Benvenuto su Riflessioni Filosofiche

In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

venerdì 4 aprile 2025

L'arroganza: il morbo della stupidità


L'incredibile macchina che è il tuo cervello non sai quanto lontano e velocemente può portarti.

Essere intelligenti significa tenere in perfetta forma i meccanismi che girano nella testa.

Soprattutto significa non concedersi alla stupidità.

Certamente non mancano occasioni e fattori che ci inducono a mettere a riposo la ragione. Colpevoli possono essere i tanti pregiudizi; le emozioni che prendono in ostaggio il buon senso.

Ancora più spesso, la radice del problema è l'arroganza. Pensiamo di conoscere già la risposta giusta, quindi non indaghiamo abbastanza per sapere cosa non sappiamo, e così lasciamo spazio alla stupidità.

Difatti, non essere consapevole della portata della propria ignoranza è un’inclinazione tipa dell’essere umano. Questo vuol significare che pur se sei intelligente, non sei immune al virus dell'arroganza, anzi, ironicamente, diventi più vulnerabile ad essa.

In altre parole, più sei brillante, più sei scarso nel riconoscere i tuoi limiti.

Ciò che spesso ci rende più stupidi di quanto dovremmo essere è pensare di essere più intelligenti di quanto siamo in realtà.

Allora cosa possiamo fare?

Se il problema è l'arroganza, allora la soluzione è l'umiltà.

Purtroppo, questa soluzione sembra banale ma è difficile da applicarla. Sebbene possiamo immaginare i vantaggi a lungo termine che potremmo ottenere, restiamo attaccati al voler essere intelligenti a tutti costi, invece di evitare coerentemente la stupidità.

Il modo per essere più intelligenti è essere consapevoli della propensione umana a essere stupidi e cercare di correggerla. Compito difficile anche perché l’arrogante non sa di esserlo. Egli, nei casi più gravi, è un “distaccato” dalla realtà e vive in un mondo costruito da paure e veti interiori nascosti nel proprio inconscio.

Se vuoi migliorare le tue capacità di pensiero critico devi essere più tollerante con chi si oppone alle tue idee e più scettico con chi afferma di condividerle.

Sarebbe come sei tu fossi più umile con chi non la pensa come te e meno entusiasta verso chi si allinea al tuo pensiero. Insomma, dovresti saperti bilanciare tra due sponde comportamentali che eccedono.

È facile dire che l'umiltà intellettuale ti renderà più intelligente; lo confermano molte persone brillanti.

Sicuramente avrai avuto relazioni con persone che pur occupando posti di rilievo nella società, ti sorprendono per la loro modestia. Queste non assumono toni da sapienti. Non impongono le proprie idee come verità assolute. Il loro linguaggio, pur se forbito, ti arriva semplice, amichevole.

Se vuoi cercare alcuni segnali di arroganza nascosta, osserva il tuo interlocutore. Difficilmente sorride, solo occasionalmente ti guarda negli occhi, e se sta in silenzio ad ascoltarti, non lo fa perché è interessato alle tue parole, ma perché è preso nel riorganizzare il suo pensiero per ribattere le tue idee senza averle comprese e ribadire con più forza quanto ha già detto.

Ovviamente non ispirano simpatia e si illudono di apparire importanti e soprattutto intelligenti.

La conclusione generale è che l'arroganza ci rende più stupidi di quanto dovremmo essere, e una maggiore umiltà è la soluzione. Se stai cercando una regola pratica che ti aiuti a essere meno stupido fidati della tua empatia. In quel momento, essa ti dirà molto di più della reagione.    

giovedì 3 aprile 2025

Newton beffa Einstein


Einstein, Newton e Pascal giocano a nascondino insieme.

È il turno di Einstein di contare, quindi chiude gli occhi e inizia a farlo.

Pascal scappa immediatamente e si nasconde.

Newton, invece, non lo fa.

Invece, disegna con molta calma un quadrato sul terreno, di 1 metro per lato, e lo disegna proprio di fronte al posto in cui Einstein sta contando.

Poi ci mette un passo al centro.

Proprio in quel momento, Einstein arriva a 10, apre gli occhi e individua immediatamente Newton e quindi dice: "Ti ho trovato!"

Newton sorride e dice con calma: 

"Non hai trovato me, hai trovato Newton per metro quadrato. Quindi hai trovato Pascal".

 

Spiegazione (per i non tecnici)

Un newton (N) in un metro quadrato () equivale a un pascal (Pa), ovvero 1 Pa = 1 N/m². 

Il pascal è l'unità di misura della pressione internazionale.

Il newton è un'unità di misura della forza.

Immuni alla pazzia del mondo


Oggigiorno è difficile non avere la mente fissa a fare soldi, a non scalare una montagna, a non correre una maratona o scrivere un libro o costruire un'azienda. È impossibile ignorare la rivoluzione tecnologica.

Resta comunque difficile è non essere contagiati da ciò che accade intorno a te, non perdere la testa... o la decenza... o il senso di ciò che conta.

Guardati intorno. Lo vedi ovunque. Persone che si sciolgono sugli aerei e nel traffico. I social media che si trasformano in una fogna di rabbia e teorie del complotto. Famiglie estraniate. Il ciclo delle notizie che rimbalza tra crisi e catastrofe. Stanno succedendo cose davvero orribili.

Bisogna rifarsi agli atteggiamenti “stoici” di quelli che vissero gli anni tumultuosi del 146-78 a.C., il periodo che preparò il terreno per la caduta dell’impero di Roma. Il loro motto era: “I venti possono ululare, ma io non sarò spazzato via”.

Il mondo sembra impazzire... e sta cercando di portarti con sé.

Ma ecco il punto: non puoi permetterglielo.

Ricordando Marco Aurelio, che ha affrontò quelli che avrebbero potuto essere tempi ancora più bui dei nostri: una pestilenza devastante che uccise milioni di persone. Un tentativo di colpo di stato da parte di uno dei suoi generali più fidati. L'impero che letteralmente crollava ai margini. Eppure, nei suoi scritti privati, lo vediamo ripetere costantemente a se stesso: “Non lasciare che ti infetti. Non perdere la tua umanità. Non impazzire con la follia. Non importa cosa dica o si faccia, il mio compito è essere buono. Il mio compito è essere smeraldo, il mio colore inalterabile".

