Benvenuto su Riflessioni Filosofiche

In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

domenica 20 aprile 2025

Il modello per lo studio dell'anima


Nel giorno di Pasqua, mi sono chiesto che cosa augurare ai miei amici. 

Inviare messaggi formali o inoltrare immagini sante, ritengo che sia una prassi quasi inutile se poi non c'è nessuna ricaduta sugli atteggiamenti futuri. 

Così ho pensato a un modello di analisi tecnica che insegnavo a scuola per focalizzare la mente dei futuri tecnici su come approcciarsi alle problematiche che inevitabilmente intervengono nel normale funzionamento dei dispositivi in uso.

Esiste nella teoria della progettazione delle reti di computer un argomento che, ahimè, risulta antipatico e trascurato nella sua importanza dagli studenti. Si tratta del “Modello ISO/OSI”.

Per coloro che non sono informatici, sappiano che la conoscenza di tale argomento e paragonabile a quella della Bibbia per i cristiani, al Corano per i mussulmani, alla Costituzione per gli stati democratici.

Pensate a come fu fatta nascere la costituzione degli Stati Uniti d'Amera. Un gruppo di "saggi" si riunirono per stilare un grande documento di riferimento, consultabile da chiunque volesse costruire ed operare in democrazia, rispetto e libertà.

Il modello OSI, tenendo conto della complessità dei problemi, interviene per fornire regole a carattere generale finalizzate a uniformare scelte progettuali, procedurali e formali. 

Discende quindi, che qualunque dispositivo realizzato da una qualunque azienda in un qualunque posto del mondo, può essere capito, usato e scambiato con uno simile, senza problemi. In altre parole, il dispositivo è costruito nel linguaggio universale della tecnica.

Il modello OSI, per ottenere questi risultati, si è dato una strutturazione logica che ha tenuto conto dei limiti umani.

Sapete benissimo che, salvo poche eccezioni, siamo disordinati, presuntuosi nel credere di sapere ciò che vogliamo o addirittura, ciò che gli altri vogliono. Siamo pasticcioni e portati a credere che le nostre idee siano sempre migliori. Spesso diamo per scontato che alcuni significati, associati alle nostre parole, siano chiari e inequivocabili. Infine, il nostro operato è, per definizione, perfetto già dalla prima azione intrapresa. 

La conseguenza di questi assunti ci conduce o a forzare le nostre idee o a elemosinare comprensione per argomenti che ad altri potrebbero sembrare poco interessanti o, in certi casi, stralunati.

Il modello OSI ha capito che non siamo tutti uguali e per questo, le problematiche esso le ha scisse in livelli di rudezza o semplicità.

Per meglio spiegarmi, pensate a ciò che ha fatto Dante con la Divina Commedia dividendo l’inferno in gironi o il paradiso in cieli.

I livelli sono stati individuati in modo da raccogliere in sé lo stesso tipo di problematica, così da poter individuare soluzioni trasparenti ad altri livelli ma più semplici da organizzare e utilizzare.

Essi sono individuati in base al loro grado di raffinatezza o senza voler offendere nessuno, in base alla capacità intellettiva. Per questo motivo, possono comunicare con brevi frasi e rigorosamente disciplinate, solo tra i loro immediati superiori e inferiori, nella scala della ragione. Il termine tecnico giusto, usato per riferirsi ai livelli vicini, è quello di “adiacenti”.

Il modello individua sette livelli che, come sette fratelli nati in tempi diversi, hanno un tipo di istruzione differente; dal più modesto al più colto ed elegante. 

I livelli bassi, a causa della loro scarsa criticità, assolvono compiti quasi meccanici e senza inventiva personale, mentre i livelli superiori filosofano sulle funzionalità producendo servizi di alto contenuto logico e valore applicativo. 

I livelli alti non sanno dell’esistenza dei bassi livelli, si indignano facilmente e credono in valori completamente ignoti ai livelli operai. 

La loro comunicazione è riservata ai livelli dello stesso rango, questi prendono il nome di “paritetici”. 

Il livello di intelligenza superiore impone l’assenza di un collegamento fisico diretto ma solo un’intesa filosofica.

Platone nella sua “Repubblica” forse aveva in mente il modello OSI, quando divideva il popolo in oro, argento e ferro. Egli attribuiva ai filosofi il livello di oro, agli esecutori dello stato, l’argento e al popolo ignorante, il ferro. 

Egli diceva, inoltre, che ognuno nel suo livello riesce a dare il meglio in relazione alle capacità ereditate dalla natura.

In modo quasi razzistico, affermava che il giorno in cui il ferro vorrà sostituirsi all’oro non saprà più essere né ferro né oro.

Adottando il modello OSI come riferimento nella società civilizzata, il governo avrebbe la possibilità di condurre una analisi critica, mirata e puntuale in tutte le situazioni problematiche.

