Benvenuto su Riflessioni Filosofiche

In questo spazio condivido riflessioni e approfondimenti su temi che riguardano lo spirito umano e il senso del vivere. Leggerete scritti che vogliono favorire la serenità interiore o l'ottimismo per la vita.

mercoledì 14 maggio 2025

La coscienza che influisce sulla natura della luce

Albert Einstein - David Bohm


Energia e Luce sono responsabili di uno straordinario meccanismo impensabile a chi, immerso nel suo mondo vegetativo, non ha mai provato ad allontanarsi dal pensiero comune.

La descrizione di questo meccanismo potrebbe benissimo apparire come una volontà di discutere sul paranormale o di miraggi e fantasmi.

L’incredulità o un cortese scetticismo circonda normalmente queste argomentazioni.

Due studiosi, David Bohm, eminente fisico, e Karl Pribram, audace neuropsicologo, percorrendo due strade diverse nella prateria del sapere, sono giunti a una stessa determinazione.

Entrambi hanno scoperto come Luce ed Energia prendono in gioco il genere umano, forzando i limiti del suo sistema sensoriale, per costruire uno stupendo mondo illusorio molto vicino a miraggi e incantesimi.

Pribram, in seguito a sperimentazioni eseguite su cavie, non si spiegava perché asportando alcune parti del cervello, dove riteneva che si allocassero i nostri ricordi, questi non si riducevano, ma continuavano a rimanere nitidi. Non volle crederci, quando proseguendo con l’asportazione, fino a interessare una consistente percentuale della massa cerebrale, riscontrò l’intontimento e non la perdita selettiva di memoria della cavia.

Il riscontro gli giunse anche da colleghi che erano intervenuti su pazienti che, in seguito ad incidenti stradali, avevano subito l’asportazione o il danneggiamento di parti del cervello. Ciò lo indusse a pensare che la funzione di memoria fosse un’attività esercitata dal cervello nel suo complesso; come se fosse disseminata sull’intera superficie. Egli, però, non conosceva nessun meccanismo scientifico a cui poter ricondurre questa caratteristica.

Tutto questo non lo faceva stare nella pelle.

Immaginatevi come poteva essere la vita di questo povero signore che alternava momenti di stupore, in cui si voleva convincere che il fenomeno doveva essere frutto di una magia imperscrutabile, a momenti in cui ammetteva di non capirci più nulla, ritenendo impossibile trovare una spiegazione.

In un’altra università Bohm non si spiegava perché la luce aveva una duplice veste: a volte appariva come particelle in fuga forsennata, a volte come ordinati fronti d’onda che si espandevano nello spazio. Il fatto che lo faceva letteralmente impazzire di curiosità, era la sorprendente capacità di attraversare contemporaneamente due fori posti perpendicolarmente alla direzione di propagazione della luce.

Un altro illustrissimo fisico come Niels Bohr aveva fornito una spiegazione, ma appariva tanto divertente quanto fantasiosa, per cui gli era quasi impossibile solo prenderla in considerazione. Tanto più che, il grande Einstein la contrastava apertamente.

Per addurre comunque una spiegazione al fenomeno, pensò che la luce potesse essere una grande giocherellona; quando veniva guardata dall’occhio umano, diventava particelle in movimento, altrimenti assumeva la sua veste naturale, cioè quella ondulatoria.

Einstein, avendo postulato che nulla è più veloce della luce e avendo costruito la teoria del quanto per cui ricevette il premio Nobel nella fisica, avrebbe dovuto restituirlo, poiché le conseguenze logiche della teoria di Bohr avrebbero smentito tutto.

Einstein, insieme a un suo collega Podolsky, intervenne con un documento scritto, con cui spiegava come la nuova teoria di Bohr fosse errata.

I due scienziati ipotizzando la correttezza della teoria, non giustificavano come si potesse passare dalla forma ondulatoria a quella corpuscolare con il semplice atto di osservare la luce. Ammettendo comunque possibile la fantastica ipotesi di Bohr, si chiedevano a quale velocità potrebbe avvenire la comunicazione fra due fronti d’onda lontani tra loro, se al semplice puntamento dello sguardo la trasformazione fosse già completata.  Poiché la vista acquisisce le informazioni attraverso la luce, le particelle dovrebbero comunicare a una velocità maggiore della luce stessa affinché lo sguardo constati la nuova forma assunta.

