lunedì 9 marzo 2026

Due modi di intendere il potere


 

È mattina inoltrata in un bar moderno. Il locale è pieno di persone con laptop aperti, tazze di cappuccino e telefoni sul tavolo. Fuori il traffico scorre incessante. In un angolo, quasi fuori dal tempo, siedono due figure insolite: Marco Aurelio e Niccolò Machiavelli. Davanti a loro due caffè espresso appena serviti.

Marco Aurelio osserva a lungo la sala, come se stesse studiando un fenomeno curioso della natura umana. Gli occhi passano da un tavolo all’altro: persone che parlano poco tra loro ma molto con gli schermi.

«È un luogo interessante,» dice infine con voce calma. «Così pieno di gente e allo stesso tempo così solitario. Ognuno sembra abitare nel proprio piccolo mondo.»

Machiavelli segue il suo sguardo e sorride leggermente.

«Gli uomini sono sempre stati così, anche se con strumenti diversi. Un tempo discutevano nelle piazze e nelle corti; ora lo fanno attraverso quei piccoli oggetti luminosi. Cambiano i mezzi, non le passioni.»

Marco Aurelio annuisce lentamente.

«Le passioni… sì. Sono ciò che spesso rende difficile agli uomini vivere secondo ragione. Nel mio tempo scrivevo a me stesso che bisogna imparare a dominare i propri impulsi. Un uomo che non governa sé stesso non può davvero governare nulla.»

Machiavelli prende un sorso di caffè.

«Questa è una visione nobile, imperatore. Ma temo che nella politica reale non basti. Io ho osservato i governi, le repubbliche, i principati: chi esercita il potere deve fare i conti con uomini che non sono guidati dalla ragione, ma dall’ambizione, dalla paura e dall’interesse.»

Marco Aurelio non sembra contrariato; al contrario, appare pensieroso.

«Non lo nego. Anche a Roma ho visto tradimenti, avidità e rivalità. Ma se chi governa si lascia guidare dalle stesse passioni, allora non diventa forse parte del problema?»

Machiavelli inclina leggermente la testa.

«Dipende da come le usa. Io non dico che il governante debba essere crudele per natura. Dico che deve essere pronto a esserlo quando necessario. La politica non è il luogo della purezza morale; è il luogo dell’efficacia.»

Marco Aurelio sorride con una calma quasi paterna.

«Eppure la vera efficacia, credo, nasce dall’esempio. Un sovrano giusto può ispirare i suoi cittadini. Non tutti lo seguiranno, certo, ma alcuni sì. E questi pochi possono cambiare il carattere di una città.»

Machiavelli tamburella le dita sul tavolo.

«Forse. Ma permettimi una domanda: se un sovrano virtuoso perde il potere a causa di uomini meno virtuosi, a che serve la sua moralità?»

Marco Aurelio non risponde subito. Guarda la strada attraverso la vetrina, dove persone attraversano distrattamente il semaforo.

«La virtù non serve solo a conservare il potere,» dice infine. «Serve a conservare l’anima. Un uomo può perdere il trono e restare integro; può mantenere il potere e perdere sé stesso.»

Machiavelli ride piano.

«Questa è una risposta da filosofo, non da uomo di stato.»

«Forse,» concede Marco Aurelio. «Ma io ho cercato di essere entrambe le cose.»

Il barista passa tra i tavoli, portando altre tazze. Intorno a loro il rumore cresce: conversazioni, cucchiaini che tintinnano, musica di sottofondo.

Machiavelli guarda quella scena con interesse.

«Guarda questo luogo,» dice. «È quasi una piccola città. C’è chi lavora, chi complotta, chi seduce, chi si annoia. Se tu dovessi governare questo bar, cosa faresti?»

Marco Aurelio sorride divertito dalla domanda.

«Prima cercherei di capire cosa rende ciascuno inquieto. Molte azioni degli uomini nascono da una mente disturbata.»

«Io invece,» replica Machiavelli, «cercherei di capire chi qui ha più influenza sugli altri. Perché chi controlla pochi uomini influenti, spesso controlla tutti.»

Marco Aurelio ride leggermente.

«Vedi? Tu osservi le strutture del potere; io la struttura dell’animo.»

«Ed entrambe sono necessarie,» ammette Machiavelli. «Ma quando entrano in conflitto, la politica sceglie quasi sempre il potere.»

Marco Aurelio incrocia le mani sul tavolo.

«Forse il problema è che gli uomini credono che il potere sia lo scopo.»

«E non lo è?» chiede Machiavelli.

«No. È uno strumento. Come una spada: utile, ma pericolosa se diventa l’unica cosa che si sa usare.»

Machiavelli resta in silenzio per qualche secondo.

«Sai,» dice infine, «se avessi scritto Il Principe dopo questa conversazione, forse avrei aggiunto un capitolo.»

Marco Aurelio lo guarda incuriosito.

«Su cosa?»

«Su un principe capace di governare sé stesso prima degli altri. Non perché sia moralmente superiore… ma perché questo lo rende più difficile da manipolare.»

Marco Aurelio annuisce.

«Allora non siamo così lontani.»

Machiavelli solleva la tazzina.

«Tu speri che gli uomini possano diventare migliori.»

Marco Aurelio prende la sua.

«E tu insegni come governarli quando non lo sono.»

Le due tazzine si toccano con un leggero tintinnio.

«Forse,» conclude Machiavelli, «la politica migliore nasce quando il filosofo e il realista riescono a sedersi allo stesso tavolo.»

Marco Aurelio sorride.

«Magari in un bar come questo.»