Avrebbe, cioè, la possibilità di saper meglio individuare le cause dei problemi e di conseguenza, adottare le soluzioni opportune per il bene di tutti.

 

sabato 19 aprile 2025

La pigrizia mentale


La pigrizia mentale, un fenomeno pervasivo ma poco studiato, si riferisce alla tendenza umana a evitare riflessioni e analisi approfondite a favore di soluzioni rapide e semplicistiche a problemi complessi. Questa tendenza comportamentale è strettamente correlata ai bias cognitivi, per cui gli individui sono più propensi ad accontentarsi di informazioni che rafforzano le loro convinzioni preesistenti ed evitano di confrontarsi con idee che mettono in discussione le loro prospettive. 

La crescente prevalenza della pigrizia mentale nell'era del sovraccarico informativo solleva interrogativi cruciali sul suo impatto sul processo decisionale, sul dibattito pubblico e sul progresso sociale.

La scienza cognitiva offre una spiegazione della pigrizia mentale, indicando la naturale inclinazione del cervello a preservare le risorse mentali. In scenari che richiedono una riflessione ponderata, le persone spesso preferiscono scorciatoie mentali (euristiche) che forniscono risposte immediate, seppur superficiali. 

Sebbene queste euristiche siano utili per il processo decisionale di routine, possono essere dannose se applicate a questioni complesse, come dilemmi scientifici, filosofici o politici. La crescente dipendenza da queste scorciatoie, soprattutto nel contesto del costante bombardamento di informazioni da parte dei media digitali, evidenzia l'urgente necessità di comprendere i meccanismi sottostanti e le conseguenze della pigrizia mentale.

Per garantire la chiarezza della presentazione, è necessario definire diversi concetti chiave:

Bias cognitivi: schemi sistematici di deviazione dalla razionalità nel giudizio, che portano gli individui a trarre conclusioni illogiche basate su convinzioni preesistenti o scorciatoie mentali.

Sovraccarico informativo: uno stato in cui il volume di informazioni disponibili supera la capacità di un individuo di elaborarle e interpretarle. Ciò può portare a una riduzione della profondità analitica e a una maggiore dipendenza da scorciatoie cognitive.

Euristiche: scorciatoie mentali o regole empiriche che consentono agli individui di prendere decisioni rapide senza impegnarsi in un'analisi approfondita. Sebbene efficienti, le euristiche possono contribuire a errori di giudizio, soprattutto in situazioni complesse.

Le radici cognitive della pigrizia mentale

Il fenomeno della pigrizia mentale è profondamente intrecciato con l'efficienza cognitiva. Il cervello umano è progettato per risparmiare energia, soprattutto quando si trova ad affrontare compiti complessi. Il ragionamento profondo richiede un notevole sforzo cognitivo, che coinvolge processi come la valutazione critica, l'integrazione di diverse fonti di informazione e la considerazione delle conseguenze a lungo termine. 

Dato il dispendio energetico di tali compiti, gli individui spesso tendono a ricorrere a modalità di pensiero meno dispendiose in termini di risorse, come l'accettazione di convinzioni comuni o della prima spiegazione disponibile.

Questa economia cognitiva è adattiva in alcune situazioni, come quando si prendono decisioni di routine che non richiedono molta riflessione. Tuttavia, diventa problematica quando applicata a scenari complessi o ambigui che richiedono un'attenta riflessione. 

Ad esempio, di fronte a una questione politica controversa, un individuo incline alla pigrizia mentale potrebbe semplicemente adottare la visione del proprio partito politico o gruppo sociale preferito senza valutare prospettive alternative.

Questa tendenza è aggravata dal pregiudizio di conferma, per cui gli individui cercano selettivamente informazioni che rafforzano le loro opinioni preesistenti e respingono le prove contrarie.

Il ruolo del sovraccarico informativo

L'era moderna, caratterizzata dalla crescita esponenziale dei media digitali e dal flusso continuo di informazioni, amplifica gli effetti della pigrizia mentale. Il sovraccarico informativo crea un ambiente in cui le persone vengono bombardate da più dati di quanti ne possano ragionevolmente elaborare, portandole a fare ancora più affidamento sulle scorciatoie mentali. 

Uno studio di settore ha evidenziato come il sovraccarico informativo possa compromettere il pensiero critico, sovraccaricando le capacità cognitive degli individui. In tali situazioni, le persone sono più propense a ricorrere a narrazioni semplificate o risposte stereotipate, poiché richiedono uno sforzo cognitivo minimo.