Questa conclusione trova netta contrapposizione al principio indiscutibile che non c’è nulla di più veloce della luce.

Bohr intimamente sapeva che la sua teoria aveva bisogno di un supporto razionale più consistente per poterla difendere, ma mantenne la sua posizione con un chiarimento che produsse solo l’effetto di elevare il tono polemico nell’ambiente scientifico.

Egli precisò che la luce non assumeva i due modi alternandosi a seconda se lo sguardo umano fosse allineato o non, ma esisteva solo quando essa appariva come particelle ridenti e quindi, non sussistevano fotoni che avrebbero dovuto comunicare.

Pertanto la luce poteva mantenere il suo primato di velocità.

In altre parole, Bohr faceva notare che era errato il modo di porre l’obiezione in quanto il mondo subatomico non ammette suddivisioni in parti isolate e autonome.

Einstein, per non creare ulteriore imbarazzo al pur famoso collega, ammise che l’esplorazione del mondo subatomico era ancora un passo incompiuto della scienza e che sarebbero serviti anni di studio e riflessioni per chiarire definitivamente la questione.     

Bohm, comunque, non era d’accordo con Bohr quando affermava che le particelle non esistevano nel momento in cui non venivano osservate, ma aveva accettato l’idea che tra la fisica e la coscienza ci dovesse essere un nesso e non si dava pace nel pensare come inquadrare il mondo subatomico in una teoria complessiva che spiegasse ogni osservazione. Bohr aveva ammonito che nel subatomico bisognerebbe abbandonare il modo classico di pensare e rimanere aperti a qualunque possibilità logica.

 

Estratto dal "IL MONDO ILLUSORIO", edito Cinquemarzo

martedì 13 maggio 2025

Socrate: come dialogare efficacemente

  

 

"Socrate supera il fondatore del Cristianesimo nella sua capacità di essere serio con allegria e nel possedere quella saggezza piena di malizia che costituisce lo stato più elevato dell'anima umana." (F. Nietzsche, Umano troppo umano)

C'è una differenza fondamentale tra dibattito e dialogo. Si discute con un avversario, si dialoga con un altro ricercatore. I dibattiti sono intrinsecamente antagonistici, mentre i dialoghi sono sforzi collaborativi. Da giovani si fanno più dibattiti, da persone mature ci si impegna con i dialoghi.

Cercare la verità è la prima regola da seguire se vogliamo instaurare un dialogo socratico. Socrate usa rispettivamente i termini dialettica ed eristico. "Eristico" di solito non era inteso come un complimento nell'antichità. La parola deriva dal greco eris, che significa conflitto, discordia, e quindi ovviamente qualcosa che non favorisce una ricerca congiunta e amichevole della verità.

Socrate stesso spiega: "I giovani, come avrai notato, quando sentono il sapore in bocca per la prima volta, discutono per divertimento e contraddicono e confutano sempre gli altri imitando chi li confuta. ... Ma quando un uomo comincia a invecchiare, non sarà più colpevole di tale follia; imiterà il dialettico che cerca la verità, e non l'eristico, che contraddice per divertimento; e la maggiore moderazione del suo carattere aumenterà invece di diminuire l'onore della ricerca." (Repubblica, 539 d.C.)

La seconda regola prevede che il dialogante si preoccupi del suo interlocutore, non solo di ciò che sta dicendo. La maggior parte dei dialoghi platonici non ha il tipo di titolo che ci si potrebbe aspettare. Mentre lo stoico Seneca, ad esempio, scrisse libri con titoli come "Dell'ira" o "Della brevità della vita", Platone scrisse Carmide, Critone, Eutifrone, Gorgia, Fedro e così via. In altre parole, usò nomi di persone, non etichette per gli argomenti.

