Benvenuto su Riflessioni Filosofiche

In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

martedì 18 marzo 2025

La fenomenologia: dalla matematica alla filosofia come scienza rigorosa (Husserl)

Edmund Husserl (1859-1938)

Sartre, Heidegger, Merleau-Ponty, Paul Ricoeur e tutta una serie di scuole filosofiche sono diventate scie luminose nel panorama filosofico occidentale per merito di un grande pensatore:  Edmund Husserl.  Egli è conosciuto nella storia della filosofia come il padre della fenomenologia.

Nasce da una famiglia ebrea l’8 aprile del 1859 a Prossnitz, in Moravia. Muore nel 1938.  Si dedica anzitutto alla matematica, si laurea in matematica; ed è proprio grazie alla matematica che si è rivolge alla filosofia con lo stesso rigore. 

Perché proprio la matematica? Perché essa lavora sull’astrazione. 

Cosa significa?  

Tutte le operazioni di astrazione stanno all’origine della costruzione di qualsiasi concetto aritmetico e/o geometrico. 

Per esempio: se consideriamo un insieme finito concreto (gli abitanti di una città, le pagine di un libro e le dita di una mano) si perviene alla costruzione del concetto di numero cardinale, prescindendo, o facendo appunto “astrazione” della natura dei singoli oggetti. Così il numero 3 si ottiene per astrazione dall’insieme dei lati di un triangolo, il numero 4, dall’insieme degli Evangelisti. 

Dunque astrarre matematicamente e disquisire filosoficamente, significa, in qualche modo, applicare uno stesso metodo.

Riprendendo il nodo essenziale del discorso, Husserl si avvicina alla filosofia partendo dai concetti, dalle idee, dall’iperuranio platonico. Il piano su cui egli lavora, si definisce tecnicamente, “eidetico”, legato appunto alle “idee”. Questo atteggiamento, questa postura rivolta alle idee prenderà il nome di “Fenomenologia”. 

Cosa significa fenomenologia? 

Significa accompagnare per mano la tua coscienza conoscitiva finita sino alla coscienza conoscitiva assoluta. Husserl, per rendersi verosimilmente accattivante userà la parola “fenomenologia” al posto di “scienza filosofica”.  La fenomenologia diventerà un nuovo modo di approcciarsi alla conoscenza; diventerà il luogo della mente e delle cose sensibili. 

La conoscenza che abbiamo delle cose non riguarda la cosa in sé, ma il suo rapporto conoscitivo con essa. In altre parole, quando ho memoria di un oggetto, l’oggetto non è semplicemente nella mia memoria, ma “è” la mia memoria. La conoscenza di un oggetto è sempre un fatto mentale. Tutti gli oggetti alla nostra vista, che sia una pianta, un libro, una donna, poco interessa. Ciò che a me interessa è la coscienza che io ho di quella pianta, di quel libro, di quella donna. Per Husserl la coscienza è tutta fenomenologica. Nel senso che ogni nostro pensare, percepire, ascoltare, riflettere su un certo oggetto è compreso nella coscienza. Appurato il fatto della coscienza, Husserl dice un'altra cosa: la coscienza ha un suo modo di comportarsi: si esprime. 

In che modo? “intenzionalmente”. 

La coscienza è intenzionalità. Essa è rivolta sempre verso qualche cosa, qualche oggetto. Questo oggetto è sempre se stesso che si mostra alla coscienza. Questo è ciò che comporta la filosofia di Husserl, o meglio, la fenomenologia di Husserl: una filosofia teoretica applicata rigorosamente alla vita che incontriamo. 

di Fabio Squeo

lunedì 17 marzo 2025

Migliorare la durata della tua salute


Molti presumono che, poiché sono anziani, sia troppo tardi per avere un impatto sulla loro salute e sul loro benessere futuri. Dicono cose come: "Devo accettare di essere anziano e che avrò molti problemi in futuro. Non c'è niente che io possa fare al riguardo, quindi non ha senso concentrarsi su cosa mangio o quanto mi alleno a questo punto".

Si sbagliano!

I dati di molteplici studi clinici di alta qualità dimostrano che prestare attenzione al proprio stile di vita a qualsiasi età aiuta in modo significativo a prevenire le malattie croniche, allungando la durata della salute (anni vissuti senza malattie significative) e allungando la durata della vita. Non di poco, ma di anni sostanziali.

Non è mai troppo tardi per adattare il proprio stile di vita per una salute migliore.

