mercoledì 4 marzo 2026

Gramsci si racconta


Mi chiamo Antonio Gramsci, e la mia vita è stata un dialogo continuo tra fragilità e forza, tra silenzio e pensiero.

Sono nato in Sardegna, in una terra dura, segnata dalla povertà e dall’isolamento. Da bambino ero spesso malato, il mio corpo era debole, ma la mia mente cercava ostinatamente di capire. Vivevo in una famiglia che conosceva le difficoltà: l’arresto di mio padre, le ristrettezze economiche, il senso di esclusione. 

Forse è stato allora che ho iniziato a domandarmi perché la società fosse così ingiusta, perché alcuni nascessero già destinati a comandare e altri a lottare per sopravvivere.

Quando arrivai a Torino per studiare, il mondo mi apparve diverso. Le fabbriche, il rumore delle officine, gli operai che scioperavano: lì vidi la storia in movimento. Mi avvicinai al socialismo, non come a un’astrazione teorica, ma come a una speranza concreta per uomini e donne in carne e ossa.

Eppure qualcosa non mi tornava. Se lo sfruttamento era così evidente, perché non scoppiava ovunque la rivoluzione? Perché molti operai difendevano valori e idee che, in fondo, rafforzavano il sistema che li opprimeva?

Fu allora che iniziai a comprendere che il potere non si regge soltanto sulla forza. Le classi dirigenti non dominano solo con le leggi o con la polizia. Dominano perché riescono a far sembrare naturale il proprio dominio. Attraverso la scuola, la Chiesa, i giornali, la cultura popolare, costruiscono un senso comune che rende l’ordine esistente quasi inevitabile.

Io chiamai tutto questo egemonia: una forma di direzione morale e intellettuale, prima ancora che politica.

Capì allora che la lotta non poteva limitarsi alla conquista dello Stato. C’era un terreno più vasto e più sottile: la società civile. Lì si formano le coscienze, lì si sedimentano le abitudini, lì si trasmettono le idee. Per trasformare davvero la società, occorre costruire una nuova cultura.

Per questo riflettei tanto sul ruolo degli intellettuali. Non sono soltanto professori o artisti. Ogni classe che vuole diventare dirigente deve creare i propri intellettuali “organici”, capaci di dare coerenza e forza alla propria visione del mondo. Anche un operaio che organizza i compagni, che studia, che educa, svolge una funzione intellettuale.

Poi arrivò il fascismo. Fui arrestato dal regime di Benito Mussolini. Durante il processo, il pubblico ministero disse: “Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni.” Volevano spegnere il pensiero.

Ma il carcere divenne il luogo della mia riflessione più profonda. Tra le mura fredde, con la salute che peggiorava, scrissi i miei appunti, che oggi sono raccolti nei Quaderni del carcere. Scrivevo con cautela, usando talvolta un linguaggio velato per evitare la censura. Ma dentro quelle pagine c’era la mia convinzione più forte: la trasformazione in Occidente non può essere un assalto improvviso, come era avvenuto nella Russia rivoluzionaria. Qui lo Stato è protetto da una fitta rete di istituzioni, tradizioni, credenze. È una fortezza complessa.

La rivoluzione, in queste società, deve essere una “guerra di posizione”: lenta, paziente, combattuta nel campo della cultura, dell’educazione, dell’organizzazione.

In carcere meditai anche sul fatto che ogni uomo è un filosofo. Tutti abbiamo una concezione del mondo, anche se frammentaria, contraddittoria. Il compito non è imporre una verità dall’alto, ma aiutare ciascuno a diventare consapevole del proprio pensiero, a renderlo critico e coerente.

Ho vissuto poco, e spesso nel dolore. Ma non ho mai smesso di credere che la cultura sia una forza rivoluzionaria. Non ho impugnato armi: ho impugnato idee. Ho creduto che l’educazione fosse lo strumento più potente per spezzare le catene invisibili del consenso.

Se oggi ripenso alla mia vita, la vedo come un tentativo ostinato di comprendere il legame tra potere e coscienza. Perché il dominio più solido è quello che si insinua nelle menti, e la libertà più autentica nasce quando impariamo a pensare con la nostra testa.

E forse, nonostante tutto, quel cervello non ha mai smesso di funzionare.

 

*Spunto tratto dal 4^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo

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