Questo perché la preoccupazione principale di Socrate era il tipo di ricerca della verità che avrebbe portato al miglioramento dell'umanità, a partire da sé stesso e dai suoi interlocutori. La sua indagine sulle proposizioni è sempre al servizio dell'esame degli individui e di come conducono la loro vita seguendo (o meno) i principi che affermano di rispettare. Questo è molto diverso da gran parte della filosofia moderna, che si concentra su argomenti astratti e impersonali, senza riguardo (presumibilmente) a chi sostiene le argomentazioni.

Al contrario, la filosofia antica, e in particolare quella socratica, era intesa come una sorta di terapia per l'anima. Ciò che pensiamo di argomenti come il coraggio, la giustizia, la pietà e così via è un riflesso della nostra visione generale del mondo. A sua volta, la nostra visione del mondo guida le nostre azioni, quindi ciò che pensiamo è importante perché riflette e plasma chi siamo e cosa facciamo.

La terza regola consiste nel dare priorità alla ragione. Sebbene a volte Socrate possa sembrare che stia discutendo con i suoi interlocutori, in realtà li mette nella posizione di discutere con sé stessi. Socrate presuppone un punto di partenza che sia gradito alla persona con cui sta parlando e poi esplora le conseguenze di tale punto di partenza. Lo fa con un occhio di riguardo alle possibili incongruenze, in modo da poter trarre insegnamento da qualsiasi problema emerga nel processo.

L'identità della persona e il suo status – ricco o povero, famoso o sconosciuto – semplicemente non hanno importanza. È solo la logica interna di ciò che dicono ad essere in questione. Ecco perché Socrate è sempre cortese: non vede l'altro come un nemico, ma come un compagno di viaggio.

La quarta regola prevede che tu sia onesto. Uno degli ostacoli alla buona dialettica si verifica quando le persone hanno paura o sono reticenti a dire ciò che pensano veramente, per paura di offendere gli altri, ad esempio, o di apparire stupide. Ricorda che l'obiettivo finale è terapeutico: la cura della psiche. Non dire ciò che si pensa veramente ostacola e rallenta la cura, sarebbe come mentire al proprio medico o terapeuta.

È interessante notare, tuttavia, che questo requisito di sincerità non si applica al socratico interrogante stesso. Per svolgere bene il suo lavoro, a volte deve fingere di condividere un presupposto o un'argomentazione con cui in realtà non è d'accordo, per chiarire tale presupposto o argomentazione ed esporla alla luce dell'indagine razionale.

La quanta regola vuole che si applichi il principio del testimone unico. Oggigiorno si sente spesso dire qualcosa del tipo "tutti sanno che...". Beh, a quanto pare questo era un problema anche ai tempi di Socrate. Argomentare in questo modo, secondo l'opinione della maggioranza, è una nota fallacia logica informale, nota come vox populi. La conversazione avviene tra te e il tuo interlocutore. Non importa quante e come le persone esterne al dialogo pensino sull’argomento. Ciò che conta è ciò che pensano le persone coinvolte nella conversazione.

La sesta regola invita a praticare il principio di carità. L'idea è di rappresentare ciò che l'altro sta dicendo nel miglior modo possibile, anche al punto di aiutare l'interlocutore a presentare una tesi migliore di quella iniziale. Questo è esattamente l'opposto di un'altra fallacia logica informale, lo "spauracchio". In quest'ultimo caso, si attacca una caricatura della posizione dell'altro, una caricatura che distorce e semplifica eccessivamente le cose in modo da poter prevalere più facilmente.

Lo "spauracchio" è ciò che fanno avvocati e oratori, usarlo non favorisce il discorso dialettico. È distruttivo, non costruttivo. 

L’ultima regola ti dice di non offendere. Viviamo in un mondo in cui tutti sembrano offendersi per qualsiasi cosa. E l'offesa non favorisce il dialogo e la comprensione, perché le persone adottano immediatamente un atteggiamento difensivo. Ancora una volta, niente di nuovo sotto il sole. Dopotutto, Socrate fu condannato a morte perché portato in tribunale da persone, in particolare dal famigerato Anito, che si erano offese per quell'attività, definendola il "tafano" di Atene.