Pensa a Montaigne, che si ritira nel suo studio.

Pensa a Stefan Zweig che scopre Montaigne in una cantina come rifugiato dalla Germania nel 1941.

Pensa a Cicerone e Catone che devono lasciare Roma per un po'.

Pensa a Crisippo, che diceva “Il filosofo non può unirsi alla folla e alla plebe”.

Non è che fossero disimpegnati, erano molto impegnati. È che si sforzavano, tuttavia, di non essere consumati dalle passioni che avevano distrutto la loro società. Lincoln dovette trovare un equilibrio molto simile: sapeva che la schiavitù era sbagliata. Sapeva che una buona parte di persone era determinata a distruggere il paese. Capì anche che non poteva permettersi altro che calma, lungimiranza, chiarezza. Non poteva perdere la sua umanità. Non poteva perdere la testa.

 

Quando leggi stupidaggini sui social media; quando qualcuno ti taglia la strada nel traffico; quando le notizie ti fanno bollire il sangue?

Non farti trascinare dalla follia non tua.

Questo non significa che sei indifferente all'ingiustizia, ma che non puoi lasciarti spezzare, non puoi lasciarti disperare, non puoi lasciarti distrarre dal tuo lavoro per la giustizia.

Resta buono. Resta concentrato. Tieni gli occhi puntati sul premio.

Quando le tensioni sono alte, quando la disfunzione politica si riversa in strada, quando rabbia e frustrazione abbondano... Quando disinformazione, estremismo e assurdità assoluta pervadono... Quando crudeltà e cattiveria diventano accettabili...

... non vederlo come un disastro, ma come un'opportunità.

Questo è ciò di cui Marcus scrive nel suo libro (L’ostacolo è la via): "L'ostacolo all'azione fa progredire l'azione. Ciò che si frappone diventa la via".

Questa frase ha ispirato milioni di persone a fare cose straordinarie: imprenditori che si sono rinnovati durante le crisi per costruire aziende fiorenti, atleti che hanno trasformato gli infortuni in straordinari ritorni, artisti che hanno trasformato le difficoltà nel loro miglior lavoro e così via.

Ma sapete di cosa stava realmente parlando Marcus quando ha scritto quelle parole? Non era il successo. Stava parlando di come affrontare il mondo, di come vederlo come un'opportunità di virtù, persino le cose frustranti, deludenti e persino disgustose che accadono.

"In un certo senso", recita il brano completo, "le persone sono la nostra vera occupazione. Il nostro compito è far loro del bene e sopportarle... Le nostre azioni possono essere ostacolate da loro, ma non ci può essere alcun ostacolo alle nostre intenzioni o alle nostre disposizioni. Perché possiamo accomodarci e adattarci. La mente si adatta e converte ai propri scopi l'ostacolo al nostro agire. L'impedimento all'azione fa progredire l'azione. Ciò che si frappone diventa la via".

Il teorico della cospirazione, il membro della famiglia politicamente radicalizzato, lo sconosciuto arrabbiato in cerca di una discussione, le persone pazze e le situazioni pazze sono opportunità per praticare la virtù.

Sono occasioni per mostrare coraggio rimanendo fermi nei tuoi principi,

Per dimostrare giustizia trattandoli equamente nonostante la loro ingiustizia nei tuoi confronti.

Per esercitare la temperanza controllando le tue emozioni quando cercano di provocarti.

Per insistere su ciò che è giusto.

Per lottare per il cambiamento dove puoi.

Per impegnarti dove possono fare una differenza positiva.

È facile? Ovviamente no.

Non controlliamo ciò che fanno gli altri. Non controlliamo il ciclo delle notizie o il clima politico o il livello generale di sanità mentale nel mondo.

Ciò che controlliamo siamo noi stessi. Controlliamo se lasciamo che i momenti brutti ci trasformino in persone cattive. Controlliamo se manteniamo la nostra umanità quando gli altri stanno perdendo la loro. Controlliamo se portiamo il fuoco o ci uniamo all'oscurità.

I venti possono ululare, ma non dobbiamo essere spazzati via.

Il mondo può impazzire, ma dobbiamo rimanere sani di mente.

Questo è il nostro lavoro. Questa è la nostra vera occupazione. Questa è la cosa più importante in questi tempi folli.

mercoledì 2 aprile 2025

I benefici della pazienza

Jalal al-Din Rumi (1207-1273)

 

In un piccolo paese, viveva un vecchio saggio di nome Pietro. La gente cercava i suoi consigli per ogni questione: dai conflitti personali alle dispute della comunità. Un giorno, un giovane, furioso per un tradimento, irruppe nella casa di Pietro.

"Sono stato offeso! Come posso restare calmo quando l'ingiustizia brucia dentro di me?" Urlò.

Pietro sorrise, versò del tè caldo in una tazza, la riempì fino all'orlo e gli ordinò: "Attraversa la stanza senza versare una goccia".

Il giovane si concentrò intensamente sulla tazza e camminò con passi lenti e decisi. Quando arrivò dall'altra parte, sospirò di sollievo per non aver versato una sola goccia.

Pietro chiese quindi: "A cosa stavi pensando mentre camminavi?"

"Al tè, ovviamente! Non volevo versarlo!", rispose il giovane.

Pietro annuì. "Rifletti, caro amico, la vita è come quella tazza di tè. Se ti concentri sulle distrazioni, sul rumore, sulla rabbia, sull'ingiustizia, inciamperai. Ma se rimani concentrato su ciò che conta davvero, niente ti scuoterà".

Il giovane se ne andò con una nuova prospettiva. Anni dopo, divenne un grande leader, noto per la sua saggezza e la sua incrollabile pazienza. Nessuno seppe mai se avesse mai più rovesciato il tè.

La pazienza è la chiave sempre utile per risolvere molte situazioni apparentemente difficili da sbrogliare.

Ci sono luminosi esempi di personalità che hanno costruito la loro grandezza con la pazienza.