Inoltre, gli algoritmi dei social media contribuiscono a questa dinamica rafforzando il bias di conferma. Piattaforme come Facebook e X selezionano i contenuti in base alle interazioni precedenti degli utenti, creando di fatto "camere di risonanza" in cui gli individui sono esposti principalmente a informazioni in linea con le loro convinzioni preesistenti. Questo rafforza la pigrizia mentale, poiché gli utenti non sono stimolati a confrontarsi con punti di vista diversi o a mettere in discussione le proprie convinzioni.

Implicazioni per il processo decisionale

La pigrizia mentale ha profonde implicazioni per il processo decisionale, in particolare in contesti ad alto rischio come la salute pubblica, le politiche ambientali e la governance politica. 

Uno studio del 2020 sulla risposta del pubblico alle linee guida sanitarie relative al COVID-19 ha rivelato che gli individui che mostravano pigrizia mentale erano più propensi a rifiutare raccomandazioni scientificamente fondate a favore di disinformazione o spiegazioni semplicistiche. Ciò dimostra come la pigrizia mentale, aggravata da bias cognitivi, possa minare un processo decisionale informato e gli sforzi per la salute pubblica.

La preferenza per spiegazioni semplicistiche non si limita al comportamento individuale. Può manifestarsi anche nel processo decisionale istituzionale, dove i responsabili politici possono optare per soluzioni populiste che fanno appello al sentimento pubblico ma non riescono ad affrontare la complessità delle questioni sottostanti.

Questa tendenza a evitare una deliberazione sfumata a favore di narrazioni facilmente assimilabili minaccia la qualità della governance e la capacità di affrontare le sfide sociali a lungo termine.

Superare la pigrizia mentale

Affrontare la pigrizia mentale richiede interventi sia individuali che sistemici. A livello individuale, sono essenziali iniziative educative che promuovano il pensiero critico. Studi hanno dimostrato che la formazione in strategie metacognitive – tecniche che incoraggiano gli individui a riflettere sui propri processi di pensiero – può ridurre la dipendenza dai bias cognitivi e migliorare il processo decisionale.

A livello sociale, le riforme nei media digitali e nella diffusione delle informazioni sono cruciali. Ciò include la promozione della trasparenza algoritmica nelle piattaforme dei social media e l'incoraggiamento al consumo di fonti di informazione diversificate e di alta qualità. Inoltre, campagne pubbliche di sensibilizzazione sui bias cognitivi e sulla pigrizia mentale potrebbero aiutare gli individui a riconoscere e mitigare la propria tendenza al pensiero superficiale.

Conclusione

La pigrizia mentale rappresenta una sfida cognitiva significativa nel mondo moderno, in particolare in un'epoca di sovraccarico di informazioni. La tendenza a evitare ragionamenti complessi a favore di spiegazioni semplici e facilmente accessibili è profondamente radicata nei bias cognitivi come il bias di conferma e la naturale inclinazione del cervello a preservare le risorse mentali. Sebbene questa tendenza possa avere effetti adattativi nei processi decisionali di routine, diventa problematica quando applicata a questioni sociali complesse.

La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sull'identificazione di strategie per promuovere un pensiero critico più profondo e ridurre la dipendenza da scorciatoie mentali. Interventi a livello sia individuale che sistemico sono necessari per contrastare la crescente prevalenza della pigrizia mentale e il suo impatto sui processi decisionali e sul dibattito pubblico.

venerdì 18 aprile 2025

Ciò in cui credi, lo diventi


 

C'era una volta un ragazzo di nome Andrea che viveva in una piccola città. Non era il più intelligente della classe e non era bravo negli sport. Ma c'era una cosa che lo distingueva dagli altri: un forte desiderio di migliorare la propria vita. 

Ogni notte, Andrea guardava le stelle e sognava in grande. I suoi amici lo prendevano in giro e persino i suoi insegnanti gli dicevano di "essere realista". Ma lui era aggrappato a una convinzione: "Un giorno, dimostrerò loro che si sbagliano".

Un giorno, Andrea si imbatté in un vecchio libro in una bancarella lungo la strada. Si intitolava "La tua mente è una calamita". Curioso, lo comprò per sole 500 lire. Quel libro lo introdusse al concetto di mentalità: ciò in cui credi, lo diventi.

Ispirato, iniziò a svegliarsi presto, a studiare più duramente e persino ad aiutare i suoi genitori con un sorriso. La sua vita iniziò lentamente a cambiare, non perché il mondo fosse cambiato, ma perché era cambiato lui.

Ciò che Andrea imparò rapidamente fu che il cambiamento non avviene dall'oggi al domani. Iniziò a porsi piccoli obiettivi: leggere una pagina al giorno, imparare una parola nuova, compiere un gesto gentile. Questi piccoli passi, ripetuti quotidianamente, divennero abitudini. 