Se non vogliamo offendere, dobbiamo formulare le cose con attenzione, consapevoli che alcune persone considerano certe opinioni parte integrante della propria identità, il che significa che prenderanno qualsiasi critica a tale opinione come un attacco personale. Si pensi a casi come la questione delle vaccinazioni, o il cambiamento climatico.

È, ovviamente, altrettanto importante non offendere noi stessi. Se leggete i dialoghi socratici, noterete che Socrate è estremamente cortese con i suoi interlocutori, anche quando diventano offensivi. Ecco perché è un modello così importante per noi, due millenni e mezzo dopo.

Detto questo, ci sono casi in cui Socrate diventa palesemente sarcastico, e alcuni in cui usa parole di disprezzo davvero forti. Sta forse commettendo un errore, come farebbe qualsiasi essere umano imperfetto?

Non necessariamente. Tutti questi casi finiscono per riguardare persone che sono allo stesso tempo potenti e ridicolmente piene di sé. In casi come questi, immagino che il tafano abbia pensato solo di mordere e sgonfiarsi, in modo che gli altri non si lasciassero intimidire dai bulli, intellettualmente o meno capaci.

 

lunedì 12 maggio 2025

I miei regali di complenno

Quando il primo messaggio di buon compleanno giunge alle 2:29 del mattino, non c'è alternativa a tanto piacere.

Grazie!

È l’unica parola capace di emergere dal fiume di emozioni che oggi mi travolge.

Perdonatemi se la lucidità del pensiero segna il passo.

Voi non mi potete guardare, ma vi assicuro, che anche ballonzolando con le dita sulla tastiera, la mia mano ha perso la sua fermezza.

Sento l’affetto di chi ha consumato i suoi secondi di vita per regalarmi il pensiero di augurio.

Vorrei moltiplicare ogni vostro pensiero e manifestare senza ambiguità una volontà di sincera di riflesso di ogni bene nella vostra vita. 

A qualcuno queste parole potranno sembrare esagerate, se non retoriche, ma vi assicuro, che non esiste momento migliore per farlo se non quando l’emozione ti spinge.

Ognuno di voi ha staccato un petalo dalla corolla del mio cuore.

La cicatrice mi ricorderà che il 12 maggio 2025, c'eri anche tu, in fila tra coloro che volevano essere presenti.

Ho letto tutti i messaggi, uno per volta, lentamente e prestando gelosa attenzione.

È stato incredibile essere sommerso da tantissime segnalazioni.

Leggendo ho raffigurato il vostro viso, le vostre movenze, le vostre esclamazioni. Ho letto anche ciò che non avete scritto nel messaggio, ma che mi è arrivato attraverso il cuore.

Vi giunga un bacio d’affetto di ringraziamento e una promessa di amicizia anche nel mondo che ora non vediamo.

Luigi Squeo

domenica 11 maggio 2025

La mia mamma è lassù


 

Ehi, Mamma, sei lassù vero?

Oggi è la tua festa ed io mi sento sola senza di te.

Ti prego, torna da me!

Non sarò più cattiva.

Da quando sei andata via, ho promesso a papà di non piangere, però sbrigati perché potrei non farcela.

No! Non vedere le gocce sulle mie guance, è la pioggia che mi bagna il viso.

La mia maestra di scuola mi ha detto che con la pioggia tu mi accarezzi, ma io, mamma, voglio abbracciarti e non bagnarmi.

Ora, sono sola, nessuno ti vede, sposta qualche nuvola e dimmi quando torni.

Preparerò la mia stanza per te e inviterò tutte le mie amiche che non mi credono.

Miriam, la più cattiva, mi ha detto che non torni più.

È bugia, mamma, non è vero?

Mamma, voglio stare con te!

Scusami se piango.

Meno male che papà non mi vede.

Mamma, devo svelarti un segreto.

Papà ha imparato a fare i servizi di casa.

Ricordo che lo rimproverarvi sempre; gli dicevi: “Non mi aiuti mai, sei sempre occupato con il tuo lavoro!”.

Ti devo dire che qualche volta mi fa ridere.

Vedessi la sua faccia quando un po’ di schiuma gli schizza sugli occhi!

Non ti preoccupare, però, ci sono io a ricordargli come facevi tu.