Mahatma Gandhi, il leader del movimento per l'indipendenza dell'India, affrontò difficoltà inimmaginabili: percosse, prigionia, persino tentativi di assassinio. Ma non lasciò mai che la rabbia dettasse le sue azioni. Invece, abbracciò la pazienza come strategia.

Uno degli esempi più famosi fu la Marcia del sale del 1930. Invece di reagire violentemente all'oppressione britannica, Gandhi camminò per 240 miglia fino al Mar Arabico per produrre sale, sfidando le leggi britanniche. La sua pazienza e resilienza hanno ispirato milioni di persone, dimostrando che la resistenza e l'autocontrollo possono smantellare un impero.

Ben Franklin non è nato genio o statista, ma si è costruito da solo. Ha praticato la pazienza non solo nei rapporti con le persone, ma anche nella crescita personale. Franklin ha creato un elenco di 13 virtù che desiderava padroneggiare, una delle quali era la tranquillità: "Non essere turbato dalle sciocchezze o dagli incidenti comuni o inevitabili".

Ha capito che l'impazienza e l'imprudenza portano a decisioni sbagliate. Raffinandosi costantemente nel tempo, è diventato una delle figure più influenti della storia.

Lincoln ha affrontato tragedie personali, tradimenti politici e la devastazione della guerra civile, eppure è rimasto straordinariamente paziente. Un esempio famoso è il suo approccio nel trattare con il suo gabinetto, molti dei quali dubitavano apertamente di lui. Invece di reagire con frustrazione, Lincoln scrisse lettere in cui esprimeva la sua rabbia, ma non le inviò mai. Ciò gli consentì di elaborare le sue emozioni senza agire in modo avventato.

La sua pazienza si estese anche alla leadership. Capì che un cambiamento affrettato avrebbe potuto ritorcersi contro, quindi affrontò con attenzione la delicata questione della schiavitù, aspettando il momento giusto per emanare la Proclamazione di emancipazione. La sua pazienza non era passività, era moderazione strategica.

Rumi, poeta e filosofo persiano del XIII secolo, aveva una profonda comprensione della pazienza.

Scrisse: "Cerca di non resistere ai cambiamenti che ti capitano. Invece, lascia che la vita viva attraverso di te. E non preoccuparti che la tua vita si capovolga. Come fai a sapere che il lato a cui sei abituato è migliore di quello che verrà?"

La pazienza, secondo Rumi, non riguarda solo l'attesa, ma la fiducia. Quando le cose vanno in pezzi, potrebbe non essere distruzione ma trasformazione. I momenti più difficili spesso portano alla crescita più profonda.

Concludendo, la pazienza è una forza silenziosa, spesso sottovalutata ma immensamente potente. È la differenza tra reagire e rispondere, tra fallimento e successo, tra caos e pace.

martedì 1 aprile 2025

Il “Bello” come forma di buon auspicio (Sartre)

Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoire

 

Jean-Paul Sartre è stato uno dei filosofi francesi più influenti di tutti i tempi. Figura di spicco della filosofia esistenzialista a cui si riferiscono molti episodi singolari della sua vita.

Si racconta che pur avendo vinto il premio Nobel 1964 in letteratura, si rifiutò di ritirarlo, giustificandosi così: “Nessun uomo merita di essere consacrato da vivo”.

Ma non fu l’unico premio a rifiutare, tra altri riconoscimenti, non accettò la “Legion d’onore”, la più alta onorificenza dello Stato Francese, e perfino di entrare a far parte del prestigiosissimo Collège de France.

Il pensiero di Sartre abbraccia un ampio campo di indagine, difficile da ricondurre ad un’unica corrente filosofica. Sebbene la sua vita si sia svolta in un preciso periodo storico, egli si impone come pensatore sempre attuale.
Nella sua vita frequentò anche gli ambienti psicoanalitici, entrando in contatto, tra gli altri, con Jacques Lacan. 

Si riporta perfino di una sua “singolare” conversazione con Lacan, nella quale Sartre raccontò della propria angoscia (grande tema della sua ricerca letteraria e filosofica) e di un sogno. Lacan rimase molto “perplesso” davanti a Sartre e lo invitò ad intraprendere un’analisi psicoanalitica.

Data la sua grande attività intellettuale e politica, Sartre viaggiò in lungo e in largo. Tuttavia, il filosofo non riusa mai a superare la paura di viaggiare in aereo.

Sartre racconta: “Ho preso l’aereo cento volte senza abituarmici. Di tanto in tanto la paura si risveglia – soprattutto quando i miei compagni di viaggio sono brutti quanto me; ma basta che ne facciano parte una bella ragazza o un bel ragazzo o una deliziosa coppia di innamorati e la paura svanisce; la bruttezza è una profezia; c’è in essa un certo estremismo che vuole portare la negazione sino all’orrore. Il Bello appare indistruttibile; la sua immagine sacra ci protegge; finché resterà tra noi la catastrofe non accadrà.”
La fobia di Sartre trova nel “Bello” un limite, un elemento capace di neutralizzare l’angoscia dovuta all’emergere dell’assenza di controllo davanti al rischio catastrofico, senza soluzione, dell’incidente aereo.
In questo passaggio autobiografico Sartre evoca uno degli scopi fondamentali che il “Bello2 permette di ottenere nel suo rapporto con il Reale della vita: disinnescare la sua emersione traumatica, evitare il suo imporsi distruttivo.

Per questo, Sartre aveva inventato una sorta di rituale, cercando, nella fila dei passeggeri, quel “Bello” che avrebbe potuto rispondere alla sua angoscia, agendo da buon auspicio per il volo.

Possiamo cogliere in questa dimensione del “Bello” una chiara marca difensiva, tale da ridurre l’esperienza estetica ad una sorta di funzione ordinatrice e riparatrice simbolica. Se c’è Bello, c’è protezione, c’è ordine e salvezza.

Lo stesso Freud aveva sottolineato come, ad un occhio maschile, la bellezza femminile potesse avere un valore fallico; nella bellezza delle donne, indica Freud, l’uomo troverebbe un velo capace di “annullare” l’angoscia di castrazione. Ecco ancora un certo uso della bellezza, come “velo”, limite che impedisce il contatto traumatico con la realtà.