Le abitudini divennero disciplina. E la disciplina divenne il suo superpotere. Nel giro di un anno, passò dall'essere uno studente sotto la media al primo della classe. Non aveva bisogno di magia, aveva solo bisogno di costanza.

Anche quando la sua famiglia ha dovuto affrontare problemi finanziari, Andrea non si è arreso. Iniziò a dare ripetizioni a studenti più giovani, guadagnando abbastanza per aiutare la famiglia e pagarsi gli studi. Le stesse persone che un tempo dubitavano di lui ora lo ammiravano.

Dimostrò che non sono le circostanze a definire il futuro, ma le decisioni.

La storia di Andrea non parla di fortuna o miracoli. Parla di mentalità, impegno e fiducia in sé stessi.

Non devi obbligatoriamente essere perfetto o nato in una famiglia privilegiata.

Devi solo credere che la tua storia non sia ancora scritta e che tu abbia in mano la penna.

Quindi fai il primo passo oggi, non importa quanto piccolo.

Come Andrea, anche tu puoi scrivere una storia che ti cambia la vita.


giovedì 17 aprile 2025

Amore per la vita




Aveva più di 90 anni e si ostinava a usare la bicicletta, una vecchia “graziella” degli anni settanta.

Era tenero e sorprendente vederlo curvo su quella bicicletta.

Ormai il peso degli anni lo avevano piegato di novanta gradi e pedalare era diventato difficile.

Così il povero vecchietto sedeva sul sellino della bicicletta, ma non aveva la forza di pedalare.

Stando a cavallo della bicicletta con i piedi appoggiati al suolo, procedeva lentamente spingendosi in avanti con le punta dei piedi invece di pedalare.

La singolarità dei suoi movimenti lo rendeva straordinario mentre cercava di esistere nel traffico cittadino.

Tutti lo conoscevano e ogni volta che lo si incrociava nessuno rinunciava a dargli uno sguardo misto di simpatia e curiosità. Nessuno si spazientiva per l’intralcio che creava allo scorrere del traffico.

Quel buon uomo era titolare di una merceria che continuava a tenere aperta quantunque nessun cliente si affacciava già da molto tempo.
La vetrinetta del piccolo negozio denunciava gli anni del suo padrone.

Era tutta impolverata e con gli stessi articoli in mostra da chissà quanto tempo. Ormai, rappresentava la testimonianza del tempo che inesorabilmente scorre, cambia e trasforma tutto, indipendentemente che si tratti di cose o sentimenti.

All’ora di chiusura, il buon uomo compiva il suo ultimo sforzo della giornata di “lavoro”, prima di riprendere la bicicletta per ritornare a casa.

Abbassare una vecchia saracinesca e agganciare il lucchetto al perno di base è una operazione non semplice per un giovane, figuriamoci per un novantenne.
Ma per il nostro eroe sebbene l’impresa fosse apparentemente impossibile, egli la eseguiva regolarmente tutti i giorni.

Mettere il lucchetto alla base della saracinesca, comportava piegarsi oltre i suoi novanta gradi predisposti dalla vecchiaia e ciò, agli occhi di un osservatore esterno, rendeva l’operazione suscettibile di meraviglia.

Serviva tempo e calma per effettuare il piegamento necessario, infilare la chiave di bloccaggio e poi saldare il lucchetto ai blocchi. 

Ogni giorno che passava il compito diventava sempre più difficile e faticoso, anche se apparentemente non se ne dava preoccupazione.

Il mio stupore si ingigantisce quando penso a molti giovani che si credono martiri difronte a difficoltà che, prima di loro, i loro genitori hanno affrontato senza grandi clamori o lamentele.

Quell’anziano lo ammiravo. Egli dava una grande prova di come si possa amare la vita nonostante tutti i limiti che la vecchiaia inesorabilmente impone.

Sono certo, che, a dispetto di tutti i suoi problemi di locomozione, quell'uomo era felice di poter continuare a dirigere sé stesso e sentirsi vivo in una società che tende a “vedere” gli anziani come scarti e non risorse.

Inoltre, il suo esempio insegna che accettare consapevolmente le debolezze umane è un modo dignitoso per vincerle.

mercoledì 16 aprile 2025

Il mondo è parte di Dio (Spinoza)

Baruch Spinoza (1632-1677)


Sebbene Baruch Spinoza sia considerato uno dei grandi pensatori della tradizione filosofica europea, non era uno studioso professionista: si guadagnava da vivere modestamente come affilatore di lenti. Quindi, a differenza di molti pensatori del suo tempo, non era vincolato da vincoli di fedeltà a una chiesa, a un'università o a una corte reale. Era libero di essere fedele alla ricerca della verità. 

Questo conferisce alla sua filosofia una lucida originalità e una purezza intellettuale, ma ha anche portato a controversie e accuse di eresia. Nel XIX secolo, e forse anche più recentemente, "spinozista" era ancora un termine offensivo tra gli intellettuali.