Fuori la città continua a muoversi, indifferente a quell’insolito incontro tra uno stoico imperatore e il più lucido osservatore della politica moderna.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


domenica 8 marzo 2026

Accettarsi per crescere



Andrea era seduto su una panchina nel parco, con lo sguardo perso tra gli alberi. Era una giornata tranquilla, ma dentro di lui c’era molta confusione. Da qualche tempo si sentiva insoddisfatto: studiava, usciva con gli amici, faceva tutto quello che “doveva” fare, eppure aveva la sensazione di non essere davvero sé stesso.

Mentre pensava, arrivò Luca, un suo vecchio amico.

«Ehi Andrea! Posso sedermi?»

«Certo.»

Luca si sedette accanto a lui e, dopo qualche secondo di silenzio, gli chiese con tono calmo: «Sembri pensieroso. Cosa ti passa per la testa?»

Andrea sospirò. «Non lo so… è come se stessi vivendo la vita che gli altri si aspettano da me. I miei genitori vogliono che continui l’università, i professori si aspettano certi risultati… ma io non so nemmeno cosa voglio davvero.»

Luca non lo interruppe. Rimase in silenzio, ascoltando con attenzione.

«A volte penso che dovrei essere diverso» continuò Andrea. «Più deciso, più sicuro…»

Luca annuì lentamente. «Quindi senti che c’è una specie di distanza tra quello che sei e quello che pensi di dover essere.»

Andrea lo guardò sorpreso. «Sì… esatto. È proprio così.»

Luca sorrise leggermente. «Sai, tempo fa ho letto qualcosa su uno psicologo, Carl Rogers. Diceva che ognuno di noi ha dentro una tendenza naturale a crescere e a diventare sé stesso. Però spesso la blocchiamo perché cerchiamo di soddisfare le aspettative degli altri.»

Andrea rimase in silenzio per un momento. «Quindi non c’è qualcosa di “sbagliato” in me?»

«Secondo Rogers, no» rispose Luca. «Il punto è accettarsi. Quando una persona si sente ascoltata davvero, senza essere giudicata, riesce piano piano a capire meglio chi è.»

Andrea rifletté su quelle parole.

«Quindi non devo per forza avere tutte le risposte subito?» chiese.

«No. Rogers parlava di autenticità» spiegò Luca. «Essere autentici significa permettersi di esplorare quello che si sente davvero. Non quello che “dovremmo” sentire.»

Andrea si appoggiò allo schienale della panchina e guardò il cielo.

«È strano» disse. «Solo parlarne mi fa sentire più leggero.»

Luca sorrise. «Forse perché qualcuno ti sta semplicemente ascoltando.»

Andrea annuì. In quel momento capì qualcosa di importante: non doveva diventare la persona perfetta che immaginavano gli altri. Doveva solo iniziare a conoscersi davvero.

E mentre il sole iniziava a scendere dietro gli alberi, Andrea sentì nascere dentro di sé una nuova sensazione: la possibilità di diventare, poco alla volta, la versione più autentica di sé stesso.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


sabato 7 marzo 2026

Non avere fretta di trovare risposte definitive



Era un pomeriggio silenzioso nello studio dell’università. Le finestre lasciavano entrare una luce chiara che cadeva sui tavoli coperti di libri: Platone, Plotino, i padri della Chiesa, filosofi moderni. In mezzo a quella piccola biblioteca sedeva Delia, immersa nei suoi appunti. Non aveva l’aria di chi difende un sistema filosofico già costruito; piuttosto sembrava qualcuno che stesse ancora cercando, come se il pensiero fosse un cammino mai concluso.

Un giovane studioso era venuto a incontrarla. Aveva letto alcuni dei suoi saggi e voleva capire meglio il filo che attraversava il suo pensiero. Dopo qualche momento di esitazione, le rivolse una domanda semplice ma impegnativa: quale fosse, in fondo, il cuore della sua filosofia.

Delia sorrise leggermente, come se la domanda le fosse familiare ma non del tutto risolvibile.

«Se dovessi dirlo in poche parole,» iniziò lentamente, «direi che la filosofia non è un sistema chiuso. La storia del pensiero umano è troppo ricca per essere rinchiusa in una sola dottrina.»

Indicò con lo sguardo gli scaffali attorno a loro.

«Qui ci sono secoli di riflessione: i greci, i pensatori cristiani, i filosofi moderni. Ognuno di loro ha colto qualcosa di vero. Ma nessuno ha posseduto la verità intera.»

Il giovane rimase in silenzio. Lei continuò.

Secondo Delia, il filosofo non dovrebbe cercare di erigere una fortezza teorica dentro la quale difendere la propria dottrina contro tutte le altre. Il suo compito è piuttosto quello di mettere in relazione le idee, di ascoltare le voci del passato e farle dialogare tra loro. La filosofia nasce proprio da questo incontro: dalla tensione tra prospettive diverse.

«Quando un pensiero diventa troppo sicuro di sé,» disse, «si trasforma facilmente in dogma. E quando diventa dogma, smette di essere filosofia.»

Il giovane osservò che una visione del genere poteva sembrare vicina al relativismo. Se ogni tradizione coglie solo una parte della verità, allora forse nessuna verità è davvero possibile.

Ma Delia scosse la testa.

«Non è così. La verità esiste, ma noi la vediamo solo in parte. L’intelligenza umana è limitata. Ogni sistema filosofico illumina un lato della realtà, ma non tutta la realtà. Per questo la filosofia deve restare aperta.»