Uno studio del 2023 ha scoperto che il 71% delle persone di 50 anni e più afferma che se ci fosse una pillola che allungasse la loro durata di vita e, soprattutto se aumentasse il periodo di tempo in cui sono sani prima di morire, la prenderebbero volentieri.

Ci sono molte pillole e pozioni che tanti cosiddetti esperti e organizzazioni raccomandano. Ma la verità è che, se anche una è veramente efficace, non è stata dimostrata in uno studio scientifico imparziale pubblicato su una rivista medica autorevole e sottoposta a revisione paritaria.

Ricorda anche che nessun medicinale è completamente privo di effetti collaterali.

Ma esiste un approccio collaudato per migliorare la durata di vita e la salute. Il problema è che richiede tempo e impegno praticamente ogni giorno. Ma questo approccio funziona davvero. È meglio iniziare relativamente giovani, ma ha comunque dei benefici, anche a partire dalla mezza età o dalla tarda età avanzata. Il costo in euro è irrisorio, ma il costo in termini di tempo, sebbene reale, non è eccessivo.

Si tratta di vivere la propria vita ogni giorno con un adeguato:

- esercizio fisico,

- un piano alimentare sano,

- gestire lo stress,

- dormire bene la notte,

- evitare il tabacco,

- mantenere il consumo di alcol a un livello modesto,

- mettere alla prova il cervello e interagire regolarmente con amici e familiari.

Questi sono i sette punti chiave per un invecchiamento sano.

Il risultato non è solo una maggiore durata della vita. Significa sentirsi meglio giorno dopo giorno. Questa potrebbe essere una ragione sufficiente, ma significa anche prevenire quelle malattie croniche così spesso associate all'invecchiamento, come obesità, diabete, malattie cardiache, cancro, ictus e Alzheimer. 

Ciò significa che sarai in grado di goderti la vita in uno stato di salute per un periodo di tempo sostanzialmente più lungo: una maggiore durata della salute.

 

Una lotta infinita tra il pensabile e il conoscibile

Arthur Schopenhauer (1788-1860)


È un uomo schivo, introverso, solitario, attratto dalle scienze filosofiche. Viene alla memoria Giacomo Leopardi, il grande poeta dell’”Infinito”.  In realtà, non si tratta di Leopardi, ma di Arthur Schopenhauer. Egli è stato il pensatore dal carattere difficile e palesemente critico e sprezzante nei confronti della vita. E pare che il disprezzo nutrito sia motivato anche da un episodio spiacevole accadutogli in famiglia: il suicidio del padre.

Schopenhauer nasce a Danzica il 22 febbraio del 1788 e morì nel 1860 a causa di una polmonite. Compie diversi viaggi in Italia, soggiornando a Venezia, poi a Bologna, Firenze, Roma e Napoli. Torna in Germania per dedicarsi alla carriera accademica. Affascinato dalla filosofia di Platone e da quella di Kant, cerca di lavorare inizialmente sulla distinzione tra fenomeni e noumeni.

Sappiamo con Kant, e a partire da Platone, che i fenomeni sono fatti di illusorietà, apparenza e sono presenti nel mondo dei sensi. Poi vi è il noumeno che coincide con l’essenza stessa delle cose, il pensabile, l’idea. Il noumeno, dice Kant, lo puoi pensare ma non lo puoi conoscere. Quando provi a immaginare Dio e vuoi trasformarlo in FENOMENO lo disegni, ti viene fuori un uomo con la barba bianca, anziano con delle caratteristiche umane. 

Sarà proprio così?   

E se Dio fosse un eterno fanciullo? 

Se cominci a pensare in maniera originale, stai producendo un noumeno, un’idea, o un ideale non conoscibile. Il noumeno esiste solo nella mente di chi pensa.

Ora Schopenhauer, partendo da questa visione dualistica tra fenomeno e noumeno decide semplicemente di chiamare per nome le cose: il fenomeno diventa “una rappresentazione”, il noumeno diventa “volontà”.  Bell’e buona la sua opera del 1818 si chiamerà: Il mondo come volontà e rappresentazione.   

Si può ben arguire che la dottrina della conoscenza di Schopenhauer è una sorta di kantismo fintamente ricopiato, semplificato. Egli (proprio come Kant) sostiene che la realtà non può essere conosciuta. Ma questo è un fatto decisivo per Kant (non tanto per Schopenhauer) che del principio fenomenico e noumenico ne ha fatto un’elaborazione onto-metafisica.