In un certo senso, Spinoza è sempre stato un outsider, e questa indipendenza è proprio ciò che gli ha permesso di guardare oltre le confusioni, i pregiudizi e le superstizioni prevalenti nel XVII secolo e di acquisire una prospettiva nuova e radicale su diverse questioni filosofiche e religiose. 

Nacque nel 1632 da genitori ebrei portoghesi fuggiti ad Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni, quindi fin dall'inizio si sentì completamente a casa. Nonostante fosse uno studente eccellente nelle scuole ebraiche che frequentò, finì per essere considerato dai leader della sua comunità un'influenza pericolosa. All'età di 24 anni fu espulso dalla sinagoga di Amsterdam per le sue opinioni e pratiche "intollerabili".

Una delle caratteristiche più importanti e distintive della filosofia di Spinoza è la sua assoluta concretezza. Le sue idee non sono mai semplici costruzioni intellettuali, ma conducono direttamente a un certo stile di vita. Ciò è dimostrato dal fatto che la sua opera più importante, che combina metafisica, teologia, epistemologia e psicologia umana, si intitola Etica. 

In quest'opera, Spinoza sostiene che la via verso la "beatitudine" o la "salvezza" per ogni persona implica un'espansione della mente verso una comprensione intuitiva di Dio, dell'intera natura e delle sue leggi. In altre parole, la filosofia per Spinoza è come una pratica spirituale, il cui obiettivo è la felicità e la liberazione.

L'orientamento etico del pensiero di Spinoza si riflette anche nella sua natura e nella sua condotta. A differenza della maggior parte dei grandi filosofi, Spinoza ha la reputazione di aver vissuto una vita esemplare, quasi santa, caratterizzata da modestia, gentilezza, integrità, coraggio intellettuale, disprezzo per la ricchezza e mancanza di ambizioni mondane. 

Secondo Bertrand Russell, Spinoza era "il più nobile e amabile dei grandi filosofi". Sebbene le sue idee fossero disprezzate da molti contemporanei, attirò numerosi seguaci devoti che si riunivano regolarmente nella sua casa di Amsterdam per discutere della sua filosofia. Questi amici fecero sì che l'Etica di Spinoza fosse pubblicata subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1677.

L'idea più famosa e provocatoria di Spinoza è che Dio non è il creatore del mondo, ma che il mondo è parte di Dio. Questa idea viene spesso identificata come panteismo, la dottrina secondo cui Dio e il mondo sono la stessa cosa, in conflitto sia con gli insegnamenti ebraici che con quelli cristiani.

Il termine "panteismo" è moderno, probabilmente apparso per la prima volta negli scritti del libero pensatore irlandese John Toland (1705) e composto dalle radici greche pan (tutto) e theos (Dio). Ma se non il nome, le idee stesse sono antiche, e qualsiasi analisi della storia della filosofia scoprirà numerosi pensatori panteisti o di inclinazione panteistica; sebbene vada anche notato che in molti casi tutto ciò che la storia ci ha conservato sono resoconti di seconda mano di dottrine attribuite, qualsiasi ricostruzione delle quali è troppo congetturale per fornire un'illuminazione filosofica significativa.

Tuttavia, sebbene Spinoza sia considerato la fonte principale del panteismo moderno, egli in realtà vuole mantenere la distinzione tra Dio e il mondo. La sua originalità risiede nella natura di questa distinzione. Dio e il mondo non sono due entità diverse, sostiene, ma due aspetti diversi di un'unica realtà.

Al centro della filosofia di Baruch Spinoza c'è una sfida alla tradizionale visione giudaico-cristiana del rapporto tra Dio e il mondo. Mentre la Bibbia ebraica e le scritture cristiane condividono una concezione di Dio come creatore del mondo naturale e direttore della storia umana, Spinoza sostiene che tutto ciò che esiste è un aspetto di Dio che esprime qualcosa della natura divina.

Questa idea che Dio non sia separato dal mondo è esposta sistematicamente nell'Etica, il capolavoro di Spinoza. Tuttavia, un'introduzione più accessibile alla visione di Spinoza del rapporto tra Dio e la natura si può trovare nella sua analisi dei miracoli in un testo precedente, il Trattato teologico-politico. Questo libro presenta un'interpretazione innovativa della Bibbia che ne mina l'autorità come fonte di verità e mette in discussione la comprensione tradizionale della profezia, dei miracoli e della legge divina.

Nel sesto capitolo del Trattato teologico-politico, Spinoza affronta le "confuse idee del volgo" sul tema dei miracoli. La gente comune tende a considerare eventi apparentemente miracolosi – fenomeni che sembrano interrompere e confliggere con l'ordine naturale – come prova della presenza e dell'attività di Dio. 