Parlava con la calma di chi non ha bisogno di convincere con forza, ma solo di mostrare una prospettiva. La conversazione si spostò poi sui suoi studi dedicati all’antichità e al Medioevo. Il giovane le chiese perché tornasse così spesso a quei periodi.

Delia prese un libro di Platone dal tavolo e lo sfogliò lentamente.

«Perché lì le grandi domande sono state poste con una chiarezza straordinaria,» disse. «Che cos’è il bene? Che cos’è l’anima? Che cosa rende giusta una vita?»

Chiuse il libro.

«La modernità pensa spesso di aver superato queste domande. Ma non è vero. Continuiamo a viverle, anche se le formuliamo in modi diversi.»

Parlarono poi di etica. Qui la sua voce cambiò leggermente tono, diventando più intensa. Per lei la morale non nasce semplicemente da regole astratte. Nasce dal rapporto tra gli esseri umani. Nessuno vive veramente da solo: ogni azione tocca gli altri, modifica il mondo comune.

«La coscienza morale,» spiegò, «nasce quando comprendiamo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri.»

Per questo, secondo lei, la filosofia non può rimanere indifferente alla sofferenza e all’ingiustizia. Il pensiero ha anche un compito morale: difendere la dignità della persona, opporsi alla violenza e a ogni forma di dominio che riduca l’essere umano a strumento.

Il sole stava ormai scendendo dietro le finestre quando la conversazione volgeva al termine. Il giovane studioso, prima di andare via, le fece un’ultima domanda: cosa dovrebbe fare chi decide di dedicarsi alla filosofia?

Delia rimase qualche istante in silenzio.

«Prima di tutto,» disse infine, «non avere fretta di trovare risposte definitive.»

Secondo lei la filosofia richiede pazienza e coraggio: la pazienza di leggere tradizioni diverse e il coraggio di mettere in discussione le proprie certezze. Il pensiero cresce proprio nel confronto tra idee diverse.

Quando il giovane lasciò lo studio, le luci della sera iniziavano ad accendersi nei corridoi dell’università. Dietro di lui, nella stanza piena di libri, Delia era già tornata ai suoi appunti.

La filosofia, per lei, non era mai stata il possesso della verità. Era qualcosa di più vivo e più difficile: una ricerca continua, un dialogo che attraversa i secoli, un cammino in cui l’essere umano continua a interrogare sé stesso e il mondo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo


venerdì 6 marzo 2026

Le voci dall'aldilà


 

La casa era immersa nel silenzio. Non un silenzio normale, ma uno di quelli pesanti, che sembrano premere sulle pareti. Andrea era seduto davanti al registratore a bobine su cui era montato il nastro numero 187.

Negli ultimi anni aveva registrato migliaia di nastri. Voci brevi, lampi di parole che emergevano dal rumore statico. Alcuni scienziati lo consideravano un pazzo. Altri, più prudenti, parlavano di fenomeno di voce elettronica. Andrea non cercava più di convincere nessuno. Voleva solo ascoltare.

Sul tavolo c’erano tre microfoni, disposti in triangolo. Una radio sintonizzata tra due frequenze produceva un fruscio continuo. Il registratore girava lentamente.

Lui parlò nel buio: “Se qualcuno può sentirci… rispondete.”

Premette stop. La registrazione era durata solo trenta secondi. Poi iniziò il rituale che ormai conosceva a memoria: riavvolgere, sedersi, ascoltare. Il nastro partì. Fruscio. Crepitii. Rumore bianco. Poi, a circa dodici secondi…

Una voce debolissima: “sì.”

Andrea rimase immobile. Non era la prima volta che succedeva. Ma ogni volta il suo corpo reagiva allo stesso modo: pelle d’oca, respiro corto, cuore accelerato.

Segnò il minuto nel suo quaderno. Ma la registrazione non era finita.

Al secondo 21 comparve un’altra voce più veloce, più distorta: “Ascolta meglio.”

Andrea si avvicinò al registratore. Non ricordava di aver mai sentito quella frase prima.

Riascoltò: “Ascolta meglio.”

Un brivido gli percorse la schiena.

Continuò. Fruscio. Rumore. Poi, al secondo 28, successe qualcosa di diverso. Non era una parola. Era un coro. Come decine di voci sovrapposte, troppo rapide per essere comprese. Andrea fermò il   nastro. La stanza sembrava improvvisamente più fredda. Guardò la bobina girare lentamente mentre si fermava. Per qualche motivo, ebbe la sensazione improvvisa che le voci non fossero casuali.

Due settimane dopo Il nastro 187 non era rimasto un caso isolato. Le registrazioni successive erano cambiate. Le voci erano diventate più lunghe, più chiare, più… dirette.

Una notte Andrea fece una domanda diversa: “Chi siete?”

Quando riascoltò il nastro, la risposta arrivò quasi subito: “Apri.”

Lui corrugò la fronte.

“Apri cosa?” disse ad alta voce, anche se il registratore non stava registrando.

Riavvolse e ascoltò ancora: “Apri.”

Solo quella parola. Quella notte dormì poco.

Col passare dei giorni, le registrazioni iniziarono a contenere qualcosa di nuovo.

Non solo parole, anche conversazioni spezzate e veloci. Come se provenissero da una stanza lontana. Una notte, mentre analizzava un nastro, sentì chiaramente due voci parlare tra loro.

“Lui ascolta.” Disse la prima.

“Sì.” Rispose la seconda.

“Può aprire.” Ribadì la prima.

Andrea smise di respirare per qualche secondo.

Non stavano parlando a lui; stavano parlando di lui. Era tardi. Forse le tre del mattino.