Schopenhauer non perde tempo e si defila con delle intuizioni: trascura tutte le analisi e le critiche che spiegano il determinarsi di un certo fenomeno.  Per Schopenhauer la natura è una sola, coperta e ricoperta dall’effetto del “velo di Maja” (una terminologia recuperata dal pensiero indiano). Le cose appaiono come filtrate, coperte da un velo colorato che permette di vedere ciò che vuoi vedere: individui, piante, animali. Da qui viene fuori il cosiddetto “dis-velamento della verità”. Le cose trovano l’essenza, la natura al di là del velo. È come se vedessimo il sole dietro le grate di una prigione. La natura che è una sola, a noi ci appare differenziata, frammentaria.

Schopenhauer scrive: “Maja, il velo dell’illusione, ottenebra le pupille dei mortali e fa vedere loro un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista, perché è simile a un sogno”.

Cosa significa questo? che il velo non costituisce solo l’offuscamento o la copertura della natura delle cose, ma deforma addirittura la natura stessa delle cose. Proprio come succede nei sogni che si ha una realtà deformata.

Schopenhauer si chiede: da dove nasce questo bisogno di conoscere la natura delle cose? 

Pare che in ogni essere umano vi sia una natura più forte dell’esigenza stessa di reclamare un bisogno. Con i bisogni, i desideri, noi vogliamo qualcosa, ci proiettiamo verso qualcosa che sicuramente di volontà si tratta. Ma volere un caffè o volere vivere questa vita anche quando la vita la sto per perdere è ben altra cosa. 

Per il pensatore, vi è una volontà oltre ogni volontà: una volontà che vuole solo vivere. La vita è questa. Va, si muove, si dimena perché vuole solo vivere. Come un neonato che si dimena: non è semplicemente un movimento volontario, ma è la natura della sua esistenza che lo muove alla vita.

Si tratta di una volontà superiore, una volontà di rimanere in vita anche certamente grazie alla soddisfazione di bisogni. La volontà di sopravvivere alle ostilità per la perpetuazione stessa della specie. La vita procede, mai arretra. Nascita e morte sono due fenomeni di un'unica natura. Diventa chiaro così che questa volontà è cieca: essa non ha uno scopo ben preciso se non quello di mantenere/mantenersi in vita. Diventa evidente anche un punto essenziale della stretta connessione di Schopenhauer a Giacomo Leopardi: In uno scritto di Francesco De Sanctis, il grande letterato, ha scritto un saggio in forma di dialogo su Schopenhauer e Leopardi, facendo emergere questo rapporto quasi parentale del pensiero. 

Come dice De Sanctis, Giacomo Leopardi non ha mai letto Schopenhauer, viceversa Schopenhauer non soltanto ha letto a fondo Leopardi, ma né è stato un vero e proprio fan.


 di Fabio Squeo

domenica 16 marzo 2025

Dalla cieca volontà di vivere alla volontà di Potenza (Nietszche)

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900)


Quando Dio non è più una certezza e diventa la più grande delle bugie, l’uomo si fa libero; e facendosi libero, ha davanti a sé una sola cosa: il suo destino. Con Nietzsche sorvoliamo la vetta di una montagna molto alta. Una montagna innevata laddove le acque dei fiumi scorrono verso la valle del sospetto e si mescolano nel mare dell’irrazionalità.  

E’ il 15 ottobre del 1844 a Röcken, in Germania. Nasce Friedrich Nietzsche, un pensatore originale e fuori dagli schemi che ha influenzato, con la sua produzione, l’intero mondo occidentale.  Nelle sue svariate opere è sempre presente una critica violenta verso qualcosa: generalmente essa è quasi sempre legata alla condotta dell’uomo verso un giudizio aprioristico o addirittura verso un corteggiamento a Dio e alla sua storia nel mondo. Nietzsche è un accanito lettore di Schopenhauer; si fa influenzare e il suo pensiero diventa oggetto di ispirazione con delle conclusioni leggermente capovolte. 

Schopenhauer vedeva la vita animata da una forza libera; e per dirlo da specialisti della filosofia: la vita per Schopenhauer è cieca assolutezza di una volontà di vivere

Perché è cieca? 

Perché non porta da nessuna parte, o comunque porta nella direzione del nulla. 

Perché è assoluta?   

