Benvenuto su Riflessioni Filosofiche

In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

lunedì 4 marzo 2024

La carenza emotiva

 

Perdere la fiducia nel prossimo è una malattia mortale.

Si bruciano i germogli della speranza, si chiudono gli occhi dell’ottimismo, si stabilisce un calmo e sterile buio interiore.

Ci si sente soli muovendosi tra la folla.

Brevi frasi fatte con le stesse parole, ripetono esperienze vuote di entusiasmo, spente di passione e prive di sentimento; si muore rimanendo nel corpo.

La lenta progressione della malattia è silenziosa, si cela dietro gli steccati seriosi del lavoro, degli sfortunati eventi di vita che producono menomazioni fisiche o psicologiche.

Il bisogno di vivere insieme e di legarci con i sentimenti in una comunione che va oltre la nostra ragione, trapela dalle abitudini e dalle tendenze comportamentali.

Vogliamo inconsapevolmente stare insieme, come la terra che ci fa roteare con sé e contemporaneamente intorno al sole, ci porta in giro per l’universo.

La forza di gravità agisce come una potente calamita, costringendoci a rimanere attaccati alla superficie e imitando così, la forza dell’amore che lega le anime.

Solo per questo motivo capisco perché si inumidiscono gli occhi al più piccolo gesto di tenerezza; capisco da dove vengono tutte quelle emozioni che la musica, la poesia e l’arte tutta, inducono.

Capisco, anche, perché darei tutto me stesso a chi chiede solo un abbraccio.

Il genere umano ha avuto un grande dono che, per la sua stessa grandezza, appare invisibile; si tratta della capacità di emozionarsi.

Non emozionarsi significa portar con sé una malattia mortale.

No, non intendo la classica malattia che conduce alla morte, ma a quella che va ben oltre.

La morte, almeno per i Cristiani, è un varco di frontiera tra la terra e il Paradiso; un passo necessario ma comunque transitorio, mentre la morte delle emozioni conduce a uno stallo esistenziale perenne.

Uno stimato scrittore (Paul Auster) che porta in sé alcune cicatrici di questa malattia, scrive quanto segue:

Credo nonostante tutto che ogni persona sia sola tutto il tempo. Si vive soli. Gli altri ci stanno intorno, ma si vive soli. Ognuno è come imprigionato nella sua testa e tuttavia noi siamo quello che siamo solo grazie agli altri. Gli altri “abitano” noi. Per “altri” si deve intendere la cultura, la famiglia, gli amici. A volte possiamo cogliere il mistero dell’altro; penetrarlo è talmente raro! È soprattutto l’amore a permettere un incontro di questo genere. Circa un anno fa, ho ritrovato un vecchio quaderno dei tempi in cui ero studente. Lì prendevo appunti, fermavo delle idee. Una citazione mi ha particolarmente impressionato: -Il mondo è nella mia testa. Il mio corpo è nel mondo-. Avevo diciannove anni e questa continua a essere la mia filosofia.

Gli altri “abitano” noi, se siamo in grado di accoglierli, se la malattia non ha murato gli ingressi.

Tutto ciò che l’uomo scopre, è sempre un passo dopo il precedente. Il passo successivo non si sa dove ci porta, però, se mosso dal bene, sicuramente quel luogo sarà migliore di quello in cui viviamo oggi.


venerdì 1 marzo 2024

Ingannare il pensiero

 

La teoria dell’evoluzione di Darwin ci suggerisce a chiare lettere che ci siamo evoluti grazie ad un rapporto con l’ambiente sempre più favorevole e in forte sintonia con i bisogni materiali e psicologici. L’aspetto psicologico della questione, appare sottovalutato, anzi, subordinato alle trasformazioni fisiche.

Ci sarebbe da pensare che forse si dovrebbe capovolgere l’idea dell’evoluzione legata all’aspetto fisco o alle funzioni vegetative, rispetto alle motivazioni più intrinsecamente psicologiche.

Il pensiero è colui che guida l’azione e anche se disturbato dalla paura, dall’ignoranza e dall’istinto, è lui il motore responsabile della nostra evoluzione.

Il pensiero, frutto della razionalità e dell’imitazione, interpreta il pericolo o il vantaggio che un’azione potrebbe determinare.