La sera mi accompagna a letto e mi parla di tantissime cose.

Vorrei chiedergli di te, ma ho paura di vederlo preoccupato.

Mamma, anche papà è triste perché tu non ci sei.

Lo scopro spesso con lo sguardo incantato, immerso nei pensieri in cui ci sei tu.

Basta, mamma, ora ritorno in casa, perché non vorrei ammalarmi.

Chissà quante volte mi hai detto di coprirmi!

Ciao mamma, anche se farai tardi, non importa, ti aspetto.

 

sabato 10 maggio 2025

Il mio augurio a Papa Leone XIV


 

Buon viaggio, mio caro Papa.

Ti sei presentato ai fedeli con il nome del re della savana. 

Forse intendi ruggire ai duri di cuore.

Forse intendi mostrare con convinzione e forza l’idea che solo con l’amore si può guidare un popolo smarrito tra idoli illusori, verso la loro coesistenza pacifica.

 

Nel tuo primo discorso hai ripetuto più volte la parola pace, facendola risuonare nuova e sorprendente.

I commentatori televisivi si sono presa la briga di contarla 10 volte. Probabilmente per far notare al grosso pubblico che per il Papa la pace è al centro dei suoi pensieri.

 

Tu sei convinto che chi dovrebbe sentirla, già da molto tempo, è distratto dai bagliori di potenza, e sordo ai richiami della gente umile che vorrebbe un mondo unito nel bene comune.

 

E sì, ti sto augurando il buon viaggio perché sono sicuro che il tuo compito non sarà facile. Il tuo predecessore, Francesco, ha fatto del suo meglio e nonostante tutta la sua bontà, abbiamo ancora tante guerre sparse per il mondo.

 

Purtroppo, ci sono molte trappole tessute da egoismi sparse un po’ ovunque … tutte tese a frenarti e a suggerirti di allinearti alle idee plastificate di molti pseudo-condottieri che dicono di operare per il bene del proprio paese.

 

Tu però, sei stato istruito, oltre che dagli uomini, anche da Dio e quindi la tua voce sarà sincera, decisa e non conoscerà fatiche. 

Lo hai dimostrato imparando sul campo molte lingue, così non ci saranno alibi e spazi per pretestuose incomprensioni.

 

Ti vogliono modellare come “americano”, attribuendoti tutto ciò che rende negativa quella parola, specialmente in questi ultimi tempi,

 

Ti vogliono un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po' più conservatore e un po' più progressista.

Ognuno tira la tua cinta per portarti nel proprio orto.

 

Credo però che manipolare un matematico poliglotta, sia difficile per tutti. 

Se i 133 cardinali ti hanno scelto, un solido motivo deve esserci. 

Aggiungo, inoltre, che quei votanti del conclave, non sono ingenue anime buone; ognuno di loro ha tenuto conto con il peso dei loro anni e la santità delle loro intenzioni, delle tue buone qualità, dei tuoi grandi propositi e delle reali tue capacità per portare gloria alla chiesa mondiale e di perseguire il bene per tutta l’umanità.

 

Hai un sorriso comunicativo che mi vanto di vederlo simile al mio. 

Hai un tono di voce, un accento che, pur da non perfetto italiano, crea empatia. 

I ponti che vuoi costruire hanno già i cantieri aperti nella nostra simpatia.

 


giovedì 8 maggio 2025

Scegli l'amore vero


 

Vuoi sapere cos'è la vera ricchezza?

Non è un conto in banca o un'auto scintillante.

È amore: puro, incondizionato e vero. È nel modo in cui lui ti ascolta, si presenta quando serve, rimane leale e ama senza aspettarsi nulla in cambio. 

In un mondo ossessionato dalle "cose", ricorda: la vita più ricca si costruisce sull'amore.

Cosa ti attrae davvero di qualcuno?

Non è il suo conto in banca, è il modo in cui ti fa sentire al sicuro, come se fossi a casa. Un uomo che ti dedica il suo tempo senza fretta, la sua piena attenzione senza distrazioni e la sua protezione senza controllo, ti sta dando qualcosa che i soldi non possono comprare.

