche, non parlò “da vescovo”. Ci chiese chi eravamo, cosa sognavamo, cosa ci faceva paura. Ascoltava davvero, senza interrompere, senza giudicare.
A un certo punto disse: «Vedete, la cosa più importante nella vita non è evitare i guasti. È diventare persone che si fermano quando vedono qualcun altro in difficoltà.»
Restammo in silenzio.
Arrivati sotto casa, mentre scendevamo, aggiunse: «La pace non è qualcosa di grande e lontano. Comincia così… con una macchina che si ferma per un’altra.»
Ci salutò con una stretta di mano semplice, quasi timida. Poi ripartì nella notte, con la stessa discrezione con cui era arrivato.
Rimasi qualche secondo a guardare i fari allontanarsi.
La mia auto era ancora ferma, ma qualcosa dentro di me
si era rimesso in moto.
E capii che, più che aggiustare un motore, quella notte qualcuno aveva acceso una direzione.

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