In realtà, non è solo "il volgo" a sostenere questa opinione: nel corso della storia, i teologi hanno fatto appello ai miracoli per giustificare la fede religiosa, e alcuni continuano a farlo ancora oggi.

Per Spinoza, tuttavia, parlare di miracoli non è prova del potere divino, ma dell'ignoranza umana. Un evento che sembra contravvenire alle leggi della natura è, sostiene, semplicemente un evento naturale la cui causa non è ancora compresa.

Alla base di questa visione c'è l'idea che Dio non sia un essere trascendente in grado di sospendere le leggi della natura e intervenire nel suo normale funzionamento. Al contrario, "la divina provvidenza è identica al corso della natura".

Spinoza sostiene che la natura abbia un ordine fisso ed eterno che non può essere violato. Ciò che di solito, con un antropomorfismo fuorviante, viene chiamato volontà di Dio non è in realtà altro che questo immutabile ordine naturale. Da ciò consegue che la presenza e il carattere di Dio si rivelano non attraverso eventi apparentemente miracolosi e soprannaturali, ma attraverso la natura stessa.

Come afferma Spinoza: "La natura e l'esistenza di Dio, e di conseguenza la Sua provvidenza, non possono essere conosciute dai miracoli, ma possono essere percepite molto meglio dall'ordine fisso e immutabile della natura".

Naturalmente, questa visione ha gravi conseguenze per l'interpretazione delle Scritture, poiché sia ​​l'Antico che il Nuovo Testamento includono numerose descrizioni di eventi miracolosi. Spinoza non si limita a respingere queste narrazioni bibliche, ma sostiene che i lettori moderni colti debbano distinguere tra le opinioni e le usanze di coloro che assistettero e registrarono i miracoli e ciò che accadde realmente.

Contestando l'interpretazione letterale delle Scritture prevalente ai suoi tempi, Spinoza insiste sul fatto che "molte cose sono narrate nella Scrittura come reali, e si credeva che lo fossero, mentre in realtà erano solo simboliche e immaginarie".

Questo può sembrare ragionevole a molti credenti contemporanei, ma l'atteggiamento di Spinoza nei confronti della Bibbia era di gran lunga all'avanguardia per i suoi tempi. Oggi diamo per scontato un certo grado di relativismo culturale, e la maggior parte di noi è pronta ad accettare che i popoli antichi comprendessero il mondo in modo diverso da noi, e quindi avessero idee diverse sulla causalità naturale e divina. 

Quando fu pubblicato per la prima volta nel 1670, tuttavia, il Trattato teologico-politico suscitò ampie proteste e condanne. Di fatto, fu proprio questa reazione a spingere Spinoza a rinviare la pubblicazione dell'Etica a dopo la sua morte, per evitare ulteriori problemi.

Ma cosa dobbiamo pensare dell'affermazione di Spinoza secondo cui la volontà di Dio e la legge naturale sono la stessa cosa?

Esistono diversi modi di interpretare questa idea, alcuni più adatti alla fede religiosa di altri. Da un lato, se Dio e la natura sono identici, allora forse il concetto di Dio diventa superfluo. Perché non abbandonare semplicemente l'idea di Dio e concentrarsi sul miglioramento della nostra comprensione della natura attraverso la ricerca scientifica?

D'altra parte, Spinoza sembra suggerire che il ruolo di Dio nella nostra vita quotidiana sia più costante, immediato e diretto rispetto a coloro che si affidano a eventi miracolosi e straordinari come segni dell'attività divina.

E naturalmente, l'idea che l'ordine della natura riveli l'esistenza e l'essenza di Dio porta direttamente alla visione che la natura è divina e dovrebbe essere apprezzata e persino venerata come tale. In questo modo, Spinoza ebbe un'importante influenza sui poeti romantici del XIX secolo. 

In effetti, la filosofia di Spinoza sembra fondere insieme la visione del mondo romantica e quella scientifica, poiché ci dà motivo sia di amare il mondo naturale, sia di migliorare la nostra comprensione delle sue leggi.

La visione che Spinoza vuole rifiutare può essere riassunta in una sola parola: antropomorfismo. Questo significa attribuire caratteristiche umane a qualcosa di non umano – tipicamente, a piante o animali, o a Dio. La negazione dell'antropomorfismo da parte di Spinoza ha diverse importanti implicazioni. 

In primo luogo, egli sostiene che è sbagliato pensare a Dio come dotato di intelletto e volontà. In realtà, il Dio di Spinoza è un potere del tutto impersonale, e questo significa che non può rispondere alle richieste, ai bisogni e alle esigenze degli esseri umani.

Un tale Dio non premia né punisce – e questa intuizione libera la fede religiosa dalla paura e dal moralismo.

