Luca era un bambino molto timido, trascurato dai suoi genitori e ignorato
dai suoi fratelli. Amava rifugiarsi in se stesso, da dove esplorava il mondo
esterno, estraneo e distratto.
La sua infanzia, ormai lontana, non era per nulla noiosa. I suoi pensieri
erano fervidi, costruiva mondi favolosi con la sua fantasia.
Alcuni giorni, era così preso dal suo mondo che spariva dalla vista della
sua famiglia.
Nella sua mente girava quel mondo che avrebbe voluto che fosse reale, ma
che capiva benissimo essere impossibile.
A volte, portava nel suo mondo anche i suoi problemi fisici che
meravigliosamente scomparivano, salvo riapparire al ritorno alla realtà.
Esternamente appariva molto tranquillo, incapace di argomentare o,
addirittura, di esprimere un desiderio in senso compiuto.
comunicava su un canale inusuale, dove la sintonizzazione era possibile
solo attraverso un ricevitore sensibile e raffinato.
I suoi occhi erano finestre aperte sulla sua anima e di qui, nessuno si
affacciava. Il suo cuore spesso sobbalzava per la paura di deludere aspettative
che sentiva estranee.
I suoi giochi erano semplici. Stando quasi sempre solo, poteva contare su
mosche e formiche, che avevano il loro ben da fare, oltre a sassolini, mollette
e simili.
Più volte, tentava di intercettare i loro percorsi esplorando da vicino il
loro mondo.
Si chiedeva: “Strano, perché non si arrabbiano quando tento di intralciare
il loro lavoro?”.
I lunghi giochi condotti con oggetti a portata di manina, spesso finivano
per mettere disordine nell’ambiente, e ciò, sapeva bene Luca, comportava
qualche problema con la sua famiglia.
Inciampare su una scarpa abbandonata al centro della stanza o scivolare su
una molletta, era un rischio che gli adulti non potevano correre per causa sua!
Era ovvio che, qualora si sentisse chiamare per interrompere i suoi giochi,
doveva riordinare la stanza e riporre i suoi poveri giocattoli nelle
custodie.
Era solito cercare i piccoli oggetti che cascavano per terra buttandosi sul
pavimento, e sfiorandolo con la testa parallela alla mattonella. In questo modo
aveva una vista lineare su tutta la superficie, e la visione era libera da
riflessi o ombre derivanti dalle geometrie disegnate sulle mattonelle.
Era un modo sicuro per ritrovare gli oggettini dispersi, anche a dispetto
di annerire le magre ginocchia o di attirare garbugli di polvere tra mani, viso
e capelli.
Con il viso in quella posizione, sedie e mobili apparivano strutture
architettoniche, mentre le persone giganti onnipotenti.
La vicinanza della testa al pavimento faceva sentire quella bolla di
frescura che lo avvertiva a non andare oltre.
Lì per terra, era un altro mondo!
Un mondo lontano dagli adulti: duri, freddi, poco comunicativi e
incomprensibili.
Era il mondo delle formiche e delle pagliuzze.
Era il suo mondo amico.
La malattia
Immerso nei suoi giochi, Luca perdeva gli stimoli della fame e per questo
mangiava poco e mai fuori dagli orari stabiliti dalla sua famiglia.
La sua figura era snella, vestita con abiti a cui egli non dava importanza,
né per stile, né per colore, né per misura. Non era in grado di preferire,
poiché, per scegliere servono le alternative e una delega a decidere.
Pallido e scarnito, dava l’impressione di essere malaticcio.
Luca spesso non si sentiva bene, ma lontana da lui, era l’idea di far
parola ai suoi genitori. Le prime volte che aveva tentato di farlo si erano
rivelate ancora più dolorose degli effetti provocati dalla sua malattia.
Il dolore lo portava nel suo mondo sperando di lenirlo e di dar tempo alla
sua malattia di guarire. Nei momenti più dolorosi, trovava un angolo nella sua
stanza per raggomitolarsi e sperare che tutto passasse in fretta.
L’ingenuità di Luca era commovente, perché pensava a fantastiche soluzioni
che potessero aiutarlo.
Purtroppo, la malattia continuò ad aggravarsi e per Luca diventava
impossibile nasconderla. La poca voglia di mangiare non preoccupava i suoi
genitori, perché era un fatto ormai usuale.
Forse, qualche sospetto fu sollevato quando Luca cominciò a rinunciare ai
suoi giochi, per starsene cheto e silenzioso nell’angolo di una vecchia
cassapanca.
La denuncia, involontaria, avvenne quando in piena notte Luca, nascosto
sotto le coperte, cominciò a lamentarsi. Non piangeva per farsi sentire, ma
perché pensava di sognare.
I giorni successivi videro Luca da un medico, e dopo qualche settimana, in
un ospedale.
Le attenzioni che egli ricevette in quel periodo, lo sorpresero al punto
che la malattia non gli sembrò così brutta e dolorosa.
Medici e infermieri gareggiavano tra loro per farlo sorridere!
Non ci capiva nulla!
Era ritornato a stare bene come prima, ma si ostinavano a farlo stare in
quella stanza di ospedale senza motivo. Ciò non gli dispiaceva, anche perché
quando mai aveva avuto tante attenzioni, tanti biscotti di quelli riservati a
bambini ricchi.
Il fatto più straordinario era che i suoi genitori si preoccupavano di lui.
Non osava pensare che ciò potesse provocare invidia e rabbia negli altri
fratelli, ma questo fatto lo sentiva lontano, visto che nessuno di loro si
faceva vedere.
Passarono giorni e poi mesi in quell’ospedale, Luca era conosciuto da tutto
il personale e aveva imparato ad apprezzare ognuno di loro.
L’inserviente del mattino era la più romantica. Pensate, lavava i corridoi
sulle note della musica di Adamo, un cantante melodico romanticissimo. Forse
era innamorata e continuava a vivere il suo amore durante il turno di
lavoro.