Andrea preparò un’ultima sessione. Stavolta la stanza era completamente buia.

Il registratore iniziò a girare: “Se siete davvero lì… ditemi cosa volete.”

Trenta secondi e poi stop. Riavvolse. Play di nuovo. Fruscio.

Poi, quasi subito, una frase chiarissima, troppo chiara: “Abbiamo bisogno di più spazio.”

Raudive sentì il cuore battere forte. La registrazione continuò.

Una seconda voce: “Lui non capisce.”

Poi una terza: “Presto capirà.”

Andrea allungò la mano per fermare il registratore, ma il nastro continuò a scorrere. Anche se il motore era spento. Il suono diventò più forte. Centinaia di voci sovrapposte, come se ci fosse un’enorme folla dietro una porta chiusa. Poi tutte insieme dissero una sola parola: “Apri.”

La bobina si fermò di colpo. Il silenzio tornò nella stanza.

Andrea rimase immobile per diversi minuti. Poi guardò lentamente il registratore, il microfono, la radio, Il nastro. E per la prima volta da quando aveva iniziato i suoi esperimenti, ebbe un pensiero che lo terrorizzò. Forse il registratore era il mezzo attraverso il quale i defunti cercavano di comunicare.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

giovedì 5 marzo 2026

Il sonno dell’uomo e il richiamo al risveglio


In un villaggio ai piedi delle montagne del Caucaso viveva un giovane di nome Marco. Era intelligente, curioso, ma inquieto. Sentiva che la vita gli scivolava addosso come acqua tra le dita: lavorava, mangiava, parlava, rideva… ma qualcosa in lui dormiva.

Un giorno arrivò al villaggio un viandante anziano, dagli occhi penetranti e dal passo silenzioso. Non si presentò come maestro, né come santo. Si sedette semplicemente nella piazza e cominciò a osservare la gente.

Marco, infastidito da quello sguardo che sembrava attraversarlo, gli chiese:

- Perché mi guardi così?

L’uomo rispose:

- Non guardo te. Guardo la macchina.

- Quale macchina? Non vedi che sono un uomo?

Il viandante sorrise.

- Tu credi di essere uno. Ma dentro di te parlano molti “io”. Uno vuole lavorare, uno vuole dormire, uno vuole essere ammirato, uno vuole fuggire. Quando uno parla, credi che sia tutto te stesso. Ma un’ora dopo un altro prende il suo posto.

Marco si offese. Eppure, quella notte, si accorse che era vero: aveva promesso di alzarsi all’alba, ma al mattino un altro “io” decise di restare a letto.

Il giorno seguente il viandante portò Marco al mercato.

- Osserva - disse.

La gente contrattava, litigava, rideva, si arrabbiava. Un uomo gridava per un prezzo troppo alto, poi cinque minuti dopo rideva con lo stesso venditore.

- Vedi? - disse il viandante. - Sono mossi come burattini. Una parola li accende, un gesto li spegne. Credono di scegliere, ma reagiscono soltanto.

- E io? - chiese Marco.

- Anche tu. Finché non impari a ricordarti di te stesso.

- Ricordarmi? Io non mi sono mai dimenticato!

- Prova ora - disse l’uomo. - Senti il tuo corpo. Ascolta i rumori. E nello stesso tempo sappi che tu sei qui.

Marco provò. Per un istante sentì il peso dei piedi, l’aria sulla pelle, il brusio del mercato… e insieme una presenza silenziosa dentro di sé. Poi l’esperienza svanì.

- È difficile - ammise.

- È il primo passo - disse il viandante. - Senza questo, l’uomo vive e muore addormentato.

Una sera, seduti accanto al fuoco, il viandante disegnò sulla sabbia una carrozza.

- Il corpo è la carrozza.

Le emozioni sono il cavallo.

La mente è il cocchiere.

E il padrone… è colui che dovrebbe decidere la destinazione.

- E dov’è il padrone? - chiese Marco.

- Dorme dentro la casa. E spesso la carrozza gira senza meta: il cavallo corre dove vuole, il cocchiere si distrae, la carrozza si rovina. Il padrone non sa nemmeno che il viaggio è iniziato.

- Come si sveglia?

- Con sforzo cosciente e sofferenza volontaria.

Marco non capì.

- Sforzo cosciente è fare ciò che hai deciso, anche quando non ti piace.
Sofferenza volontaria è accettare di vedere la verità su te stesso, anche quando ferisce il tuo orgoglio.

Il viandante restò nel villaggio quaranta giorni. Ogni giorno affidava ad Marco piccoli compiti: spaccare legna in silenzio osservando i propri pensieri, ascoltare un insulto senza reagire, danzare seguendo movimenti precisi senza distrarsi.

Marco scoprì quanto fosse meccanico: si arrabbiava senza volerlo, si vantava senza accorgersene, prometteva e dimenticava.

Ma lentamente qualcosa cambiò. Tra un pensiero e l’altro comparivano brevi istanti di presenza. Non erano emozioni forti, ma una calma lucida.

Arrivò il mattino in cui il viandante partì senza salutare.

Marco lo cercò invano. Al suo posto trovò solo un piccolo specchio e un biglietto:

"Non credere. Verifica.  Non dormire. Osserva. Non aspettare un maestro. Svegliati."

Marco guardò il suo riflesso. Per la prima volta non vide solo il suo volto, ma la molteplicità dei suoi “io”. E dietro di essi, come un cielo silenzioso, la possibilità di essere davvero uno.

