C’era una volta un uomo che non riusciva a capire perché la sua vita non
seguisse mai i piani.
Aveva fatto tutto “bene”. Aveva studiato con disciplina, scelto con cura il
lavoro, costruito relazioni con attenzione. Ogni decisione era stata ponderata,
ogni passo misurato. Eppure, ogni volta che credeva di essere arrivato a una
forma stabile, qualcosa accadeva: una crisi improvvisa, un desiderio inatteso,
un incontro che scompaginava tutto. Era come se la sua vita avesse una volontà
propria.
All’inizio aveva resistito. Aveva provato a rimettere ordine, a
“correggere” le deviazioni, a tornare sul percorso che aveva immaginato. Ma più
cercava di controllare, più le cose gli sfuggivano. Col tempo cominciò a
pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui.
Una notte, incapace di dormire, uscì per una breve camminata. Le strade
erano quasi vuote, illuminate da lampioni che sembravano sospesi nel silenzio.
Senza accorgersene, si ritrovò in un piccolo parco che non ricordava di aver
mai visto. Su una panchina sedeva un vecchio.
Non aveva nulla di speciale: un cappotto semplice, lo sguardo tranquillo,
le mani appoggiate su un bastone. Ma c’era in lui qualcosa di profondamente
presente, come se fosse lì da sempre.
L’uomo si avvicinò.
«Posso sedermi?» chiese.
Il vecchio fece un cenno. Rimasero in silenzio per qualche minuto. Poi,
senza preamboli, l’uomo parlò.
«Perché la mia vita non va come dovrebbe?»
Il vecchio non rispose subito. Osservò gli alberi, le loro ombre lunghe, il
modo in cui il vento muoveva appena le foglie.
«E se invece andasse esattamente come deve?» disse infine.
L’uomo lo guardò, infastidito. «No. Io avevo altri progetti. Volevo
stabilità. Coerenza. Una direzione chiara.»
«Tu volevi,» rispose il vecchio con calma, «ma non sei solo tu a volere.»
Quelle parole lo colpirono più di quanto si aspettasse.
«Che significa?»
Il vecchio si sporse leggermente in avanti. «Dentro di te c’è qualcosa che
non coincide con i tuoi piani. Non è contro di te, ma non è nemmeno sotto il
tuo controllo.» Indicò il petto dell’uomo.
«C’è un’immagine lì. Non un obiettivo, non un ruolo sociale. Un’immagine
più profonda. Una forma che cerca di realizzarsi.»
«Non capisco.»
Il vecchio sorrise. «Pensa a una ghianda. Dentro di lei c’è già la quercia.
Non deve decidere cosa diventare, non fa progetti. Cresce secondo ciò che è già
inscritto in lei.»
«Stai dicendo che la mia vita è già… scritta?»
«Non nel senso di un destino rigido,» rispose il vecchio. «Piuttosto come
una vocazione dell’anima. Una direzione invisibile che si manifesta attraverso
ciò che ti accade.»
L’uomo rimase in silenzio, confuso.
«E allora gli errori?» chiese dopo un po’. «Le scelte sbagliate? Le crisi?»
Il vecchio scosse la testa lentamente. «Non sono errori nel senso in cui
pensi. Sono deviazioni solo rispetto ai tuoi piani. Ma forse sono fedeltà a
qualcos’altro.»
«A cosa?»
«A ciò che sei, prima ancora di sapere chi sei.»
Quelle parole gli rimasero addosso.
«E il dolore?» insistette. «Perché così tanta fatica?»
Il vecchio lo guardò con uno sguardo che non giudicava. «Perché ciò che
deve emergere non è sempre comodo. L’anima non cerca il comfort. Cerca la
realizzazione della propria immagine.»
Fece una pausa.
«A volte, ciò che chiami “sintomo” è in realtà una voce. Non qualcosa da
eliminare, ma qualcosa da ascoltare.»
Il vento si fece un po’ più forte. Le foglie si mossero come se
sussurrassero.
«Quindi dovrei smettere di aggiustarmi?» chiese l’uomo.
«Forse dovresti smettere di trattarti come un problema da risolvere,»
rispose il vecchio. «E iniziare a guardarti come una storia da interpretare.»
«E come si fa?»
«Prestando attenzione a ciò che ti attira, anche quando non è logico. A ciò
che ritorna, anche quando cerchi di evitarlo. Ai momenti in cui ti senti più
vivo, ma anche a quelli in cui ti senti più perso.»
Si alzò lentamente.
«Non chiederti solo: “Cosa devo fare della mia vita?” Chiediti: “Che cosa
la mia vita sta facendo di me?”»
L’uomo rimase seduto, immobile. Quando si voltò, il vecchio non c’era più. Non
sapeva da dove fosse venuto, né dove fosse andato. Ma qualcosa dentro di lui si
era spostato. Tornando a casa, non cercò soluzioni. Non fece piani.
Per la prima volta, osservò. Ripensò agli eventi che aveva sempre
considerato errori: quella scelta impulsiva, quell’incontro che aveva cambiato
tutto, quella crisi che lo aveva costretto a fermarsi. Forse non erano
deviazioni. Forse erano indizi.
Nei giorni successivi, iniziò a vivere in modo diverso. Non più cercando di
forzare la direzione, ma ascoltando le immagini che emergevano: sogni,
desideri, intuizioni sottili.
Non tutto divenne chiaro. Anzi, molte cose restavano confuse. Ma non era
più in guerra con la sua vita. Aveva smesso di volerla correggere. Stava
iniziando, lentamente, a leggerla.
E in quella lettura, imperfetta e continua, qualcosa dentro di lui cresceva
- non secondo i suoi piani, ma secondo la forma segreta che, forse, era sempre
stata lì.

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