In ogni forma idealizzata, spiritualizzata, disincarnata di bellezza possiamo vedere un processo simile: l’evitamento del dato corporeo come protezione dalla mortalità della carne.

lunedì 31 marzo 2025

Siamo ciò che scegliamo di pensare

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900)

Per Nietzsche, la verità e la conoscenza necessariamente si inseguono e sorgono dall’esperienza cosciente soggettiva. In altre parole, la verità e la conoscenza sono inevitabilmente prospettiche: il mondo, le cose e gli eventi possono essere analizzati da diversi punti di vista, ognuno dei quali concorre a comprendere meglio la realtà col proprio limitato, relativo, particolare quanto specifico e imprescindibile apporto.

Una conseguenza di ciò è l'incoerenza dell'idea di "verità assoluta", che è, prevedibilmente per una lettura letterale di Nietzsche, paradossale. Perché apparentemente comporta la sua stessa obiezione. Dopo tutto, dire che la verità e la conoscenza sono prospettiche significa affermare universalmente che non sono universali. Chiaramente un'assurdità! Così ognuno di noi ha la "la sua verità".

Questo pensiero potrebbe apparire cinico o forse ironico, ma è ciò che il prospettivismo di Nietzsche rileva "nella natura selvaggia del mondo" senza censure da parte delle astrazioni analitiche della scienza o della filosofia. Esso nasce e comporta la confusione delle persone, l'essere umano. E qui sta il più intrattabile dei paradossi filosofici.

Nonostante questo genere di teorie e storie disabitate che recitiamo sulla "verità" di Nietzsche, o sul mondo, siamo noi a scriverle e raccontarle. Eppure lo facciamo al di là dell'aria rarefatta ed esoterica della scienza o della filosofia nelle nostre esperienze quotidiane nel mondo della vita. In questa luce, il valore del prospettivismo di Nietzsche sta in ciò che fa, non in ciò che è.

L'idea tradizionale di verità e, quindi, di conoscenza, nella cultura occidentale è che debba essere scoperta "là fuori" in una qualche forma perfetta. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la pura luce della ragione per illuminarla: "La Verità" o "Dio".

Nell'allegoria della caverna di Platone, il mondo come ci appare è un'ombra imperfetta del mondo "vero/perfetto/ideale”. La conoscenza giace lì sotto la luce della pura ragione. L'apparente somiglianza con l'ideale cristiano di "Dio" non è casuale.

Per Nietzsche, il mondo perfetto fuori dalla caverna, e la caverna stessa, sono una "bugia". O forse un po' meno dispregiativo, un'illusione, una discrepanza tra come le cose appaiono e come sono. Questa illusione è stata appropriata nell'ideale cristiano. Eppure, non è morta quando abbiamo ucciso Dio con la scienza. Fissa il salto di fede che fonda la tradizione culturale occidentale di verità e conoscenza.

Questo salto di fede è inevitabile, non avendo alternative per “conoscere" la verità. In linea con questo principio, la "verità" positivista assegna alla scienza l'unica verità sul mondo, per cui essa non è "sbagliata" o "falsa" in quanto è, appunto, scienza.

Il metodo scientifico è il punto di riferimento per quantificare e descrivere il mondo empirico, "naturale". Suppone un'affermazione metafisica sulla natura della realtà che pretende di fondare il salto della fede. Aggiungi la tecnologia moderna e ci ha indubbiamente permesso di ottenere grandi miglioramenti per l'umanità e minacce esistenziali altrettanto grandi, rendendo il salto della fede apparentemente banale, indiscutibile.

Tuttavia, come ha sottolineato Nietzsche, sorge un problema quando la scienza è considerata l'unica fonte di conoscenza significativa e, quindi, di "progresso" umano. Come dimostra anche una comprensione superficiale dell'evoluzione delle società umane, la scienza non è né necessaria né sufficiente per trarre significato dalla vita così come la sperimentiamo coscientemente. In quale altro modo spieghiamo cose non scientifiche come, ad esempio, l'arte in un modo significativo, non nichilista e non mendicante?

Il prospettivismo di Nietzsche non solo rifiuta la "menzogna" del dualismo platonico e del cristianesimo secondo cui esiste una "verità" assoluta, ma rifiuta anche tali affermazioni fatte alla scienza.

Quindi che dire delle nostre esperienze soggettive e coscienti del mondo? Sono "interpretazioni"? E se non ci sono "fatti", che dire della verità e della conoscenza?

Il prospettivismo di Nietzsche è indubbiamente vero in quanto le nostre esperienze soggettive e coscienti del mondo precedono necessariamente la conoscenza. Tuttavia, "conosciamo" le nostre esperienze soggettive e coscienti della vita quotidiana semplicemente esprimendole con il nostro modo di essere. Questa è stata l'intuizione rivoluzionaria di Cartesio: l'unica cosa di cui non possiamo dubitare è che siamo le nostre esperienze soggettive e coscienti della vita. Le implicazioni pluralistiche sono ovvie, se non un po' spaventose.

Il prospettivismo non ammette altro che il mondo della vita che è naturalmente pluralistico. È necessariamente l'oggetto di una molteplicità di prospettive soggettive (umane). Una convinzione condivisa sulla "realtà" della vita. In altre parole, il prospettivismo non nega le verità oggettive, né afferma il relativismo soggettivo. Ma, senza dubbio, implica la verità oggettiva. Perché niente di ciò che possiamo dire di sapere sul mondo, o su noi stessi, avrebbe senso altrimenti.

La realtà oggettiva del mondo della vita è essenzialmente dualistica o, forse meglio, fondamentalmente relazionale. Niente di più, o di meno, di questo. Il resto dipende da noi.

In questo senso, possiamo dire che il prospettivismo implica il conflitto. È inevitabile. Ma supporre che il conflitto sia necessariamente negativo nel senso comunemente inteso di violenza materiale è profondamente problematico. Questo non è sfuggito a Nietzsche. Esiste una relazione indiretta tra violenza e verità/conoscenza.