Da quel giorno continuò a vivere nel villaggio: lavorava, parlava, rideva. Ma ogni tanto, nel mezzo di un gesto qualunque, si ricordava di sé.

E in quell’istante, la macchina diventava uomo.


*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

mercoledì 4 marzo 2026

Gramsci si racconta


Mi chiamo Antonio Gramsci, e la mia vita è stata un dialogo continuo tra fragilità e forza, tra silenzio e pensiero.

Sono nato in Sardegna, in una terra dura, segnata dalla povertà e dall’isolamento. Da bambino ero spesso malato, il mio corpo era debole, ma la mia mente cercava ostinatamente di capire. Vivevo in una famiglia che conosceva le difficoltà: l’arresto di mio padre, le ristrettezze economiche, il senso di esclusione. 

Forse è stato allora che ho iniziato a domandarmi perché la società fosse così ingiusta, perché alcuni nascessero già destinati a comandare e altri a lottare per sopravvivere.

Quando arrivai a Torino per studiare, il mondo mi apparve diverso. Le fabbriche, il rumore delle officine, gli operai che scioperavano: lì vidi la storia in movimento. Mi avvicinai al socialismo, non come a un’astrazione teorica, ma come a una speranza concreta per uomini e donne in carne e ossa.

Eppure qualcosa non mi tornava. Se lo sfruttamento era così evidente, perché non scoppiava ovunque la rivoluzione? Perché molti operai difendevano valori e idee che, in fondo, rafforzavano il sistema che li opprimeva?

Fu allora che iniziai a comprendere che il potere non si regge soltanto sulla forza. Le classi dirigenti non dominano solo con le leggi o con la polizia. Dominano perché riescono a far sembrare naturale il proprio dominio. Attraverso la scuola, la Chiesa, i giornali, la cultura popolare, costruiscono un senso comune che rende l’ordine esistente quasi inevitabile.

Io chiamai tutto questo egemonia: una forma di direzione morale e intellettuale, prima ancora che politica.

Capì allora che la lotta non poteva limitarsi alla conquista dello Stato. C’era un terreno più vasto e più sottile: la società civile. Lì si formano le coscienze, lì si sedimentano le abitudini, lì si trasmettono le idee. Per trasformare davvero la società, occorre costruire una nuova cultura.

Per questo riflettei tanto sul ruolo degli intellettuali. Non sono soltanto professori o artisti. Ogni classe che vuole diventare dirigente deve creare i propri intellettuali “organici”, capaci di dare coerenza e forza alla propria visione del mondo. Anche un operaio che organizza i compagni, che studia, che educa, svolge una funzione intellettuale.

Poi arrivò il fascismo. Fui arrestato dal regime di Benito Mussolini. Durante il processo, il pubblico ministero disse: “Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni.” Volevano spegnere il pensiero.

Ma il carcere divenne il luogo della mia riflessione più profonda. Tra le mura fredde, con la salute che peggiorava, scrissi i miei appunti, che oggi sono raccolti nei Quaderni del carcere. Scrivevo con cautela, usando talvolta un linguaggio velato per evitare la censura. Ma dentro quelle pagine c’era la mia convinzione più forte: la trasformazione in Occidente non può essere un assalto improvviso, come era avvenuto nella Russia rivoluzionaria. Qui lo Stato è protetto da una fitta rete di istituzioni, tradizioni, credenze. È una fortezza complessa.

La rivoluzione, in queste società, deve essere una “guerra di posizione”: lenta, paziente, combattuta nel campo della cultura, dell’educazione, dell’organizzazione.

In carcere meditai anche sul fatto che ogni uomo è un filosofo. Tutti abbiamo una concezione del mondo, anche se frammentaria, contraddittoria. Il compito non è imporre una verità dall’alto, ma aiutare ciascuno a diventare consapevole del proprio pensiero, a renderlo critico e coerente.

Ho vissuto poco, e spesso nel dolore. Ma non ho mai smesso di credere che la cultura sia una forza rivoluzionaria. Non ho impugnato armi: ho impugnato idee. Ho creduto che l’educazione fosse lo strumento più potente per spezzare le catene invisibili del consenso.

Se oggi ripenso alla mia vita, la vedo come un tentativo ostinato di comprendere il legame tra potere e coscienza. Perché il dominio più solido è quello che si insinua nelle menti, e la libertà più autentica nasce quando impariamo a pensare con la nostra testa.

E forse, nonostante tutto, quel cervello non ha mai smesso di funzionare.

 

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

martedì 3 marzo 2026

Il dominio di sé non deve spegnere il cuore



Il vento di tramontana soffiava tra le rovine del vecchio monastero, portando con sé un odore di pietra umida e di legna bruciata. Andrea vi saliva ogni inverno, come se quel luogo abbandonato custodisse una risposta che la città non sapeva dargli.

Aveva scoperto, anni prima, i libri di un pensatore controverso del Novecento, Julius Evola. Non lo aveva cercato per politica, né per nostalgia di regimi tramontati, ma per una parola che tornava ossessivamente tra le pagine: “verticalità”. L’idea che l’uomo potesse sottrarsi al flusso caotico del tempo non opponendosi con rabbia, ma elevandosi interiormente.

Tutto era iniziato in una libreria dell’usato, in un pomeriggio di pioggia. Andrea stava attraversando un periodo di inquietudine vaga: carriera in ascesa, stipendio sicuro, relazioni superficiali. Un’esistenza senza scosse, eppure priva di centro.

Tra i volumi impolverati, trovò un libro con una copertina severa. Lo aprì a caso e lesse: “Rimanere in piedi tra le rovine.” 