I fiori appassiscono, ma la coerenza dura. I regali eleganti non possono sostituire la sensazione di sicurezza emotiva. I diamanti brillano, ma niente brilla di più dell'essere amati profondamente da qualcuno che misura il proprio valore in lealtà, rispetto e cura.

Scegli quel tipo di amore: è il vero tesoro.

La ricchezza può rendere la vita comoda, ma l'amore le dà uno scopo. Le donne che hanno sperimentato ricchezze materiali spesso desiderano qualcosa di più profondo: stabilità emotiva, un luogo sicuro, un partner che le veda per quello che sono, non per quello che rappresentano.

Ecco perché una donna che ha tutto potrebbe innamorarsi di un uomo con poco, tranne un cuore straordinario.

I soldi non possono ridere con te alle 2 del mattino, sostenerti quando la vita ti spezza o crescere con te attraverso le sfide. Ma l'amore vero e costante, sì!

Non è che le donne non apprezzino l'ambizione o le cose belle: le apprezzano. Ma hanno imparato che una villa solitaria vale molto meno di una piccola casa piena di calore e connessione.

L'uomo più ricco non è sempre quello con più soldi, è quello con una lealtà incrollabile. Anche con poco, dà tutto: si fa vedere quando gli altri se ne vanno.

L'uomo ricco dentro sceglie la sua donna perché è la sua vera anima gemella, non uno status symbol o un corpo perfetto.

Quel tipo di uomo trasforma una vita ordinaria in qualcosa di straordinario. Non insegue fama o applausi, solo la possibilità di amare profondamente una donna. 

E in quell'amore, lei si sente più ricca di quanto qualsiasi quantità d'oro potrebbe renderla.

Scegli un amore vero, costante e duraturo.

L'amore vede tutto: chiaramente, profondamente, anima ad anima. La più grande ricchezza che un uomo possa donare non è nel suo conto in banca, ma nel suo cuore. 

In un mondo ossessionato dall'ostentazione dei beni, l'uomo che ama senza aspettarsi nulla in cambio è quello che lei si aggrapperà per sempre. È lui che lei sceglierà, quello che la fa sentire al sicuro, quello che diventa la sua casa. 

Scegli un amore che valorizzi la tua anima più di una scintilla superficiale.

 

La mamma scrive alla sua briciola d'amore

 

 

Ho aspettato nove mesi per conoscerti. 

Ho immaginato il tuo viso ancor prima che tu nascessi. 

Tu, con quegli occhioni blu, mi sei apparsa in sogno e mi hai donato il tuo primo sorriso.

Eri così bella, dolce e candida che io e papà non potevamo non chiamarti BIANCA.

Papà non ci credeva ma io, dopo quel sogno, avevo già la certezza del tuo arrivo. 

Quando eri nella mia pancia, hai percepito tutti i miei stati d’animo, le mie paure, le mie difficoltà.

Se ero felice, tu facevi le capriole.

Se ero triste, mi accarezzavi.

Se mi sentivi soffrire per la mia asma, tu eri lì, pronta a tranquillizzarmi, dicendomi: “Tranquilla mamma, andrà tutto bene!”.

A quei colpi di tosse che ti spaventavano, rispondevi con il timido calcetto, ricordandomi: "Mamma sono con te!"

Anche il momento del parto non è stato semplice per noi. 

Quel brutto cordone, stringendoti il petto, ti faceva soffrire, ma tu sei stata fortissima perché la voglia di conoscerci era più forte della natura stessa.

Abbiamo unito le forze come solo noi sappiamo fare e finalmente sei nata. 

Finalmente ho ascoltato il tuo primo pianto.

Finalmente ho sentito il tuo profumo e ammirato i tuoi occhioni blu.

In quel momento, c’è stata l’esplosione di vita, l’emozione più grande, il pianto di gioia, l’orgoglio di avercela fatta, la FELICITÀ. 

Qualche ora di distanza da te, mi ha fatto crescere l’ansia di rivederti, anche se ero distrutta e provata.

Sei tornata da me e ci siamo coccolate, nutrite del nostro amore. 

Quello ci bastava per stare bene. 