"Esiste solo una prospettiva che vede, solo una prospettiva che "conosce"; e più punti di vista consideriamo, più visioni diverse abbiamo, più completo sarà il nostro "concetto" di questa cosa, la nostra "oggettività".

Questo passaggio è fondamentale per comprendere il prospettivismo di Nietzsche. Lo distingue dall'implicita spaventosa anarchia esistenziale del relativismo soggettivo. Nietzsche non sta dicendo che la "verità" di tutti è ugualmente "oggettivamente vera". Sta dicendo che le "verità" oggettive sorgono naturalmente da prospettive soggettive. In altre parole, una sorta di teoria della verità della corrispondenza che è necessariamente relazionale in teoria, finché non si manifesta nel mondo della vita. A quel punto diventa transazionale (Si basa sull'idea che la personalità di un individuo sia composta da tre stati dell'Io: Genitore, Adulto e Bambino. Questi stati influenzano pensieri, emozioni e comportamenti, e l'analisi delle interazioni tra essi, chiamate "transazioni", aiuta a comprendere e migliorare le dinamiche relazionali).

Quindi, cosa si potrebbe trarre da questo quadro un po' pessimista? Se accettiamo il prospettivismo, allora dove possiamo andare da qui?

È triste scoprire quanto sia fragile la facile intimità di una profonda amicizia. Quanto facilmente si frantuma in una prospettiva di vita a somma zero.

Cosa c'è di valore in un simile approccio alla vita? A parte una soddisfazione fugace di "superare" qualcuno. Di "vincere". O di sentirsi in qualche modo giustificati per la propria rettitudine. Invece di fare violenza a un pensiero, a un'idea, abbiamo fatto violenza l'uno all'altro uccidendo una relazione profondamente personale.

Sì, possiamo dire che è così che è la "vita". Ma non è questo che dice il prospettivismo di Nietzsche. Una conclusione alla quale Nietzsche ci porta è che egli ci ha lasciato una scelta. Le nostre prospettive si collocano da qualche parte tra i contrari, un mix di casualità e volontà.

Al contrario, la scienza e la tecnologia postulano un universo inumano completamente deterministico, nonostante l'esistenza degli esseri umani. Questo è ciò che introduce l'apparente paradosso. Eppure, al contrario, e alla luce della critica di Nietzsche al libero arbitrio cristiano, pensiamo e agiamo comunque come se avessimo una scelta: abbiamo fede nell'idea del libero arbitrio inteso come scelta. Come se non ci fosse alcun paradosso.

Ciò che troviamo nelle sabbie piatte che si estendono oltre il prospettivismo è che questa "scelta" è influenzata dalla misura in cui siamo disposti ad ammettere di avere tutti qualcosa in comune. E, necessariamente, dalla misura in cui diamo valore a questa comunanza rispetto alla negazione oltre la necessità esistenziale della sopravvivenza fisica. In questa luce, la morte di Dio da parte di Nietzsche non fu affatto un deicidio, ma semplicemente un punto di svolta che segnalò uno spostamento di terreno per questo valore comune.

Il prospettivismo implica un auto-superamento collettivo. Deve farlo per rimanere coerente. In altre parole, cambiare la traiettoria delle società occidentali contemporanee in modi positivi e affermativi della vita è una possibilità. E forse cruciale per questa possibilità è l'idea di un passaggio dalla vita percepita come fondamentalmente transazionale in un senso esistenziale primordiale, alla vita vissuta come intrinsecamente relazionale in un senso di società umana fiorente.

domenica 30 marzo 2025

Un dono che cambia la vita


Il primo giorno di scuola è speciale ma per Andrea era un giorno come un altro; era lì perché doveva esserci. Era l’inizio del primo anno di scuola superiore. La sua timidezza fin dalle medie inferiori, era tale da mostrarsi estraneo alla classe e ancora peggio, schivo e timoroso nei confronti dei professori. 

Restava isolato e taciturno per tutto il tempo di permanenza in classe. Per lui le interrogazioni erano supplizi. Quando il suo nome risuonava in classe, il cuore gli andava a mille e il parlare a volte si trasformava in un confuso balbettio. Pur studiando tanto, davanti all’insegnante dimenticava tutto. Di conseguenza, il profitto scolastico era stato al limite della decenza.

Un giorno la professoressa di italiano si interessò di lui e cercò di conoscere la situazione famigliare. Scoprì che Andrea era l’ultimo di otto figli. I genitori, non istruiti, erano troppi lontani dalla sua sfera affettiva. Anche i fratelli lo ignoravano; lo consideravano un ragazzo problematico.

Era quindi chiaro che in quelle condizioni, Andrea non aveva né stimoli né opportunità per trovare conforto e apprezzamenti nella scuola. Non potendo contare sull’aiuto di qualcuno, la vita di Andrea si prospettava molto triste.

Un giorno, la professoressa lo chiamò in disparte gli donò un libro. 

Si trattava del libro “cuore”.

“Conserva questo libro e leggilo. Poi mi racconterai la storia e mi dirai se ti sarà piaciuto!” Disse il professoressa.

Il ragazzo si sentì investito di un interesse mai sperimentato prima. Giunto a casa e rifugiatosi nel suo spazio, lesse tutto d’un fiato il libro. Rimase fulminato dalle brevi storie lette.

Qualche giorno dopo la professoressa assegnò un compito scritto a casa. Il tema chiedeva di raccontare una bella esperienza vissuta. Dopo la lettura di quel libro, Andrea era pieno di idee e con la volontà di compiacere la professoressa. Così, raccontò le sue emozioni per quel inaspettato interessamento alla sua persona. Descrisse l’dea dell’amore che aveva maturato al termine della lettura del libro donato.

Il giorno dopo, a scuola, consegnò il suo compito e attese la correzione con l’ansia di chi sa di aver fatto un buon lavoro e si aspetta la gratificazione.

Giunse la mattina in cui la professoressa entrò in aula con il pacco dei compiti corretti. Quella volta la sua emotività non ebbe freno. La professoressa aveva l’abitudine di commentare e consegnare i compiti chiamando alla cattedra gli alunni in ordine di valutazione crescente.  