Quella frase lo colpì come uno schiaffo. Non parlava di ricostruire il mondo, ma di restare saldi quando il mondo crolla.

Nei mesi successivi lesse con voracità. Alcuni passaggi lo affascinavano: l’idea di una Tradizione intesa non come insieme di usanze, ma come asse spirituale; la distinzione tra l’uomo trascinato dagli eventi e l’“uomo differenziato”, capace di non identificarsi con il caos. Altri brani lo respingevano: l’esaltazione di gerarchie rigide, il disprezzo per la modernità nel suo complesso, le ombre storiche che non potevano essere ignorate.

Andrea non voleva diventare un epigono, né un apologeta. Cercava qualcosa che parlasse alla sua crisi personale.

Lavorava in un’agenzia pubblicitaria al centro di Milano. Ogni giorno progettava campagne che promettevano felicità in tre rate, identità in un logo, senso in uno slogan. All’inizio era un gioco creativo; col tempo divenne un teatro dell’assurdo.

Notava come tutto fosse ridotto a superficie: immagini patinate, indignazioni istantanee, entusiasmi programmati. Gli sembrava di vivere in una dimensione interamente “orizzontale”, dove ogni valore valeva quanto il suo contrario, purché vendesse.

Le pagine lette la sera gli offrivano un contrappunto. “Non reagire, ma dominare.” “Non lamentarsi del tempo, ma situarsi oltre di esso.” 

Andrea iniziò a sperimentare piccole discipline: alzarsi prima dell’alba, allenare il corpo con rigore, ridurre il consumo compulsivo di notizie. Non per moralismo, ma per misurare la propria capacità di comando su se stesso.

Si accorse che la libertà interiore non era un’idea romantica, ma una pratica scomoda. Rinunciare all’ultima parola in una discussione. Non cedere all’ironia corrosiva che tanto divertiva i colleghi. Accettare un fallimento senza cercare scuse.

Eppure, più cercava di essere “verticale”, più sentiva il rischio di diventare distante.

Un pomeriggio, durante una riunione tesa, un cliente respinse brutalmente il progetto su cui Andrea aveva lavorato per settimane. Il team reagì con frustrazione e rabbia. Andrea rimase impassibile, annotando in silenzio.

Fu allora che Luca, il collega più giovane, esplose:
Tu guardi tutto dall’alto, come se niente ti toccasse davvero. Non sei forte, sei solo freddo.”

Quelle parole lo seguirono per giorni. Si chiedeva se la sua ricerca di distacco non fosse diventata una corazza. Se la “non-identificazione” non si fosse trasformata in indifferenza.

Nel suo diario scrisse: Il dominio di sé non deve spegnere il cuore. Altrimenti è solo orgoglio mascherato.

Salì al monastero in una mattina di gennaio. Il sentiero era coperto di brina, i rami scricchiolavano sotto il gelo. Seduto tra le colonne spezzate, osservò la pianura immersa nella nebbia.

Ripensò all’espressione “cavalcare la tigre”. Non significava ritrarsi dal mondo, ma attraversarlo senza esserne divorati. Non rifiutare la modernità in blocco, ma non lasciarsene plasmare passivamente.

Capì allora che aveva interpretato la verticalità come isolamento. In realtà, forse, si trattava di presenza intensificata: essere nel mondo senza dissolversi in esso.

La Tradizione, per lui, non doveva essere nostalgia di forme politiche o sociali tramontate, ma memoria di una possibilità interiore: l’uomo capace di centro, di misura, di orientamento.

Tornato in città, Andrea fece qualcosa di semplice ma nuovo. Convocò Luca per un caffè e gli disse:
Forse hai ragione. Ho confuso il controllo con la distanza.”

Non fu un gesto clamoroso. Nessuna conversione spettacolare. Ma in quell’ammissione sentì una forza diversa: non l’arroganza di chi si sente superiore al proprio tempo, bensì la fermezza di chi sceglie consapevolmente come starvi dentro.

Continuò a lavorare in agenzia, ma con uno sguardo mutato. Ogni progetto divenne un esercizio: restare lucido senza diventare cinico, creativo senza mentire a se stesso. Accettò che la sua epoca fosse frammentata, rumorosa, contraddittoria. Non spettava a lui redimerla.

Gli spettava, però, non affondare.

Ogni inverno tornava al monastero. Non per fuggire, ma per ricordare che la verticalità non è una torre isolata, bensì un filo teso tra terra e cielo. Invisibile agli altri, fragile forse, ma sufficiente a dare forma ai passi quotidiani.

E comprese, infine, che “rimanere in piedi tra le rovine” non significa amare le rovine, né desiderarle. Significa non lasciarsi definire da esse.

lunedì 2 marzo 2026

Lo spirito di San Giuseppe da Copertino

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C’era una volta, nel sole caldo della Puglia del Seicento, un bambino che venne al mondo in una stalla. Non per scelta, ma per necessità: la casa della sua famiglia era stata sequestrata per debiti. Quel bambino si chiamava Giuseppe Maria Desa, e il paese era Copertino.

Fin da piccolo Giuseppe sembrava diverso dagli altri. Non era veloce a imparare, non capiva subito le lezioni, restava spesso con lo sguardo perso nel vuoto. I compagni lo prendevano in giro e lo chiamavano “Bocca aperta”. Ma dietro quell’aria distratta si nascondeva un cuore acceso da un amore immenso per Dio.