Non sei una bimba che pretende tutte le attenzioni, perché già sapevi, fin da quando eri in pancia, che sarebbe stato difficile per la tua mamma dividersi tra te e il tuo fratellino.

Oggi, spesso rimani lì, ferma, che ci guardi, mentre papà ed io ci imbattiamo nei “terribili due anni” del tuo fratellino. 

Ed anche allora non mancano i tuoi sorrisi di comprensione che spesso sono di conforto.

Tu sei molto di più di una neonata, molto di più di una bimba di pochi mesi, sei il nostro sole, la nostra forza, la nostra adrenalina.

Io e papà ringraziamo ogni giorno la vita per averti con noi e aver reso più completa la nostra bellissima famiglia.

❤️ la tua mamma, Sonia♥️

mercoledì 7 maggio 2025

Dalla follia alla resurrezione: la filosofia dell’anima

 

Nel campo della letteratura del Novecento emerge una figura inconfondibile: una poetessa dalle forti emozioni, le sue poesie risuonano ancora nell’anima e nella carne di chi legge. Questa poetessa ha attraversato mille peripezie e con la sua voce ha cantato l’inno della fragilità dell’essere umano. Le sue opere poetiche vanno lette non come semplici poesie, ma come un testamento lirico, con una forma di filosofia incarnata: un viaggio nel mondo della poesia che si traduce come una riflessione sull’esistenza.

Mi riferisco alla poesia di Alda Merini. Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano in viale Papiniano n. 57, all'angolo con via Fabio Mangone e muore il 1 novembre del 2009, lasciando ai milanesi e al mondo una eredità poetica molto potente. Il destino, dal canto suo, volle comunque far coincidere il giorno della sua nascita con lo stesso giorno in cui si è celebrata la giornata Mondiale della Poesia: un segno quasi profetico per colei che sarebbe diventata una delle voci più originali della letteratura italiana contemporanea.

Alda Merini era nata in una famiglia modesta della piccola borghesia milanese, Il padre Nemo Merini, era un dipendente di una agenzia di assicurazioni “Le assicurazioni Generali”; mentre la madre Emilia Painelli, era un’umile casalinga. Nonostante le difficoltà economiche, la famiglia assegnava un valore importante alla cultura e all’educazione. Fin da giovane, Alda Merini, non ha mai nascosto il suo talento per la scrittura. 

La Merini stessa ha spesso raccontato di aver vissuto un’infanzia tranquilla e semplice. Intorno ai quindi anni visse due esperienze particolarmente forti: amara la prima, dolce la seconda: Come prima esperienza, Alda Merini, tenta di accedere al liceo classico Parini di Milano, uno dei più prestigiosi della città, ma qui fu respinta all’esame di ammissione: non per mancanza di capacità, ma per una sola insufficienza in italiano. L’esperienza della bocciatura fu per lei molto dolorosa, tant’è che la ricordava in molte interviste con una certa amarezza. Tuttavia, la bocciatura al liceo classico non segnò un fallimento, bensì fu il preludio di una nuova storia d’amore con la scrittura, un nuovo percorso creativo autonomo e fuori dagli schemi.

Alda Merini fu una poetessa autodidatta che trovò la sua voce al di là delle istituzioni culturale e accademiche. La seconda esperienza che Merini ci ricorda è quella che possiede il dolce epilogo: sempre intorno ai quindici anni, grazie alla conoscenza del professor Giacinto Spagnoletti, le sue prime poesie furono pubblicate, rivelando al mondo una voce già matura. Lei racconta di essere stata felicissima per aver ottenuto una recensione dal professore, tant’è che corse dall’amato padre per condividere tutta la sua gioia.

Il professor Giacinto Spagnoletti, oltre a essere un grande umanista e studioso del pensiero, era anche un ottimo scopritore di talenti: fu infatti uno dei primi a riconoscere le qualità artistiche della giovane Alda Merini. Negli anni ’50 e ’60, Alda Merini viene ricoverata per un mese nella clinica Villa Turro a Milano per sintomi compatibili al disturbo bipolare. Anche se, tengo a precisare che, non esiste una data ufficiale in cui ad Alda Merini fu diagnosticato il disturbo bipolare, perché tra gli anni cinquanta e sessanta la terminologia psichiatrica era differente da come la intendiamo oggi. 