L’inserviente che portava da mangiare era di una simpatia esplosiva. Faceva
spesso l’occhiolino a Luca, e gli riservava la parte di cibo migliore in
fragranza e dimensioni.
Le infermiere, tutte dolci, ma con la siringa in mano, rovinavano la loro
immagine ai suoi occhi. Quello che gli dava un po’ fastidio, era che molte
volte, per gioco, gli chiedevano a che cosa servisse quella piccola
protuberanza posta tra le gambe.
La risposta era così ovvia che gli davano l’impressione di farsene gioco.
Si diceva: “Possibile che non sanno che con quel cosino si fa la pipì?”
Al momento del cambio di turno, tra le loro risa e il mio cruccio, mi
salutava.
Luca aveva completamente dimenticato sia casa sua, sia i suoi impegni scolastici e sia la sua solitudine. Fare amicizia in ospedale era facilissimo, il perché, Luca lo avrebbe capito molto tempo dopo
Ritorno a casa
Arrivò il giorno in cui Luca dovette lasciare l’ospedale; non aveva più
dolori, ma un velo di tristezza calava sui suoi occhi. Anticipava col pensiero
la vita che doveva riprendere.
Giunto a casa, tutto gli sembrò estraneo; anche i suoi miseri giocattoli lo
rattristavano. In ospedale aveva
conosciuto un clima di accoglienza, complicità e affetto che faticava a
dimenticare.
I postumi della malattia fecero sì che la sua famiglia mostrasse qualche
privilegio nei suoi confronti.
Infatti, non era mai successo prima di poter mangiare una banana nel mezzo
della mattinata o un gelato nel primo pomeriggio.
La ripresa della scuola fu durissima, specialmente perché dovette iniziarla
a pochi mesi dalla conclusione dell’anno scolastico.
Quante volte gli mancava il respiro e il cuore finiva in gola per
affrontare situazioni che egli avrebbe preferito evitare.
Il lungo periodo di assenza tra i banchi gli aveva fatto perdere anche
quella minima elasticità mentale che gli consentisse di inserirsi in un
contesto logico precostituito per i suoi compagni di classe; condusse quindi
una vita scolastica difficile e poco integrato con la classe.
I professori erano campioni di comprensione, e a volte, apparivano
imbarazzati per sorvolare in situazioni che, in altre condizioni, sarebbero
state celebrate ben diversamente.
Luca avrebbe preferito ripetere l’anno scolastico, ma non lo disse a
nessuno. A quell’epoca, ripetere l’anno costituiva un’onta sia per il mal
capitato, sia per la sua famiglia.
L’idea diffusa del ripetente, di quei tempi, era quella di colui che si
beffeggiava della scuola passando il suo tempo in attività estranee allo studio
e con amici poco raccomandati.
Luca non era così, e quindi sarebbe stato etichettato come uno stupido o
peggio, come un incapace.
Divisi tra la funzione di docente e quella di psicologo, i professori
decisero di non decidere e rimandarono Luca, alla sessione di settembre, per
stabilire se promuoverlo alla classe successiva.
Quando non c’era nessun altro motivo per rimandare la decisione, Luca fu promosso. Nessuno ha mai saputo se quella fu la decisione più giusta.
L’utopia
Sognare doveva essere un modo per Luca di fuggire dalla fredda realtà.
Non aveva bisogno di avere sonno per sognare, gli bastava un angolo
solitario in cui rifugiarsi e lasciarsi trasportare dalla sua immaginazione.
Ovviamente, la scena da cui decollava era proiettata nel futuro, da dove si
osservava come spettatore di un film. La trama del suo film che lo vedeva
protagonista assoluto, era quasi sempre la stessa. Era condizionato dalla
lettura del libro “Cuore”, per cui il bene trionfava sempre sul male.
Genitori premurosi, brava gente ovunque, comprensione e tenerezze si
sentivano nell’aria come incenso in chiesa. Una spiritualizzazione del volersi
bene era nel clima di vita dei suoi sogni.
I sogni ad occhi aperti erano i suoi viaggi nel mondo che non esiste, dal quale,
con molta riluttanza, si risvegliava.
Anche di notte sognava, però i contenuti erano diversi. I sogni notturni
Luca non riusciva a controllarli completamente. Partiva con le sue scene
preferite, ma nel seguito la trama prendeva altri percorsi.
Un giorno sognò di volare in un mondo meraviglioso, abitato da gente
dolcissima. Serenità e calma accogliente, erano le sensazioni che lo
investivano.
Nessuno di questi abitanti parlava, ma non serviva farlo. Una magia
proveniente dal cuore gli suggeriva qualunque cosa a lui riferita, appena
avesse rivolto lo sguardo. Tutti erano attenti al suo pensiero e vogliosi di
trasferire il loro bene dell’anima.
Luca in questo sogno si muoveva con una disinvoltura incredibile. Gli
sembrava come se fosse ritornato in un luogo dove avesse già passato tanto
tempo. Conosceva tutti e tutti riconoscevano lui.
Egli però, era consapevole che sarebbe tornato nel suo mondo prima o poi,
allora pensò di capire e memorizzare tutto ciò che potesse successivamente
essergli utile.
Volare nel mondo reale era una gran cosa!
Immediatamente, nel suo sogno ricostruì il suo paese e volò tra gli edifici
intorno alla sua casa.
Vedeva da lontano le persone che egli conosceva ed era eccitato nel pensare di farsi vedere in quello stato. Immaginava di entrare nei loro pensieri e sentirsi rivalutato. Luca voleva convincerli che un modo migliore poteva veramente esistere.
Il giorno di San Nicola
Il 6 Dicembre è una ricorrenza che richiama nella mente e nel cuore di
Luca, ciò che a parole è difficile comunicare, se non si è vissuto o meglio,
non si è respirata l’aria di quel tempo. La semplicità della sua famiglia era
tale per cui la parola “regalo” era associabile o a famiglie benestanti o
eventi miracolosi, comunque straordinari.
Il 6 Dicembre era, per pubblico riconoscimento, il giorno dei regali, per
cui Luca entrava di diritto tra i pretendenti a questa celebrazione.
