Il vento di tramontana soffiava tra le rovine del vecchio monastero, portando con sé un odore di pietra umida e di legna bruciata. Andrea vi saliva ogni inverno, come se quel luogo abbandonato custodisse una risposta che la città non sapeva dargli.
Aveva scoperto, anni prima, i libri di un pensatore controverso del Novecento, Julius Evola. Non lo aveva cercato per politica, né per nostalgia di regimi tramontati, ma per una parola che tornava ossessivamente tra le pagine: “verticalità”. L’idea che l’uomo potesse sottrarsi al flusso caotico del tempo non opponendosi con rabbia, ma elevandosi interiormente.
Tutto era iniziato in una libreria dell’usato, in un pomeriggio di pioggia. Andrea stava attraversando un periodo di inquietudine vaga: carriera in ascesa, stipendio sicuro, relazioni superficiali. Un’esistenza senza scosse, eppure priva di centro.
Tra i volumi impolverati, trovò un libro con una copertina severa. Lo aprì a caso e lesse: “Rimanere in piedi tra le rovine.”
Quella frase lo colpì come uno schiaffo. Non parlava di ricostruire il mondo, ma di restare saldi quando il mondo crolla.
Nei mesi successivi lesse con voracità. Alcuni passaggi lo affascinavano: l’idea di una Tradizione intesa non come insieme di usanze, ma come asse spirituale; la distinzione tra l’uomo trascinato dagli eventi e l’“uomo differenziato”, capace di non identificarsi con il caos. Altri brani lo respingevano: l’esaltazione di gerarchie rigide, il disprezzo per la modernità nel suo complesso, le ombre storiche che non potevano essere ignorate.
Andrea non voleva diventare un epigono, né un apologeta. Cercava qualcosa che parlasse alla sua crisi personale.
Lavorava in un’agenzia pubblicitaria al centro di Milano. Ogni giorno progettava campagne che promettevano felicità in tre rate, identità in un logo, senso in uno slogan. All’inizio era un gioco creativo; col tempo divenne un teatro dell’assurdo.
Notava come tutto fosse ridotto a superficie: immagini patinate, indignazioni istantanee, entusiasmi programmati. Gli sembrava di vivere in una dimensione interamente “orizzontale”, dove ogni valore valeva quanto il suo contrario, purché vendesse.
Le pagine lette la sera gli offrivano un contrappunto. “Non reagire, ma dominare.” “Non lamentarsi del tempo, ma situarsi oltre di esso.”
Andrea iniziò a sperimentare piccole discipline: alzarsi prima dell’alba, allenare il corpo con rigore, ridurre il consumo compulsivo di notizie. Non per moralismo, ma per misurare la propria capacità di comando su se stesso.
Si accorse che la libertà interiore non era un’idea romantica, ma una pratica scomoda. Rinunciare all’ultima parola in una discussione. Non cedere all’ironia corrosiva che tanto divertiva i colleghi. Accettare un fallimento senza cercare scuse.
Eppure, più cercava di essere “verticale”, più sentiva il rischio di diventare distante.
Un pomeriggio, durante una riunione tesa, un cliente respinse brutalmente il progetto su cui Andrea aveva lavorato per settimane. Il team reagì con frustrazione e rabbia. Andrea rimase impassibile, annotando in silenzio.
Quelle parole lo seguirono per giorni. Si chiedeva se la sua ricerca di distacco non fosse diventata una corazza. Se la “non-identificazione” non si fosse trasformata in indifferenza.
Nel suo diario scrisse: Il dominio di sé non deve spegnere il cuore. Altrimenti è solo orgoglio mascherato.
Salì al monastero in una mattina di gennaio. Il sentiero era coperto di brina, i rami scricchiolavano sotto il gelo. Seduto tra le colonne spezzate, osservò la pianura immersa nella nebbia.
Ripensò all’espressione “cavalcare la tigre”. Non significava ritrarsi dal mondo, ma attraversarlo senza esserne divorati. Non rifiutare la modernità in blocco, ma non lasciarsene plasmare passivamente.
Capì allora che aveva interpretato la verticalità come isolamento. In realtà, forse, si trattava di presenza intensificata: essere nel mondo senza dissolversi in esso.
La Tradizione, per lui, non doveva essere nostalgia di forme politiche o sociali tramontate, ma memoria di una possibilità interiore: l’uomo capace di centro, di misura, di orientamento.
Non fu un gesto clamoroso. Nessuna conversione spettacolare. Ma in quell’ammissione sentì una forza diversa: non l’arroganza di chi si sente superiore al proprio tempo, bensì la fermezza di chi sceglie consapevolmente come starvi dentro.
Continuò a lavorare in agenzia, ma con uno sguardo mutato. Ogni progetto divenne un esercizio: restare lucido senza diventare cinico, creativo senza mentire a se stesso. Accettò che la sua epoca fosse frammentata, rumorosa, contraddittoria. Non spettava a lui redimerla.
Gli spettava, però, non affondare.
Ogni inverno tornava al monastero. Non per fuggire, ma per ricordare che la verticalità non è una torre isolata, bensì un filo teso tra terra e cielo. Invisibile agli altri, fragile forse, ma sufficiente a dare forma ai passi quotidiani.
E comprese, infine, che “rimanere in piedi tra le rovine” non significa amare le rovine, né desiderarle. Significa non lasciarsi definire da esse.

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