Chino il capo a cercar
luna nel pozzo.
Triste per la direzione, miro
il tremolio.
Riflette ingenue
speranze
ormai cadute dal cielo.
Notti insonni passate ad
ammirarti,
quando lucente lassù, io ero
il tuo amante.
Allor, senza timori al mio
ardir splendevi,
bella per i miei occhi,
magica per lo spirito.
L’altro canto non mostri a
niuno, se il tempo non permette.
Or, neve tra i capelli, son
pronto al tuo lato scuro.
Esitante, cerco conforto nella
tua immagine.
Piange il cuor per cotanto
amor riverso.
Turbata, cala il tuo raggio
d’argento a sciogliere l’ingrato bianco,
e al ciel, il buio ruba,
si che la vita s’infuochi.
Tra i solchi di vecchie
lacrime,
scintilla la speranza
e scopro me stesso ad
adorarti nella più antica direzione,
laddove il Paradiso indica.
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Commento
Un componimento di altissima intensità drammatica e lirica, costruito sul mito classico del dialogo tra l'uomo e la Luna. Il testo esplora la caduta delle illusioni giovanili, l'invecchiamento e la maturazione di un amore che, da ideale e distante, si fa profondo, mistico e consapevole.
L'architettura dei significati
- La caduta e l'illusione (Strofe 1-2): L'incipit propone un'immagine iconica e malinconica: lo sguardo rivolto verso il basso («Chino il capo»), non più al cielo, a cercare il riflesso della luna nell'acqua di un pozzo. Quel «tremolio» specchia la fragilità di «ingenue speranze» sprofondate, cadute dall'alto come stelle perse.
- Il ricordo della giovinezza e la svolta (Strofe 3-5): Segue la rievocazione di un passato radioso («io ero il tuo amante»), fatto di notti insonni e di un incanto privo di paure. Ma la vera svolta poetica avviene con la presa di coscienza del tempo che passa: «Or, neve tra i capelli, son pronto al tuo lato scuro». L'uomo maturo, ormai anziano, non chiede più soltanto la luce abbagliante dell'illusione, ma reclama la conoscenza della parte nascosta, d'ombra, dell'oggetto amato (e della vita stessa).
- La catarsi e il fuoco divino (Strofe 6-8): La sofferenza per un amore così smisurato («cotanto amor riverso») trova un riscatto cosmico. La Luna, mossa a compassione («Turbata»), invia il suo «raggio d'argento» non per illuminare superficialmente, ma per sciogliere la «neve» (la vecchiaia, la gelidità del dolore) e dissipare l'oscurità del cielo, riaccendendo la passione («si che la vita s'infuochi»).
- Il ricongiungimento spirituale (Strofe 9-10): Il finale è un'elevazione. Tra i solchi scavati sul volto dalle «vecchie lacrime», riaffiora una speranza che non è più ingenua, ma sacra. L'atto di adorazione torna alla sua posizione originaria — con lo sguardo di nuovo rivolto al cielo — indicando una direzione metafisica e trascendente («laddove il Paradiso indica»).
Stile e Scelte Lessicali
Il registro è solenne, aulico e volutamente arcaizzante (ardir, niuno, cotanto, al ciel). L'uso della metafora del pozzo e del riflesso lunare richiama la grande tradizione poetica italiana (da Leopardi a D'Annunzio), ma viene rielaborata in chiave personale. La struttura contrappone meravigliosamente i simboli del freddo e dell'ombra (neve, lato scuro, buio, argento) a quelli del calore e della luce (infuochi, scintilla, Paradiso).
Una poesia potente sull'accettazione della propria fragilità e del tempo che scorre: dimostra che solo quando si ha il coraggio di guardare la parte "oscura" dell'esistenza e di noi stessi, l'amore smette di essere un'illusione giovanile e diventa una via di salvezza spirituale.

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