Perché la forza vitale da cui la vita scaturisce è libera e nascosta alla ragione. La ragione vede ogni cosa relativizzata, spaccata in micro e macro frammenti personali.  La vita si consegna all’uomo come una rappresentazione di fenomeni, o per essere più precisi, il mondo è fondamentalmente ciò che ciascuna persona vede (una rappresentazione relativa).  Per Schopenhauer la cieca volontà di vivere deve essere superata attraverso la religiosità buddhista, il Nirvana. 

In cosa consiste il superamento? 

La volontà deve essere sottoposta a "Nolontà", come lui stesso dice. Vale a dire il non-volere, estinguere ogni volontà, ogni ruota libera. 

Nietzsche è affascinato da questo discorso, ma ha altre conclusioni. Se la vita è animata da una cieca forza di volontà di vivere, io non devo estinguerla, smorzarla, nullificarla; anzi è l’esatto opposto: devo accettarla a tutti i costi, obietta Nietzsche. Proprio accettando la vita io la carico di un significato autentico. 

La vita deve passare da uno stato di cieca volontà di vivere, ad uno di “iper-vedente” volontà di potenza. Io devo poter vedere “hic et nunc” il mio destino. Io voglio questa vita, e faccio di tutto per accettarla e viverla così come mi si dà. 

Come si può spiegare la volontà di potenza?

La volontà di potenza nasce come un testo incompiuto, costituito da frammenti recuperati un po' ovunque e fatti pubblicare nel 1906. Potremmo dire che La volontà di potenza è il senso dello stare al mondo, la cui molla vitale è il sapersi affermare senza troppi giri di parole. Con e tramite la volontà di potenza l’uomo si impadronisce del suo destino facendone di esso ciò che vuole. 

L’uomo vuole la sua vita ed è in grado di imporre le proprie interpretazioni e i propri significati sulla realtà. La volontà di potenza è stato oltretutto un libro che si è fatto oggetto di propaganda e strumentalizzazione nazista, in quanto i contenuti esposti sono stati caricati di affermazione e potenza. 

Quali sono i contenuti esposti nel "La volontà di potenza"? 

Quest’opera fa principalmente riferimento ad un uomo forte; un uomo che sa ciò che vuole e riconosce la propria virtù: si tratta del super-uomo (i tedeschi lo chiamano così: Übermensch). 

L’opera era scritta in tedesco, quindi accessibile a gran parte dei tedeschi istruiti.  Hitler e tutti i nazisti fecero di questo superuomo, uomo dagli occhi azzurri, biondo e dai fascinosi lineamenti ariani. 

di Fabio Squeo

Un dialogo fra bambini


Carletto e Robertino sono due bambini che si parlano nei momenti di socializzazione all’asilo.

Robertino aveva assistito all’incontro di Carletto con la mamma all’uscita dall’asilo. Così ricordandosi delle coccole ricevute dall’amichetto, decise di porgli una domanda che avrebbe voluto fare molto tempo prima.

“Carletto, parlami della tua mamma, com’è?”

“La mia mamma è sempre con me, mi legge le favole e spesso mi porta alle giostrine. Lei mi vuole tanto bene … anche se qualche volta sono monello.”

“Si, però, dimmi di più… come ti senti quando ti bacia e ti stringe al petto?” Insistette il bimbo, riproponendo la domanda in modo più preciso.

“Sono felice e vorrei che continuasse. Non so dirti bene cosa mi succede, ma mi prende una certa magia che mi fa sentire speciale. Il mio cuore batte dí più ed io sento il suo così vicino che credo di stare dentro di lei.” Rispose Carletto mentre il suo viso si illuminava.

“Che bellooo. Come volevo provare anch’io questa tua gioia!"


Carletto, stupito, domandó: “Perché dici questo? La tua mamma è diversa dalla mia?”

“Penso che tutte le mamme sono belle, ma la mia non c’è più. Papà mi ha detto che è in cielo. Io però non ci credo. Non capisco perché è andata via senza di me. Ti giuro che non sono stato mai così cattivo da costringerla ad abbandonarmi.”

Carletto restó incredulo e un po’ terrorizzato all’idea di immaginarsi senza della sua mamma. Appena si calmò, disse con convinzione: “No, non è possibile che sia andata via. Ogni mamma non lascerebbe mai il suo bambino.”

Tentando di non piangere, Robertino rispose:
“Eppure é così! Non so a chi dirlo quanto mi sento tanto solo. Il mio papà fa di tutto per farmi dimenticare la mamma ed io gli faccio credere che ci riesce. Non voglio che sappia quanto mi manca e che rinuncerei a tutti i giocattoli del mondo pur di averla con me almeno un giorno. Povero papà, lo sorprendo molte volte incantato a pensare a chissà cosa. In quei momenti sono sicuro che pensa a lei.”