Egli non doveva chiedere il permesso ai suoi genitori per ricevere regali
da San Nicola. Essi erano estranei in questa questione, tranne che dovevano
consentire al Santo di entrare in casa e lasciare i doni.
L’atmosfera di ansia ed eccitazione si avvertiva già da molti giorni prima
e poiché si diceva che San Nicola portava tanti doni a bambini buoni, Luca che
solitamente era più che buono, si sentiva più che sicuro sulle intenzioni del
Santo. Non capiva perché essere buoni doveva essere così difficile per gli
altri bambini.
All’epoca di Luca, le case dotate di termosifoni erano pochissime, era
diffusissimo il riscaldamento mediante caminetti e bracieri.
La casa di Luca non aveva caminetti e per sfortuna, San Nicola entrava in
casa solo tramite caminetti. Luca, preoccupatissimo per questo problema
logistico, chiedeva puntualmente ogni anno spiegazioni a sua madre.
“Mamma, come farà San Nicola a entrare in casa se non abbiamo un camino?”.
La mamma, attrice, ogni anno rispondeva:
“Luca, non devi preoccuparti, troverà Lui il modo per entrare”.
La risposta, per Luca, era sempre semplicistica, per cui volle chiarire:
“Tutti mi dicono che deve arrivare dal camino e se è così, qui non verrà
mai!”.
La mamma, notando la preoccupazione e la tristezza sul volto di Luca, quasi
per consolarlo gli disse:
“Vedi questo foro? Di qui potrà entrare!”.
Dovete sapere che in cucina, la casa di Luca, aveva uno scaldabagno a legna
che incanalava i fumi attraverso una condotta appoggiata a un foro ricavato
sulla parete.
Nell’occasione di San Nicola la sua mamma prometteva di lasciarlo aperto,
appunto per accogliere il Santo. Luca, però, era buono ma non così stupido da
pensare che una persona potesse passare da quel foro.
Egli non era abituato a insistere sulla volontà dei suoi genitori, per cui
tristemente annuì in cenno di consenso alle parole della madre.
La scarsa convinzione si leggeva come un libro aperto sulla faccia di Luca,
per cui la mamma fu costretta a fare un’ulteriore concessione.
“Questa notte terremo socchiusa la porta interna della cucina! Sei convinto
ora, che San Nicola non avrà nessuna difficoltà per entrare?”
Effettivamente, la porta interna della cucina dava nell’atrio della casa e
questo garantiva un comodo ingresso al Santo.
Questa volta, la mamma di Luca aveva centrato il bersaglio, per cui, egli
contentissimo, non vedeva l’ora di addormentarsi e svegliarsi tra i suoi ambiti
giocattoli.
Nel letto e con gli occhi sui giocattoli che si sforzava di immaginare,
Luca si fece accarezzare dalla dolcissima mano del sonno.
Il mattino del 6 Dicembre il brusco risveglio agitò la tenera anima di
Luca. Il sonno non ancora smaltito, gli dava fatica nel tenere aperti gli
occhi, ma nonostante tutto, l’ansia lo spingeva ad andare in cucina.
Giunto nei pressi della cucina, un’improvvisa timidezza lo colse. Allungò
lo sguardo per vedere da lontano se il fantastico San Nicola avesse mantenuto
la sua parola.
“È venuto!”, disse tra sé senza completare la parola troncata dall’affanno
emotivo.
Luca si trovava davanti all’inverosimile. Qualcuno che non conosceva e di
nome San Nicola, aveva a cuore la sua anima. Il fatto era straordinario perché
il mondo degli adulti era stato nei suoi confronti, sempre incomprensibile per
non dire duro e distratto.
San Nicola doveva essere veramente un brava persona ed era per questo che
ora era lassù in paradiso.
Il suo stupore era piacevolmente accompagnato dalla gioia di sua madre che
si apprestava, dopo di lui, a curiosare tra i doni ritrovati.
La lettera contenente le promesse fatte e i regali richiesti, era posata
sul fagotto dei doni. Una rapida guardata e si scopre subito che San Nicola era
vissuto in tempi lontani da quelli di Luca.
Egli, sebbene Luca avesse precisato bene il tipo di regalo che chiedeva,
portava doni quasi sempre diversi da quelli desiderati. Per esempio, si
chiedeva una bicicletta e invece si trovavano scarpe; si chiedeva un libro di
avventure e invece si trovavano quaderni.
Chissà quante volte Luca si chiese: “Ma perché mi regala calzini di lana,
se questi può tranquillamente comprarli mia madre e poi, non sono giocattoli!”.
San Nicola era generoso in cioccolate, caramelle e mandarini, ma di veri e
propri giocattoli, era piuttosto restio. Qualche volta portava giocattoli dal
proprio mondo, poiché si vedeva chiaramente che erano già usati.
Luca accettava tutto con gratitudine, riservandosi di essere più preciso
nella descrizione dei giocattoli desiderati, nella lettera dell’anno
successivo.
Il brio per l’eccezionalità dell’evento, pian pianino, nel corso della
giornata si spegneva. Nel cuore di Luca, il miracolo rimaneva e rappresentava
il segno che nel mondo in cui viveva, non esistevano solo persone egoiste e
cattive.
Luca non si era mai chiesto se San Nicola fosse esistito veramente e non
aveva mai voluto una prova sull’autenticità del suo voler bene ai
bambini.
San Nicola aggiungeva e continuava a farlo, un abbraccio affettuoso a quello dei genitori; incoraggiava e alimentava il clima d’amore in cui far crescere tutti i bambini.
Le scuole medie
Negli anni successivi, Luca continuava ad andare a scuola, ma legava poco o
nulla con i suoi coetanei. Forse il suo modo di comunicare era molto complesso.
Aveva assunto che l’ostilità del mondo fosse una legge universale. Il lungo
mattino a scuola lo passava in uno stato di ibernazione totale.