Se date per vero, quanto detto, sarà facile ammettere che qualunque sia l’origine del pensiero, sarebbe meglio se potessimo ingannarlo e portarlo nell’euforia dove indipendentemente dal risultato finale, creiamo subito un habitat felice che possiamo considerare responsabile per la futura evoluzione della specie.


giovedì 29 febbraio 2024

Sono stata abbandonata

 

La incontrai per strada. Era sconvolta. Camminava dando l’impressione dopo ogni passo di cadere. Le chiesi cosa le stava succedendo. Crollò su di me e disse: “Ci siamo lasciati!”

Pianse e tra respiri inaspati ripeteva: “Lo amo, lo amo … perché è andato via?”
Restai bloccato. Il suo dolore aveva stravolto i suoi pensieri e il mondo intorno a lei non esisteva più.

La tenni stretta nell’abbraccio e lasciai passare qualche minuto prima di parlarle. Volevo che si liberasse della tensione interna. Poi cominciò a riprendersi: “Scusami, amico mio. Non ho nessuno con cui confidarmi.”
“Che cosa è successo di così grave?” domandai.

Con la voce modificata dal pianto mi disse: “Mi sono svegliata stamattina e accanto al letto ho trovato un biglietto abbandonato sul comodino. C’erano scritte poche parole: vado a vivere da solo; la mia vita non può fermarsi qui. Ti giuro, non so perché lo ha fatto. Litigavamo spesso ma credo che sia normale per una coppia con caratteri diversi.”

Intanto iniziò a piovere. Entrammo in un bar e cercammo un posto tranquillo. Fu allora che la guardai attentamente. Ebbi un momento di pena. I suoi vestiti sembravano fuori posto. Sul viso, confuso nel trucco disfatto, si notavano dei lividi. Temevo di fare domande precise così tentai di metterla a suo agio. Le chiesi: “Gradisci un buon caffè?”

Non aveva una gran voglia di bere o mangiare qualcosa, ma con un cenno di testa assentì. Per fortuna il bar era ancora vuoto, così nessuno poteva notare lo stato di agitazione della mia amica. Tirai fuori tutta la mia delicatezza per chiederle: “Franca, rasserenati. Forse il tuo uomo ha voluto darti un segno forte per come state vivendo la vostra relazione. Magari ritornerà sui suoi passi.”

Questa mio incoraggiamento fu controproducente perché Franca riprese a piangere dicendo: “No! Non può essere. Mentre dormivo ha caricato in macchina tutte le sue cose … il suo armadio era vuoto!”

Cercavo di capire e domandai ancora: “Ultimamente è successo qualcosa?”

Mi rispose: “Niente di importante… a parte piccole discussioni.” Dopo una breve pausa continuò “Forse sono stata troppo apprensiva nel voler da lui certe attenzioni. Quando mi giustificavo dicendo di sentirmi sola, mi ripeteva che ero ignorante e che il mio amore era malato. Di conseguenza portavo il grugno per tutta la giornata. Io avevo bisogno delle sue carezze, di essere tenuta in considerazione, di essere coccolata… avevo in mente il mio ideale di uomo attento e affettuoso che reclamavo in lui.”

“Lui, invece, come reagiva?”

“Spesso si mostrava freddo e scostante, si interessava di cose materiali. Diceva che i sentimenti appartengono ai bambini e ai deboli.”

“Cara amica, non capisco come si possa amare un uomo così! Io credo che il tuo problema non si trovi in questo amore non corrisposto, ma nella tua solitudine interiore. Apriti a nuove amicizie, frequenta brava gente, inventa i tuoi hobby e vedrai che non avrai bisogno di nessuno. Il vero amore non germoglia in un clima di ostilità, non è una medicina o un rimedio alla solitudine. Il vero amore espande l’anima e coglie nell’amato gli stimoli per migliorare la conduzione di vita nella gioia continua. Amandosi reciprocamente ci si scopre persone nuove ogni giorno e manca il tempo per arrabbiarsi. Perché vuoi rinunciare a tutto questo per accontentarti di un uomo che non ti rispetta e non ha la tua sensibilità? Non continuare a farti del male. Prendi consapevolezza della realtà e inizia una nuova vita. Il mondo non si ferma a lui.”

Franca sembrò rasserenarsi. Bevemmo il caffè insieme. Fui felici per avere mitigato il suo dolore e infuso quell’ottimismo necessario per uscire da situazioni difficili.

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