Mentre gli altri ragazzi correvano e giocavano, lui cercava silenzio e preghiera. Sognava di diventare frate, ma non era facile: venne rifiutato più volte. Lo consideravano troppo semplice, poco adatto agli studi. Eppure Giuseppe non si scoraggiava. Bussava, aspettava, pregava. Finché un giorno i Frati Minori Conventuali decisero di accoglierlo almeno come servitore.

Spazzava i corridoi, aiutava in cucina, svolgeva i lavori più umili. E lo faceva con gioia. La sua obbedienza era limpida, la sua fede profonda. Col tempo, contro ogni previsione, fu ammesso agli studi per il sacerdozio. Quando arrivò il momento dell’esame, temeva di non farcela. Ma accadde qualcosa di straordinario: gli venne posta una sola domanda, proprio su un passo del Vangelo che conosceva bene. Rispose con semplicità e fu ordinato sacerdote nel 1628.

Da quel momento la sua vita divenne ancora più sorprendente.

Durante la Messa o mentre pregava davanti a un’immagine della Madonna, Giuseppe entrava in una gioia così intensa da perdere contatto con ciò che lo circondava. I testimoni raccontavano che, preso dall’estasi, si sollevava da terra. All’inizio nessuno voleva crederci. Ma gli episodi si ripeterono. A volte bastava sentire pronunciare il nome di Maria perché il suo corpo si alleggerisse come una piuma.

La notizia si diffuse rapidamente. Curiosi, fedeli, scettici: tutti volevano vedere. Le autorità ecclesiastiche lo interrogarono a lungo, temendo inganni o illusioni. Ma Giuseppe era lo stesso di sempre: umile, confuso per tutta quell’attenzione, desideroso soltanto di pregare in pace. Per evitare clamore, fu trasferito più volte da un convento all’altro.

Negli ultimi anni trovò quiete ad Osimo. Lì trascorse le sue giornate tra preghiera e silenzio, lontano dal rumore del mondo. Morì il 18 settembre 1663, serenamente.

Molto tempo dopo, nel 1767, fu proclamato santo da Papa Clemente XIII.

Oggi è ricordato come il santo che volava, ma soprattutto come il santo della semplicità. È diventato il patrono degli studenti e di chi affronta esami difficili: perché la sua vita insegna che non serve essere brillanti agli occhi del mondo per essere grandi nel cuore di Dio.

 

* tratto da "Lo sguardo nel tempo della filosofia" vol. 4, di Fabio Squeo

 

domenica 1 marzo 2026

La maschera di Luca


In una città costruita tra il mare e le montagne, esisteva una tradizione antica: ogni abitante, al compimento dei sette anni, riceveva una maschera.

Non era scritta in nessuna legge, ma tutti sapevano che senza maschera si era invisibili… o peggio, giudicati.

Le maschere venivano forgiate dagli artigiani della Torre Alta. C’erano maschere d’oro per chi voleva sembrare potente, maschere candide per chi desiderava apparire buono, maschere con sorrisi perfetti per chi temeva di mostrare tristezza.

Col tempo nessuno ricordava più il proprio vero volto.

Luca ricevette una maschera d’argento. Non brillava come l’oro, ma rifletteva tutto ciò che le stava intorno.

“All’argento sta bene l’equilibrio,” gli dissero i suoi genitori.

“Non troppo, non troppo poco.”

All’inizio Luca era orgoglioso. Ma crescendo si accorse che la sua maschera non mostrava ciò che sentiva davvero.

Quando era triste, la maschera sorrideva.

Quando era felice, il sorriso restava identico.

Quando aveva paura, nessuno se ne accorgeva.

Una sera, guardandosi allo specchio, provò a fare una smorfia. La maschera non cambiò.

Fu la prima volta che si sentì solo.

Un giorno di vento forte, mentre attraversava la piazza centrale, Luca inciampò su una pietra. Cadde. La maschera colpì il selciato e si incrinò con un suono secco.

La piazza si fermò.

Le persone si voltavano lentamente.

Qualcuno mormorava. Qualcun altro indicava.

Luca rimase a terra, con il viso scoperto.

Si sentiva nudo. Il cuore batteva forte. Si aspettava rimproveri, risate, disprezzo.

E infatti arrivarono.

— “Che vergogna…”

— “Non si presenta così in pubblico!”

— “Raccoglila subito!”

Ma tra la folla, una bambina si fece avanti. Non portava ancora la maschera: era troppo piccola per riceverla. Lo guardò negli occhi e disse: “Hai un viso che cambia. È bello.”

Nessuno aveva mai detto qualcosa del genere.

Luca avrebbe potuto raccogliere la maschera e fingere che nulla fosse accaduto.

Invece la lasciò a terra.

Si alzò. Tremava. Ma non si coprì.

All’inizio fu difficile. I commercianti non lo guardavano. Gli amici evitavano di sedersi accanto a lui. Alcuni lo accusavano di essere pericoloso.

“Se tutti togliessero la maschera, che caos sarebbe?” dicevano.

Eppure accadde qualcosa di inatteso.

Un uomo anziano, che da anni indossava una maschera severa, un giorno la sollevò per asciugarsi una lacrima. Nessuno l’aveva mai visto piangere.

Una donna, stanca di sorridere mentre era infelice, la tolse per parlare sinceramente con la sorella.

Un ragazzo, che si fingeva forte, la lasciò cadere durante una risata vera, rumorosa, incontrollata.

Le maschere non sparirono in un giorno.

Ma iniziarono a scricchiolare.

Con il tempo, la città scoprì qualcosa che aveva dimenticato: i volti raccontavano storie.

Le rughe parlavano di esperienze.

Le lacrime creavano vicinanza.