Il maestro alle elementari e i professori alle medie, si preoccupavano di
scrivere sulle sue note caratteristiche che egli era un bambino timido,
rispettoso e poco comunicativo. Nessuno si domandava perché Luca era così. Luca
avrebbe voluto che uno di loro gli tendesse la mano e gli chiedesse di entrare
nel proprio mondo.
La tranquilla permanenza sui banchi di scuola, il rispettoso atteggiamento,
unito allo sforzo di memorizzazione delle poche nozioni scolastiche, consentiva
a Luca di essere promosso ogni anno con il minimo dei voti.
Arrivarono la licenza delle Elementari e poi quella delle Medie ma Luca non
imparò di più di quello che già sapeva.
Le scuole superiori gli incutevano paura. Era terrorizzato che si sapesse
delle sue difficoltà nell’entrare nel mondo degli adulti.
Assisteva, nascosto, alle conversazioni dei suoi genitori che non molto
fiduciosi, valutavano la possibilità se far proseguire gli studi o cercare una
bottega dove potesse imparare un mestiere e guadagnare subito qualche soldino.
La precarietà della sua salute fu il motivo principale per fargli ritardare
l’ingresso nel modo del lavoro.
La solitudine bene accettata da Luca, preoccupava i suoi genitori, così,
approfittando della pausa estiva, essi decisero di mandarlo a lavorare da un
artigiano. Immaginate la rivoluzione interiore che Luca fu costretto a subire.
Intanto il suo datore di lavoro gli confermava la presunta idea del mondo
cattivo e insensibile.
Per non subire continuamente questo dolore, Luca si prodigava nel lavoro
anche a discapito della sua salute.
Non conosceva il valore dei soldi per cui le sue mance finivano
regolarmente nella cassetta del padrone.
Un giorno fu così fortunato che trovando una banconota di grosso taglio,
ripiegata dietro una porta, pensò di consegnarla al suo padrone, che soltanto
in quella occasione fece sentire il calore del suo affetto verso il piccolo
lavorante.
Quelle piccole esperienze compiute nell’epoca in cui i suoi occhi da adulto
erano chiusi, lo avevano segnato.
Di lì in poi, chiunque avesse incontrato sarebbe diventato una replica
caratteriale dell’uomo che lo comandava. L’enorme differenza di sensibilità con
il suo padrone, lo aveva convinto che il mondo doveva essere popolato da esseri
cattivi, avidi di denaro ed estranei alle dolcezze e ai sentimenti.
Questa lacuna degli adulti gli appariva inspiegabile. Si diceva che forse
diventando grandi qualcosa succede per cui si diventa di animo refrattario alle
tenerezze della vita.
Luca viveva nel mondo dei giganti dove figurava come un brutto anatroccolo,
piccolo, diverso e incompreso.
Trascorsa l’estate, finirono le sue pene, perché Luca, iscritto alle scuole
superiori, cominciò a frequentare. L’idea di tornare a lavorare per
quell’artigiano lo terrorizzava, per cui si immerse nello studio fino a
dimenticare la corsa delle lancette dell’orologio. La qualità dello studio era
di secondo piano.
Tante ore sui libri finivano per riempirgli la testa di nozioni che
attendevano di essere riversate nelle interrogazioni scolastiche. I risultati,
a sua sorpresa, furono eccezionali!
I professori apprezzavano la sua enorme forza di volontà, la sua
silenziosità e quell’apparente sguardo incantato e appeso alle loro parole.
Luca cominciava pian piano a notare che qualcuno tra gli adulti poteva
comprenderlo. Ammirava la sua professoressa di storia quando parlava alla
classe, dell’origine dell’uomo. Era così affascinato dalle sue parole che gli
sembrava che stesse parlando solo con lui.
L’amore per la sua professoressa era l’amore che avrebbe voluto, indotto
dalla sua famiglia. La professoressa usava parole mai sentite; parlava ai cuori
dei ragazzi. I suoi lenti movimenti, bene si conciliavano con il tono della sua
voce e con gli ideali che lasciava trasparire.
I temi di italiano, tanto formali oggi, erano l’occasione principe per
Luca, per conversare in intimità con la professoressa.
Luca si sentiva libero di aprire la propria anima, di manifestare senza
filtri le proprie idee, di chiedere aiuto per la prima volta a un adulto.
Le sue parole, nel tema, rievocavano i toni verbali usati della
professoressa che lo incoraggiavano a uscire dal guscio.
Il destino volle che Luca avesse professori che gli marcassero i tasselli
dei valori, fino allora confusi.
Assorbiva l’abnegazione al lavoro, la serietà dell’impegno, il rispetto delle regole e del prossimo, l’amore per se stesso come prerogativa per l’amore verso il prossimo e il valore del sapere come il sale della vita.
La vacanza estiva
Il tempo che passa rende sempre più irregolari i contorni dei ricordi. Alla
nitidezza dei dettagli si sostituisce il colore del sentimento che tradisce la
realtà dei fatti a causa di un’invadente nostalgia.
Raccontare storie che dipingono un passato al quale ci si è legato con
emozioni, si finisce spesso per trasformarle in favole.
La trasformazione è ancora più forzata, quando il racconto giunge a
orecchie che ascoltano ma che non decodificano.
Il tempo, passeggero del vecchio treno a vapore, ha cambiato se stesso.
Oggi il rumoroso e lento gigante è diventato un moderno elettrotreno; corre più
velocemente per il piacere dei suoi passeggeri.
Negli anni del boom economico trovare un impiego era facile. La manodopera
era merce facilmente spendibile e abbondava nelle famiglie numerose.
Luca apparteneva a una famiglia numerosa e perciò, costituiva una
promettente risorsa. La pausa scolastica estiva era occasione e motivo per i
suoi genitori, per impegnarlo in un’attività con un duplice utile: prima di
tutto, Luca non era costretto a stare inutilmente in casa, perdendo tempo e
intralciando i lavori casalinghi; in secondo luogo, qualche soldino in più
poteva far comodo a tutta la famiglia.
