giovedì 9 aprile 2026

Una vita da volere ancora

 

Andrea non aveva ancora capito fino in fondo cosa gli stesse accadendo. Aveva lasciato un lavoro sicuro, ma poco appagante. Aveva cambiato la sua vecchia vita, sì - ma distruggere non basta. È solo il primo passo. Dopo il crollo, resta il vuoto. E il vuoto, se non viene colmato, diventa nostalgia, rimpianto, o peggio: ritorno.

Per mesi visse in una specie di terra di mezzo. Non era più l’uomo di prima, ma non era ancora diventato altro. Si accorgeva che, anche lontano dall’ufficio e dalla routine, alcune catene erano rimaste dentro di lui: il bisogno di essere approvato, il senso di colpa quando sceglieva sé stesso, il desiderio nascosto di tornare a qualcosa di sicuro.

Fu allora che incontrò per caso un uomo anziano con cui scambiò alcune parole. Non era un maestro, non si presentava come tale. Ma parlava poco, e quando lo faceva sembrava scavare.

In quella occasione, Andrea si confidò: “Ho lasciato tutto per essere libero. Ma non so ancora cosa significa davvero.”

L’anziano lo guardò a lungo, poi disse: “La libertà non è liberarsi da qualcosa. È diventare qualcuno che non ha più bisogno di catene.”

Quelle parole gli rimasero dentro come un enigma.

Nei giorni seguenti, Andrea iniziò a comprendere: non bastava rifiutare i valori degli altri. Doveva crearne di nuovi. Non bastava dire “no”. Doveva imparare a dire “sì”.

Capì che la sua vecchia vita non era stata una prigione imposta, ma una fuga: aveva scelto la sicurezza perché non aveva avuto il coraggio di sostenere il peso della propria volontà. E allora iniziò davvero il cambiamento.

Non cercò più un senso esterno, né una giustificazione. Cominciò a vivere come un creatore. Ogni scelta diventava un atto di affermazione. Ogni errore, una materia da plasmare. Non si giudicava più secondo ciò che “era giusto”, ma secondo ciò che lo rendeva più forte, più autentico, più capace di dire sì alla vita - anche nei suoi aspetti più duri.

Scoprì che crescere significava anche attraversare il dolore senza cercare rifugio. Che la sofferenza non era un segno di fallimento, ma spesso il prezzo della trasformazione.

Con il trascorrere del tempo, iniziò a sentirsi rinascere. Si rese conto di portare dentro di sé qualcosa di nuovo

Non stava più cercando sé stesso. Lo stava creando.

Gli tornò alla mente quell’idea potente e inquietante: l’uomo non è un punto d’arrivo, ma un ponte. Un passaggio tra ciò che è stato e ciò che può diventare.

Capì che l’uomo che voleva diventare non doveva essere perfetto, né qualcuno che impone il proprio potere sugli altri, ma che lo esercita su sé stesso. Doveva essere colui che ha il coraggio di superare continuamente sé stesso. Colui che non si aggrappa a identità fisse, ma le trasforma. Che non obbedisce a valori ereditati, ma li forgia. Che non fugge il caos, ma lo abbraccia per generare ordine nuovo.

Andrea sentì che quella non era una meta da raggiungere una volta per tutte, ma una tensione continua. Un movimento.

In quel momento, ricordò ciò che aveva letto di Nietzsche. Ripetette mentalmente quella frase che lo aveva scosso:

“Se questa stessa vita dovesse ripetersi infinite volte, la vorresti esattamente così com’è?”

La vera trasformazione non era vivere senza paura, ma non lasciarsi governare da essa. Non era trovare stabilità, ma diventare abbastanza forte da creare anche nel disordine.

Andrea non attese che il mondo cambiasse. Era lui che era cambiato.

Non era più un uomo in cerca di una strada. Era diventato colui che la traccia. E ogni passo, da quel momento in poi, non era più un tentativo di arrivare. Era già un superamento.


*Spunto tratto dal 1^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 

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