Incredibilmente il nome Andrea tardava a risuonare nell’aula. Difatti, fu l’ultimo!

Con lui davanti alla cattedra, la professoressa parlò alla classe:

“Oggi, il compito di Andrea è stato il migliore. Ho letto un tema che fluiva dolcemente destando emozioni. Non importa, se ho trovato qualche errore grammaticale; posso dirvi che Andrea mi ha emozionata, ricordando a tutti noi che ogni essere umano è degno d’amore, depositario di un tesoro inestimabile e unico."

Dopo quel episodio, Andrea andava felice a scuola e miracolosamente la sua timidezza cominciò a sparire mentre il profitto migliorava.

L’anno scolastico finì e come quello, finirono tutti gli anni successivi fino al diploma. Andrea si iscrisse all’università; completò gli studi e divenne ingegnere.

Un giorno, la professoressa ricevette una lettera. Le mani le tremavano mentre la apriva. Era firmata da Andrea.

“Cara professoressa, oggi sono diventato ingegnere. E non riesco a immaginare nessuno più importante di lei per aver costruito la mia vita. Tutto ciò che sono, lo devo a lei.”

La professoressa, con le lacrime agli occhi, strinse la lettera al petto e nella sua mente rispose: “Andrea, tu mi hai donato una gioia immensa: hai dato senso e valore a tutti i miei sforzi per diventare la migliore insegnante possibile.

sabato 29 marzo 2025

Il dolore cronico

 

Il dolore è il sistema di allarme del corpo. Se siamo feriti o malati, l'allarme scatta, dicendoci che qualcosa non va.

Colpisci il pollice con un martello e il dolore si scatena. In realtà è un sistema complesso che trasmette segnali di dolore al cervello, che interpreta immediatamente quanto sia grave la minaccia. Ciò innesca una risposta, che va dal dire "ahi!".

Questo sistema è utile per attirare l'attenzione sui danni arrecati al corpo. Ti segnala che dovresti fare qualcosa subito. Potrebbe richiedere un cerotto, punti di sutura o un intervento chirurgico per risolvere il problema. La speranza è che la ferita guarisca.

Il dolore, tuttavia, è un terribile indicatore di cosa c'è che non va davvero. La ricerca non ha dimostrato alcuna stretta correlazione tra la sensazione di dolore e la gravità o il danno al corpo. Il cervello decide l'intensità del dolore non solo in base alla ferita, ma anche all'esperienza, alle aspettative e alle emozioni.

Un taglio di carta può fare un male cane, ma il danno effettivo al corpo è minore. In genere, questo tipo di dolore guarisce in poche ore, giorni o settimane.

A un certo punto, Bam! Stiamo di nuovo bene e il dolore è passato.

Ma a volte il dolore persiste. Diventa cronico, definito come dolore che dura oltre il normale tempo di guarigione, forse fino a sei mesi o anche di più.

Molti adulto soffrono di dolore cronico ad alto impatto (HICP), un dolore che interferisce con la vita quotidiana, il lavoro e/o le relazioni. Per chi soffre di HICP la vita può essere una prova mentre cerchiamo di affrontare il nostro dolore e mantenere comunque una parvenza di vita normale.

È comunque un dato di fatto che il dolore fa parte della vita. Nessuno ne è immune. Ma la medicina deve smettere di trattare il dolore cronico usando gli stessi metodi usati per il dolore acuto. Sono due cose completamente diverse. Crede che molte risorse vengano sprecate, come risonanze magnetiche, iniezioni e interventi chirurgici, che non affrontano realmente il problema di fondo.

"La professione medica non è ancora adeguatamente istruita sul dolore cronico", afferma Andrea Furlan, professore all’università di Toronto e autore di 8 passi per sconfiggere il dolore cronico. "Nelle scuole di medicina e nei programmi di specializzazione viene insegnato loro come alleviare il dolore acuto. Ma sanno molto poco sul dolore cronico e sui suoi meccanismi".

"Quindi, cos'è il dolore cronico?" afferma Furlan in un video online. "È quando il dolore diventa la malattia. È la malattia del sistema del dolore. È quando il dolore si accompagna a un disagio emotivo, interferisce con la vita quotidiana e non può essere spiegato da nessun'altra condizione di dolore cronico".

Il dolore cronico è come un allarme antincendio malfunzionante.

Furlan spiega come funziona il dolore cronico: immagina il dolore come un allarme antincendio che scatta e inizia a suonare a tutto volume. Cosa fai? La maggior parte di noi chiamerà i vigili del fuoco, il che equivale alla medicina standard. I pompieri si presentano e spengono le fiamme: problema risolto.

Ma cosa succede se non c'è incendio e il problema è con l'allarme? Suona anche se non c'è fumo. Chi chiami allora? I vigili del fuoco sono inutili: non ci sono fiamme da spegnere. Il problema è che l'allarme è difettoso. Invia segnali che è successo qualcosa di spaventoso, ma in realtà non c’è un pericolo evidente.

In questo caso, faresti meglio a risolvere il problema chiamando la società di allarme per richiedere un esperto nella riparazione di quel sistema, non nello spegnimento degli incendi.

Questo è ciò che Furlan fa nella sua pratica. Affronta i falsi allarmi che provengono dal cervello che interpreta male i segnali del dolore. Il problema non è solo la lesione, ma il fatto che il cervello e il sistema nervoso sono diventati sensibili a provare dolore, anche dopo che il danno sottostante è guarito.

"Quindi, quando i professionisti medici non riescono a risolvere il dolore (perché non è dolore acuto) molti semplicemente ignorano le lamentele dei loro pazienti", osserva Furlan.

Il dolore cronico e le emozioni sono strettamente interconnessi. Ognuno influenza l'altro. Lo vediamo nelle esperienze delle persone e chi soffre di dolore riferisce che il proprio umore può migliorare o peggiorare il dolore.