Questo, per i tempi che correvano, era un assioma.
Figuratevi se Luca non fosse d’accordo con tale filosofia. Egli, come
sempre aveva fatto, non osò dubitare sulle giuste intenzioni dei suoi genitori.
Immediatamente all’opera, Luca si alzava alle 6 del mattino per recarsi al
suo lavoro. Si svegliava che era ancora buio. Una tazza di latte già preparata
lo riscaldava dalla frescura del primo mattino.
Egli doveva anche mangiare del pane indurito del giorno precedente, poiché
il suo pasto successivo doveva essere a mezzogiorno.
Per fortuna che, come le moderne fette biscottate, il granitico pezzo di
pane si scioglieva nel latte bollente, per presentarsi alla bocca come una
viscida mozzarella.
A quei tempi il pane era cibo prezioso. La mamma lo faceva con le sue mani
in casa, era quindi un delitto buttarlo anche quando, mani di sugo lo avevano
trattenuto. Luca non badava a ciò che gli occhi vedevano, ma a ciò che si
doveva fare.
Rintuzzato dal forzato pasto e con gli occhi che non volevano sapere di
stare bene aperti, Luca si incamminava lungo la strada deserta verso il suo
lavoro. Sebbene fosse estate, il buio era ancora presente. Il tipo di lavoro
imponeva che si dovesse svolgere nelle prime ore della mattina.
Il lavoro nobilita l’uomo, si diceva, e Luca era un nobile lattaio. Si
presentava presso la casa del suo datore di lavoro e gli faceva da sveglia
umana.
Questo però non gli dispiaceva, perché in attesa che il suo padrone si
approntasse aveva modo di sonnecchiare per qualche altro minuto davanti alla
sua porta.
Quando ormai era tutto pronto, Luca caricato con bottiglie di latte da
consegnare, cominciava il giro. Luca era magrissimo e mal sopportava il peso
del borsone che gli strisciava sugli esili ginocchi.
Avrebbe voluto che l’orologio girasse più lentamente per consentirgli di
sedersi al primo gradino di marciapiede. Poche volte egli cedeva a questa
tentazione, poiché dopo era un problema recuperare il tempo perduto.
Nemmeno le povere mance che egli riceveva lo rendevano felice. I soldi, per
Luca, contavano poco, anche perché, se pur avesse potuto tenerli, non avrebbe
saputo come spenderli. I ritmi delle sue vacanze estive erano così serrati che,
oltre al lavoro, esistevano il riposo solitario e i suoi fantastici sogni ad
occhi aperti.
Un giorno Luca, mentre trascinava il suo antipatico fardello, camminava con
lo sguardo inchiodato ai piedi di porte e portoni, in cerca di un grandino su
cui sedere e tirare il fiato per qualche minuto. Improvvisamente, rispiegata su
se stessa e accantonata dietro un’ampia porta, vide una banconota di grosso
taglio.
Luca la prese e tremante per l’emozione di possedere qualcosa che poteva
aver visto nei film o passar di mano tra i suoi fratelli grandi, la osservò
attentamente per cogliere l’occasione e riflettere su che cosa fare. L’istinto
gli consigliava di consultarsi con il suo datore di lavoro per poi riferire ai
suoi genitori.
L’idea di riposarsi tramontò, anzi gli fece giungere nuove energie per
finire velocemente il giro delle consegne. Quando il lavoro terminò, Luca
potette riferire l’accaduto al datore di lavoro, il quale solidale con il suo
entusiasmo, gli propose di affidare il tesoro alla sua custodia per accumularlo
con i risparmi e le mance che già erano in deposito nel suo ufficio.
Nei giorni che seguirono, Luca non seppe più nulla del suo tesoro e nemmeno si diede pena per saperlo, poiché sua madre settimanalmente si recava dal datore di lavoro per ritirare la sua paghetta e forse anche quel piccolo tesoro.
Il dolore
Luca non era un bambino, ma non sapeva di esserlo, egli era la presenza in
casa dei suoi genitori. Era ubbidiente, silenzioso, a volte trasparente, visto
che tutti si dimenticavano della sua esistenza.
Non voleva sicuramente creare problemi anche a costo di convivere
riservatamente con i suoi inaspettati problemi di salute.
Un giorno, alzandosi da letto, sentì un fastidioso dolore alla gamba. Pensò
che appena si fosse abituato ai primi passi tutto sarebbe passato e tentò di
dimenticare quel dolore.
La giornata di lavoro terminò, ma il dolore continuò a fargli compagnia.
Passarono giorni e settimane e quel dolore divenne il problema con cui
convivere. Aveva tentato mille soluzioni per cercare di risolverlo o almeno
ridurlo, ma sembrava che avesse preso di mira la sua persona.
L’andatura si faceva sempre più claudicante e quando serviva, stringeva i
denti e faceva finta che fosse tutto uno scherzo.
Il dolore generalmente ti fa diventare serio e, forse per meglio
combatterlo, ti fa tendere all’isolamento. Luca aveva già queste doti e il
dolore non faceva altro che accentuarle.
Qualche volta si ritrovava a pregarlo di lasciarlo in pace oppure a pensare
che cosa avesse potuto fare per scatenarlo. Luca non aveva grandi elaborate
teorie in cui perdersi e quindi, sperava che prima o poi, così come quel dolore
fosse venuto, sarebbe scomparso.
Il suo datore di lavoro cominciò a lamentarsi per la lentezza dei servizi e
dopo qualche settimana, riferì ai suoi genitori l’insostenibilità dell’ozio del
lavorante.
I genitori di Luca cascarono dalle nuvole quando seppero della novità e
immediatamente lo richiamarono al suo dovere.
Luca timidamente giustificò l’accaduto con la persistenza di quel dolore
alla gamba. Si affannò a dimostrare che non era colpa sua, aveva tentato di
tutto per non sentirlo, ma era diventato più forte della sua volontà.
Mentre parlava non riusciva a trattenere quelle lacrime traditrici.
