venerdì 8 gennaio 2016

La condizione umana e l'istinto di sopravvivenza



Introduzione

In una penetrante riflessione che oscilla tra psicologia, filosofia e condizione esistenziale, il testo che segue affronta la complessa dinamica del vivere umano, schiacciato dal peso dell'istinto di sopravvivenza e dalla consapevolezza della fine. Con uno stile lucido e metaforico, l'autore mette a nudo gli ingranaggi mentali e sociali con cui cerchiamo di distrarci dal nostro destino.

I nuclei concettuali che scandiscono il discorso includono:

  • La complessità dell'animo umano e i limiti della psicologia: L'inefficacia delle teorie tradizionali di fronte alla natura imperscrutabile e bruciante della psiche.

  • La condanna della sopravvivenza e della solitudine: Il macigno dell'esistenza che genera diffidenza, isolamento e relazioni basate su mere parvenze di intimità.

  • Il paradosso del "cane che si morde la coda": Una potente allegoria su come i surrogati del piacere e l'affanno di rimandare la morte finiscano per farci consumare il tempo, privandoci del senso autentico della vita.

  • Cultura ed età come "bastone e carota": Il contrasto tra l'invecchiamento, che rende tangibile la fragilità del corpo, e la cultura, vissuta come un'illusione anestetizzante gestita dal Super-Io.

  • Il rifugio nel mistero: Il ruolo della fede e della religione come uniche vie d'uscita capaci di offrire conforto dove la ragione e l'astrazione falliscono.

Un'analisi profonda che invita a spogliarsi dei falsi alibi intellettuali per guardare in faccia la nuda realtà della condizione umana.

L’animo umano è complesso, tentare una sortita conoscitiva è un’esperienza affascinante che non crea nessun precedente.

Illustri psicologi si sono avventurati e hanno catturato qualche teoria interessante, ma hanno tirato fuori solo idee discutibili, anzi, hanno gettato benzina su un fuoco che già era parte di un incendio.

Un dato certo esiste. Ognuno di noi nascendo è costretto a sopravvivere.

Questa incombenza è un macigno che ci portiamo sulle spalle e che ci impedisce di guardarci attorno. 

Non riusciamo, per la fatica, nemmeno a guardarci fra noi, poiché rimaniamo paralizzati dalla diffidenza.

Solo parvenze di intimità ci leniscono il dolore di una solitudine voluta da una natura, di cui facciamo parte, ma non ne siamo padroni. 

La coscienza di una vita che dovrà terminare ci forza il pensiero della morte. 

Il crudele automatismo si innesca così: “Sono cosciente di dover morire e mi affanno a rimandare quel momento, occupando il tempo a trovare il sistema migliore per ritardarlo”. 

Alla fine del percorso molti si rendono conto che hanno rincorso la propria coda, consumando il prezioso tempo vita.

Mi ricorda la storia di un cane che, lasciato solo per intere giornate, al rientro del suo padrone, iniziava a rincorrere la propria coda impedendo al padrone di accarezzarlo.

Vi apparirà evidente che il cane divorato dall’ansia di rivedere il proprio padrone, chiedeva a se stesso di consumare un piacere per troppo tempo rimandato. 

Il meccanismo psicologico adottato dal cane ha funzionato in assenza del padrone, ma non gli ha consentito di raggiungere lo scopo per il quale il meccanismo era stato costruito.

In altre parole, il surrogato di un piacere ha fatto in modo che si sia dimenticato il vero piacere.

È verosimile pensare che, conducendo una vita in cui sbarcare il lunario ci impegna, diventi inevitabile posticipare o a non occuparci mai di questioni più vicine alla sfera umana.

Ed ecco che l’età e la cultura intervengono come bastone e carota per il povero uomo.

L’età, mentre avanza, ti costringe a sentire sempre più forte il peso del macigno e ti fa sperimentare a piccoli passi che cosa significa morire.

La cultura, come una droga, ti fa dimenticare il peso del macigno e abbassa la sensibilità alla stanchezza, sebbene a intervalli di tempo ti illuda di essere così speciale nell’universo fino a far apparire la morte come un’antipatica sosta o un angusto passaggio della natura.

Chi di noi è positivo al test della cultura è dominato dal super-IO (Freud e Nietzsche, mi perdonino) e pensa che grazie alla propria capacità di astrazione, di essere in grado di sopportare quell’antipatico passaggio senza rovinarsi i tratti finali della vita.

Allo sfortunato utente del proprio corpo, quel passaggio è durissimo. 

Solo la religione e il mistero potranno aiutarlo, poiché in questi sentieri non c’è bisogno di ragionare; basta la fede e la speranza.

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