Carletto prese la mano di Robertino e suggerì: “Dai, ora giochiamo insieme e aspettiamo che la tua mamma ritorni. Sai, succede anche a me di stare lontano dalla mamma. Però, poi ritorna e dimentico tutte le mie paure. Non può esistere un bambino senza della mamma … lo ha detto la maestra all’asilo!”

Robertino strofinò la mano sull'occhio destro da dove era sfuggita una lacrima e si immerse nei giochi.

venerdì 14 marzo 2025

Cosa significa essere umani?

Fyodor Dostoyevsky

"Amo l'umanità", disse, "ma trovo con mio stupore che più amo l'umanità nel suo insieme, meno amo l'uomo in particolare". - Fyodor Dostoyevsky

Questa citazione di Dostoyevsky mi ha colpito molto, perché sembra che abbia approfondito qualcosa che solo pochissime persone si sono avvicinate,

Sembra che il grande pensatore russo abbia capito qualcosa di profondamente radicato nella nostra natura umana, assistendo all'abisso di ciò che siamo e di ciò che possiamo essere. Sembra che sia riuscito a riflettere su se stesso attraverso se stesso e da sé.

Ha osservato il mondo abbastanza a lungo da scoprire che l'umanità o la natura umana non è altro che un'entità maliziosa capace di odiare se stessa e il mondo che la circonda. O di usare tutto ciò che può a suo vantaggio con bugie ingannevoli per convincersi che ciò che sta facendo è ben lungi dall'egoismo.

Tra tutta questa confusione e perplessità si nasconde una domanda che mi lascia estremamente perplesso ogni volta che la pongo.

Cosa significa essere umani?

Essere umani significa agire da umani?

Se ci pensi un po’ ti rendi presto conto della difficoltà di trovare una risposta che poi non trovi obiezioni.

Sembra che una risposta, comunque sia, non si rivela di grande utilità poiché è scontato in quanto essendo esseri, qualunque cosa che potremmo pensare è un prodotto umano.

Esistono sono due aspetti dell’essenza umana: una parte accetta la sua natura primordiale, l’altra la combatte.

Le persone che rientrano nella prima categoria mentono, ingannano e feriscono gli altri per il proprio tornaconto. Fanno tutto il possibile per sopravvivere, anche se ciò va a discapito del prossimo. Questa parte, nei punti estremi, genera criminali, psicopatici.

La seconda parte fa di tutto tranne che cadere in questa natura primordiale e per questo si oppone e la rifugge. Generalmente sono gentili, premurosi e compassionevoli. Fanno tutto il possibile per dimostrare a se stessi di essere brave persone e di combattere quel lato primordiale, anche se non ne sono consapevoli, a meno che non ci riflettano.

Dopotutto, ferire gli altri o aiutarli ha poco a che fare con la moralità nella sua natura assoluta, ma piuttosto con ciò che la persona ritiene giusto o sbagliato.

Con questa premessa sulla duplice natura che abita ognuno di noi, si può veramente definire cosa significa essere umani?

Essere primordiali come la biologia ci ha plasmato? O cadere sotto l'affascinante incantesimo della razionalità e cercare sempre di essere contro la nostra stessa biologia?

Quale è reale? Qual è la vera definizione di essere umani?

Potresti esagerare un po' e dire che è nel trovare un equilibrio. È l'equilibrio di ascoltare la tua biologia quando dovrebbe essere ascoltata con una mente razionale.

È La soluzione perfetta, non è vero? 

È comoda una risposta che risolve praticamente tutto.

Ma dobbiamo andare oltre per sapere veramente se l'equilibrio è vero o no.

L'equilibrio è davvero una risposta, o è un modo di rientrare in una delle due categorie maledicendoci per l'incapacità di ricadere nell'altra?

Probabilmente ti convincerai che porsi la domanda solleva problemi "inutili", inducendo instabilità nei pensieri.

Forse, cercando risposte potresti imbatterti in una dura realtà che in qualche modo ti renderà cieco al lato buono, non per la sua inesistenza ma per le sue dimensioni incredibilmente ridotte rispetto al lato cattivo.

Ecco perché Dostoevskij scrisse quella citazione.

Non è una questione di cosa sia buono, ma di cosa sia cattivo e perché sembra che sia ovunque, non importa cosa facciamo per dargli un senso o per combatterlo.