Sì, Luca si era emozionato e liberò il suo pianto a cui tanto si era
opposto a causa di quel maledetto dolore.
I giorni che seguirono videro Luca all’ospedale dove visse mesi che condizionarono tutta la sua vita.
L’amico
Luca aveva passato buona parte della sua giovinezza credendo di “vedere” e
proiettava sul mondo la sua illusione.
A volte il caso si trasforma nel miglior regista per tessere la più
originale delle trame e scatenare nello spettatore stupore.
La scuola non fornì solo cultura, ma anche la possibilità di trovare un
amico. Questa esperienza fu per Luca, come una dinamite in una cava di marmo;
sconvolgente.
La sua solitudine, sempre accettata, cominciò ad avere un’alternativa nella
sua soluzione di vita. Conobbe un suo coetaneo che gli si avvicinò con una
discrezione dell’anima capace di rivelargli una consonanza mai sperimentata.
Alcuni tratti caratteriali del suo amico gli apparivano come suoi.
I primi contatti furono come quelli del cucciolo affamato, che tra mille
incertezze, avanza, retrocede, ritenta, e infine si avvicina alla mano di colui
che la protende per dargli del cibo.
I due amici cominciarono a sperimentare la comunione delle idee, il
confronto dei gusti e delle aspirazioni, lo stare insieme molte ore della
giornata. Si studiava insieme e ognuno rubava dall’altro ciò che gli appariva
veramente bello.
Luca aveva una pessima calligrafia che, confrontata con quella del suo
amico, appariva filo spinato. Decise di rubargli poche lettere e
dall’imitazione ottenne un cambiamento stupefacente del suo modo di scrivere.
Dal suo amico imparò anche a leggere dietro le parole.
Prima non aveva riposto molta attenzione sul significato di ipocrisia,
retorica e millanteria.
La straordinaria sintonia delle due anime si manifestava nell’ascolto della
musica e nel leggere libri.
I due amici sedevano vicini di banco a scuola e si organizzavano anche per
il lavoro scolastico. L’inclinazione per le materie scientifiche, mostrata dal
suo amico, era complementare alle attitudini più umanistiche di Luca. Come il
principio dei vasi comunicanti, così il fluido della vita comune si distribuiva
nelle anime dei due amici.
Ognuno di loro apprezzava le caratteristiche dell’altro e ognuno imparava
dall’altro. Non potevano essere invidiosi poiché ognuno di loro non poteva
riempirsi di più di quanto già non lo facesse.
Il valore dell’amicizia letto dai libri, ora era sotto gli occhi di Luca.
Egli avrebbe voluto un mondo pieno di amici, ma sapeva di desiderare l’impossibile. Un giorno, fra un milione di anni o fra poco, quando la vita non passerà più per il corpo, allora sarà possibile.
Le donne
Luca conosceva le donne come esseri speciali. La letteratura le aveva
presentate in forma angelica, sempre dolci, sensibili e comprensibili.
La dolce e premurosa Margaret nel romanzo di “Piccole donne” di May Alcott
fu un esempio straordinario di donna per Luca.
Dante gli fornì l’idea di donna legata all’amore. Non potete immaginare che
stupore provocò in Luca, sapere che Dante parlasse di Beatrice senza averle mai
rivolto la parola.
Grandi emozioni, egli visse con lo studio dell’Iliade. L’idea della donna
come essere tanto speciale da segnare eventi nella storia, era
incredibile.
Tutto un mondo antico fu sovvertito da Elena, la moglie di Menelao che,
sedotta da Paride grazie a un incantesimo di Afrodite, abbandona il marito e
parte per Troia, dove fa scatenare una guerra epica.
Donna specialissima era stata anche la sua professoressa di italiano e
storia. Pensate all’intenso sentimentalismo trasmesso da una donna molto colta
che parte per la guerra come crocerossina e si ritrova anziana tra i ragazzi,
sempre disponibile a riversare tenerezze e insegnamenti.
Donna per Luca era sinonimo di bellezza e amore. Qualsiasi suo rapporto con
loro era contaminato da queste idee. Inutile dirvi che era inammissibile legare
il concetto di donna al sesso.
Quando succedeva, un senso di nausea e voglia di abbandonare la compagnia,
assaliva la sua mente. Praticamente, Luca spesso appariva fuori dal mondo
reale.
Alcuni compagni avevano avvertito questa strana astrazione di Luca, per
cui, a volte, si divertivano a imbarazzarlo. Succedeva di peggio se a provocare
l’imbarazzo fosse stata una donna. Arrossamenti del viso e
un’immobilizzante timidezza erano reazioni tipiche alla violazione di una
sensibilità nascosta.
Quando la maturità cominciò ad avere il suo peso, il rapporto con le donne
divenne più distensivo e occasione per conquistarle.
Le sue battaglie di conquista erano lunghi discorsi, attraverso i quali
egli risaliva all’intimo della donna. Amava essere ascoltato da loro e ricevere
quegli sguardi che egli immaginava, impegnati per sé. Luca non trovava
differenza nei volti delle donne; li trovava tutti belli e ognuno con una sua
speciale bellezza. Trovava difficile fare confronti.
Egli pensava che se si riscontrasse il bello in una realtà, non potrebbe
esserci niente di più bello per quella realtà, poiché essa finirebbe di
esserlo.
Non dava giudizi su ciò che vedeva e attribuiva qualità che solo il
sognatore, il romantico e l’innamorato vede. Solo più tardi capì che ognuno
vede solo quello che vorrebbe riscontrare, anche a costo di immaginare
l’inesistente e negare la realtà presente ai suoi occhi.
Grande tenerezza suscita il bambino che, colto in flagranza nel pasticcio
di cioccolata e con la faccina che appena si scorge tra le dolci macchie dice:
“Mamma, io non ho mangiato la cioccolata!”.
Il bambino sa che la mamma gli vuole un gran bene ed è così sicuro che crederà alle sue parole che, anche se tutta la cucina fosse inondata di cioccolato, lei avrebbe creduto alle sue parole.