Infatti, io parlo di “sintomi compatibili” alla malattia, senza dover definire la malattia. Sta di fatto che Alda Merini alternava momenti di intensa creatività, iperattività e senso di onnipotenza con momenti di profonda depressione e crisi interiore. Divenne instabile emotivamente, aveva visioni, deliri, paranoie, momenti di oscurità della mente. Il referto medico dell’epoca parlava di una “psicosi maniaco-depressiva”, che sarebbe il vecchio nome del “disturbo bipolare”.

Dunque, con grande dispiacere, nel 1964, avvenne il vero e primo ricovero di Alda Merini. Venne ricoverata presso l’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano, una delle principali strutture manicomiali italiane dell’epoca. Questi ricoveri verranno menzionati e ricordati per tutta la vita per la brutalità dei trattamenti.   

I trattamenti a cui fu sottoposta erano elettroshock, sedativi, pasticche di contenimento, ricoveri prolungati. I pazienti di questo ospedale erano spesso trattati più come internati e non come malati. Le degenze duravano anni e la struttura tendeva ad annullare l’identità della persona. I ricoverati venivano spogliati dei propri effetti personali, rasati e uniformati. Il contatto con le famiglie era limitato o inesistente.

La poesia, nel manicomio, fu il suo modo di sopravvivere, anche se le era spesso impedito di scrivere. In seguito, nella raccolta di poesia “La terra Santa” del 1984, trasformò questa esperienza manicomiale in poesia, con versi duri, profondamente umani e visionari. 

Lei scrive:          “Il manicomio è una grande prova,

      è un lungo esercizio di pazienza.

      È una scuola di dolore e di rabbia

      ma anche di grande sapienza.

      Là dentro non si è mai soli,

      anche se si è disperati.

      La solitudine è un lusso

      concesso ai sani.

      Ma noi che siamo al di là

      della frontiera del male,

      abbiamo conosciuto il silenzio

      come abisso,

      e la parola

     come resurrezione”.

Questa sua poesia mostra la capacità di Alda Merini di rovesciare e trasformare il trauma in poesia. Il manicomio non è solo un luogo di dolore, ma una esperienza limite che mette a nudo la verità della persona. Per lei scrivere era salvarsi dal dolore. Secondo Alda Merini, l’esperienza del manicomio non è solo un luogo di prova esistenziale, dove la sofferenza annulla l’essere: ma al contrario, lo richiama alla vita. 

In questa poesia, Alda Merini non va alla ricerca della commiserazione o della pietà, né racconta o spiega il suo bipolarismo in termini clinici. Offre una visione etica e poetica allo stesso tempo. Con questa poesia, la poetessa rompe qualunque silenzio e riafferma l’umanità anche in quei luoghi austeri e senz’anima dove ogni cosa può essere negata. 

In Merini la poesia diventa filosofia vissuta: non solo attraverso concetti astratti, ma tramite l’esperienza diretta. La sua scrittura, anche dopo la sua morte, resiste al tempo e combatte contro l’oblio dell’anima in un mondo sempre più omogeneo e disumanizzato. 

Alda Merini, dunque, non è solo una vita straordinaria capace di emozionare, ma è sopra ogni cosa una filosofa dell’anima, capace di interrogare la verità con la stessa luminosità della poesia. Come una filosofa, scava nell’essere umano con la parola poetica, è afferra con mano le perle della sofferenza, della malattia mentale, dell’amore, della maternità, della solitudine, di Dio.

Scriverà in una delle sue poesie: “La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”.

Cosa vuole insegnarci Alda Merini? Alda Merini ci lascia un messaggio di speranza e di amore: Non dobbiamo vergognarci davanti al dolore, perché esso può trasformarci in conoscenza, in valore umano e spirituale. E non dobbiamo temere la poesia. La poesia deve conoscerci; essa deve esprimersi nel cuore di ognuno di noi, laddove il mondo ci vorrebbe tutti zitti. 

Estratto dal libro "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo

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