 

giovedì 13 marzo 2025

La bellezza dell'anima

David Hume

 Un famoso pensatore di nome Hume scrisse: “La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva”.

Con il permesso di Hume, avrei espanso la sua massima, così: “La bellezza del mondo esiste nell’anima di chi lo vive”.

Capirsi e comprendersi sono attività che ti fanno viaggiare dentro l’anima e ti lasciano un alone di piacere a cui non si riesce a dare una motivazione utilitaristica.

Quando viaggi nel mondo dell’anima i tempi di reazione si allungano quasi come non voler abbandonare il gusto di una cioccolata che lentamente si scioglie in bocca.

Sembri attonito e confuso perché non sei abituato a quelle sensazioni.

La maggior parte della nostra vita la consumiamo fuori dalla nostra anima. Occasionalmente, qualche film, presentazione teatrale, qualche libro, ci lascia rientrare per pochi minuti o, se fortunati, per poche ore.

Il “voler bene” è l’invito ufficiale a entrare nel mondo dell’anima.

Questo mondo non è inoperoso, è intenso nei sentimenti e nelle attività materiali. Non si manifesta in modo roboante, ma in maniera discreta e silenziosa.

In questo mondo non esiste la formula del commercialista: “Dare/Avere”.

I concetti di interesse, rendimento, profitto sono stati inventati per conquistare il benessere materiale e assicurarsi una lunga esistenza sul globo terrestre anche a discapito di altri.

Quando il tempo che passa ci chiede il conto allora scopriamo di aver sempre avuto l’anima.

Ci rammarichiamo perché a suo tempo è stata sempre nascosta o perché non l’abbiamo usata per far vibrare il cuore, per gonfiare i nostri polmoni del piacere di esistere.

In quegli istanti, inevitabilmente la mente ci riporta a colui che ci ha dato per quasi cento anni un tesoro in custodia del quale abbiamo fatto poco uso.

Confideremo, allora, sulla sua bontà perché un giorno si possa scoprire che la materia vivente ha un’anima e l’uomo nella natura ha avuto il privilegio di rendersene conto.

mercoledì 12 marzo 2025

La lente della percezione


 

La realtà è un costrutto mentale. Vedi ciò che ti aspetti di vedere. Tutto ciò che fai è influenzato da come tu vedi il mondo.

Se vedi ostacoli, agisci con cautela.

Se vedi opportunità, ti prendi dei rischi.

Se credi di essere sfortunato, noterai ogni cosa negativa che accade e darai meno peso agli aspetti positivi.

Puoi vedere il fallimento come la fine o come una lezione.

Puoi vedere il cambiamento come una perdita o come una crescita.

È la scelta di percezione che guida il nostro comportamento.

Ciò che vedi, credi. Ciò in cui credi, agisci. Inoltre, ciò su cui ti concentri si espande.

Se ti fissi sui problemi, questi crescono.

Se passi alle possibilità, queste si espandono.

È la percezione al lavoro.

Quanto spesso ti perdi qualcosa perché sei bloccato in un punto di vista?

Restiamo intrappolati in routine e supposizioni. Ma un piccolo cambiamento può rivoluzionare tutto.

Prendi le relazioni, ad esempio. Potresti vedere qualcuno con un carattere difficile. Ma se cambi il tuo focus, potresti vedere le sue lotte. La sua umanità. Quel piccolo cambiamento di prospettiva altera l'intera interazione.

Se vuoi cambiare, cambia il modo in cui vedi le cose.

Non forzare la realtà a cambiare. Cambia il modo in cui ti relazioni con essa.

La mente filtra la realtà, mostrandoti ciò che pensa sia più importante. Questo ciclo costruisce la tua realtà. Ognuno ne ha una. È il modo in cui interpreti le tue esperienze. Due persone possono affrontare lo stesso evento ma reagire in modo completamente diverso proprio perché lo vedono in modo diverso. Ma tu controlli il filtro. Puoi cambiare i tuoi risultati, interrompendo il tuo ciclo di realtà. Cambia la tua visione e cambi la tua vita. Non è solo un discorso di auto-aiuto. È psicologia.

Gli psicoterapeuti cognitivi lo insegnano.

Cambiando i pensieri, cambi emozioni e comportamenti. 

Devi uscire dalla "facilità cognitiva" per fare le cose in modo diverso. Non puoi fare la stessa cosa più e più volte e aspettarti nuovi risultati.