Il primo lavoro
Giunto alla maturità, Luca si trovò con un diploma che non gli apparteneva.
Aveva studiato tantissimo, aveva ottenuto buoni voti, ma la sua strada non era
quella.
Aveva un titolo che doveva consentigli di comandare o almeno di dirigere
gruppi di uomini, ma ciò gli appariva ridicolo.
I suoi genitori erano pronti a raccogliere i frutti del loro sacrificio e a
vantarsi per un figlio “Direttore di macchine marine”.
Luca, rispettando il volere dei genitori, entrò nel mondo del lavoro e si
adoperò per il meglio. Spesso la realtà che si immagina è del tutto diversa da
quella che si concretizza e Luca sperimentò la delusione.
Trascorsero giorni di tristezza e ancora solitudine per assecondare un
lavoro che doveva dargli un futuro.
Nelle pause lavorative, egli si rifugiava nei libri che gelosamente portava
sempre con sé. Solo la lettura lo sollevava dalla nave su cui era imbarcato,
per portarlo per i sentieri dell’anima. Trascorreva lunghe ore, con la mente
che si svincolava tra le caverne del sapere, ansiosa di rispondere a domande
mai poste ad altri.
Come uno speleologo che attraverso anguste gallerie riesce ad arrivare nei
punti estremi delle viscere della terra per accrescere la sua sete di sapere e
arrogare una capacità solo a lui consentita, così Luca abbandonava quel mondo
che non gli apparteneva, per scendere dentro se stesso e riconfigurare un mondo
suo, tanto ideale, per quanto affascinante.
Questo suo modo di vivere il lavoro, ben presto, arrivò all’attenzione dei
suoi compagni e poiché, si sa che la cosa che riesce meglio a chi vede con gli
occhi della stupidità, è giudicare, Luca fu subito aggettivato come strano,
cialtrone e fannullone.
La notizia, lentamente, come se fosse stata portata dalla bottiglia del
naufrago, arrivò ai suoi genitori e potete immaginare il tenore della loro
delusione.
Luca non voleva deluderli, ma qualcosa in lui si agitava per tornare a studiare. Per i genitori è difficile indovinare la realtà del figlio, specie se, come Luca, vive un in un mondo tutto suo, allora decisero di aspettare che il tempo potesse aiutarli.
I primi anni di università
Per entrare nel mondo delle persone importanti bisognava andare
all’università e Luca, a dispetto della sua semplicità, dovette assumere questo
ruolo.
Ormai studente universitario, agli occhi dei suoi pochissimi amici sembrava
l’inizio di una scalata verso la considerazione e il prestigio.
Le incertezze dei suoi genitori sulle capacità di quel delicato figliuolo,
cominciavano a svanire per essere sostituite da proiezioni molto contaminate da
fantasie e sentimenti di riscatto famigliare.
Quasi per essere perdonato da suo padre, Luca si iscrisse a una facoltà che
rappresentava la naturale evoluzione dello studio di cui aveva già il diploma.
Questa scelta lo condusse a studiare lontano da casa e in un luogo che
contribuì molto a cambiarlo.
Vivere e studiare, staccato completamente dalla sua famiglia, gli suscitava
sentimenti contrastanti; si sentiva libero di esistere fuori dagli schemi che
il suo ambiente gli poneva e, contemporaneamente, rinvigoriva in lui quel
bisogno mai soddisfatto, di sentire il calore dei sentimenti di chi gli voleva
bene.
La solitudine continuava a imprigionarlo, mascherata dalla necessità di
studiare più intensamente.
Molti giorni trascorsero, vedendo Luca studiare in una stanza di una
pensione. La potenzialità economica della sua famiglia gli assicurava una
permanenza in una stanza comune di una casa-pensione, dove anche il tavolo per
appoggiare libri e appunti era condiviso.
La necessità di non infastidire i compagni di stanza, gli imponeva di
studiare senza fiatare e nei tempi determinati dagli appuntamenti con il
mangiare e il dormire.
La fila per un posto in mensa comportava che Luca mangiasse senza aver fame
o continuasse a studiare in piedi con il libro penzolone da una mano, mentre
l’altra fingeva di mantenersi a una ringhiera di fila, ma che in realtà,
impediva ad altri di sopravanzare.
Il pasto, frettolosamente consumato, spesso consentiva di raccogliere
qualche panino o mela in più, per evitare i morsi della fame nel pomeriggio.
Avendo tanto tempo da trascorrere, Luca amava perdersi nei pensieri.
Immaginava situazioni ed eventi impossibili, come un regista che inventa mondi
e caratteri da far interpretare dai suoi attori.
Luca era inebriato da ciò che immaginava e nonostante l’orologio corresse
in fretta, aveva l’impressione di rimanere in una dimensione senza tempo. La
ripresa dello studio dopo queste pause appariva meno pesante.
Tranne che nei primi periodi, Luca tornava a casa in occasione di festività
che concatenavano più giorni. Dovendo risparmiare su tutto, era implicito che
dovesse prendere il treno a tariffa più bassa per spostarsi. Quindi, i vecchi
treni locali in legno erano usuali nella tratta servita. A Luca passavano
inosservati i grossi scossoni subiti in quelle vecchie carrozze.
Spesso quegli scossoni erano così forti che ridestavano Luca dai suoi sogni
ad occhi aperti. Egli non si preoccupava perché era sempre pronto a
riprenderli.
Come per l’atleta sudato che momentaneamente si ferma e beve con piacere un
bicchierone di acqua fresca che non riesce a finire, per cui si dà pausa per
poi riaccendere lo stesso piacere nella ripresa della bevuta, così Luca
riprendeva i suoi sogni interrotti dagli scossoni del treno. Il viaggio sulla
carta prendeva sei ore, ma a Luca ciò non dava nessun pensiero.
Il ritorno momentaneo a casa prometteva grandi piaceri che sistematicamente
rimanevano delusi. Esattamente come colui che in una giornata di caldo immagina
di tuffarsi nelle fresche acque marine, ma che subito dopo il tuffo, si trova a
nuotare in gelide acque.