In secondo luogo, Dio non agisce secondo ragioni o scopi. Rifiutando questa concezione teleologica di Dio, Spinoza ha messo in discussione un principio fondamentale del pensiero occidentale. L'idea che un dato fenomeno possa essere spiegato e compreso in riferimento a un obiettivo o a uno scopo è un pilastro della filosofia di Aristotele, e i teologi medievali trovarono che ciò si adattava perfettamente alla narrazione biblica della creazione del mondo da parte di Dio. 

La descrizione teleologica della natura di Aristotele fu quindi adattata alla dottrina cristiana di un Dio che creò il mondo secondo un piano specifico, analogo a un artigiano umano che crea manufatti per raggiungere determinati scopi. Tipicamente, i valori e le aspirazioni umane giocavano un ruolo di primo piano in queste interpretazioni dell'attività divina.

Spinoza conclude il primo libro dell'Etica liquidando questa visione del mondo come mero "pregiudizio" e "superstizione". Gli esseri umani, suggerisce, "considerano tutte le cose naturali come mezzi per il proprio vantaggio", e per questo credono in "un signore della natura, dotato di libertà umana, che ha curato tutte le cose per loro e le ha create per il loro uso". 

Inoltre, le persone attribuiscono a questo sovrano divino il proprio carattere e stato mentale, concependo Dio come adirato o amorevole, misericordioso o vendicativo. "Così è accaduto che ognuno, partendo dal proprio temperamento, abbia escogitato diversi modi di adorare Dio, affinché Dio lo amasse sopra tutti gli altri e dirigesse l'intera natura secondo le esigenze del suo cieco desiderio e della sua insaziabile avidità", scrive Spinoza.

È interessante confrontare questa critica della "superstizione" religiosa con le opinioni del filosofo scozzese del XVIII secolo David Hume. Nei suoi Dialoghi sulla religione naturale, Hume contesta la credenza popolare in un Dio creatore e, altrove, scredita gli appelli ai miracoli come prova dell'attività divina. 

Sebbene Hume sembri riecheggiare Spinoza su questi punti, esiste una differenza cruciale tra i due filosofi. Hume ritiene che molti aspetti della fede cristiana siano sciocchi e incoerenti, ma la sua alternativa a tale "superstizione" è un sano scetticismo, che riconosce che le dottrine religiose non possono essere giustificate dalla ragione o dall'esperienza. La sua posizione è piuttosto ambigua, ma implica un atteggiamento modesto e pragmatico nei confronti della verità e sembra condurre all'agnosticismo.

Spinoza, d'altra parte, ritiene che esista una vera concezione di Dio accessibile all'intelligenza umana. Sostiene che le credenze religiose errate siano pericolose proprio perché oscurano questa verità, impedendo così agli esseri umani di raggiungere la vera felicità, o "beatitudine".

C'è quindi più in gioco nella critica di Spinoza alla superstizione popolare che in quella di Hume. Per Hume, i credenti religiosi probabilmente sbagliano, ma le conseguenze esistenziali della loro stoltezza potrebbero non essere particolarmente gravi. Spinoza, al contrario, vuole liberare i suoi lettori dalla loro ignoranza per avvicinarli alla salvezza.

martedì 15 aprile 2025

La banca che ti augura il buon compleanno


 

Vi capita di rimanere senza soldi in tasca?

Domanda retorica! Non è vero?

Chi ha la fortuna che gli consente di preoccuparsi soltanto di cercare un punto ATM (bancomat) è cautelato dall’incubo dell’impotenza economica.

La sua tranquillità è ancora più blindata se, dopo aver digitato il codice segreto, appare il seguente messaggio:

La nostra banca è lieta di porgerle i più sentiti auguri di buon compleanno!”.

Nel giorno del compimento dei miei anni, questo messaggio mi deprime.

Ho due buoni motivi per giustificarmi.

Il primo è che non mi spiego come una banca possa esprimere un sentimento che implica tanta intimità.

L’altro motivo è legato al consumismo e all’apparire.

La banca è così presuntuosa (o pretestuosa!) da credere che io possa sentirmi gratificato da un anonimo e formale augurio!

Vi è capitato di ascoltare una bella canzone data in pasto alla pubblicità per cibo ai cani o prodotti per il dimagrimento o lassativi efficaci? Il mondo dei ricordi, il fascino delle emozioni, legato a quella canzone finisce in un vespasiano (scusatemi l’uso improprio della parola).

Non credo di volere l’impossibile sperando di ricevere auguri sinceri!

Sarei felice ricevendoli da chi non guarda nel mio portafoglio; da chi, ogni giorno ha il piacere di vedermi; da chi sa come il mio cuore si contrae al suo sorriso; da chi ha capito come vivere il proprio tempo in compagnia delle persone.

