
La casa era immersa nel silenzio. Non un silenzio normale, ma uno di quelli pesanti, che sembrano premere sulle pareti. Andrea era seduto davanti al registratore a bobine su cui era montato il nastro numero 187.
Negli ultimi anni aveva registrato migliaia di nastri. Voci brevi, lampi di parole che emergevano dal rumore statico. Alcuni scienziati lo consideravano un pazzo. Altri, più prudenti, parlavano di fenomeno di voce elettronica. Andrea non cercava più di convincere nessuno. Voleva solo ascoltare.
Sul tavolo c’erano tre microfoni, disposti in triangolo. Una radio sintonizzata tra due frequenze produceva un fruscio continuo. Il registratore girava lentamente.
Lui parlò nel buio: “Se qualcuno può sentirci… rispondete.”
Premette stop. La registrazione era durata solo trenta secondi. Poi iniziò il rituale che ormai conosceva a memoria: riavvolgere, sedersi, ascoltare. Il nastro partì. Fruscio. Crepitii. Rumore bianco. Poi, a circa dodici secondi…
Una voce debolissima: “sì.”
Andrea rimase immobile. Non era la prima volta che succedeva. Ma ogni volta il suo corpo reagiva allo stesso modo: pelle d’oca, respiro corto, cuore accelerato.
Segnò il minuto nel suo quaderno. Ma la registrazione non era finita.
Al secondo 21 comparve un’altra voce più veloce, più distorta: “Ascolta meglio.”
Andrea si avvicinò al registratore. Non ricordava di aver mai sentito quella frase prima.
Riascoltò: “Ascolta meglio.”
Un brivido gli percorse la schiena.
Continuò. Fruscio. Rumore. Poi, al secondo 28, successe qualcosa di diverso. Non era una parola. Era un coro. Come decine di voci sovrapposte, troppo rapide per essere comprese. Andrea fermò il nastro. La stanza sembrava improvvisamente più fredda. Guardò la bobina girare lentamente mentre si fermava. Per qualche motivo, ebbe la sensazione improvvisa che le voci non fossero casuali.
Due settimane dopo Il nastro 187 non era rimasto un caso isolato. Le registrazioni successive erano cambiate. Le voci erano diventate più lunghe, più chiare, più… dirette.
Una notte Andrea fece una domanda diversa: “Chi siete?”
Quando riascoltò il nastro, la risposta arrivò quasi subito: “Apri.”
Lui corrugò la fronte.
“Apri cosa?” disse ad alta voce, anche se il registratore non stava registrando.
Riavvolse e ascoltò ancora: “Apri.”
Solo quella parola. Quella notte dormì poco.
Col passare dei giorni, le registrazioni iniziarono a contenere qualcosa di nuovo.
Non solo parole, anche conversazioni spezzate e veloci. Come se provenissero da una stanza lontana. Una notte, mentre analizzava un nastro, sentì chiaramente due voci parlare tra loro.
“Lui ascolta.” Disse la prima.
“Sì.” Rispose la seconda.
“Può aprire.” Ribadì la prima.
Andrea smise di respirare per qualche secondo.
Non stavano parlando a lui; stavano parlando di lui. Era tardi. Forse le tre del mattino.
Andrea preparò un’ultima sessione. Stavolta la stanza era completamente buia.
Il registratore iniziò a girare: “Se siete davvero lì… ditemi cosa volete.”
Trenta secondi e poi stop. Riavvolse. Play di nuovo. Fruscio.
Poi, quasi subito, una frase chiarissima, troppo chiara: “Abbiamo bisogno di più spazio.”
Raudive sentì il cuore battere forte. La registrazione continuò.
Una seconda voce: “Lui non capisce.”
Poi una terza: “Presto capirà.”
Andrea allungò la mano per fermare il registratore, ma il nastro continuò a scorrere. Anche se il motore era spento. Il suono diventò più forte. Centinaia di voci sovrapposte, come se ci fosse un’enorme folla dietro una porta chiusa. Poi tutte insieme dissero una sola parola: “Apri.”
La bobina si fermò di colpo. Il silenzio tornò nella stanza.
Andrea rimase immobile per diversi minuti. Poi guardò lentamente il registratore, il microfono, la radio, Il nastro. E per la prima volta da quando aveva iniziato i suoi esperimenti, ebbe un pensiero che lo terrorizzò. Forse il registratore era il mezzo attraverso il quale i defunti cercavano di comunicare.
*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
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