Nei pochi giorni di permanenza in famiglia si bruciavano quei fantastici castelli abitati solo nei sogni.
Il militare
Luca da ragazzo aveva letto molti libri votati all’amicizia, all’amore,
alla comprensione e al valore della Patria, per cui il suo carattere già
introverso, manifestava grande sconcerto quando si ritrovava a scontrarsi con
portamenti in netto contrasto con quanto aveva assimilato.
Egli, alle soglie dei trenta anni, avrebbe sperimentato un nuovo modo di relazionarsi, difficile da aggettivare, forse strano da osservare, staccato dall’essere, ridicolo da praticarsi e insensato da seguire.
Sapeva che un giorno sarebbe partito per compiere il suo servizio di leva e
come l’era già capitato, tendeva a posticiparlo. Usava l’arma dello studio per
rinviarlo continuamente, ma alla fine si dovette arrendere per affrontare
un’altra fase della sua vita.
La vita militare apparve subito insopportabile, fuori dal tempo e in netta contrapposizione con l’idealità del suo mondo. La dolcezza dei sentimenti, la tenerezza dell’anima e i valori del libro “Cuore”, tutti furono spazzati via in quei giorni.
Le foglie secche cascate dalle chiome degli alberi scosse dal vento
autunnale, coprivano il sentiero lungo il quale Luca era di guardia.
Egli era di guardia senza sapere per chi e per qual motivo imbracciava un
fucile che probabilmente non avrebbe avuto mai il coraggio di usarlo.
Aveva imparato già da molto come far passare il tempo.
Nel suo pendolare nella zona di guardia, egli con la mente viaggiava, visitava posti mai visti, ricchi dei colori dell’anima. Rientrava nella sua figura, quando da lontano, un calpestio gli annunciava il cambio della guardia.
La difficile situazione favoriva l’isolamento anche tra i commilitoni. La
diversa provenienza, l’istruzione, l’età, rendeva la socializzazione formale e
incapace di creare legami di amicizia, per cui il tempo forzatamente trascorso
insieme, era in realtà, tempo perso.
Molte reclute portavano con sé problemi di vita da risolvere, atteggiamenti di chiara provocazione verso la società.
La struttura militare appariva a Luca come un enorme castello che si
manteneva con travi inchiodate. Gli scricchiolii erano udibili da più parti, ma
ormai, per abitudine, erano afoni a coloro che dovevano udirli.
Le informazioni che tutti ci tenevano a diffondere erano le solite: quanti
giorni mancavano per la fine della leva. Ripetere continuamente il numero
creava euforia.
Sembra una droga per venir fuori da un’abulia evidente. Per rimanere nel
clima dell’immobilità delle idee, al povero soldato, si chiedeva di eseguire
compiti chiaramente inutili.
Doveva imparare a ubbidire a prescindere della finalità dell’azione. Il
motivo del suo operare era gelosamente custodito nella mente dell’ufficiale
superiore, che sfogava così, la sua repressione interna. Patetica fu
l’esperienza che Luca ebbe con un suo superiore.
Un sottufficiale che aveva malamente terminato la scuola media e parlava un italiano a parole tronche, miscelato con espressioni dialettali, amava imporre la sua figura verso coloro da cui cultura e dignità, traspariva.
Palesemente sgridato dai suoi superiori, il sottufficiale infieriva sui
suoi soldati senza motivo. L’effetto che otteneva era più di commiserazione che
non di rabbia. Per tutta la durata della leva, questo sergente riassumeva la
figura della vita militare.
Luca, con la laurea in tasca, era uno degli obiettivi del sergente. Infatti, fu comandato come guardia notturna ai bagni della camerata. Immaginate il piacere che si prova nello stare appoggiato a una sedia alta, posta all’inizio di un corridoio illuminato dalle luci notturne e che protende su una rampa di scale in legno.
Un giorno Luca, decise di portar con sé un libro, in modo da far
trascorrere le quattro ore notturne, velocemente. Si appostò davanti alla fioca
luce notturna e iniziò a leggere.
Difficilmente dopo le due di notte, qualcuno avrebbe potuto scoprirlo in lettura. Se qualcuno avesse avuto intenzioni di salire, il rumore dei passi sulle scale in legno, nel silenzio notturno, lo avrebbe avvisato.
Luca si immerse nella lettura e dopo qualche pagina, alzando lo sguardo,
per far riposare gli occhi, vide davanti a sé il sergente di ferro!
Il maledetto era a piedi nudi e con le scarpe in mano, pronto a godere
della mia reazione. Luca non fiatò, ma si sentì dire: “Farò rapporto al
capitano … passerai i guai!”.
Il capitano, il giorno successivo, convocò Luca e poiché si dovette attenere alle regole militari, ebbe modo di rimproverarlo e di comminargli la punizione secondo regolamento.
Luca aveva omesso attenzione nel controllare, alle tre di notte, che
nessuno entrasse nella camerata o che uscisse per andare al bagno!
Aggravante, costituiva il fatto che Luca a quell’ora, leggesse!
La maturità
Vennero gli anni in cui l’anima sensibile di Luca dovette addormentarsi.
Il lavoro lo assorbì fino al punto che si ritrovò inspiegabilmente
cinquantenne.
Certamente si era prodigato per assicurare alla sua famiglia quel minimo di benessere che gli garantisse la stima dell’amor proprio, ma non era per niente sicuro che la strada percorsa, fosse stata la migliore in assoluto.
Ricorda, ora, i tanti progetti di vita rimandati, i tanti momenti vissuti
frettolosamente in attesa di un dopo mai sopraggiunto.
Purtroppo, la scala dei valori e le priorità che si assumono nella vita,
vengono formulate in un quadro transitorio, viziato da illusioni e
ignoranza.
Luca è un’anima che sta attraversando questo mondo con te. Egli ha raccolto tanta esperienza che non lo rende maestro di vita, ma solo testimone di un percorso simile a quello di tantissimi esseri umani.

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