Camminava lentamente, senza una meta precisa. O forse una meta c’era, ma
non si lasciava nominare. Dentro di lei viveva una domanda che non trovava
forma, una inquietudine quieta, come un richiamo lontano che non smetteva di
farsi sentire.
Aveva studiato filosofia. Conosceva i grandi sistemi, le categorie, le
distinzioni. Sapeva argomentare, costruire discorsi rigorosi, rispondere alle
domande. Eppure, più imparava, più avvertiva una mancanza. Le sembrava che ogni
risposta chiudesse qualcosa che invece avrebbe dovuto restare aperto. Come se
la verità, appena definita, si ritraesse.
Una notte, per caso, o forse no, entrò in una piccola biblioteca. Era un
luogo quasi dimenticato, dove il tempo sembrava essersi fermato. Scaffali
polverosi, libri consumati, silenzio. Scelse un libro senza sapere perché. Lo
aprì. Lesse poche righe. Non erano spiegazioni. Non erano dimostrazioni. Erano
parole che sembravano respirare.
Parole che non volevano possedere la verità, ma avvicinarsi ad essa con
delicatezza. In quelle righe non trovò risposte, ma accadde qualcosa di
diverso: sentì che la sua domanda veniva accolta. Come se qualcuno, prima di
lei, avesse attraversato lo stesso smarrimento.
Fu allora che comprese, - o meglio, intuì - qualcosa di nuovo: esiste un modo di conoscere che non passa
solo attraverso la ragione che analizza e divide, ma attraverso una ragione più
ampia, più umana, capace di ascoltare, di attendere, di accogliere.
Una ragione che non illumina tutto con violenza, ma lascia emergere le cose
lentamente, come fa l’alba.
Da quel momento, iniziò a leggere in modo diverso. Non cercava più solo
concetti chiari e distinti, ma immagini, simboli, silenzi. Non voleva più
dominare il pensiero, ma lasciarsi attraversare da esso.
Scoprì che ci sono verità che non possono essere dette direttamente. Verità
che si rivelano solo a chi è disposto a sostare, a non avere fretta, a non
pretendere subito una risposta.
E capì che la poesia non è evasione
dalla filosofia, ma il suo compimento più fragile e più autentico.
Perché ci sono cose che la ragione può spiegare, ma non può salvare: il
dolore, l’assenza, la nostalgia, l’attesa, l’amore. La poesia, invece, non le
risolve. Le custodisce.
Iniziò allora a scrivere.
All’inizio con esitazione, quasi con timore. Le parole le sembravano
insufficienti. Ma pian piano si accorse che scrivere non era un modo per
chiarire tutto, ma per restare dentro ciò che non è chiaro.
Scrivendo, le sue ferite non sparivano, ma trovavano una forma. Il suo
smarrimento non si dissolveva, ma diventava abitabile. Era come se, attraverso
la parola, il buio non venisse eliminato, ma illuminato dall’interno.
Una sera, seduta vicino alla finestra, si accorse che non aveva più bisogno
di risposte definitive. Non perché non le desiderasse, ma perché aveva imparato
che la verità non si impone: si lascia incontrare. E che, forse, pensare non
significa possedere, ma accompagnare.
Passarono i giorni, e poi le stagioni. La città cambiava, le persone
cambiavano, anche lei cambiava. Ma quella scoperta restava: la verità non è
qualcosa che si afferra una volta per tutte, ma qualcosa che si attraversa.
Una mattina, tornando a camminare per le stesse strade, si fermò. Il sole
stava sorgendo. Le cose apparivano lentamente, senza rumore, come se
emergessero da una notte che non era stata vana. Le ombre non sparivano
all’improvviso: si ritiravano con dolcezza.
Capì che la notte non era solo mancanza di luce, ma spazio di gestazione.
Che il pensiero non è solo chiarezza, ma
anche attesa. Che la verità non è solo ciò che si dimostra, ma anche ciò
che si rivela.
E che la poesia non è meno filosofia. È filosofia che ha imparato a non
avere fretta. A non avere paura del mistero.
La ragazza riprese a camminare. Non aveva trovato una risposta definitiva,
ma aveva imparato a stare nella domanda. E, per la prima volta, questo le
bastava.

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