Se vuoi fare le cose in modo diverso, devi vedere le cose in modo diverso, da una prospettiva diversa.

Ma per interrompere il ciclo, devi vedere il ciclo: come agisci o come vivi.

Cambiando la tua percezione, non vedi solo nuove possibilità, le crei. Inizi ad agire in modi che si allineano con questa nuova visione.

La conoscenza del tuo ciclo di vita mette le cose in prospettiva. È la chiave per fare le cose in modo diverso. Cambiare la tua prospettiva non cambia solo le tue azioni, cambia la tua vita. Vedi i problemi in modo diverso. I cambiamenti più grandi derivano dal vedere ciò che è sempre stato lì.

Trascuri le cose perché il tuo cervello filtra ciò che non si adatta alla tua attuale visione del mondo. Si chiama attenzione selettiva.

Ti concentri su ciò che ritieni importante e ignori il resto. Se riesci a cambiare ciò che vedi, vedrai il cambiamento che desideri. A volte, hai bisogno di uscire da te stesso per vedere chiaramente. C'è un nome per questo: auto-distanziamento. Invece di vedere un problema dalla tua prospettiva, immagina di dare consigli a un amico.

La distanza ti aiuta a pensare in modo più obiettivo.

Ottieni chiarezza facendo un passo indietro e vedendo il quadro generale. Devi anche migliorare la tua capacità di avere più prospettive contemporaneamente. C'è un termine per questo: pensiero dialettico. È la capacità di vedere entrambi i lati di una situazione e trovare una via di mezzo.

Lo scrittore e saggista F. Scott Fitzgerald ha detto: "La prova di un'intelligenza di prim'ordine è la capacità di tenere a mente due idee opposte contemporaneamente e di mantenere comunque la capacità di funzionare".

Vedere il cambiamento o, meglio ancora, cambiare ciò che vedi diventa continuo una volta che ti apri ad esso.

Continui a evolverti, continui a fare domande, continui a cambiare. E questa è una buona cosa. Eraclito disse: "Non puoi entrare due volte nello stesso fiume". Tutto scorre, tutto cambia. La tua prospettiva deve adattarsi. Ogni nuova esperienza rimodella il modo in cui vedi il mondo. Questa costante evoluzione è la chiave per la crescita.

Per fare le cose in modo diverso, regola la tua lente.

Cambia il tuo focus, sfida le tue convinzioni e assumi nuove prospettive. Il mondo cambia mentre cambia la tua mente. Ricorda, la percezione crea la realtà. Vedendo le cose in modo diverso, apri la porta a nuove azioni, possibilità e una nuova vita.

Il potere di cambiare inizia da come scegli di vedere. 

Il tuo mondo cambia non perché lo chiedi, ma perché decidi di vederlo in modo diverso. 

È così che inizia il vero cambiamento.

martedì 11 marzo 2025

L'ottimismo del professore


Incontrai una persona che sembrava provenire da un altro pianeta.

Mi chiese quale fosse la mia attività.

Io, senza esitazione, risposi: “Sono un professore!”

Inspiegabilmente domandò ancora: “Che cosa fa un professore?”

Pensando che volesse una risposta più profonda, stimolai tutta la mia cultura per assecondarlo.

Così, dissi: “Il professore è una guida nella formazione culturale dell’alunno. Egli, come un ponte, si stende sulle sponde del fiume dell’ignoranza e consente al discepolo di attraversarlo, sapendo che dopo il passaggio, dovrà ritirarsi per consentire al discepolo di costruire i suoi ponti in piena autonomia”.

Lo sconosciuto non sembrava convinto delle mie parole, anzi, dava segni di perplessità, per cui aggiunsi: “Non pensi che sia così?”.

Mi rispose immediatamente confermando che le mie parole davano bene l’idea del professore, ma creavano un certo stridore con la realtà dei fatti, o meglio, con ciò che gli alunni mostravano.

Il mio interlocutore asseriva che spesso passava davanti a gruppi di ragazzi che, attendendo l’inizio delle lezioni, si scambiavano idee ad alta voce. Il clima che traspariva non era di piacevole attesa per un’attività imminente mirata all’accrescimento culturale con compiacimento per il bello e l’utile del sapere. Si notava scarsa voglia di entrare in luogo non amico, di restare seduti per circa sei ore in una stanza scarnamente addobbata, vedere e ascoltare i professori che si alternano tra loro, presentando argomenti slegati tra loro e spesso poco interessanti.