I sorrisi spontanei scaldavano più di quelli perfetti.

La piazza non era più elegante come prima. Non tutto era ordinato, non tutto era impeccabile.

Ma era vivo.

E Luca non si sentì più solo.

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Indossare una maschera può proteggerci, ma solo mostrando il nostro vero volto possiamo costruire legami autentici e dare agli altri il coraggio di fare lo stesso.

sabato 28 febbraio 2026

Non serve la forza quando si possiede lo sguardo (Foucault)



In una città senza nome, le case erano tutte uguali e le finestre sempre illuminate. Nessuno sapeva esattamente chi osservasse, ma tutti si comportavano come se qualcuno lo facesse.

Al centro della città sorgeva la Torre Trasparente. Non aveva guardie visibili né mura minacciose. Eppure, gli abitanti regolavano la propria voce, i propri gesti, perfino i pensieri, come se ogni parola fosse registrata. 

Dicevano che, molti anni prima, un filosofo chiamato Michel Foucault fosse passato di lì e avesse sorriso osservando la Torre: 

«Non serve la forza quando si possiede lo sguardo».

Nella scuola cittadina, i bambini imparavano presto a sedersi composti, a parlare uno alla volta, a desiderare ciò che veniva loro indicato come desiderabile. Non c’erano punizioni severe; bastava un appunto sul registro, una nota che li classificasse come “distratti”, “problematici”, “eccellenti”. Quelle parole li seguivano come ombre, diventando parte della loro identità.

Un giorno, una ragazza di nome Livia trovò un vecchio libro nascosto nella biblioteca polverosa. Non conteneva ordini né divieti, ma domande: 

Chi decide cosa è normale? 

Chi stabilisce la verità? 

Livia iniziò a osservare la città con occhi diversi. Si accorse che la Torre non era il vero potere: il potere abitava nei corridoi della scuola, nelle cartelle cliniche dell’ospedale, nei moduli dell’ufficio anagrafe. Era ovunque, diffuso come l’aria.

Quando Livia smise di abbassare lo sguardo davanti agli insegnanti, non fu arrestata né punita. Fu convocata per “colloqui di orientamento”. Le dissero che volevano aiutarla a “ritrovare se stessa”. Ma lei capì che stavano cercando di ricondurla entro una definizione accettabile.

Così Livia iniziò un gesto semplice e radicale: fece domande. Non accusò, non gridò. Chiese perché. Ogni “perché” incrinava leggermente la superficie liscia della città. Altri cominciarono a imitarla. Non demolirono la Torre; scoprirono piuttosto che la Torre viveva dentro di loro.

E quando compresero che il potere non era solo repressione ma anche produzione - di verità, di identità, di normalità - iniziarono a produrre nuove narrazioni su se stessi.

La città non crollò. Cambiò lentamente. Le finestre rimasero illuminate, ma ora gli abitanti sapevano che lo sguardo non era un destino inevitabile: era una relazione. E come ogni relazione, poteva essere trasformata.

Col tempo, la città cominciò a riempirsi di archivi.

Non archivi segreti, ma scaffali aperti nelle piazze, dove i cittadini annotavano definizioni, regolamenti, diagnosi, statistiche. Livia propose di leggerli ad alta voce. Non per distruggerli, ma per mostrarne le crepe.

Scoprirono che ciò che veniva chiamato “devianza” in un’epoca era stato “originalità” in un’altra. Che alcune malattie avevano cambiato nome più volte, e che ogni nuovo nome produceva un nuovo modo di trattare i corpi. Ogni parola lasciava un’impronta concreta: su chi poteva parlare, su chi doveva tacere, su chi era ritenuto sano o pericoloso.

Un gruppo di medici si oppose. «La verità è neutrale», dissero.
Un gruppo di giudici annuì: «La legge è imparziale».
Un gruppo di insegnanti sospirò: «La disciplina è necessaria».

Livia non negò nulla. Fece un’altra domanda: «Necessaria per chi?».

Fu allora che alcuni iniziarono a vedere ciò che prima era invisibile: il potere non scendeva solo dall’alto; circolava. Ogni sguardo, ogni valutazione, ogni voto scolastico era un piccolo ingranaggio. Non esisteva un tiranno nascosto nella Torre. La Torre era una rete di relazioni.

Un ragazzo, Davide, confessò di aver sempre desiderato essere classificato “eccellente”. Non per imparare, ma per esistere. 

Una donna ammise di aver modellato il proprio corpo secondo parametri che non aveva mai scelto davvero. Un anziano raccontò di aver nascosto per anni un pensiero per paura di essere etichettato.

La città comprese che il controllo più efficace non era quello imposto, ma quello interiorizzato.

Eppure, proprio lì, nacque qualcosa di inatteso: una nuova pratica di libertà. Non una rivolta rumorosa, ma un’attenzione diversa verso se stessi. Alcuni iniziarono a scrivere diari non per confessare colpe, ma per interrogare i propri desideri. Altri fondarono scuole dove la valutazione era dialogo, non classificazione. I medici cominciarono a chiedere ai pazienti di raccontare la propria esperienza prima di assegnare un nome.

Non abolirono il potere - compresero che non si può vivere senza relazioni di potere - ma impararono a modificarle, a renderle meno opache, meno unilaterali.

La Torre Trasparente rimase al centro della città. Ma un giorno qualcuno si accorse che le sue finestre erano vuote. Non perché lo sguardo fosse scomparso, ma perché era diventato reciproco.

E Livia capì che la libertà non consisteva nell’uscire dalla rete, bensì nel tessere consapevolmente i suoi fili.

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