Se l’indifferenza è padrona del vostro stato d’animo, se non mi ritenete una persona gradita (ohibò!) o a causa delle mie indolenze o dei miei limiti e per questi motivi, non riuscite ad accettarmi, rinviate gli auguri al momento in cui potrò farvi ricredere.

Se risulterà troppo tardi, non vi preoccupate, perché avremo modo di chiarirci nel mondo dove le anime non usano portare occhiali.

 

lunedì 14 aprile 2025

L’Ironia napoletana come arma contro le difficoltà della vita

Luciano De Crescenzo (1928-2019)


 

“Io penso che Napoli sia ancora l’ultima speranza che ha l’umiltà per sopravvivere”.

È la frase di Luciano De Crescenzo riportata per inciso sul murale nei Quartieri Spagnoli di Napoli, precisamente all’angolo tra vico Tre Regine e via Emanuele De Deo. Il murale raffigura il volto sorridente di Luciano De Crescenzo in bianco e nero.

Chi era Luciano De Crescenzo?

Luciano De Crescenzo è stato un Ingegnere della IBM, appassionato divulgatore della Storia della filosofia greca e medievale: un po' meno di quella contemporanea. Nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia nel 1928, è morto a Roma nel 2019 a causa di una polmonite.  I suoi manoscritti rappresentano la vivida testimonianza di come si posso unire, giocosamente per così dire, il rigore scientifico della filosofia con l’ironia napoletana: E pare che i napoletani siano molto bravi in questo.

Questo sano umorismo affonda le radici nella storia delle tradizioni di Napoli: basti pensare alla commedia dell’arte, con personaggi come Pulcinella, noto per la sua capacità di sdrammatizzare le difficoltà della vita attraverso la satira e l’ironia; satira e ironia come strumenti essenziali per sopportare la vita. Dopo la maturità classica, De Crescenzo si iscrive alla facoltà di ingegneria presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II, secondo il volere dei genitori.

Dopo la laurea non trova lavoro; si arrangia facendo piccoli lavoretti. Sui trent’anni viene contattato dalla IBM; qui ci lavora per molti anni sino a ricoprire la carica dirigenziale. Sulla soglia dei cinquant’anni, capisce che nella sua vita qualcosa non è andato per il verso giusto e che quello che faceva non era addirittura il suo mondo. Dunque lascia tutto per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e alla divulgazione.

Il suo primo libro, Così parlò Bellavista, pubblicato nel 1977 divenne un vero e proprio caso editoriale. Il libro unisce aneddoti di vita, filosofia quotidiana, napoletanità, in modo leggero e profondo allo stesso tempo. Egli è riuscito, a mio avviso, in una impresa rarissima: far parlare Socrate, Platone, Plotino, e altri dinosauri del pensiero Occidentale con simpatia e leggerezza. Il suo modo di scrivere è accessibile a tutti.

La sua forza era nel linguaggio: semplice, mai banale, mai pretenzioso. Parlava alla gente come se avesse davanti a sé un amico di vecchia data al quale racconta storie al bar: sempre con un tocco di eleganza filosofica!

In altre parole, si può ben dire che De Crescenzo costituisce la sintesi hegeliana tra la cultura alta e quella popolare, capace di mostrare a chiunque quanto fosse “filosofica” Napoli. Infatti, De Crescenzo è convinto che la sua Napoli era più di una città: era addirittura un “modo” di pensare. 

Un luogo dove ironia, umanità e spirito di adattamento diventano una forma di saggezza. È da qui che nasce la frase riportata in apertura di questo saggio.  Va detto oltretutto, che anche da ingegnere, egli non ha mai separato la logica dal cuore. Vedeva l’uomo come un individuo complesso che ha bisogno tanto della ragione quanto del sentimento, della poesia, dell’ironia.

L’ironia non è solo “fare una battuta”, è un modo di pensare la vita con intelligenza con sorriso sulle labbra. Così ha fatto Luciano De Crescenzo: ha costruito mediante l’ironia un ponte verso la creatività; quella creatività pungente, sì, ma è anche una forma di amore. 

Una creatività razionale quanto giocosa utile per alleggerire, a volte per “smontare”, per de-costruire le cose troppo serie della vita e per ri-creare un nuovo entusiasmo tra le persone, specie tra le nuove generazioni.

De Crescenzo diceva che il napoletano è un filosofo naturale, anche a digiuno di Platone o di Aristotele: la sua ironia è sempre impregnata di saggezza popolare: ti fa ridere, sorridere e ti fa anche pensare. Una filosofia che esiste non solo sui manuali, ma anche nei vicoli delle città; nel modo in cui la gente parla, sparla, osserva, si prende in giro e affronta i drammi della vita. 

di Fabio Squeo

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