Furlan descrive la connessione mente-corpo del dolore cronico in questo modo:

“Le persone con dolore cronico trascorrono anni o decenni della loro vita provando interventi che non funzionano per il dolore cronico. Quindi, sviluppano queste emozioni:

Paura: questo è il carburante principale del dolore cronico. Più le persone sono timorose, più dolore provano. Hanno paura del loro dolore, hanno paura di muoversi (fare esercizio), hanno paura che i medici taglino i loro antidolorifici e così via.

Rabbia: Le persone provano rabbia verso qualcuno che è stato la colpa del loro incidente. Oppure incolpano il sistema sanitario per non averli aiutati. Incolpano la loro famiglia per non averli capiti. Incolpano se stessi per non avere l'energia per fare gli esercizi, perdere peso e prendersi cura di sé.

Disperazione: si sentono senza speranza. Pensano di aver provato tutto e finora niente ha funzionato.

Solitudine: molte persone hanno dovuto smettere di lavorare o di andare alle funzioni sociali a causa del dolore. Hanno perso i loro amici, i contatti con altre persone, i colleghi, la scuola, gli hobby, i viaggi.

Preoccupazione: si preoccupano del loro futuro, di cosa accadrà loro, di come si prenderanno cura di sé stessi quando saranno più grandi. E si chiedono: questa condizione potrebbe peggiorare?”

Ma come affrontare il dolore cronico?

Il primo passo è ricevere un'istruzione sulla neuroscienza del dolore. Posso usare l'esempio del diabete. Se a una persona viene diagnosticato il diabete, la prima cosa che deve accadere è insegnarle cos'è il diabete. Potrebbe non aver mai sentito parlare del pancreas e dell'insulina, e di cosa fa l'insulina agli zuccheri nel sangue. Oggigiorno, tuttavia, ci sono diversi modi per "gestire" il diabete. Non esiste una "cura". Una persona che ha il diabete, capisce cos'è il diabete e usa gli strumenti giusti per gestirlo può avere una vita abbastanza normale. Può vivere più a lungo, praticare sport, andare a scuola, avere una carriera, crescere figli e invecchiare con gioia nella vita. Il dolore cronico è lo stesso.

Una volta che la persona comprende la neuroscienza del dolore cronico, allora è il momento di parlarne con i medici e chiedere trattamenti mirati.

Pensare al dolore cronico come a un allarme antincendio difettoso o a un software per computer difettoso può aiutare chi ne soffre a capire meglio come affrontarlo. Concentrarsi su come il cervello interpreta i segnali del dolore è la strada per il sollievo.

Il dolore è reale, ma è influenzato da come immagini la tua condizione.

venerdì 28 marzo 2025

Il mito di Socrate

Socrate (469-399 a.C.)
 

Per ogni filosofo, Socrate (469-399 a.C.) è un modello. È colui che si ritiene abbia dato vita alla disciplina che oggi conosciamo come filosofia.

Naturalmente, ci sono stati pensatori prima di Socrate, quelli che chiamiamo filosofi presocratici. Hanno dato importanti contributi alla metafisica, alla cosmologia e all'epistemologia. Tuttavia, Socrate ha fatto un cambiamento cruciale fondando l'indagine filosofica in un modo più ampio. Il suo approccio ha ridefinito il ruolo della filosofia nel discorso pubblico e ne ha modellato la traiettoria in modi che hanno profondamente influenzato pensatori successivi come Platone e Aristotele. Quindi, c'è un tempo prima e uno dopo Socrate, nel senso che possiamo dire che senza Socrate non ci sarebbe la filosofia come la conosciamo.

Ma Socrate è in gran parte una figura mitica. È anche uno dei pochi rari casi nella storia in cui un filosofo non ha scritto nulla. Ciò può creare confusione poiché il suo nome appare un po’ ovunque; lo possiamo trovare anche come “civetta” usata da alcuni autori per richiamare attenzione.

Tutto ciò che sappiamo di Socrate ci è stato detto da qualcun altro. Il nostro miglior insegnante su Socrate è il famoso Platone. Per questo motivo, abbiamo solo resoconti di seconda mano degli insegnamenti di Socrate e solo una piccola parte.

Negli scritti di Platone, Socrate sembra essere il protagonista principale; la figura archetipica di ciò che è un filosofo, o almeno di ciò che si pensava fosse un filosofo per molto tempo.

Le fonti esistenti concordano sul fatto che Socrate fosse profondamente brutto, somigliante più a un satiro che a un uomo, e non somigliante affatto alle statue che sono apparse più tardi nell'antichità. Aveva occhi spalancati e sporgenti che guizzavano di lato e gli permettevano, come un granchio, di vedere non solo ciò che era dritto davanti a lui, ma anche ciò che era accanto a lui; un naso piatto e all'insù con narici dilatate; e grandi labbra carnose come un asino. 

Socrate si lasciò crescere i capelli, in stile spartano e andava in giro a piedi nudi e senza lavarsi, portando un bastone e con un'aria arrogante.

Non si cambiava i vestiti, ma indossava efficientemente di giorno ciò con cui si copriva di notte. C'era qualcosa di strano anche nella sua andatura, a volte descritta come un'andatura così spavalda che i soldati nemici si tenevano a distanza. Era insensibile agli effetti dell'alcol e del freddo, ma questo lo rendeva oggetto di sospetto per i suoi commilitoni in campagna.

I greci di quel tempo erano persone che davano valore allo status sociale, alla ricchezza, all'istruzione e così via. Ciò che sappiamo di Socrate ci porta a credere che non soddisfacesse questi standard. Non lavorava per vivere. Non provava nemmeno a guadagnarsi da vivere con i suoi insegnamenti. Preferiva abbracciare la povertà, almeno secondo molti commentatori, e trascorrere del tempo con i giovani della città, alcuni dei quali seguirono il suo esempio.

Tuttavia, era noto per essere molto attivo in luoghi pubblici come il mercato, conversando con persone di sesso, età e status sociali diversi (compresi schiavi e stranieri). Non conversava per insegnare alle persone ciò che personalmente dava per scontato, ma per discutere i presupposti dei suoi interlocutori. Questo era ciò che filosofare significava per lui: discutere con chiunque, istruito o meno, che volesse discutere questioni che non potevano essere risolte senza ricorrere all'arte del ragionamento.