Raccontava che uno dei ragazzi diceva: “Io a casa sto bene!” – “Ho Internet, posso chattare con chiunque, ascoltare musica, informarmi navigando a piacere su web ammalianti e pieni di attenzione ai miei click… e il tempo mi passa senza accorgermene!”

Un altro dei ragazzi interviene obiettando: “Sì è vero quello che dici, però la scuola serve; un giorno dovremmo trovar lavoro e costruirci un futuro sicuro per noi e per la famiglia che formeremo e … ”.

Non aveva terminato di esporre il suo pensiero che subito fu interrotto da un altro amico:

“Ma dove hai sentito queste parole?” – “Da Mamma e Papà che già lavorano o dalla televisione che diffonde prototipi di idee?” – “Io sento sempre lamentele, non si trova lavoro, i lavoratori sono in agitazione, altri devono gestirsi la cassa integrazione, altri ancora sono in esubero.” – “Di buono sento solo le vincite milionarie alle lotterie e le assicurazioni dei governi che in l’Italia, tutto sommato, si vive bene!”

La discussione si interruppe improvvisamente al suono della campanella che richiamava mestamente gli studenti a entrare nelle classi e bere un altro bicchiere di ricino.

Non ebbi parole pronte e convincenti per replicare al mio interlocutore.

Egli però, capì che i professori sono inguaribili ottimisti e finché saranno innamorati del loro lavoro si prodigheranno per dare il massimo. 

A loro basta “grazie professore!” per rinnovare la carica interiore e sminuire i problemi della scuola italiana.

lunedì 10 marzo 2025

Il soggetto e la sua esistenza (una crisi liberatoria)

 

L'uomo di oggi si trova dinanzi ad un paradosso: senza Dio e senza miti. 

Liberatosi da ogni pregiudizio, egli interpella le forze della razionalità per signoreggiare sulla realtà. Ma il malessere che ostinatamente cerca di comprendere e combattere, gli ricade addosso, imponente e ingigantito.  Vivere è come essere circondati da migliaia di api che ti inseguono: devi tenerti lontano/a. Vivere è, altresì, come tenere lontana la morte, averne la meglio. 

Questo è un tema vicinissimo agli esistenzialisti del ‘900, laddove vi è all’origine dell’essere, non l’Essere parmenideo, ma l’esistenza transeunte dell’uomo in quanto uomo-limite: un uomo che vede la propria vita sorgere nel mondo come qualunque altra vita che si definisce dopo e muore senza poter replicare dopo.   

Secondo la concezione esistenzialistica, l’uomo non è definibile, in quanto all’inizio non è niente e, dirà Sartre: [l’uomo] … sarà solo in seguito, è sarà quale si sarà fatto.  

Si parte da un primo condizionamento: la nascita. Nasciamo e ci muoviamo lentamente nella direzione di un intento emancipativo di ogni condizionamento, attraverso una progettualità sempre diversa e rielaborata, sempre trascinata su continui ostacoli che devono essere superati; tutto, poi, si interrompe, finisce con uno scacco al re: la morte. 

Cessazione di ogni progettualità: un viaggio tragico ed eroico insieme, dirà Sartre. 

Sartre, oltretutto, presenta la vita come “un viaggio senza biglietto”, in cui essa [la vita] è un percorso fatto di interminabili percorsi e di interminabili approdi pur non avendone uno solo. Sartre immagina di trovarsi su di un treno, di essere in viaggio. Ma non ha il biglietto. Non può averlo perché il viaggio che sta portando a termine è il viaggio della vita. 

La vita dell’uomo trova il suo significato nel vissuto, nel già visto, nel già visitato e rivisitato. Se non vi piace la parola “vissuto”, potreste sostituirla con “storia”. Il significato appartiene alla storia, non alla vita in quanto espressione “esistenziale”. Ma Sartre, prende, per così dire, la vita di peso: il vissuto resta un “processo opaco”, perché lo puoi raccontare, ma non riviverlo. 

Raccontare è dissotterrare la vita, darle una seconda chance.   Una vita dissotterrata, per quanto riacquisita è vita passata, conclusa; non è più una presenza a sé, è presenza in sé, lontana da sé, altra da me. 

In quello scatto, in quella fotografia scattata ad Amsterdam nel 1991, ci sono io, pur non essendoci più. Potremmo dire: io c’ero ed ero il poter essere che ero e che non sono più. 

 di Fabio Squeo

 

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