Naturalmente, con qualsiasi filosofo famoso, non è mai facile distinguere tra ciò che la storia o le fonti ci insegnano per certo e ciò che è una mera costruzione. Il caso di Socrate presenta un problema unico: la storia e le fonti ci dicono molto poco e sembrano contraddirsi a vicenda. Questo è ciò che gli specialisti chiamano il "problema socratico".

La vita di Socrate e le sue idee ci sono note attraverso resoconti diretti, scritti di contemporanei (Aristofane) o discepoli (Platone e Senofonte), e attraverso resoconti indiretti, il più importante dei quali è quello scritto da Aristotele, che nacque quindici anni dopo la morte di Socrate (399). Poiché questi resoconti variano notevolmente l'uno dall'altro, sorge la domanda se sia possibile ricostruire la vita e, cosa più importante, le idee del Socrate storico sulla base di uno, più o tutti questi resoconti.

Socrate rimane una figura enigmatica: la sua vita e il suo pensiero sono accessibili a noi solo attraverso ricostruzioni interpretative, rendendolo un caso paradossale: una figura storica la cui eredità assume il carattere del mito.

Gran parte del nostro fascino per Socrate è dovuto al modo in cui è stato ritratto e il suo pensiero trasmesso da Platone. Tuttavia, una parte importante dell'immagine che abbiamo di lui deriva da un elemento specifico della sua vita: il suo processo e la sua condanna a morte.

Il processo e l'esecuzione di Socrate nel 399 a.C. furono un momento decisivo nella storia di Atene e nella storia della filosofia. Socrate fu accusato di empietà (non onorare gli dei di Atene e introdurre nuove divinità) e di corrompere i giovani con i suoi insegnamenti.

Questo evento singolare è stato esaminato e riesaminato da allora. Ci sono altri resoconti, ma è quello di Platone a essere diventato il mito fondante della filosofia e ad aver immortalato Socrate nell'immaginario popolare come un uomo di profonda forza morale e intelligenza, ma anche come un individuo singolarmente peculiare e imperscrutabile. Quando fu processato, Socrate aveva 70 anni, era sposato, padre di tre figli di età compresa tra 1 e 17 anni ed era povero.

Secondo Platone, durante il processo, Socrate si difese dicendo che era in missione divina per incoraggiare la riflessione morale e l'indagine intellettuale. Invece di chiedere pietà, disse di non aver fatto nulla di sbagliato e persino ironicamente suggerì che meritava una ricompensa. Questo atteggiamento probabilmente irritò la giuria, che lo dichiarò colpevole con un margine risicato.

Alcuni studiosi hanno anche sostenuto che il processo probabilmente aveva motivazioni politiche legate all'instabilità di Atene dopo la guerra del Peloponneso. Quando si arrivò alla sentenza, Socrate si rifiutò di suggerire una punizione che implicasse la colpevolezza. Ciò portò la giuria a condannarlo a morte tramite cicuta.

Un giorno o due prima della fine, l'amico d'infanzia di Socrate, Critone, cercò di convincere Socrate a scappare, ma non ci riuscì. Si rifiutò dicendo che avrebbe lui stesso violato quelle leggi che aveva sempre difeso e fuggendo in esilio avrebbe confermato il giudizio della giuria secondo cui era un corruttore dei giovani e questo avrebbe portato vergogna alla sua famiglia e ai suoi amici.

giovedì 27 marzo 2025

Veronesi vs Zichichi

Umberto Veronesi - Antonino Zichichi



Siamo abituati (direi formattati) a pensare seguendo una logica che ci sbatte in faccia l’evidenza del risultato. Ribellarsi a questa evidenza si passa sicuramente per matti.

In realtà, il paradigma mentale suggerito dalla logica e che adottiamo docilmente, è veramente l’unico possibile?

Tutte le leggi della fisica poggiano sullo stesso tavolo della logica.

Un corpo fermo vuole restare fermo; un corpo in movimento vuole continuare a restare in movimento; un corpo che cade sceglie un'unica direzione; il calore si diffonde soltanto in sola direzione.

Ma è possibile che tutto è così maledettamente scontato?

Può esistere un effetto senza una causa?

Può esserci movimento senza energia?

Può esserci un’azione senza un pensiero?

Può esistere una creazione senza creatore?

Tutte queste sono domande che potrebbero avere una cittadinanza soltanto se entrassimo nel mistico o abbandonassimo la ragione, dichiarandoci autonomamente pazzi o perlomeno dotandoci di licenza sovversiva dell’intelletto umano.

Però, se vogliamo essere logici a tutti costi, non dobbiamo abbandonare la nave quando la razionalità non dà più risposte. Saremmo, in quei casi, opportunisti del pensiero.

Umberto Veronesi, un noto medico, dice: “Il dolore diventa molto difficile identificarlo come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia. [...] ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore (o anche la tua carità come la chiamava don Giovanni) per la persona malata.

Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio.

Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi?

 Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del ‘non so’”.

Antonino Zichichi, scienziato, ci vuole convincere che pure la non-logica è anche logica e attraverso questo stratagemma ci forza ad accettare (per logica) l’esistenza di un creatore indipendentemente dal funzionamento del creato.   

La scienza ci dice che non è possibile derivare dal caos la logica che regge il mondo, dall'universo sub-nucleare all'universo fatto con stelle e galassie. Se c'è una logica deve esserci un Autore. L'ateismo, partendo dall'esistenza di tutti i drammi che affliggono l'umanità, sostiene che se Dio esistesse queste tragedie non potrebbero esistere. Cristo è il simbolo della difesa dei valori della vita e della dignità umana. Che sia figlio di Dio è un problema che riguarda la sfera trascendentale della nostra esistenza.

Negare l'esistenza di Dio però equivale a dire che non esiste l'autore della logica rigorosa che regge il mondo. Tutto dovrebbe esaurirsi nella sfera dell'immanente la cui più grande conquista è la scienza. La scienza però non ha mai scoperto nulla che sia in contrasto con l'esistenza di Dio. L'ateismo, quindi, non è un atto di rigore logico teorico, ma un atto di fede nel nulla.”

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